Le origini di Roma

di Julius Evola

(estratto dall’articolo omonimo raccolto ne “La tradizione di Roma”, Edizioni di Ar, 1977)

Nella sua Vita di Romolo (I, 8) Plutarco scrive: «Roma non avrebbe potuto assurgere a tanta potenza se non avesse avuto, in qualche modo, origine divina, tale da offrire, agli occhi degli uomini, qualcosa di grande e di inesplicabile». Lo stesso ripete Cicerone (Nat. Deor., II, 3, 8), passando poi (Har. resp., IX, 19) a considerare la civiltà romana come quella, che per sapienza sacra superò ogni altra gente o nazione: omnes gente nationesque superavimus. Per i romani prischi Sallustio (Cat., 12) ha l’espressione: religiosissimi mortales.

Invece, ancor oggi per molte persone «serie» e per molte menti «critiche» tutto ciò è fantasia o superstizione. I «fatti» sono la sola cosa che per esse contano. Le tradizioni mitiche degli antichi non hanno alcun valore, ovvero ne hanno solo in quanto si suppone che, qua e là, siano riflessi confusi di avvenimenti reali, vale a dire materialmente storici. Vi è, in ciò, un equivoco fondamentale, che pur è stato già denunciato, in una certa misura dal nostro Vico, poi dallo Schelling, ancor più recisamente dal Bachofen e, infine, dalla più recente scuola di interpretazione metafisica del mito, ancor oggi da noi così poco conosciuta (Guénon, W. F. Otto, Altheim, Kerényi, ecc.). Secondo tutti questi scrittori, le tradizioni mitiche non sono né creazioni arbitrarie più o meno sul piano poetico e fantastico, né deformazioni e trasposizioni di elementi storici. Specie nel riguardo delle origini, è stato giustamente rilevato che il simbolo e la leggenda, «sia pure in forma drammatizzata, rappresentano effettivamente e veramente la storia dei primordi di una nazione, ma la storia non di vicende svoltesi materialmente sulla terra, bensì dei processi spirituali che han portato alla nascita, accanto agli altri popoli, di una gente nuova e diversa da essi per cultura e civiltà: la storia, per così dire, del periodo prenatale di essa». E ancora: «Leggenda e storia sono strettamente connesse; la prima procede per interiorazione e si dispiega per via di imagini, la seconda procede per esteriorizzazione in fatti ed eventi; quelle, le imagini, sono il risultato di forze formative viventi, questi, i fatti, vengono coordinati dal pensiero umano; là si è trasportati da forze formatrici; qua v’è premeditato coordinamento di fatti. Ma la leggenda è l’invisibile della storia e la radice della storia; non è poesia, anzi è realtà più vasta della storia stessa. I fili del destino di un popolo, che si disnodano visibilmente nei modi più vari nello sviluppo storico di esso, risalgono agli impulsi, alle sfere creatrici, con cui sono legati eroi delle sue leggende». In via particolare il Bachofen aveva rilevato che proprio nel punto in cui una testimonianza, per esser riconosciuta mitica, viene ad esser respinta dalla storia materiale, proprio in quel punto essa è una testimonianza positiva dell’attimo di un popolo.

È così che uno studio delle tradizioni mitiche, fatto con nuovi criteri, può condurci ad interessanti conclusioni dallo stesso punto di vista di un razzismo non esaurentesi nell’aspetto materiale dei suoi problemi, ma volgentesi anche alla realtà interiore della razza.

In occasione dell’attuale ricorrenza del Natale di Roma, vogliamo esemplificare questo metodo interpretativo, applicandolo appunto all’esegesi del mito delle nostre origini. Le leggende relative alla nascita di Roma condensano una quantità tale di elementi suscettibili a  riallacciarsi a significati generali delle civiltà e delle mitologie di ceppo ario, che per analizzarli e adeguatamente occorrerebbe un’opera speciale. Noi qui non accenneremo, dunque, che a qualche tema, tra quelli più noti: la nascita miracolosa, il tema dei «salvati dalle acque», del «lupo», dell’«albero», della coppia antagonista dei gemelli.

Marte e Rea Silvia (Rubens, 1616-17 circa) (cliccare per ingrandire)

Il mito dell’unione di un dio con una donna mortalenel presente caso, di Marte con Rea Silvia, unione da cui nascono Romolo e Remo – ricorre in quasi tutte le tradizioni riferentisi alla nascita di «eroi divini». Zeus e Latona generano Apollo, Zeus e Alcmene generano Eracle, Eracle essendo l’eroe simbolico delle stirpi arie dorico-achee, ed Apollo avendo relazione con la terra degli Iperborei, culla delle razze nordico-arie primordiali. Analoga origine, nelle tradizioni propriamente germaniche, è attribuita alla stirpe eroica dei Woelsungen, cui appartiene Sigfrido. Nell’antica tradizione regale egizia – la cui origine remota si può fondatamente ritenere, anch’essa, aria, atlantico-occidentale – ogni sovrano si pensava fosse generato da un dio congiuntosi con la regina: tradizione, questa, nella quale viene in risalto il senso nascosto del mito, inquantochè non si imaginava una nascita miracolosa senza l’ausilio di un uomo, di un padre umano; dato che la regina aveva il suo consorte, l’idea, che suo figlio fosse generato da un dio, pur essendo destato alla vita dal suo sposo, poteva solo indicare che egli, non nella sua parte mortale, ma, per così dire, in quella eterna e «fatidica», andava pensato come una specie di incarnazione di un determinato elemento sovrannaturale, che veniva a conferirgli dignità regale.

Nel caso di Roma, tale elemento dall’alto è dunque «Marte», cioè la figurazione divina del principio della virilità guerriera. Una tale forza sta dunque alle origini della Città Eterna e alla base della sua genesi segreta, adombrata dalla leggenda: sì che in alcune tradizioni dell’età repubblicana Roma stessa verrà direttamente concepita come «figlia» di Marte. E questa forma «Marte» è associata a chi può esser custode della sacra fiamma della vita; simbolicamente: ad una vestale (Rea Silvia).

Romolo e Remo raccolti da Faustolo (Pietro da Cortona, 1643 circa) (cliccare per ingrandire)

I gemelli Romolo e Remo sono abbandonati alle acque e vengono salvati dalle acque. Ecco di nuovo un tema simbolico ricorrente in molte tradizioni: Mosè è salvato dalle acque, l’eroe indo-ario Kârna è lasciato in un canestro sul fiume e vien salvato dalle acque, e così via. Ma è soprattutto importante il simbolo contenuto nella più antica tradizione aria, quella vèdica, nella quale gli asceti sono raffigurati come «nature sovrane che stan sulle acque». Le ragioni analogiche e, quindi, il significato nascosto di tale simbolo si possono chiarire come segue: le acque, tradizionalmente, han sempre raffigurato la corrente del tempo, cioè l’elemento base della vita mortale, instabile, contingente, passionale, fuggente. Preso dalle acque e dalle acque trasportato è l’uomo debole. Salvato dalle acque – o capace di stare sulle acque, di non affondare nelle acque – è il veggente o l’eroe, l’asceta o il profeta. Nel mito delle origini romane questo simbolo va dunque a oontrosegnare di nuovo l’elemento « divino» dei fondatori di Roma, la loro dignità, per dir così, sovrannaturale.

I gemelli trovan rifugio presso al fico Ruminal e vengon nutriti da una Lupa. Già il nome Ruminal contiene l’idea di nutrire: l’attributo di Ruminus, riferito a Giove, nell’antica lingua latina alludeva alla sua  di «nutritore», di «dio che dà nutrimento». Ma questo è l’aspetto più elementare del simbolo. L’albero in genere nelle più antiche tradizioni delle razze arie è simbolo della vita universale, è l’albero del mondo o albero cosmico; e se in forma di fico esso si presenta nella leggenda delle origini romane, proprio come «fico indico» – l’albero ashuatta – nella tradizione ìndoaria esso viene raffigurato capovolto, ad esprimere che le sue radici sono in alto, nei «cieli». Quanto all’idea di un mistico nutrimento dato dall’albero, esso è un tema ricorrentissimo: mito di Giasone, di Eracle, di Odino, di Gilgamesh, ecc. Naturalmente, a seconda delle razze e dello spirito loro, questo tema presenta diverse varianti. Si sa che nel mito ebraico cogliere e nutrirsi dell’albero per rendersi simile a Dio è considerato come principio di colpa, di prevaricazione e di maledizione. In modo affatto diverso sono concepire le cose nei miti delle razze arie e perfino in quello paleo-caldaico di Gilgamesh. Perfino nelle leggende del Medioevo ghibellino il tema eroico prevale e l’albero spesso appare come quello dell’impero universale, il raggiungerlo nelle contrade simboliche del misterioso prete Gianni significa assicurarsi la stessa dignità, che antichi dominatori ario-iranici connettevano al titolo di «re dei re».

Tornando al nostro argomento principale, nel mito dei gemelli, alle origini di Roma, abbiamo dunque l’allusione ad un nutrimento sovrannaturale da parte dell’Albero – ma anche da parte della Lupa. Il simbolo della Lupa, considerato nel suo insieme e in tutte le testimonianze che ad esso si riferiscono, ha un carattere ambiguo. Un Luciano e un Giuliano Imperatore ci ricordano che nel mondo antico, sulla base della somiglianza fonetica fra le due parole, l’idea di lupo e quella di luce venivano spesso associate: lykos, che in greco vuol dire lupo, suona in modo analogo di lyke, luce. Ma esistono anche figurazioni del lupo come un animale «infero», come una forza oscura. Il Lupo ci appare perciò nel doppio aspetto, simbolo di una natura feroce e selvaggia e di una natura, invece, luminosa. Questa dualità è riscontrabile nella preistoria non solo ellenico-mediterranea, ma anche celtica e nordica. Infatti da una parte nel culto nordico-celtico e delfico il «lupo» si connetteva ad Apollo, cioè al dio iperboreo, nordico-ario, concepito simultaneamente come dio solare dell’età aurea e da Virgilio associato significativamente alla stessa grandezza romana. «Figli del lupo», su questa base, fu una denominazione per stirpi guerriere ed eroiche d’origine nordico-germanica, denominazione che permase fino all’epoca dei Goti e dell’epopea nibelungica. Ma, d’altra parte, nell’Edda l’«età del Lupo» ha il significato di una età oscura, contrassegna l’epoca dello scatenamento di forme selvagge ed elementari, quasi delle potenze del caos, contro le forze degli «eroi divini», o Asen.

Ora, questa dualità possiamo ben riferirla anche al principio che, secondo la leggenda delle origini, ha «nutrito» i due gemelli, inquantochè la vediamo riflettersi nella stessa natura di essi, vale a dire nella dualità antagonistica di Romolo e Remo, quale ci risulta dal mito. Come gli altri già accennati, così pure il tema di un unico principio da cui si differenzia una antitesi raffigurata dall’antagonismo di due fratelli o gemelli o, in genere, di una coppia, lo si ritrova in molte tradizioni, e non di rado in relazione a momenti particolarmente significativi per le origini di una data civiltà, razza o religione. Ricorderemo solo che p. es. nell’antica tradizione egizia Osiride e Set sono due fratelli della discordia – talvolta concepiti essi stessi come gemelli  – e l’uno incarna la potenza luminosa del sole, l’altro un principio oscuro, «infero», la generazione del quale è chiamata dei «figli della rivolta impotente».

Romolo traccia con l’aratro i confini di Roma (Bartolomeo Pinelli, da ‘Istoria Romana’, 1818-1819, incisione)  (cliccare per ingrandire)

Qualcosa di simile non traspare forse anche nella leggenda romana? Romolo è colui che traccia il contorno della città nel senso di un rito sacro e di un privilegio di limite – di ordine, di legge – avendo ricevuto il diritto di porre il suo nome alla città dall’apparizione del numero solare, dei dodici avvoltoi. Remo è invece colui che viola un tale limite e che per questo è ucciso. Si potrebbe dire che la forza primordiale delle origini romane così si differenzia ed abbatte le potenze «oscure» che conteneva in sé, si afferma nei suoi aspetti luminosi, di ordine, dominio olimpico, fama guerriera purificata.

Non sono mancati tentativi di veder – nel contrasto di Romolo e Remo il riflesso del contrasto fra opposte forze razziali, arie, o di tipo ario, e non-arie o pre-arie. Una ricerca del genere è senza dubbio interessante: problematica nelle sue conclusioni, se essa intende tenersi esclusivamente sul piano dei fatti materiali, delle testimonianze archeologiche ed antropologiche, essa ha già maggiori possibilità se interroga anche il mito e la leggenda per trarre elementi che integrino i risultati della ricerca in altri domini. E, naturalmente, per venire a tanto bisogna anche decidersi a tracciare inquadramenti generali dei vari aspetti dell’antica società romana, considerando, ad esempio, con vari scrittori, assai probabile che le antitesi sociali e di casta dell’antica Roma avessero un substrato razziale.

In questo insieme, è interessante esaminare la relazione fra i due principii, di cui abbiamo visto or ora che Romolo e Remo potrebbero ben esser le figurazioni simboliche, con i due monti Palatino e Aventino. Il Palatino è, come si sa, il monte di Romolo, l’Aventino quello di Remo.

Ercole e Caco (Baccio Bandinelli)

Ora, secondo l’antica tradizione italica, sul Palatino Ercole avrebbe incontrato il buon re Evandro (che fonderà significativamente sullo stesso Palatino un tempio alla dea Victoria) dopo aver ucciso Caco, figlio del dio pelasgico (pre-ariano) del fuoco sotterraneo: ed Ercole nella caverna di Caco vinto ed ucciso, posta nell’Aventino, innalza un altare al dio olimpico, di cui è l’alleato, secondo il mito ellenico. Ricercatori, come il Piganiol, sono dell’opinione che questo duello fra Ercole e Caco – con la corrispondente opposizione di Palatino e Aventino – potrebbe essere una trascrizione mitica della lotta sostenuta da ceppi di razze opposte.

La leggenda mitica delle origini di Roma è dunque satura di significati profondi. Il trionfo di Romolo, la morte di Remo è la chiave della genesi nascosta della romanità – ed il primo episodio di una drammatica lotta, esteriore e interiore, spirituale, sociale e razziale in parte conosciuta, in parte racchiusa in simboli ancora muti o in avvenimenti non ancora penetrati secondo il loro lato più essenziale – quasi diremmo: secondo la loro «terza dimensione». Attraverso questa lotta secolare Roma sorse gradatamente e si affermò nel mondo come manifestazione trionfale di un principio di luce e di ordine, di una etica e di una visione della vita che, nelle sue forme originarie e incorrotte, è testimonianza di spirito ario. E si sa quale è, secondo la tradizione più diffusa, l’epilogo della leggenda delle origini: è l’apoteosi di Romolo, è Romolo divinificato, «restituito dalla terra al cielo dopo che per mezzo del fuoco folgorante fu distrutta la parte mortale del corpo di lui». Anche in ciò non si tratta né di fantasia, né di poesia, né di rettorica. Motivi analoghi ricorrono nelle tradizioni di tutti i popoli, secondo una uniformità che dovrebbe indurre alla riflessione. Anche nei riguardi di Romolo, il mito contiene una fede e una certezza spirituale: è il senso di una realtà che svincolata dalla persona e dal simbolo, non fu una volta, ma sarà sempre, e sempre assisterà, nella sua grandezza di là dalla storia, la razza che sappia rievocare il «mistero».



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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