Significato e funzione della Monarchia (prima parte)

Nei giorni in cui la Repubblica italiana celebra il suo 70° anniversario, quale entità nata dalle ceneri della seconda guerra civile europea voluta dalle più potenti forze sovvertitrici di quest’epoca e “ratificata” dal referendum-farsa tenutosi  il 2 giugno 1946, vi proponiamo un saggio di Evola, inserito a corredo di un’opera di Karl Loewenstein (1891–1973), filosofo della politica e costituzionalista tedesco. In questo scritto Evola traccia un quadro completo del significato tradizionale della Monarchia, di cui solo un vuoto, insignificante, decaduto simulacro fu “ufficialmente” sconfitto in Italia con il teatrino  referendario del giugno 1946. Molto significativo il parallelo che Evola fa tra monarchia e repubblica e, di conseguenza, tra Re e presidente repubblicano. Cominciamo oggi con la prima parte, in cui Evola affronta l’aspetto spirituale del problema della monarchia, cui seguirà la seconda ed ultima domani. Buona lettura!

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di Julius Evola           

(Saggio contenuto ne “La monarchia nello Stato moderno” di Karl Loewenstein, G. Volpe ed. – Roma, 1969) 

Il saggio di K. Loewenstein ha offerto al lettore una visione d’insieme delle varie forme della monarchia e delle possibilità che, secondo questo autore, restano ad un regime monarchico nell’epoca attuale. La monarchia, come si è visto, qui non è presa nel senso letterale del termine (governo di un solo, potere concentrato in un solo uomo) ma, giustamente, nel suo senso tradizionale e più corrente, ossia con riferimento ad un Re.

Karl Loewenstein

Karl Loewenstein

Le conclusioni del Loewenstein sono piuttosto pessimistiche. Per poter esistere ai nostri giorni, la monarchia dovrebbe rassegnarsi ad essere un’ombra di ciò che era già stata. Essa potrebbe venire concepita solamente in un quadro democratico e, propriamente, nella forma di una monarchia costituzionale parlamentare. A parte l’Inghilterra, che costituirebbe un caso a sé, il modello offerto dalle monarchie dei piccoli Stati dell’Europa settentrionale e occidentale — Svezia, Norvegia, Danimarca, Belgio, Olanda, Lussemburgo — è quello che eventualmente si dovrebbe tenere davanti agli occhi.
Nell’analisi della portata dei vari argomenti addotti a favore del regime monarchico il Loewenstein ha cercato di essere oggettivo, non riuscendo però sempre ad esserlo. In lui è abbastanza visibile la precisa avversione per ogni principio di vera autorità, mentre un insufficiente rilievo viene dato ai fattori di carattere etico e immateriale. Ora, crediamo che se si fosse costretti a concepire una monarchia solamente nell’accennata forma svuotata e democraticizzata, peraltro possibile unicamente perché si tratta di piccoli Stati marginali, non ancora coinvolti nel dinamismo delle grandi forze dell’epoca, tanto varrebbe chiudere senz’altro in negativo la partita.

Si deve riconoscere, d’altra parte, che le conclusioni pessimistiche in ordine alla monarchia appaiono in larga misura giustificate ove si ipostatizzi la situazione del mondo attuale e si ritenga che essa sia irreversibile, destinata a protrarsi indefinitamente. Questa situazione è definita da un materialismo generale, della prevalenza di bassi interessi, dall’errore egualitario, dal regime delle masse, dalla tecnocrazia e dalla cosidetta «civiltà dei consumi». Senonché cominciano a moltiplicarsi i segni di una profonda crisi di questo mondo di un benessere e di un ordine fittizi. Forme varie di rivolta sono già avvertibili, per cui non è escluso che si giunga ad uno stato di tensione e ad un punto di rottura, e che, specie di fronte a possibili situazioni liminali, domani si ridestino forme diverse di sensibilità, si verifichino reazioni simili a quelle di cui è capace un organismo quando è minacciato mortalmente nel suo più profondo essere.

Carlo Magno con spada, corona e globo, raffigurato da Albrecht Dürer (1511-13)

Il subentrare, o meno, di questo nuovo clima è l’elemento decisivo anche pel problema della monarchia. Secondo noi, esso dovrebbe venir posto nei seguenti termini: Che significato potrebbe avere la monarchia nel caso che avvenga un simile cambiamento di clima, e in quale forma essa potrebbe costituire un centro per la ricostituzione di un ordine «normale» — normale in un senso superiore? Certo, in una nazione la presenza di una vera monarchia avrebbe un potere rettificatore; ma questo è un circolo vizioso: senza la premessa da noi accennata, ogni restaurazione avrebbe un carattere contingente, non organico e, in un certo senso, innaturale.

Il disordine attuale nel campo politico, tutto ciò che esso presenta di instabile, di pericolosamente aperto alla sovversione — a marxismo e a comunismo — deriva sostanzialmente dalla carenza di un superiore principio di autorità e da una insofferenza quasi isterica per un principio del genere, per il che certe esperienze politiche di tempi recenti servono ai più da comodi alibi. Parlando di un superiore principio di autorità, noi ci riferiamo ad una autorità che abbia una effettiva legittimazione e un carattere, in un certo modo, «trascendente», perché senza di ciò l’autorità sarebbe priva di base, sarebbe contingente e revocabile. Un centro veramente stabile mancherebbe.

È importante fissare chiaramente questo punto essenziale, per differenziare la monarchia, sulla quale qui verte il discorso, dalla monarchia nel senso lato di potere o governo di un solo. In effetti, sono concepibili, e si sono anche realizzate, forme spurie, contraffatte di autorità. Anche i regimi comunisti poggiano di fatto su un autoritarismo che può rivestire le forme più crude e tiranniche quali pur siano le giustificazioni che gli si vorrebbero mendacemente dare. Sulla stessa linea si può mettere il fenomeno dittatoriale se lo si concepisce altrimenti che in relazione a casi di emergenza, come accadde, del resto, in origine, anche nell’antica Roma.
D’altra parte, l’antitesi, così spesso avanzata, fra dittatura e democrazia è relativa, solo che si esamini il fondo esistenziale di questi due fenomeni politici, fondo che è uno «stato di massa». Se la dittatura non ha caratteri puramente funzionali e tecnici (un esempio può essere quello offerto attualmente dal regime di Salazar in Portogallo), se essa poggia su un pathos come in alcune forme recenti plebiscitarie e populiste, galvanizzarla è lo stesso elemento attivato da ogni demagogia democratica. Il dittatore fa da cattivo surrogato al monarca con l’appellarsi a forze che cercano confusamente un punto di appoggio, un centro, qualunque esso sia, pur di venir a capo del caos, del disordine, di situazioni divenute insopportabili. Ciò spiega però anche il fenomeno di possibili, bruschi cambiamenti di polarità in sèguito a qualche trauma che ha sospeso la forza coesiva e animatrice del sistema, come quando in un campo magnetico la corrente viene a mancare. Il caso più perspicuo è forse offerto, a tale riguardo, dallo stupefacente cambiamento del clima politico collettivo verificatosi nella Germania attuale, dopo l’entusiasmo quasi frenetico di massa che aveva caratterizzato il precedente periodo dittatoriale. È significativo che invece un analogo fenomeno di inversione non si era prodotto in Germania dopo la prima guerra mondiale, perché l’antecedente non era stato una dittatura bensì una tradizione monarchica.

monarchia-corona di ferro

La Corona di Ferro, che venne usata dall’Alto Medioevo fino al XIX secolo per l’incoronazione dei Re d’Italia e, per lungo tempo, degli imperatori del Sacro Romano Impero

Per la «trascendenza» del principio di autorità proprio ad una regalità, il regime monarchico costituisce l’unica vera antitesi sia a dittatura, sia a democrazia assoluta. In ciò si deve indicare il fondamento del suo superiore diritto. Le varie forme che può rivestire e le idee o i simboli con cui può legittimarsi questa trascendenza a seconda dei tempi, non toccano l’essenziale: l’essenziale è il principio. Ha ragione il Loewenstein quando dice che in un mondo desacralizzato dalle scienze naturali, nel quale la stessa religione è minata, non può più esser quistione di quella mistica della monarchia che in altri tempi si appoggiava a certe concezioni teologiche e a una certa liturgia. Ma se si dà uno sguardo al mondo dei portatori di corona in tutti i tempi e in tutti i luoghi, si può rilevare come motivo comune e costante il riconoscimento della necessità di un centro stabile, di un polo, di qualcosa che per essere veramente stabile deve avere, in un certo modo, il proprio principio in sé stesso o dall’alto, che non deve avere un carattere derivato. A tale riguardo si può scorrere, ad esempio, l’ottima opera di F. Wolff-Windegg, Die Gekrönten. A ragione qualcuno ha scritto: «Una regalità puramente politica — si può affermarlo senz’altro — non è mai esistita». In tempi non lontani il «per grazia di Dio», la sovranità di diritto divino non implicò, nei sudditi, considerazioni teologiche specifiche; essa valeva, per così dire, in termini esistenziali, corrispondeva appunto al bisogno di un punto superiore di riferimento, punto che viene assolutamente meno quando il re è tale unicamente per «volontà della nazione» o «del popolo». D’altra parte, solo in quel presupposto potevano svilupparsi, nei sudditi, nel segno del lealismo, quelle disposizioni, quelle forme di comportamento e di costume di un superiore valore etico, di cui diremo fra breve.

Così non si può condividere il parere del Loewenstein, che l’argomento «ideale» a favore della monarchia sia ormai invalidato. È vero, certo, quel che egli dice, ossia che il declino della monarchia è dovuto non tanto alla democrazia quanto all’avvento delle macchine e degli aerei, dell’automobile, della televisione — si può dire, in genere, della civiltà industriale tecnologica. Ma qui è da domandarsi, appunto, se si è in diritto di ipostatizzare questa civiltà, ci si deve chiedere in che misura l’uomo vuole accordare a tutto ciò un valore diverso da quello di un insieme di semplici, banali mezzi, i quali nella «civiltà dei consumi» lasciano un assoluto vuoto interiore. Ripetiamolo: si tratta anzitutto della «dignità» della monarchia, di un prestigio e di un diritto che sempre e ovunque si trassero da una sfera sovraindividuale e spirituale: investiture sacre, diritto divino, filiazioni e genealogie mistiche o leggendarie, e così via, non sono state che forme figurate per esprimere un fatto sostanziale sempre riconosciuto, ossia che un ordine politico, una unità collettiva veramente organica e vivente si rende possibile solamente ove esistano uno stabile centro e un principio sopraelevato rispetto a qualsiasi interesse particolare e alla dimensione puramente «fisica» della società, principio avente in proprio una corrispondente intangibile e legittima autorità.

monarchia-Luigi IX di Francia (El Greco) 1590-1600

Luigi IX detto “Il Santo”, re di Francia dal 1226 al 1270 (dipinto di El Greco, 1585-90)

Pertanto, in via di principio è assolutamente giusto quel che ha scritto Hans Blüher: «Un re che lascia confermare dal popolo la sua funzione sovrana, ammettendo, con ciò, di essere responsabile di fronte al popolo — invece di essere re­sponsabile per il popolo dinanzi a Dio — un tale re ha rinunciato alla sua regalità. Nessuna infamia commessa da un re — e Dio sa se essi non ne hanno commesse — distrugge la sanzione mistica oggettiva del sovrano. Ma una elezione democratica la distrugge immediatamente».
Se in altri tempi il legame di fedeltà che univa il suddito e il seguace col sovrano poté venire assimilato ad un sacramento — sacramentum fidelitatis —, qualcosa di ciò si è conservato anche più tardi come il fondo abbastanza percepibile di un’etica speciale, dell’etica, appunto, del lealismo e dell’onore, la quale poteva acquistare una particolare forza nel presupposto, or ora indicato, della presenza di un simbolo personalizzato.

In tempi normali, il fatto che il sovrano come individuo non fosse sempre all’altezza del principio, poco importava; la sua funzione restava imprescrivibile e intangibile perché non era all’uomo ma al re che si obbediva e la sua persona valeva essenzialmente come un supporto affinché si destassero, o venissero propiziate, quella capacità di dedizione superindividuale, quell’orgoglio nel servire liberamente ed eventualmente perfino quella prontezza al sacrificio (come quando in momenti drammatici tutto un popolo si raccoglieva intorno al suo sovrano) che costituiscono una via di elevazione e di dignificazione per il singolo e, nel contempo, la forza più potente per tener insieme la compagine di un organismo politico e per ridurvi ciò che esso ha di anodino e di disanimato e che nei tempi ultimi ha preso una pericolosa estensione.

Che tutto ciò non si possa realizzare nella stessa misura in un’altra forma di reggimento politico, è abbastanza evidente. Un presidente di repubblica può essere ossequiato, ma in lui non si potrà mai riconoscere altro che un «funzionario», un «borghese» come un altro, il quale solo estrinsecamente, non in base ad una intrinseca legittimità, è investito di un’autorità temporanea e condizionata. Chi conserva una certa sensibilità sottile percepisce che l’«essere al servizio del proprio re», il «combattere per il proprio re» (perfino il combattere «per la propria patria», malgrado la colorazione romantica, ha in confronto qualcosa di meno nobile, di più naturalistico e collettivistico), il «rappresentare il re» hanno una qualità specifica; tutto ciò presenta invece un carattere parodistico, per non dire grottesco, quando è «al proprio presidente» che ci si dovesse riferire. Soprattutto nel caso dell’esercito, dell’alta burocrazia e della diplomazia (a prescindere dalla nobiltà ), ciò appare ben evidente. Lo stesso giuramento, quando viene prestato non ad un sovrano ma alla repubblica o all’una o all’altra astrazione, ha qualcosa di stonato e di svuotato. Con una repubblica democratica qualcosa di immateriale, ma pur di essenziale e di insostituibile, va fatalmente perduto. L’anodino e il profano prevalgono. Una nazione già monarchica che diviene una repubblica è, in un certo modo, una nazione «declassata».

giuramento sulla repubblica

“Lo stesso giuramento, quando viene prestato non ad un sovrano ma alla repubblica o all’una o all’altra astrazione, ha qualcosa di stonato e di svuotato. Con una repubblica democratica qualcosa di immateriale, ma pur di essenziale e di insostituibile, va fatalmente perduto”

Se abbiamo rilevato che quella specie di fluido che si forma intorno al simbolo della Corona è assai diverso da quanto può riferirsi a «stati di folla» esaltati, quali può suscitarli o favorirli la demagogia di un capo­popolo, la differenza esiste anche nei riguardi di ogni semplice mistica nazionalistica. Certo, il sovrano incarna anche la nazione, ne simboleggia l’unità su un piano superiore, stabilendo quasi, con essa, una «unità di destino». Ma qui ci si trova all’opposto di ogni patriottismo giacobino; non si ha nessuno di quei confusi miti collettivizzanti che parlano al puro demos e che vanno quasi a divinificarlo. Si può dire che la monarchia modera, limita e purifica il semplice nazionalismo; che come essa previene ogni dittatura sostituendovisi con vantaggio, così previene anche ogni eccesso nazionalistico; che essa difende un ordine articolato, gerarchico e equilibrato. Si sa che i rivolgimenti più calamitosi dei tempi ultimi sono da attribuirsi essenzialmente a nazionalismi scatenati.

Dopo quel che abbiamo detto, è evidente che noi non condividiamo affatto l’idea, che ormai la monarchia deve democraticizzarsi, che il monarca debba assumere quasi tratti borghesi — «deve scendere dalle auguste altezze di altri tempi e presentarsi ed agire in modo democratico», come pretende il Loewenstein. Ciò significherebbe semplicemente distruggerne la dignità e la ragion d’essere, indicata in quanto precede. Il re dei paesi nord-europei che si porta la valigia, che va a fare le compere nei negozi, che acconsente che la radio o la televisione presenti al popolo la sua brava vita familiare comprese le bambine che fanno le bizze, ovvero con la Casa Reale che si presta alla curiosità e ai pettegolezzi dei rotocalchi, e quanto altro si pensa possa rendere vicino al popolo il sovrano, includendovi, in fondo, un certo bonario aspetto paterno (se il padre lo si concepisce in una blanda forma borghese), tutto ciò non può non ledere l’essenza stessa della monarchia. La «maestà» diviene allora davvero un vuoto epiteto del cerimoniale. A ragione è stato detto che «il potente che per un mal inteso senso di popolarità acconsente a lasciarsi avvicinare va a finire male».

È chiaro che tener per fermo tutto ciò, significa andare contro corrente. Ma, di nuovo, si pone una alternativa: si tratta di accettare, o meno, come irreversibile uno stato di fatto, sussistendo il quale della monarchia possono solo esistere inani vestigie. Uno degli elementi da considerare, a questo riguardo, è l’insofferenza, nel mondo attuale, per la distanza. Il successo delle dittature e di altre forme politiche spurie è dovuto, in parte, proprio al fatto che nel capo viene visto «uno di noi», il «Grande Compagno»; solo in questi termini lo si accetta come guida e gli si obbedisce. Così stando le cose la preoccupazione per la «popolarità» e per i modi «democratici» è ben comprensibile. Ma ciò, in fondo, è tutt’altro che naturale; non si vede perché ci si debba subordinare quando il capo, alla fin fine, è semplicemente «uno come noi», quando non viene avvertita una distanza essenziale, come nel caso del vero sovrano. Così un «pathos della distanza»per usare una espressione di Nietzschedovrebbe sostituirsi a quello della vicinanza, in rapporti che escludono ogni superba tracotanza da una parte, ogni servilismo dall’altra. Questo è un punto basilare, a carattere esistenziale, per una restaurazione monarchica.

monarchia-francesco giuseppe-di Franz von Lenbach (1873)

“in tempi abbastanza recenti si è avuto l’esempio dell’imperatore Francesco Giuseppe che, pur frapponendo fra sé e i sudditi l’antico severo cerimoniale, pur non imitando per nulla i re ‘democratici’ dei piccoli Stati nordici, godette di una particolare, non volgare popolarità” (nell’immagine, Francesco Giuseppe ritratto da Franz von Lenbach, 1873)

Senza riesumare forme anacronistiche, invece di una propaganda che «umanizzi» il sovrano per accattivare la massa, quasi sulla stessa linea della propaganda elettorale presidenziale americana, si dovrebbe vedere fino a che punto possano avere una azione profonda i tratti di una figura caratterizzata da una certa innata superiorità e dignità, in un quadro adeguato. Una specie di ascesi e di liturgia della potenza qui potrebbero avere una loro parte. Proprio questi tratti mentre rafforzeranno il prestigio di chi incarna un simbolo, dovrebbero poter esercitare sull’uomo non volgare una forza di attrazione, perfino un orgoglio nel suddito. Del resto, anche in tempi abbastanza recenti si è avuto l’esempio dell’imperatore Francesco Giuseppe che, pur frapponendo fra sé e i sudditi l’antico severo cerimoniale, pur non imitando per nulla i re «democratici» dei piccoli Stati nordici, godette di una particolare, non volgare popolarità.

Riassumendo, il principale presupposto per una rinascita della monarchia secondo la dignità e la funzione di cui si è detto, resta, a nostro parere, il destarsi di una nuova sensibilità per un ordine che si stacchi dal piano più materiale ed anche semplicemente «sociale», e tenda a tutto ciò che è onore, fedeltà e responsabilità, perché simili valori hanno nella monarchia il loro naturale centro di gravità; mentre, a sua volta, la monarchia risulterà degradata, ridotta ad una semplice sopravvivenza formale e decorativa quando tali valori non siano vivi e operanti — innanzitutto in una élite, in una vera classe dirigente. Non sono le stesse corde che il difensore dell’idea monarchica e quello di un qualsiasi altro sistema debbono far risuonare nel singolo e nella collettività. Così è assurdo affidare i destini dell’idea monarchica ad una propaganda e ad una prassi partitica che ricopi, ad un dipresso, i metodi della parte opposta in clima democratico. Anche il poter constatare oggi l’affacciarsi di tendenze verso un centro autoritario, verso una «monarchia» nel senso letterale (= monocrazia) non basta, dopo quel che abbiamo detto sulle differenze profonde che possono presentare le varie estrinsecazioni del principio di unità e di autorità. Il senso di ciò che non si lascia né vendere né comprare né usurpare nelle dignità e nella partecipazione alla vita politica è un fattore decisivo e sfugge come acqua fra le dita a chi pensa soltanto in termini di materia, di vantaggio personale, di edonismo, di funzionalità e di razionalità. Se di quel senso non si dovesse più parlare per effetto del famoso «senso della storia» marxista, che si pretende irrevocabile, tanto vale accantonare definitivamente la causa monarchica. Ciò equivarrebbe, peraltro, anche a professare il più tetro pessimismo nei riguardi di ciò a cui si può fare ancora appello nell’uomo dei tempi ultimi.

segue nella seconda parte



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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