Civiltà | Una sfida alla storia: Diorama Filosofico

Sempre nell’ambito della ripubblicazione del numero speciale di “Civiltà” del settembre-dicembre 1974 dedicato ad Evola (con un estratto di articoli anche dal numero 12-13 del maggio-agosto 1975) vi riproponiamo l’esaustivo saggio di Mario Bernardi Guardi sul Diorama Filosofico diretto da Evola sulla terza pagina de “Il Regime Fascista” di Roberto Farinacci (saggio originariamente uscito in due puntate, proprio all’interno dei suddetti due numeri della rivista).

Con l’occasione, avvisiamo i nostri lettori che l’iniziativa editoriale che avevamo preannunciato tempo fa e che sarebbe dovuta partire dallo scorso mese di febbraio, avente ad oggetto proprio il Diorama evoliano, è stata al momento sospesa e rimandata a data da destinarsi. Vi daremo pronto avviso di ogni novità in materia.

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di Mario Bernardi Guardi

(tratto da “Civiltà”, n. 8-9 del settembre-dicembre 1974 e n. 12-13  del maggio-agosto 1975)

Per cogliere nel suo valore globale e nella molteplicità delle sue sfumature «significanti» l’essenza del magistero evoliano, non si può isolarne un’esperienza particolare, enfatizzandola, ma è necessario inquadrare l’indicazione settoriale nell’ambito di un contesto dottrinario che rivendica caratteri di universalità. Così l’Evola «dadaista» o l’Evola «filosofo» o l’Evola «alchimista» non si pongono, in realtà, come momenti «staccati» di una vita intellettuale intensa e rigorosa, ma rinviano a un « piano operativo» organico, in cui l’interdipendenza delle parti vale sia come armonia strutturale esplicativa di una «visione del mondo», sia come costante tensione al superamento, alla verifica di ogni scelta passata, sottoposta al vaglio di nuove e più mature acquisizioni. Soltanto così «ciò che è stato» si inserisce in una dimensione «aperta», non restando il lampo bruciante e suggestivo che sconvolge l’occhio e la mente per poi sparire riassorbito dal cielo, ma apparendo piuttosto come la «tessera» di un mosaico, insostituibile ai fini di una corretta «lettura» dell’opera d’arte.

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Mario Bernardi Guardi

Più che mai valido ci sembra essere questo discorso, allorché ci proponiamo di valutare l’Evola «politico»: diciamo innanzitutto che già questa espressione non presenta il problema nei suoi giusti termini per la tendenza limitatrice e, in qualche modo, specialistica, racchiusa nell’assunto, aggiungendo quindi che un metodo di indagine che aspiri al doppio «carisma» della serietà e dell’efficacia non dovrebbe fare a meno di porre l’accento su «tutta» l’opera del Maestro, illuminando nessi e articolazioni tra le singole – ma non separate – sfere di attività, spirituale e civile.

Ecco dunque che l’Evola del Diorama filosofico – di cui Marco Tarchi ha curato, col contributo di Pino Rauti e di Carlo Cerbone, una prima antologia (1) – rappresenta tutt’altro che un’espressione personale di intervento limitata nel tempo e nello spazio, quindi ad essi relativa, con tutti i corollari storicistici che ne possono derivare; si tratta, invece, di una « presa di posizione», ideale e pratica, riconducibile sì a un dato momento storico, ma non da esso condizionata, proprio per le valenze « assolute» che ne costituiscono le fondamenta e i termini « ultimi», e dunque intesa ad indicare, alla luce di un chiaro habitat dottrinario, contenuti, modi, forme per l’azione della Destra.

Il fatto, poi, che la Destra allora assumesse, grosso modo, i contorni dell’esperienza fascista e delle sue propaggini europee (2), se ha un suo indubbio significato per quanto riguarda l’individuazione di certi schemi contingenti, ben poco conta se consideriamo «obiettivamente» la parabola evoliana nel suo complesso e nella sua estensione, notandone la sostanziale coerenza anche laddove, a uno sguardo veloce o miope, non sembrerebbe essere. Per noi, dunque, l’Evola del Diorama è l’Evola «di sempre», il nostro primo Maestro, anche se così non desiderava essere chiamato, poiché ciò che «trasmetteva» doveva avere – e quasi sempre ebbe – il sigillo della impersonalità, al di là e al di sopra di ogni arbitrio ideologico più o meno interessato.

Adesso che Evola è scomparso, anche le pagine che scrisse per il Diorama, da lui ideato e curato per dieci anni, assumono, come le altre opere di più vasto respiro (che talvolta il Diorama prefigurava in saggi rapidi e ricchi di intuizioni), il significato di un testamento. Rispettarne le volontà non significa tanto fare un lavoro di mera custodia o di chiosa più o meno brillante, o di esegesi più o meno rispettosa del testo, quanto proseguire l’opera, contribuendo, in varia misura e nell’ambito di specifiche funzioni e competenze, a dare un volto, un’anima, uno spirito alla Destra.

evola-xilografiaQualcosa è stato fatto: ma tanto di più resta da fare. Troppe sono state e sono le incertezze e gli sbandamenti; troppo «piccoli», di cuore più che di cervello, per carenza di «stile» più che di «cultura», appaiono spesso coloro che si dicono «evoliani», già in questo sbagliando, perché non si può «mitizzare» un uomo – per quanto grande – senza, in qualche misura, «relativizzare» un’opera e «ideologizzare» la Tradizione. Se mancano il carattere, la lealtà, la luce interiore, le pretese «élites» ben poco possono fare di costruttivo; se mancano l’onestà, la chiarezza, la pulizia di intenti, diventa inevitabile trasformare un «ordine» in uno scialbo «gruppo di studio», in un oscuro cenacolo di saccenti poco sapienti, in un’accolita di «eversivi dello spirito».

Il Magistero c’è: si tratta di raccoglierlo e di trasmetterlo, arricchendolo con l’esempio della dignità e della coerenza, e sfrondandolo, con la massima lucidità, di quanto può esserci di errato, di provvisorio, di incompleto, di contraddittorio, di ambiguo. Evola non era né voleva essere una sorta di Titano che assume su di sé, protervamente, il peso della Tradizione nella sua interezza, come se fosse possibile a un uomo stringere in un pugno ciò che trascende l’uomo stesso: egli ci ha dato dunque dei princìpi, cogliendoli dalle fonti eterne delle civiltà tradizionali, li ha svolti e ha sviluppato per sé un’equazione personale che nessuno può avere la pretesa di conoscere, appiccicando etichette come «pagano» o «buddhista» o «stoico».

Il Maestro era cortese ma «distante» come è legittimo che lo sia ogni vero aristocratico; non si è mai compiaciuto, alla maniera borghese, di «spogliarsi» di fronte ad alcuno, sciogliendosi in morbosi piagnistei sentimentali e in querimoniose confessioni. Non lo ha fatto e non avrebbe potuto farlo senza tradire alla radice i suoi principi. Anche questa è «virilità spirituale»: e non a caso cosi si intitola – con un fascinoso sigillo che è insieme volontà di autorealizzazione e «invito» a chi sa ascoltare perché ne faccia anche il proprio contrassegno – il saggio con cui Evola si presentò ai lettori del Diorama (3).

Attraverso l’interpretazione di massime plotiniane dirette a un tipo umano che aspiri a differenziarsi, Evola volle subito mettere bene in chiaro che il suo «discorso» richiedeva non solo un ascoltatore «attento», ma anche «preparato» o, almeno, intenzionato a «mettersi in ordine», liberandosi dai vari sedimenti dell’inciviltà moderna. Non bastava certo essere «fascisti»; l’importante – già dai tempi di Imperialismo pagano e della Torre (4) – era il «come» e il «perché». Quali «contenuti» raccoglieva e quali avrebbe dovuto racchiudere il termine «fascista»? Ed era il fascismo una «totalità» o un’espressione storica «particolare» che trovava la sua validità solo in quanto si facesse partecipe di «qualcosa» di più vasto, e di veramente «totale», da tempo smarrito o dimenticato o tradito?

Il Regime Fascista, rivista cremonese di Roberto Farinacci

“Il Regime Fascista”, quotidiano cremonese  diretto da Roberto Farinacci

Prima della collaborazione a Regime fascista, Evola aveva tentato, con alterne fortune e alfine con una serie di sconfitte che non lo avevano piegato neanche quando avevano portatuno strascico di vere e proprie persecuzioni, di dare una disciplina ideale, una forma mentis e uno stile a quel fascismo che aveva fatto violenta e vittoriosa irruzione nella palude parlamentare d’Italia e che, fatti salvi i primi meriti «politici», appariva come un amalgama di varie componenti, talvolta esitante e riformista: questo, Evola, senza alcun timore, lo aveva detto e continuava a dirlo; ma c’erano anche, non sempre precisati e spesso più in potenza che in atto, gli elementi positivi: il rifiuto dell’89, la critica alla democrazia e al liberalismo, l’antibolscevismo appassionato, un certo sano gusto dell’anacronismo, il culto dell’azione coraggiosa e del sacrificio, l’amore per l’ordine e per la gerarchia contro l’anarchia e la massificazione. Erano queste le «spinte in avanti» che Evola voleva dignificare con delle indicazioni dottrinarie, perché il giovane e vivace fascismo mettesse solide radici nella Tradizione, succhiando linfe potenti e liberandosi da ogni scoria e da ogni tosco.

Il comunismo, certo, era il primo obiettivo da abbattere, ma esso non rappresentava in fondo che la logica conclusione della rivoluzione borghese, già sovvertitrice violenta dell’ordine tradizionale; bisognava dunque attaccare tutto ciò che di borghese il fascismo si trascinava dietro, cosciente o incosciente, a livello di «ideologia» – che veniva elaborata secondo i modelli «idealistici» – e di «prassi», troppo spesso orientata a risolvere con approssimative «panacee» i problemi quotidiani, senza alcuna chiarezza di prospettive e di intenti.

Attaccare la borghesia, dunque, era un dovere (5) e, unitamente ad essa, quel tipo di «cultura» che ne costituiva il supporto (6): cultura senza trascendenza, vuota, libresca, priva di finalità, dotta e disordinata, sregolata e inquinatrice, donata a tutti indistintamente da intellettuali senza spina dorsale, rinchiusi nelle loro biblioteche a costruire «filosofie»: il «professore» contro l’Asceta e il Guerriero, la «via» dell’intelletto castrato del suo principio e passivo accumulatore di nozioni contro la luminosa realizzazione di chi, nella contemplazione, agisce e di chi, nell’azione, contempla (7). Si trattava di finirla col mondo dei rachitici e vanitosi narcisisti; non era da lì che passava l’Uomo, altra cosa erano la Sapienza e la Conoscenza e la Vita.

georg-sluyterman-von-langeweyde-dottrina-cavaliere-guerrieroUna «rivolta contro il mondo moderno» (8), dunque, e un robusto «fronte antiborghese» contro il «Terzo Stato», contro la «gente nova» che aveva distrutto i valori della civiltà tradizionale, anche e soprattutto quando aveva preteso di farli propri, assumendoli in una prospettiva deformata, superficiale, equivoca, per dar lustro alla sua usurpazione con una colossale operazione mistificante volta a difendere interessi gabellandoli per princìpi.

«Sociale» perché nemica di ogni legittima differenziazione ed anzi irridente ad ogni gerarchia spirituale e ad ogni funzione caratterizzante che si basasse sull’uomo per quello che è e non per quel che possiede; « moralistica» per ignoranza di ciò che è etica le virtù e carattere e stile e formazione e «tenuta» interiore (9); «sentimentale» perché debole e fragile nella sua «corazza» interna, quanto rigida e spietata nell’esercizio del suo potere, la borghesia tentava un’altra subdola operazione storica: «catturare» il fascismo in nome di sacri ideali mai sentiti e tanto meno attuati. Ma il fascismo doveva reagire – in nome della propria «ricostruzione spirituale» verso cui era dinamicamente proteso, anche nel senso di un recupero «romano» e « classico» della tradizione cattolica (10) -, rifiutando di travasare la bollente vitalità, la forza barbara ed antimoderna, i «miti» recuperati e ribaditi, nella morta gora del borghesismo liberale e conservatore, col rischio di diventare puro autoritarismo repressivo in perfetta continuità con i governi precedenti.

Vox clamantis in deserto, quella di Evola? Fino a che punto raggiunse chi doveva raggiungere? Fino a che punto incise sulla realtà che si trovava davanti? Poco, se si considera che il fascismo storico, a dispetto delle grandi attese e delle grandi promesse, proseguì nel solco tracciato dalla borghesia liberale, allontanandosene solo per una accentuazione di autoritarismo all’interno di istituzioni che furono parzialmente o per nulla modificate; per una maggiore abbondanza di attivismo e di pathos patriottico; per una più efficace «tecnica del potere» e, conseguentemente, per un più intenso programma di realizzazioni in politica interna ed estera.

Molto, se si tiene nel debito conto che l’eredità migliore del fascismo, quella che oggi prefigura il sorgere di una «vera» Destra, quella che ieri fu battaglia e azione intellettuale di pochi, è sostanziata dal messaggio di Evola: se, insomma, in Italia potrà svilupparsi una Destra «organica», «tradizionale», «aristocratica», il merito principale dovrà andare ad Evola e a chi, come lui, «lesse» il fascismo in un determinato modo e, pur inascoltato, continuò a dire che «solo in quel modo», solo essendo «veramente» Destra, il movimento di Mussolini avrebbe svolto una funzione positiva, ai fini di una restaurazione di valori nell’uomo e nella società.

roma-orma-amor-universalità-tradizione-imperiumMolto, ancora, per i «chiarimenti», allora enunciati e non da tutti compresi, che oggi sono dati acquisiti nella cultura di Destra (11): l’antitesi, in termini di visione del mondo, tra la «famiglia» secondo la Tradizione e la «famiglia» in chiave borghese (12); la critica alla psicanalisi, condotta con acutezza non sulla base di «rifiuti» tanto «virtuistici» quanto generici, ma con l’apporto di solidi riferimenti dottrinari, tesi a individuare l’equivoco di certe premesse e di certe conclusioni «riduttive» nei confronti dell’uomo (13); l’affermazione di una romanità che fosse qualcosa di ben distinto da certa retorica magniloquente (14); la ricerca dei connotati etnici originari e la motivata precisazione dei differenti ruoli svolti nella dimensione etico-spirituale (15); la messa a punto dei limiti e delle contraddizioni della filosofia nietzschiana (16); l’esame dell’idealismo e dei suoi ambigui sbocchi storico-politici (17); l’analisi delle «forme» tradizionali e di quelle moderne (18); la reazione culturale al determinismo scientista, al razzismo biologizzante, ecc. (19); la lotta all’umanitarismo e al pacifismo in nome di una «metafisica della guerra» (20).

Questo, anche attraverso le pagine del Diorama, Evola trasmise al fascismo di allora e alla Destra futura, accogliendo intorno ai punti salienti del suo messaggio alcune tra le migliori intelligenze del tempo – e, certamente, tra le più rette coscienze -, ai fini di gettare il seme per la nascita e la crescita di un vero «ordine di credenti e di combattenti» (21).

Quello che, allora, non poté costituirsi come organismo unitario, anche se tanti seppero «testimoniarlo», come «linea di tendenza», Asceti o Guerrieri che fossero; quello che, oggi, in pieno sbandamento delle coscienze, mentre il «tramonto dell’Occidente» pare presagire solo una fosca notte senza aurora, ha un terreno più che mai duro, arido, difficile per crescere ed affermarsi.

Eppure, forse proprio da questa difficoltà, nascerà quell’enorme sfida al «buonsenso», alla «ragione», alla «storia», che spazzerà via le città dell’impotenza e della paura, le chiese profane, le culture laide, l’infinito disperato urlante vuoto delle nuove generazioni, per costruire, tra le rovine, immense cattedrali di luce per riconsacrare Sacerdoti e Cavalieri. Per il ritorno.

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Come già abbiamo cercato di precisare, l’esperienza del Diorama filosofico non può essere considerata alla stregua di uno dei tanti (e più o meno fruttuosi) « exploits» culturali del fascismo (22): se così fosse, potremmo leggere le pagine di Evola e degli altri collaboratori solo in chiave di testimonianza storica, come il tentativo, dunque, espresso in una particolare dimensione spazio-temporale, di intervenire «politicamente» – e con una ben precisa configurazione – su una forza ideale che suscitava energie e passioni senza preoccuparsi di incanalarle in un alveo dalle solide sponde.

In realtà, la proposta «tradizionale» del Diorama ha si un destinatario immediato (l’«habitat» del regime fascista o, per lo meno, quell’«habitat» interno al fascismo più suscettibile di positive evoluzioni), ma non esaurisce la sua portata in un «messaggio» a breve termine, quindi circoscritto e motivato da obiettivi limiti contingenti; e si salda, invece, ad ogni movimento di pensiero che pretenda di verificare la sua «verità» in una «originalità» che non è «mistica del nuovo», quanto – nella sua più corretta accezione – «trasmissione di ciò che risale alle origini», di ciò che «è» e non «diviene», di ciò che postula valori «totali e assoluti», perché «fonte di dottrina» e non «matrice di ideologia».

fascismo-e-terzo-reich-evolaE qui sta l’attualità (è attuale quello che è vero: la Divina Commedia come la Cattedrale Gotica) del Diorama, il suo essere «hic et nunc» un elemento di rifondazione della Destra «nella» e «per» la Tradizione. Certo, se consideriamo come la funzione della stampa sia (almeno come linea di tendenza) quella, tipicamente moderna, di «vendere idee per il tempo», possiamo ben dire che il Diorama – « pagina speciale» di un giornale di battaglie politiche come «Regime Fascista» – abbia assolto a tutt’altro scopo: «selezionare» le idee per il tempo, articolandole in un discorso mosso e vivace, ma, al fondo, «unitario», perché frutto di una consapevole acquisizione – e messa a punto limpida, e rielaborazione fedele – di «termini» tradizionali.

Quanto, in quest’opera di decantazione del fascismo dai suoi sedimenti «moderni» e di individuazione in esso di fattuali o, più spesso, virtuali nuclei tradizionali, si sia impegnato Evola, già lo sappiamo: il saggio sul fascismo (23), Gli uomini e le rovine (24), Il cammino del cinabro (25), sono le testimonianze chiare e decise di un magistero «anche» politico.

Più sconosciuta è l’azione culturale degli «uomini di vetta» che convogliarono le loro forze nell’impegno comune del Diorama: ognuno con la massima libertà di « dire», eppure tutti più o meno concordi nel dire « certe cose», come tanti cerchi che si riuniscono nello stesso centro o come un robusto fascio di frecce che vibrano nel medesimo punto.

Ed ecco alcuni tra i «messaggeri».

René Guénon: dobbiamo rifiutare le seduzioni di un certo tipo di cultura libresca, presuntuosa, vuota, inutile; la cultura vale solo in quanto « coltivazione» del carattere e dello spirito, conoscenza dell’universale nel particolare, attestazione eroica di princìpi, rifiuto di mitologie moderne; le filosofie sono costruzioni astratte, vaneggiamenti individualistici con la pretesa di costringere la realtà in schemi, affaticamenti cerebrali di chi ha perso di vista la Dottrina e non può riaccostarsi ad essa, se non attraverso un’opera di purificazione interiore che faccia «tabula rasa» dei depositi psichici, dei condizionamenti ambientali, degli onanismi spiritualistici, dei complessi di colpa storicistici, delle smanie scientiste; il ritorno ad uno «stato normale» nell’uomo, nella natura, nella storia, postula il superamento di una «crisi di identità» dalle ormai lontane radici, mediante il rifiuto sempre più cosciente, sempre più partecipe, sempre più vigoroso, di tutte le superstizioni: da quella razionalistica a quella positivistica, da quella progressista a quella democratica, da quella sperimentale a quella evoluzionistica, da quella relativistica a quella vitalistica; ci avviciniamo alla fine di un mondo, bisogna lavorare per preparare – fin dove è in nostro potere – il sorpassamento dell’«età oscura», separando «in piena coscienza le forze di un mondo condannato da quelle di un mondo nascente», innestandosi a queste ultime per «aprir loro le vie, alimentarle, potenziarle fino a far manifestare appieno la loro doppia virtù distruttrice e “rivoluzionaria” da un lato, liberatrice e reintegratrice dall’altro» (26).

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Karl Anton Rohan

Karl Anton Rohan: la nuova Europa nascerà sotto il segno dell’antiliberalismo, del rigetto del sistema parlamentare, della plutocrazia e del marxismo; bisogna ricostruire l’uomo europeo come personalità, libertà spirituale, eticità eroica, come una «forma» su citata e innalzata da un’«idea», un ordine interiore nel più vasto ambito di un ordine politico e civile; è necessario, in questa azione restauratrice, evitare le tentazioni del «giacobinismo»›, inteso come esaltazione di una indifferenziata totalità nazionale, di una massa umana eroico-titanica che prospera al di là della morte del singolo, e lottare invece affinché la Rivoluzione Europea si realizzi sotto il segno della Tradizione, della personalità, della solidarietà virile e spirituale (27).

Gottfried Benn: l’epoca splendente di sole e di acciaio che nascerà dalle ceneri del vecchio mondo democratico e borghese sarà caratterizzata da una «volontà di forma»: «forma» come vittoria, dominio, idealismo, fede, distruzione dell’elemento demonico, cultura, ordine, disciplina, norma, gerarchia. Nel grande cammino dalla «discendenza» (l’uomo schiacciato dal peccato originale) verso l’«ascendenza» (l’uomo «riequilibrato» e signore di sé e delle cose intorno a sé), si chiarificherà una visione dominatrice del mondo che fisserà più stabili gerarchie in armonia con una natura «riconquistata»: «lo spirito occidentale, quello nuovo che ci parlerà da quel mondo di inaudita chiarezza, che si espande e si avvicina, ha per lineamenti il disprezzo per ogni creatura del temere, dello sperare e dell’anelare, ferme leggi determinanti, rapporti oggettivi di potenza, chiarezza, differenza, azione. È un mondo che si contrappone a quello delle “Madri”, al mondo “faustiano”, al mondo cristiano (noi diremmo: a un certo “cristianesimo” sfaldato, inquinato da reminiscenze semitiche, avverso a tutto ciò che è bellezza, forza, nobiltà e dignità, fermo restando che il “nostro” Cristo è Figlio di Re, forte di un Amore affilato come una Spada – N.d.S.), a tutto ciò che è un “troppo prima” o “troppo tardi”: è un “mondo dorico”. Forma e destino: “moira”. Ad ognuno la sua parte stabilita e il suo spazio, per un’epoca da scolpirsi nello Stato o nel marmo» (28).

Friedrich Everling: chi deve essere un Capo? Colui che sa vedere e concepire nel modo più vasto, che riesce a volere nel modo più rigoroso e che è capace di darsi alla sua missione nel modo più incondizionato. Caratteristiche del Capo sono dunque il potere di animazione, il potere di decisione, il senso di responsabilità, ed è proprio per questo che l’ideale del Capo può essere veramente compreso solo da chi già lo reca in se, almeno in una certamisura (29).

Othmar Spann

Othmar Spann

Othmar Spann: il nuovo Stato mirerà a realizzare una concezione organica dell’economia, la vedrà come insieme di mezzi subordinati ad un fine, nella assoluta coscienza della autarchia, della pienezza, dell’autonomia di ogni singola unità economica. Sarà opportuno dar vita a un organismo articolato, in cui ogni parte assolva le sue funzioni, senza usurparne altre che non le competono, tenendo ben presente che se scompaiono i gradi inferiori e intermedi non vi è più struttura organicamente articolata che sia possibile: «soltanto la concezione organica corrisponde alla realtà della nostra esperienza e della storia. Essa restituisce al singolo la sua vera missione, rifiutando di riconoscere un’economia in uno spazio senza Stato e senza Nazione; nella stessa vita economica non separando il singolo dal tutto, non rendendolo né senza radici né estraniato, come fece il capitalismo col proletariato» (30).

La gerarchia è il «destino» di ogni comunità tradizionale: ogni cosa è quel che è, per via del suo riprodurre in qualche modo quell’interezza o «tutto» che è il principio e il vertice del mondo manifestato; «la misura della interezza o unità presentata dalle cose le ordina secondo un “rango” o grado gerarchico. Il “rango” non è dunque una categoria soggettiva, ma un modo d’essere oggettivo della realtà stessa, che si manifesta nelle cose secondo la legge architettonica del loro riprodurre o realizzare più o meno un tutto (…). Senza una differenziazione secondo il rango, né il mondo né una realtà in genere potrebbe sussistere. La gerarchia è dappertutto la necessaria controparte del principio di un ordinamento oggettivo determinato dalla partecipazione delle cose alla pienezza del tutto. Il falso ideale di un uguale valore e di una uguale santità degli uomini, sia ontologicamente che etiologicamente, sia dal punto di vista dell’essere che da quello etico, è privo di ogni consistenza» (31).

Wilhelm Stapel: il nazionalismo, mito di derivazione rivoluzionaria, va superato con l’imperialismo, cioè con l’unificazione sotto un’unica direzione dell’intera umanità, intatta nella pienezza delle sue differenze, nella singolarità delle sue tradizioni particolari, eppure tenuta insieme da una stessa volontà politica sovrana. Si ripete la missione di Roma, il destino di una «nazione imperiale» che lascia integre forme etiche, morali, culturali, affinché si sviluppino autonomamente nel loro spazio etnico, ma dà ad esse l’impronta e il sigillo di una «sintesi» nella «legge» che regola e guida: «Natura vuole che la società umana non sia costituita su di una parità di diritti. Già nelle forme sociali elementari, nella famiglia e nell’orda, occorre che “uno” sia il Capo. Così occorre che “una” nazione, nella sua grandezza e nel suo splendore, si elevi oltre le altre; occorre “una” nazione che consolidi la sua autorità sulle altre; occorre “una” nazione che instauri un diritto imperiale e una legge europea. Il nazionalismo, risultato della rivoluzione francese, va superato con un “nuovo imperialismo” »(32).

Edmondo Dodsworth: la nazione non trova il suo principio informatore e la sua giustificazione ideale nella organizzazione di un materiale etnico spesso molteplice e disarticolato, dunque in un forzato sincretismo di parti che restano contrapposte e finiscono con lo svilupparsi secondo ruoli alla lunga antagonistici, ma nella sintesi politico-spirituale cui perviene, grazie alla missione storica di cui si fa portatrice. Le nazioni la cui nascita ha fatto seguito all’infrangersi dell’unità feudo-imperiale sono organismi tra loro indifferenti o addirittura ostili; la contemporaneità, poi, della loro sempre più accentuata «particolarizzazione» con il sorgere e con il definirsi dell’egemonia della casta mercantile, fa si che esse siano destinate a perire con questa lungo i tempi del passaggio dal concetto democratico-plutocratico della nazione a quello spirituale. La più completa e conseguente realizzazione del Fascismo non può non coincidere con la tendenza verso una civiltà supernazionale e imperiale, attualizzazione del magistero di Roma (33).

Leonida-Sparta-Grecia-Lacedemone-razza-guerrieroAlbrecht Erich Günther: il giovane della Rivoluzione e della Tradizione d’Europa è quello che conquista la sua maturità virile non nell’ambito familiare, inevitabilmente protettivo quindi riduttivo delle tensioni eroiche e delle spinte ascetiche, e neppure in una solitudine riempita di morbosità e di esclusivismo, ma in una classe di coetanei organizzata come un gruppo virile sotto il segno di un potere educativo superpersonale e di una concezione del mondo guerriera, contraddistinta dai seguenti tratti: «coraggio, valore; capacità di riconoscere un capo e di subordinarglisi secondo un rapporto di fedeltà; capacità di guidare e di farsi guidare; potere di impegnarsi e di consacrarsi; sviluppo e preservazione delle qualità richieste dal dirigere, cioè della “fantasia”, dell’iniziativa e dell’autorità (…). Il gruppo virile pervenuto a carattere istituzionale e quindi a significato pubblico e politico, è il luogo naturale dell’esistenza collettiva giovanile. Qui il giovane consegue una formazione maschia del suo carattere; perviene a quella durezza, che poi nella sfera familiare si tradurrà in fermezza paterna; a quella partecipazione interna alle cose pubbliche, che lo libererà da ogni particolarismo; ad una forza di decisione, senza la quale ogni tolleranza e solo un fiacco relativismo e ogni larghezza di giudizio è solo sfaldamento nell’inconsistente. Nella rude vita del campo egli impara a condurre o ad assoggettare e disciplinare le sue forze più profonde, senza avere possibilità di tergiversare con astute argomentazioni e di scantonare dalla realtà. Qui egli si innalza dalla ristrettezza del suo destino privato nel partecipare a cose grandi e gloriose: qui egli impara una maschia oggettività, non l’astensione e la rinuncia di un ascetismo male inteso, ma l’intervento pieno e attivo nell’ordine di quelle cose, che non sono soggette alla discussione e alle opinioni soggettive. Ma qui nascono anche le forze profonde e silenti del cuore virile, le sensazioni intime e incancellabili che prosperano e sono creative solo dove una volontà maschia si fissa e si tempra nell’ordine ad essa esattamente adeguato» (34).

Questa era l’aria pura che si respirava nella cerchia aristocratica del Diorama; questi i cieli tersi e lucenti, i ghiacciai immacolati e perenni, le vette ammantate di silenziose lontananze, la percezione dello sguardo di Dio.

E non abbiamo fatto che scegliere pochi nomi e prospettare alcune idee centrali che furono espresse (35). Pure ci sembra che basti: e non tanto come stimolo e avviamento a una lettura integrale dell’opera, ché se tutto si riducesse a un libro messo bene in vista nella biblioteca della Tradizione o a una serie di «messaggi» con cui scaldarsi il cuore rattrappito e avvilito per quanto avviene intorno a noi e spesso, lo si voglia o no, «dentro» di noi; se tutto si esaurisse in questa funzione di «eccitazione» sentimentale, ben poco conterebbe aver «scoperto» il Diorama. Ma esso vale e conta se gli si dà il significato di una «guida» e di un «orientamento»: una guida spirituale che plasma una scelta, uno stile di esistenza; un orientamento largamente «politico» che diventa, pietra su pietra, il Castello da cui sboccia dopo una lunga attesa l’antica Rosa dell’azione militante.

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Note

(1) Julius Evola: Diorama filosofico, a cura di M. Tarchi, P. Rauti, C. Carbone, Ed. Europa, Roma, 1974, vol. I (1934-1935). Molto interessante ai fini di una obiettiva conoscenza del rapporto Evola-fascismo, l’introduzione di M. Tarchi: «Evola e il fenomeno storico del fascismo», pp. VII-LXXVIII. Cfr. anche J. Evola: Il cammino del cinabro, Scheiwiller, Milano, 1963; A. Romualdi: Julius Evola: l’uomo e l’opera, II Ed., Volpe, Roma, 1971, Gianfranco De Turris: Significato della testimonianza, in Testimonianze su Evola, Ed. Mediterranee, Roma, 1973; Gianfranco De Turris: «Il maestro segreto», in Omaggio a Julius Evola, Volpe, Roma, 1973.

(2) Per l’interpretazione evoliana del fascismo, cfr. Julius Evola: Il fascismo. Saggio di un’analisi critica dal punto di vista della Destra, II Ed., Volpe, Roma, 1964. N.d.R. – Del volume uscì nel 1970 una seconda edizione ampliata con le Note sul Terzo Reich, sempre pubblicata da Volpe col nuovo titolo di Il fascismo visto dalla Destra. L’opera, con due ulteriori appendici, costituisce oggi, com’è noto, il volume Fascismo e Terzo Reich (Edizioni Mediterranee).

(3) La prima parte del saggio comparve sulla pagina speciale (il Diorama, appunto, N.d.R.) di «Regime Fascista», diretto da Roberto Farinacci, il 2 febbraio 1934, la seconda il 16 febbraio 1934; la terza il 2 marzo 1934.

(4) Su queste esperienze, cfr. l’introduzione di M. Tarchi all’op. cit., pp. VII-XXXVI e J. Evola: Il cammino del cinabro, cit., pp. 68-116.

(5) Cfr. Il nostro fronte antiborghese (Diorama, 3 aprile 1934).

(6) Cfr. Fine dell’epoca letteraria (Diorama, 16 marzo 1934).

(7) Su questi problemi cfr. J. Evola: Rivolta contro il mondo moderno, Ed. Mediterranee, IV Ed., Roma, 1974; R, Guénon: La crisi del mondo moderno, III Ed., Mediterranee, Roma, 1972; R. Guénon: Iniziazione e realizzazione spirituale, Ed. Studi Tradizionali, Torino, 1967; E. Zolla: Che cos’è la Tradizione, Bompiani, Milano, 1971 (N.d.R.: su quest’opera di Zolla, in realtà fortemente criticata da Evola, si rimanda all’articolo evoliano dall’omonimo titolo da noi pubblicato pochi giorni fa).

(8) La prima edizione di Rivolta contro il mondo moderno è del 1934 (Hoepli Editore, Milano).

(9) La cultura tradizionale (da Evola a Guénon, da Mordìni a Schuon, da Burckhardt a De Corte, da Thibon a Zolla ecc.) ha sviluppato, in un ampio ventaglio di interpretazioni (di cui nessuna, sia ben chiaro, può dirsi arbitraria, dato che tutte poggiano, in maggiore o minore misura, su solidi fondamenti dottrinari), un’accurata disamina fenomenologica sulla civiltà moderna. Sulla distorsione operata contro certe parole («virtù», «pietà» ecc.) e sul conseguente stravolgimento del loro significato originario, cfr. J. Evola: Sfaldamento delle parole, in L’arco e la clava, Scheiwiller, Milano, 1968. Per una «teologia della parola», cfr. Attilio Mordini: Verità del linguaggio, Volpe, Roma, 1974.

(10) Cfr. J. Evola: Per la ricostruzione spirituale fascista (Diorama, 2 e 17 ottobre 1934). Per l’atteggiamento di Evola nei confronti del cattolicesimo – atteggiamento assai spesso falsato da certi esegeti – ci sembra che questa «citazione» (da Orientamenti, Ed. Europa, 1971, pag. 21) possa avere un carattere indicativo: «Certo, se il cattolicesimo fosse capace di far propria una tenuta di alta ascesi ed appunto su questa base, quasi come in una ripresa dello spirito del miglior Medioevo crociato, far della fede l’anima di un blocco armato di forze, quasi di un nuovo Ordine Templare compatto e inesorabile contro le correnti del caos, del cedimento, della sovversione e del materialismo pratico del mondo moderno-certo, in tal caso, ed anche nel caso che come minimo esso si fosse tenuto fermo alle posizioni del ‘Sillabo’, per la nostra scelta non potrebbe esservi un solo istante di dubbio. Ma così come stanno le cose, dato cioè il livello mediocre e, in fondo, borghese e parrocchiano, a cui oggi è sceso praticamente tutto ciò che è religione confessionale e dati il cedimento modernista e la crescente apertura a sinistra della Chiesa post-conciliare dell’«aggiornamento», per i nostri uomini potrà bastare il puro riferimento allo spirito, appunto come l’evidenza di una realtà trascendente, da invocare per innestare alla nostra forza un’altra forza, per presentire che la nostra lotta non è soltanto politica, per attirare una invisibile consacrazione su di un nuovo mondo di uomini e di capi di uomini». Cfr. anche «Sul cattolicesimo esoterico» in Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, Ed., Mediterranee, Roma 1971, pp. 125-145.

(11) Per cultura di Destra intendiamo cultura «tradizionale: i tentativi operati in altro senso ci sembrano destinati soltanto ad accrescere la confusione e, in ogni caso, non possono arrivare che a verità parziali, dato il loro sostanziale aggancio con ideologie moderne, sia pure rivedute e corrette spesso con intelligenza e con buonafede.

(12) Cfr. Gherardo Maffei (J. Evola): La famiglia quale unita eroica (Diorama, 2 agosto 1934). I motivi di questo articolo compaiono, in una dimensione più ampia e più densa di riferimenti e considerazioni, in numerose opere di Evola, da Rivolta a Cavalcare la tigre, passando anche attraverso saggi «razzisti» come Sintesi di dottrina della razza (Hoepli, Milano, 1941) e Indirizzi per un’educazione razziale (Conte, Napoli 1941).

(13) Sulla psicanalisi Evola tornerà in varie occasioni, attaccando, di volta in volta, Freud, Jung, Reich (ad es. in «Libertà del sesso e libertà dal sesso», un polemico saggio di L’arco e la clava, cit.). Come indicazione globale ed avvio ad ulteriori approfondimenti della posizione evoliana su questo tema, riportiamo una citazione dallo studio «Critica alla psicanalisi» in Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo (III Ed., Mediterranee, Roma, 1971 – pp. 39-70): «A parte alcuni casi specialissimi di psicoterapia, la psicanalisi è un pericolo quando non premetta a se stessa una disciplina volta a formare una unità spirituale, una personalità vera al luogo di quella esteriore e inconsistente creata dalle convenzioni sociali, dell’educazione, dall’ambiente dall’eredità ed anche dai mediocri frammenti di un desiderio assunto e addomesticato e dagli sfoghi interioidi di tipo ‘autistico’. In altre parole: la psicanalisi quale ‘psicologia in profondità’ può avere un valore positivo solo quando sia preceduta da una specie di ‘ascetica’, la quale a sua volta appare inconcepibile, priva di un qualsiasi punto di appoggio, quando per prima cosa non si respinga l’antropologia freudiana, la concezione freudiana dell’uomo, la quale (…) è caratterizzata dalla denegazione e dal disconoscimento della realtà e della possibilità dell’Io quale principio centrale e autonomo» (pag. 63).

(14) Cfr. J. Evola: La visione romana del sacro (Diorama, 16 maggio 1934), Cfr. Anche Il ciclo romano in Rivolta, pp. 348-366, Romanità, germanicità e la luce del Nord, in L’arco e la clava, cit., pp. 145-161, Romanità, latinità, anima mediterranea, in Gli uomini e le rovine, Volpe, Roma, 1967, pp. 221-241. Cfr. anche G. Conti La concezione della romanità in Evola, in «Arthos» settembre-dicembre 1973, pp. 161-176.

(15) Cfr. Roma contro Tusca (Diorama, 15 marzo 1935)  e il cit. Il ciclo romano.

(16) Cfr. J. Evola: Sorpassamento del superuomo (Diorama,16 novembre 1934). Su Nietzsche, il nietzschianesimo, il nihilismo ecc., cfr. anche Cavalcare la tigre, cit., pp. 9-78 e la prefazione di Evola a R. Reininger: Nietzsche e il senso della vita, Volpe, Roma, 1971. Per un bel saggio su Nietzsche «profeta della rivoluzione europea», cfr. Adriano Romualdi: Nietzsche, Ed. Europa, 1971.

(17) Cfr. J. Evola – R. Pavese: In margine al IX Congresso Filosofico (Diorama, 1 novembre e 2 dicembre 1934), Superamento dell’idealismo (Diorama, 18 gennaio e 2 febbraio 1935) e L’equivoco dell’immanenza, (Diorama, 10 maggio 1935).

(18) Cfr. J. Evola: Lo spirito e il tempo (Diorama, 4 gennaio 1935), e Civiltà dello spazio e civiltà del tempo (Diorama, 20 aprile 1935; questo saggio compare anche rielaborato in L’arco e la clava, cit., pp. 9-14).

(19) Cfr. J. Evola: Critica alla teoria dell’ereditarietà (Diorama,13 dicembre 1934). Sulla razza Evola, oltre alle op. cit. alla nota 12, scrisse: Tre aspetti del problema ebraico, Mediterranee, Roma, 1934 e Il mito del sangue, Hoepli, Milano, 1937. Sul «razzismo» evoliano cfr. il nostro saggio Evola e la razza, in «Arthos », settembre-dicembre 1973, pp. 137-152, Marco Tarchi: Il mito della razza, op. cit., pp. LIX-LXXII, J. Evola: Il cammino del cinabro, cit., pp. 160-174.

(20) Cfr. J. Evola: Metafisica della guerra (Diorama, 25 maggio, 8 giugno, 9 luglio, 21 luglio e 12 agosto 1935). Cfr. anche in Rivolta, La grande e la piccola guerra santa, pp. 169-183, e J. Evola: La dottrina aria di lotta e vittoria, Ed. di Ar, Padova, 1970.

(21) Quali furono in certe misure, secondo Evola, il movimento legionario di Codreanu e le SS (cfr. Marco Tarchi, op. cit., pp. XLVIII-LIV).

(22) Su alcune «operazioni» culturali variamente motivate che vivacizzarono l’ambiente fascista, cfr. Luisa Mangoni: l’interventismo della cultura. Intellettuali e riviste del fascismo, Laterza, Bari, 1974.

(23) Julius Evola: Il fascismo. Saggio di un’analisi critica dal punto di vista della Destra, III ed., Volpe, Roma, 1964. (N.d.R. – Sui successivi sviluppi editoriali di questo saggio, cfr. quanto riportato nella precedente nota 2).

(24) Julius Evola: Gli uomini e le rovine, III ed., Volpe, Roma, 1972.

(25) Julius Evola: Il cammino del cinabro, II ed., Scheiwiller, Milano, 1972.

(26) René Guénon. Orientamenti: fine di un mondo, (Diorama, 10 maggio 1935).

(27) I primi articoli nei quali il principe Rohan, figura di spicco di circoli monacrhici e tradizionalisti austriaci, sviluppò le proprie argomentazioni sul Diorama, furono: L’altra Europa, La “nostra” Europa (16 febbraio 1934); Orizzonte europeo (19 settembre 1934); Personalità e giacobinismo (2 febbraio 1935) (N.d.R.).

(28) Gottfried Benn: Epoca che viene, epoca della forma (2 maggio 1934). Di Benn ci piace ricordare l’importante studio su Rivolta contra il mondo moderno, apparso in appendice a Julius Evola: L’arco e la clava, II ed., Scheiwiller, 1971.

(29) Friedrich Everling: I Capi (Diorama, 18 aprile 1934).

(30) Othniar Spann: Economia gerarchica (Diorama, 16 novembre 1934).

(31) Otlimar Spann: Metafisica del rango (Diorama, 15 marzo 1935).

(32) Wilhelm Stapel, Nazione, spirito, impero (Diorama, 16 marzo 1934).

(33) Edmondo Dodsworth: Funzione imperiale di Roma (Diorama, 25 maggio 1935).

(34) Albrecht Erich Gunther: Sulle organizzazioni virili della nuova generazione (Diorama, 13 agosto 1935).

(35) Citiamo, tra le molte «firme», quelle di Paul Valéry, Massimo Scaligero, Domenico Rudatis, Guido Cavallucci Karl Wolfskehl,  G A. Fanelli ecc..



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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