Spirito legionario e tenuta interiore

di Julius Evola

Tratto da “Orientamenti

Come spirito, esiste qualcosa che può servir già da traccia alle forze della re­sistenza e del risollevamento: è lo spirito legionario. E’ l’abitudine di chi seppe sce­gliere la vita più dura, di chi seppe combat­tere anche sapendo che la battaglia era ma­terialmente perduta, di chi seppe convalida­re le parole dell’antica saga: «Fedeltà è più forte del fuoco» ed attraverso cui si affer­mò l’idea tradizionale, che è il senso dell’onore o dell’onta — non piccole misure tratte da piccole morali — ciò che crea una differenza sostanziale, esistenziale fra gli esseri, quasi come fra una razza e un’altra razza.

D’altra parte, vi è la realizzazione pro­pria a coloro in cui ciò che era fine apparve ormai come mezzo, in essi il riconoscimen­to del carattere illusorio di miti molteplici lasciando intatto ciò che seppero conseguire per sé stessi, sulle frontiere fra vita e mor­te, al di là del mondo della contingenza.

Queste forme dello spirito possono essere le basi di una nuova unità. L’essenziale è di assumerle, di applicarle e di estenderle dal tempo di guerra al tempo di pace, di questa pace soprattutto, che è solo una battuta di arresto e un disordine malamente contenu­to — a che si determini una discriminazio­ne e un nuovo schieramento. Ciò deve avve­nire in termini assai più essenziali di quel che non sia un «partito», il quale può es­sere solo uno strumento contingente in vi­sta di date lotte politiche; in termini più es­senziali perfino che non come un semplice «movimento», se per «movimento» s’in­tende solo un fenomeno di masse e di ag­gregazione, un fenomeno quantitativo più che qualitativo, basato più su fattori emoti­vi che non di severa, chiara aderenza ad un’idea. E’ piuttosto una rivoluzione silenzio­sa, procedente in profondità, che si deve propiziare, a che siano create prima all’in­terno e nel singolo le premesse di quell’ordine, che poi dovrà affermarsi anche all’e­sterno, soppiantando fulmineamente, nel momento giusto, le forme e le forze di un mondo di sovversione.

Lo «stile» che de­ve guadagnar risalto è quello di chi si tiene sulle posizioni in fedeltà a sé stesso e ad un’idea, in una raccolta intensità, in una re­pulsione per ogni compromesso, in un impe­gno totale che si deve manifestare non solo nella lotta politica, ma anche in ogni espres­sione dell’esistenza: nelle fabbriche, nei la­boratori, nelle università, nelle strade, nella stessa vita personale degli affetti. Si deve giungere al punto, che il tipo, di cui parlia­mo, e che deve esser la sostanza cellulare del nostro schieramento, sia ben riconoscibile, inconfondibile, differenziato, e possa dirsi: «E’ uno che agisce come un uomo del mo­vimento».

Questa, che fu già la consegna delle forze che sognarono, per l’Europa, un ordine nuo­vo, ma che nella sua realizzazione spesso fu impedita e deviata da fattori molteplici, og­gi, va ripresa. E oggi, in fondo, le condi­zioni sono migliori, perché non esistono equivoci e basta guardare d’intorno, dalla piazza fino al Parlamento, perché le vo­cazioni siano messe alla prova e si ab­bia, netta, la misura di ciò che noi non dobbiamo essere. Di fronte ad un mon­do di poltiglia il cui principio è: «Chi te lo fa fare», oppure: «Prima viene lo stomaco, la pelle (la malapartiana “pelle”!) e poi la morale» o ancora: «Questi non son tempi in cui ci si possa permettere il lusso di avere un carattere», o infine: «Ho famiglia», si sappia opporre un chiaro e fer­mo: «Noi, non possiamo fare altrimenti, questa è la nostra via, questo il nostro esse­re». Ciò che di positivo potrà esser raggiun­to oggi o domani, non lo sarà attraverso le abilità di agitatori e di politicanti, bensì at­traverso il naturale prestigio e il riconosci­mento di uomini sia di ieri, sia, ed ancor più, della generazione nuova, che di tanto siano capaci e in ciò diano garanzia per la loro idea.



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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