Per Adriano Romualdi

(tratto da L’Italiano, agosto-settembre 1973)[1]

 

Adriano RomualdiCon la morte del carissimo giovane amico Adriano Romualdi, dovuta ad una brutta contingenza, la nuova generazione orientata in senso «tradizionale» e di Destra viene a perdere uno dei suoi più qualificati esponenti. Nel mio ambiente, pochi avevano una cultura vasta e varia, basata anche sulla conoscenza diretta di diverse lingue, come la sua. Il suo stile era limpido e preciso ed egli sapeva cogliere l’essenziale dei problemi. I vari saggi da lui scritti, compresa l’ampia sua introduzione al libro del Günther [2]sulla spiritualità indogermanica, meriterebbero di essere ristampati, raccolti in un volume a sè. Egli volle dedicare anche un saggio – il migliore che conosco – alla mia attività e alle mie opere: è uscito presso l’Editore Volpe, che per lui aveva egualmente un’alta considerazione, ed è stato ristampato. Credo di sapere che egli avesse in progetto un ulteriore sviluppo sistematico della sua presentazione dell’antico mondo indoeuropeo, il quale su lui esercitava un forte fascino e che gli era particolarmente congeniale: uno studio vivo, ma anche rigorosamente documentato.

Egli comprendeva ciò che noi chiamiamo il mondo della Tradizione e capiva che da esso si dovrebbero trarre i punti di riferimento per una seria cultura di Destra. Ammiratore di Nietzsche – del miglior Nietzsche – Adriano Romualdi, affermava la preminenza dei valori eroici, guerrieri e aristocratici. A questa stregua, egli era particolarmente attirato dall’ideale di un Ordine, di una specie di templarismo, e dallo spirito prussiano anche nei suoi prolungamenti che portano fino a certi aspetti di ciò che nel Terzo Reich si sarebbe voluto realizzare con le SS. In egual misura il suo sguardo si era portato però sulla prima romanità, su quella catoniana e consolare dello ius e del  fas, ed egli ebbe a dire, non senza ragione, che quella Roma fu la Prussia dell’antichità. Il materiale da lui raccolto, con serietà ed impegno, avrebbe potuto costituire la base di diversi importanti saggi. Col riconoscimento anche accademico, per cui recentemente a Romualdi era stata affidata una cattedra, gli si apriva già una più vasta sfera di influenza e di possibile formazione spirituale della nuova generazione.

Il mondo dell’azione interessava a Romualdi certamente più di quello della contemplazione. Forse, a tale riguardo, in lui si deve constatare un limite. Egli non era portato a considerare la trascendenza, la trascendenza metafisicamente concepita. Mi ricordo di un colloquio che ebbi con lui tre giorni prima della sua morte (egli veniva di frequente a trovarmi e a lavorare nella mia biblioteca).

meditazioni delle vette evola montagna spiritualitàNon so come, in quella occasione avendo portato l’attenzione al detto, che «la vita è un viaggio nelle ore della notte», ebbi a chiedergli che cosa pensasse dell’oltretomba. A tutta prima egli prospettò l’idea di una sopravvivenza quasi «larvale» (egli si espresse così); ma io gli feci presente che secondo le antiche tradizioni, nelle quali lui credeva, questa non era l’ultima istanza: l’Ade venne bensì concepito come il destino dei più, ma ad esso veniva contrapposta l’idea di una immortalità privilegiata e luminosa, per la quale fu usato il simbolismo dell’Isola degli Eroi, dei Campi Elisi e di altre sedi, analoghe a quella del Walhalla delle credenze nordiche. Così, si fu portati a rievocare gli insegnamenti riguardanti appunto i destini molteplici, determinati da ciò che ognuno ha realizzato in vita, da ciò che ognuno ha posto al di sopra di tutto e, essenzialmente, dal suo impulso lucido verso la trascendenza. In uno dei testi più caratteristici si vuole che dopo tre giorni di tramortimento l’anima del morto abbia l’esperienza della Luce Assoluta. E’ decisivo il sapersi identificare con essa, il vedere in essa la propria vera natura. Allora si conseguirebbe la «Liberazione».

Spero che Adriano Romualdi, una volta lasciata giù la spoglia caduca, abbia avuto quel risveglio. In fondo, tale era il fine che, anche se non sempre con una coscienza precisa, sottendeva la sua attività. Oltre alle sue simpatie per il mondo dell’azione, del combattimento, delle «affermazioni sovrane contrapposte alle negazioni assolute» (è la formula di Donoso Cortès) a cui spinge questa epoca sconvolta e in crisi, in lui anche quella componente non poteva non essere presente. E il tempo per una maturazione non gli era mancato.

Note

[1] Poi ripubblicato nel volume di P. Romualdi, Ricordo di Adriano, Edizioni de «L’Italiano», 1974. Infine ripubblicato nel volume di A. Romualdi Su Evola

[2] Evola si riferisce qui al saggio introduttivo curato da Romualdi al libro di H.F.K. Günther “Religiosità indoeuropea”, pubblicato nel 1970 per le Edizioni di Ar, di cui Romualdi era uno stretto collaboratore. Il lungo saggio introduttivo di Romualdi fu poi ripubblicato con il titolo “Il problema indoeuropeo”, insieme ad altri suoi scritti sul medesimo argomento nel volume antologico “Gli indoeuropei, edito nel 1978 dalle Edizioni di Ar.



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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