Il riso degli dèi

Dopo aver ripercorso con Evola la dottrina delle quattro età ed i caratteri precipui del Kali-Yuga, ed esserci affacciati sulle ombre misconosciute dai più della cosiddetta “Rinascenza”, ritroviamo, in questo mini-filone dedicato alla decadenza dei tempi ultimi, uno straordinario scritto evoliano apparso sulla fondamentale antologia “L’Arco e la clava”. Gli dèi ridono dell’umanità perduta, ridono di quel fantoccio chiamato uomo, che dall’astuzia ribelle del titano Prometeo spofonda nella stupidità ottusa del goffo Epimeteo. E quanto l’umanità attuale sia “epimeteica” è sotto gli occhi di tutti.

***

di Julius Evola

tratto da “L’Arco e la Clava”

Che tutto ciò che è civiltà moderna abbia un carattere essenzialmente antiaristocratico sul piano politico e sociale è cosa ovvia. Lo stesso è però da dirsi sul piano spirituale, della cultura e della visione della vita sebbene il tratto antiaristocratico qui sia più difficile da riconoscere pel fatto che i punti di riferimento a ciò necessari sono andati perduti quasi del tutto.

Qui vogliamo mettere in luce un aspetto particolare della situazione, avente relazione con l’avvento dell’«umanismo». Questo termine noi lo usiamo in un senso ampio, non in quello dell’umanismo storico del periodo della cosidetta Rinascenza, benché anche questo umanismo abbia costituito un punto fondamentale di svolta nel rivolgimento a cui alludiamo.

Come «umanismo» qui intendiamo propriamente una visione generale che per centro ha semplicemente l’uomo, la condizione umana, ciò che è umano divenendo l’oggetto di un culto, anzi di un vero e proprio feticismo. Inoltre, qui non considereremo le forme più degradate di tale culto, quali l’«umanismo marxista» e l’«umanismo del lavoro», ma porteremo l’attenzione su quelle forme che si connettono alla cosidetta «visione tragica della vita» con la propensione a riconoscere un alto valore «umano» a figure di ribelli o di eversori della storia e del mito e a schierarsi dalla loro parte – è, questa, la controparte ideale e romantica delle ideologie rivoluzionarie plebee sovvertitrici dei tempi ultimi.

Esiste una mentalità per la quale l’esser uomo, e soltanto uomo, sarebbe una gloria. Quel che la condizione umana ha di misero, di oscuro, di doloroso, di dilacerato viene chiamato «tragico» e come tale, con coerenza alle premesse, viene esaltato. Il prototipo dello spirito umano nella sua «nobiltà» lo si ravvisa nel ribelle contro le forze superiori, nel Titano, in Prometeo.

Si parla, pertanto, di «opere profondamente umane», di «umana consapevolezza», di «senso vivo e profondo di umanità». Si ammira la «grandezza tragica» di una esistenza, il volto illuminato della «tragedia interiore»; si celebra infine lo «Spirito prometeico», il «nobile spirito di ribellione», il «titanismo della volontà» e via dicendo, in tale complesso potendo rientrare anche l’inno a Satana di carducciana memoria e alcune varietà del faustismo. È stato, questo, un gergo ricorrente fra intellettuali, letterati, banditori di una filosofia storicistica e progressista più o meno erede dell’illuminismo; di esso non sono stati avvertiti né il ridicolo, né la retorica, fino a che si è scesi di ancor un gradino giungendo appunto al già accennato «umanismo integrale» collettivistico e materialista marxista il quale liquida per le vie brevi anche queste sovrastruttura: per bandire una mistica dell’animale da lavoro e da produzione. Qui ci si trova di fronte ad indici precisi del carattere spiritualmente antiaristocratico di una visione tipicamente moderna della vita.

Per avere un senso vivo della corrispondente caduta di livello ci si può riferire al mondo classico, ad aspetti, miti e simboli specifici di esso sempreché non vengano assunti nella forma falsata o resa irrilevante che è propria alle esposizioni più correnti. Potrà servire, qui, un commento su ciò che Karl Kerényi ha scritto, nella Sua opera La religione antica nelle sue linee fondamentali, sul significato di Prometeo e dello spirito titanico.

Károly Kerényi (1897-1973)

In via preliminare, due punti vengono messi in luce, il primo è che l’antico mondo classico nei suoi aspetti più alti e originari ignorò la «fede» nel senso corrente, la sua religiosità basandosi essenzialmente sul sentimento della realtà e della presenza effettiva delle forze divine. «La fede presuppone il dubbio e l’ignoranza, che si superano appunto credendo». La «fede» non ebbe una parte di rilievo nella visione della vita dell’uomo antico perché il sentimento delle forze divine faceva parte in modo cosi naturale e diretto della sua esperienza e della sua vita quanto, sul loro piano, ne era il caso pei dati del mondo sensibile. Per questa ragione – notiamolo di passata – si favoriscono confusioni deprecabili quando il termine «religione», preso nel senso divenuto corrente soprattutto nell`area cristiana, avente per centro la fede, viene applicato indiscriminatamente alla spiritualità antica e, più in genere, alla spiritualità delle origini. A tale riguardo ci si può rifare a quanto abbiamo già detto sul «mito» tradizionale e a quanto diremo più oltre nel definire il concetto di iniziazione.

Il secondo punto concerne l’idea di una unità originaria di dèi e uomini. «Gli dèi e gli uomini sono di una stessa origine», insegna Esiodo, e Pindaro lo ripete. Due stirpi, uno stesso «sangue». Di fronte alle forze divine l`iniziato orfico dice: «Celeste è la mia stirpe, e voi pure lo sapete», e molte testimonianze analoghe potrebbero venire raccolte. Sia pure in stridente contrasto col clima ad essi proprio, una eco se ne trova perfino nei Vangeli, nel detto «Voi siete dèi». Che gli dèi guardino gli uomini, che essi siano presenti nelle loro feste e nei loro simposi rituali [la romanità conobbe la cerimonia caratteristica del lettisternio (1)], che essi appaiano, seggano presso di loro e così via, queste imagini del mondo antico non sono semplici fantasie. Attestano a loro modo figurativamente il sentimento degli uomini di essere insieme con gli dèi. Sono testimonianze di una precisa situazione esistenziale.

Né si deve pensare, qui, ad un «misticismo». Dice il Kerènyi: «Partendo da Omero e da Esiodo, questa forma assoluta di un non mitico esser insieme potrebbe venir definita così: sedere insieme, sentirsi e sapersi guardando a vicenda nello stato originario dell’esistenza». Il Kerenyi parla di uno stato originario dell’esistenza per via dell’antichità delle testimonianze nelle quali si espresse questo sentimento vissuto.

Nel corso dei tempi, esso si affievolì, dovette venire riacutizzato mediante speciali azioni culturali, alla fine non sussistette più che sporadicamente. Già Omero accenna che il vero e proprio star insieme con gli dèi, come nello stato originario, viene sperimentato soltanto da speciali popoli, «l’esistenza dei quali oscilli fra la divinità e l’umanità, anzi che siano più vicini agli dèi che non agli uomini».

Caio Giulio Cesare

Qui non si deve pensare necessariamente a ceppi di una antichità mitica. Ancora in Roma antica si trovano testimonianze precise e significative. Si possono anche ricordare la figura del flamen dialis la quale poté venire considerata come quella di una «statua viva» della divinità olimpica (2), o la caratterizzazione di Livio di alcune figure del periodo dell’invasione gallica, «più simili a dèi che ad uomini»: praeter ornatium abitumque humanum augustorem, maiestate etiam … simillimos diis. Lo stesso Cesare, che a molti si presenta secondo i soli tratti profani del «dittatore» e del conquistatore quasi napoleonico, è anche colui che, secondo Svetonio, da giovane poté dire comprendere, la sua stirpe, «la maestà dei re e la sacrità degli dei, nel potere dei quali stanno anche coloro che sono dominatori di uomini». Fin nella demonìa del Basso Impero sussistettero idee e costumi che, quasi in lampeggiamenti torbidi di riverbero, rimandano al sentimento naturale delle presenze divine.

«Popoli, la cui esistenza oscilla fra la divinità e l’umanità» – questo è il punto fondamentale. Dopo tale stadio dovevano differenziarsi le vocazioni. Ed ecco: chi oscillava fra la divinità e l’umanità finisce col decidersi per la seconda e se ne fa vanto. Della degradazione a ciò inerente, egli non si accorge, né del riso degli dèi. Al che si riallacciano le considerazioni che il Kerényi ha svolto circa il conto in cui il mondo classico tenne originariamente lo spirito titanico.

Esiodo caratterizza chiarissimamente questo spirito mediante gli epiteti dati a Prometeo: sono tutte designazioni della mente attiva, inventiva, astuta, che vuol ingannare il voũς di Zeus, cioè la mente olimpica. Ma questa non può venire ingannata né scossa. Essa è ferma e calma come uno specchio, essa scopre tutto senza cercare, anzi tutto si scopre in lei. Lo spirito titanico e invece irrequieto, inventivo, è sempre in cerca di qualcosa, con astuzia e fiuto. L’oggetto della mente olimpica e il reale, l’essere, ciò che è come esso veramente è. L’oggetto dello Spirito titanico è, per contro, l’invenzione, anche se si tratta unicamente di una ben costruita menzogna.

Vale riportare le espressioni stesse del Kerényi. Alla mente olimpica corrisponde l’ἀλὴϑεια ossia il non-essere-celato (termine, che in greco designa la verità) (3), mentre lo spirito titanico ama ciò che è ritorto, perché ritorta (ἀγκύλος) è, per sua natura, la menzogna, ma ritorta è anche una intelligente invenzione, come il laccio, il cappio (ἀγκύλη).

“Il supplizio di Prometeo” di Jean Louis Cesar Lair

La controparte naturale della mente olimpica, del voũς, è la trasparenza dell’essere; spegnendosi il voũς, non rimarrebbe più che l’essere nella sua cieca realtà. La controparte naturale dello spirito titanico è invece la miseria spirituale: stupidità, imprudenza, goffaggine. Dopo ogni invenzione di Prometeo rimane, al mondo, altra miseria per umanità; a sacrificio riuscito (il sacrificio, nel quale Prometeo ha cercato d’ingannare la mente olimpica), Zeus riprende ai mortali il fuoco. E quando, dopo il furto del fuoco, Prometeo stesso è tolto all’umanità per soffrire la sua pena (4), rimane Epimeteo quale rappresentante della stirpe degli uomini: al posto dell’astuto rimane – come sua controparte – lo stupido. L’affinità che unisce nel profondo questa due figure del mito ellenico è espressa dal fatto, che si tratta di due fratelli. Si potrebbe quasi dire che «un essere unico e originario, astuto e stupido, appare qui sdoppiato nella forma di due fratelli disuguali». Prometeo è l’astuto e il preveggente, Epimeteo è colui che riflette troppo tardi (5). Questi, nella sua imprudenza, accetterà come dono degli déi la donna, ultima inesauribile fonte di miseria per l’umanità. E Zeus – cosi Esiodo narra quest’ultimo e decisivo episodio della lotta fra i due spiriti – sapendo che gli uomini si diletteranno del dono e ameranno la propria sventura, ride (6).

Cosi il Kerènyi. In tale riso sta la vera disfatta del titano e dei prevaricatore. il Kerènyi mette bene in risalto questa idea fondamentale del mondo antico. Il riso olimpico è letale. Ma nessuno propriamente ne muore, nulla ne è mutato nell’essere umano pieno di contradizioni, i rappresentanti del quale sono ad ugual titolo Prometeo e Epimeteo. Allora che cosa è distrutto da tale riso? È l’importanza stessa di tutta la miseria titanica, la sua presunta tragedia. Dinanzi a Zeus, spettatore ridente, l’eterna stirpe degli uomini recita la sua eterna commedia umana.

Anche quando interviene un elemento eroico, nulla muta in questa situazione, in questo rapporto di valori. Il Kerènyi lo mette ben in rilievo. Nell’antica concezione del mondo l’originario fondo titanico dell’essere e il riso degli déi sono interconnessi. L’esistenza umana, in quanto rimane tutta prigioniera di quel fondo originario, è misera e, dal punto di vista olimpico, ridicola, priva d’importanza. Là dove le gesta umane acquistano il carattere di una epopea, questo significato ne risulta solo confermato. Secondo l’antica veduta la gravità delle discordie e delle tensioni, delle lotte e delle stragi dell’infelice stirpe degli uomini già fratelli degli dèi, può essere tale da destare perfino risuonanze cosmiche. Appunto per dare risalto alla grandezza di questa tragedia Omero permette perfino che la natura, con dei prodigi, spezzi le proprie leggi e vi partecipi. Tutto sembra concorrere ad accrescere la tragica importanza dell’eroe.

“Prometeo modella l’uomo dalla creta” di Pompeo Batoni

Eppure, secondo il punto di vista dell’antica spiritualità a cui qui ci riferiamo, ossia secondo quel che si potrebbe chiamare il punto di vista dello «stato originario dell’esistenza», vigente prima del consolidarsi del miraggio umano e prometeico – eppure tutto questo riesce cosi poco a muovere e ad ingannare il voũς, la mente olimpica, quanto l’astuzia titanica. Dice il Kerényi che l’unica illusione che quell’antica concezione poteva ammettere nei rapporti fra l’uomo e Dio, era la tragica importanza dell’esistenza eroica quale spettacolo da dèi (è quel che più volte dirà anche Seneca).

Ma il lato più tragico di questa stessa importanza sta nel fatto che, finché l’occhio spirituale dell’eroe tragico non sia del tutto aperto, anch’essa deve vanificarsi, risolversi dinanzi ad un riso divino. Poiché questo riso non è, come secondo la prospettiva umana, il riso di una vuota «beatitudine assoluta», ma il segno di una esistenza piena: è il riso di forme eterne.

Questa, direbbe Nietzsche, che pure sotto varî riguardi è stato lui stesso una vittima del miraggio titanico, fu la profondità – dell’anima antica e classica.

Tutto ciò, nel dominio mitologico. Ma la mitologia non è fantasia divagante. Il mito in questo contesto, a parte quanto già dicemmo (…) sulle sue possibili dimensioni propriamente metafisiche, atemporali, è «lo specchio di esperienze profonde che agirono formativamente nelle civiltà». L’ordine di idee ora evocato dà il senso di due direzioni, suggerendo l’altra possibilità, l`orientamento opposto a quello di cui il mito prometeico e titanico, quale è stato assunto dall’umanismo, è è il contrassegno.

La cornice mitologica – Zeus, dèi, parentele divine, ecc. – non deve pregiudicare l’essenziale col destare un eventuale senso di estraneità fantasiosa e di anacronismo. In via di principio, allo spirito è sempre data la possibilità di orientarsi secondo l’una o l’altra delle due opposte concezioni  di trarre da ciò una misura e anche un tono di fondo per l’esistenza. L’orientamento «olimpico» è possibile quanto quello prometeico e, a parte i simboli e i mitologhemi antichi, può tradursi in un modo d’essere, in un atteggiamento preciso di fronte alle vicende interne ed esterne, al mondo umano e a quello spirituale, alla storia e al pensiero.

Questo orientamento ha una parte determinante in tutto ciò che è veramente aristocratico mentre, come si è detto, la linea del prometeismo ha un carattere fondamentalmente plebeo e al massimo conosce l’affermazione propria all’usurpazione. Nel mondo antico, non solo classico, ma in genere anche indoeuropeo, tutte le principali divinità della sovranità, dell‘imperium, dell’ordine, della legge e del diritto ebbero un carattere prevalentemente olimpico. Per contro, l’estrinsecazione storica della linea prometeica ha avuto strette relazioni con tutto quanto ha agito nel senso di un attacco contro ogni forma di sopraelevata autorità, con la tendenza a sostituirvi prevaricatoriamente principi e valori legati agli strati inferiori dell’organismo sociale, la corrispondenza dei quali nel singolo (…) è appunto la sua parte «fisica» e soltanto umana. In genere, con l’umanismo e col prometeismo fra le due libertà, quella del sovrano e quella del ribelle, è la seconda che è stata scelta. Questa è la verità, anche quando si ha l’aria di celebrare l’affermazione della personalità umana e la sua «dignità», la libertà del pensiero, l’«infinità» dello spirito.

Del resto, questa significativa scelta elettiva è ben visibile anche nelle forme più triviali dell’ideologia rivoluzionaria. Ammettiamo per un momento che le gerarchie tradizionali abbiano davvero avuto il carattere supposto da tale ideologia, ossia che esse non si basassero anche su una autorità naturale e sul libero riconoscimento ma esclusivamente sulla forza e che, ad esempio, nell’«oscuro Medioevo» l’uomo e il pensiero umano soffrissero in ceppi politici e spirituali. Ma nella persona di chi? Non certo dei presunti despoti, di coloro che amministravano il dogma e, in genere, di chi, secondo il detto aristotelico, per dettar lui la legge non è egli stesso soggetto alla legge. Costoro erano liberi. Così perfino su questo piano si vede quale è il fondo delle «nobili ideologie» libertarie e delle corrispondenti affinità elettive: è l’istintivo identificarsi non con l’alto ma col basso, l’aspirare, appunto, non alla libertà del Signore ma a quella del servo emancipato (ammesso anche che di «servi» nel senso dispregiativo e falsato sia stato prevalentemente il caso, nei tempi or ora accennati). Quand’anche si dovesse ammettere una simile imagine materialistica, unilaterale e in gran parte fantasticata delle società gerarchiche, il fondo plebeo del prometeismo sociale, la qualità delle sue affinità elettive, la «razza delle spirito» che vi si tradisce, sono inconfondibili.

In ultima analisi, le cose non stanno in modo molto diverso passando nel dominio culturale, dove l`umanismo e il prometeismo hanno celebrato l’emancipazione del pensiero, glorificato lo spirito che «ha infranto ogni catena rendendosi consapevole della sua incoercibile libertà» col relativo passaggio al razionalismo, all’umanismo e al progressismo, con lo sfondo eventuale dell’accennata «visione tragica della vita» e del mito del Prometeo artefice, col miraggio delle «conquiste del pensiero», specie del pensiero che inventa, costruisce, scopre, del pensiero applicato dell’antico ingegnoso inquieto titano.

È, questo, tutto un movimento dal basso che ha portato al tramonto o alla distruzione di ciò che in Occidente, nella sua storia e nella sua civiltà, poteva ancora rifarsi al polo opposto, apollineo, aristocratico dello spirito, ossia alla sovranità propria a chi sente distanza rispetto all’umano, a chi ha per ideale la «civiltà dell’essere», a chi nel vivere e nell’agire testimoni del superiore mondo e delle sua calma, non tragica potenza.

l ritmi accelerandosi, l’«umanismo» doveva percorrere la via che, volendo usare i simboli dianzi ricordati, da Prometeo conduce a Epimeteo. Il mondo moderno che sta prendendo forma non conosce il Prometeo liberato in senso positivo, cioè il Prometeo liberato attraverso Eracle (anticamente Eracle stette a significare l’uomo, l’eroe, che ha fatto l’altra scelta, quella di essere un alleato delle forze olimpiche) (7). Esso conosce il Prometeo al quale sono state tolte le catene e che è stato lasciato libero di andare per la sua via affinché si glori della sua miseria e della tragedia di una esistenza soltanto umana – o, per dir meglio, dell’esistenza considerata da uno sguardo soltanto umano – giungendo al punto in cui, avendo finito col perdere il gusto per questa specie di autosadismo della sua «grandezza tragica», si tuffi nell’esistenza ottusa propria all’umanità epimeteica la quale in mezzo allo splendido, titanico spettacolo di tutte le umane conquiste dei tempi ultimi, conosce soltanto le discipline proprie agli animali da lavoro e la demonìa dell’economia. La formula usata da una nota ideologia è appunto l’«umanismo integrale» come «umanismo del lavoro», quale «senso della Storia» (8). Il Ciclo si chiude.

Note

(1) Il Lectisternio (dal latino lectos sternere, “distendere i cuscini”) era una cerimonia religiosa romana di origine greca, in cui si offrivano abbondanti e ricchi banchetti alle divinità. L’espressione “stendere i cuscini” deriva dall’usanza di cibarsi su lettini triclinari (N.d.R.)

(2) Il Flamen Dialis era il sacerdote dell’antica Roma preposto al culto di Giove Capitolino. La sua persona, inviolabile, era totalmente e costantemente circonfusa di sacralità, tanto che al suo passaggio doveva cessare ogni attività lavorativa ed essere rispettato il silenzio per non disturbare il suo costante contatto con Giove di cui era considerato, come ricorda Evola, la statua vivente (N.d.R.).

(3) Il termine lo si può interpretare anche come «senza-oblio», ossia distruzione dell’oblio = «ricordo» o «risveglio», come senso della conoscenza della verità. (…) questo  è un altro tratto che differenzia, di fronte al mondo della «fede», un opposto tipo di spiritualità.

(4) Altrove abbiamo menzionato una interpretazione «esoterica» del mito, secondo la quale anzitutto la roccia a cui Prometeo è incatenato è il corpo, la corporeità, e il suo castigo non è una pena imposta da un potere estraneo più forte: l’animale che lo rode mentre è incatenato alla roccia non é che un simbolo della stessa forma trascendente di cui Prometeo ha voluto appropriarsi, ma che in lui non può agire che come qualcosa che lo dilacera e la consuma (Cfr. Rivolta contro il mondo moderno, cit., Parte Seconda, § 7 – N.d.C.).

(5) Infatti il greco Ἐπιμηθεύς, Epimetheús, significa letteralmente “colui che riflette in ritardo”, mentre Προμηθεύς, Promethéus, è “colui che riflette prima”, proprio a simboleggiare l’irrequietezza, l’inventiva, l’astuzia propria allo spirito titanico (N.d.R.).

(6) A tale riguardo si deve però tener presente l’ambivalenza del desiderio suscitato dalla donna e dalla stessa esperienza sessuale. Su ciò cfr. la nostra Metafisica del sesso, cit.. La valenza opposta è indicata, ad esempio, dall’interpretazione platonica dell’eros basato sul mito dell’androgino.

(7) Circa il tipo eraclideo dell’eroe, superatore del titano, che «il riso degli déi» non tocca, cfr. Rivolta contro il mondo moderno, cit., Parte Seconda, § 7; e Il Mistero del Graal, cit., §§ 6 e 18.

 (8) Il riferimento è evidentemente alla filosofia di Giovanni Gentile (N.d.C.).



Julius Evola

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