Romolo

di Julius Evola

(articolo pubblicato su “Il Regime Fascista” del 20 luglio 1935)

Abbiamo riferito sulle tesi sostenute da varii autori circa i rapporti fra la civiltà romana e quella etrusca. Fra tali civiltà, per molti, sarebbe esistita una netta antitesi. La grandezza di Roma si riferirebbe a tutto quel che essa seppe realizzare opponendosi in ogni modo, come anima e come potenza politica, all’influsso di forme di civiltà o fatalistiche, o matriarcali, o caratterizzate da culti e concezioni «telluriche», preponderanti fra quei ceppi italici preromani, fra i quali rientrano anche gli Etruschi.

Romulus-Roma-origini

Il romanzo “Romulus” di Franz Spunda (1934)

E’ interessante che tali idee, non prive, per noi, di una cerca fondatezza, dal campo delle ricerche tecniche, storiche e archeologiche oggi sembrano trasportare la loro influenza anche nel campo letterario. Come esempio, vogliamo segnalare un recente e interessante romanzo delle scrittore austriaco Franz Spunda, che si intitola Romulus (Zsolway-Verlag, Wien-Berlin, 1934), e che è consacrato all’epopea delle origini romane.

Lo Spunda non intende «romanzare» la storia, secondo una cattiva moda contemporanea: cattiva, perché nella gran parte dei casi equivale solo a diminuire e «umanizzare», anziché a potenziare e a trasfigurare, quel che la semplice storia positiva può offrire. Lo Spunda, che è già noto come un indagatore delle fonti profonde che determinarono la preistoria ellenico-mediterranea, nel «romanzare» cerca piuttosto di integrare la storia ordinaria con un elemento metafisico, atto a lumeggiare il lato più segreto.

Lo Spunda vede dunque svolgersi il mistero della nascita di Roma attraverso delle antitesi di simboli e di ideali. Anzitutto, il Lupo contro il mondo etrusco delle Madri. Il nome originario di Romolo è Aruns. Come Aruns, Romolo è il figlio di un principe straniero che appare personificare il principio guerriero Ares-Marte e di una donna sacerdotale etrusca, Rumnilla. Egli sa solo della madre. Nella preminenza della donna, fra gli Etruschi come fra i Pelasgi, i figli infatti si chiamavano spesso col solo nome della madre e venivano esposti. In più, Aruns sente in sé il sangue del Lupo, della forza guerriera di Marte che insorge contro il mondo etrusco delle Madri e lo spinge irresistibilmente a cercare il padre sconosciuto e, con lui, un nuovo principio antiginecocratico e virile di civiltà.

Al che, subentra una nuova antitesi. Di contro al principio Lupo sorge il principio Aquila, come un più alto simbolo. Aruns alla ricerca del padre si trova nella grotta delle Sibille e qui subisce esperienze profonde, fino a una interiore rinascita. «Una prima volta tua madre ti generò – dice la Sibilla – ma ora devi generarti da te stesso». Al che si lega il compito di «sottomettere il Lupo all’Aquila». L’Aquila è il simbolo di una natura regale che con le sue proprie forze sa elevarsi oltre la terra fino a fissare – secondo l’antica credenza – il Sole. In tal senso, si trasforma, nella grotta delle Sibille, la sostanza interiore di Aruns, e senza di ciò egli non sarebbe divenuto mai «Romolo», «sarebbe rimasto un figlio del Lupo, un ribelle, colui che ha potenza di travolgere ma non di costruire. Ma ora in lui erano nate ali d’Aquila e sotto di sé sentiva il libero spazio. Né era, questo, un rapimento passeggero, bensì una chiara ebbrezza, una ebbrezza sacra e raccolta come quella che sorge dinanzi agli oceani e agli astri».

Roma-Lupo-Aquila

Nel Romulus di Franz Spunda si assiste ad una progressiva antitesi fra simboli nella Roma delle origini: dapprima il Lupo, che simboleggia la forza guerriera di Marte,  insorge contro il mondo etrusco delle Madri; poi al principio del Lupo subentra quello più alto dell’Aquila, “simbolo di una natura regale che con le sue proprie forze sa elevarsi oltre la terra fino a fissare (…) il Sole”

Il nome di Romolo si connette a questa trasformazione. La quale ha dunque significato non solo di superamento del mondo naturalistico e panteistico delle Madri etrusche, della legge della terra e della nascita terrestre condizionata dalla donna, ma anche «trasfigurazione nel sacro del principio semplicemente virile e guerriero (Lupo), di un compenetrarsi – se così si può dire – del principio scatenato di Marte, dio della guerra, con la calma solare e dominatrice di Apollo. E’ a ciò che lo Spunda riconduce infatti il senso segreto della opposizione dei due Gemelli, di Romolo e Remo: Remo, essendo rimasto il figlio del Lupo, colui che vuol violare il limite sacro stabilito da Romolo nella fondazione della Città, e che per questo viene ucciso.

Altro episodio simbolico è il seguente. Quando Romolo giunge finalmente nella terra del padre, del principe Gorms, non solo di questi non trova che il cadavere, riportato indietro dai reduci di una spedizione guerriera nel Nord, ma quella terra desiata nella sua fuga dal mondo delle Madri sovrana gli appare inadeguata di fronte alla sua nuova vocazione «aquilina» di impero. Troppo forte è, nella regione nordica, che sta sotto il segno del Lupo, il principio individualistico. Il sentimento servile vi è sconosciuto, ma l’orgoglio guerriero che non tollera nessuna superiore unità, facendo di ogni ceppo un nemico dell’altro, opera in modo distruttivo. Nel Sud, in Italia, Romolo finisce col riconoscere il luogo vero per la realizzazione del suo ideale, per la sua ricerca, che non è «quella di un dominio temporaneo (Lupo), bensì di un dominio eterno (Aquila)».

Roma-Romolo-The Apotheosis of Romulus - Deification of Romulus. Matheus, Jean, fl. ca. 1619-1620

Apoteosi di Romolo (Jean Matheus fl. ca. 1619-1620)

A questo punto, dalla superstoria, se così si può dire, lo Spunda passa alla storia. Qui non seguiremo la ricostruzione, operata dalla sua arte, dei varii episodi della leggenda delle origini romane e del regno di Romolo. Accenneremo solo al finale dell’epos – alla morte e trasfigurazione di Romolo – che è parimenti presa come imagine dì un significato profondo. Al termine della creazione del genio politico di Romolo, lo Spunda fa risorgere le antitesi che questa stessa creazione aveva dominare. Se Romolo si presenta come colui che «ha lasciato al suo popolo una forza che farà Roma eterna», contro il suo aspetto umano insorge tuttavia il ceto sacerdotale, portatore di un principio libertario, che in Romolo accusa colui che di liberi cittadini avrebbe fatto degli schiavi e l’Eroe che avrebbe sfidati i demoni e gli dèi delle precedenti civiltà. Senonchè nel punto più tragico del tumulto e della sommossa, avviene la leggendaria folgorazione di Romolo. Romolo viene sottratto alla vita caduca non da una mano umana, ma da una forza divina. Questa è la testimonianza di un superiore diritto ed è l’apoteosi. Roma percepisce la presenza di qualcosa di trascendente, di qualcosa che è di là sia dalla mala libertà che dall’oscura religiosità dei sacerdoti etruschi, e che appunto nel momento della morte di Romolo uomo viene pienamente e trionfalmente in atto. E tale è appunto l’Imperium.

Lo Spunda fa dunque culminare in una felice sintesi artistico-simbolica la dinamica di motivi, che possono effettivamente considerarsi del tutto reali nella storia più interiore della romanità; e il suo libro si chiude con le seguenti parole, contenenti una nobile professione di fede, tanto più significativa, per esser quella di uno straniero: «La divina forza romùlea trapassò nella sua stirpe e in ogni Romano divampò il suo spirito di Aquila. E le risuonanti legioni portarono l’Aquila fino agli estremi limiti del disco terrestre, così come la Sibilla glielo aveva predetto fra i bagliori delle ceneri ardenti; fino all’irruzione dei veri figli di Roma nella cinta aquilina. Ma sempre di nuovo Roma risorse dalle ceneri, in forma varia, ma pur sempre come la città di Romolo, quasi come se il suo suolo sempre di nuovo facesse rifiorire una forza divina. E la lotta per Roma sarà sempre la lotta per il mondo».



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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