Sul problema della Razza dello Spirito

di Julius Evola

(Tratto da “Vita italiana” fasc. CCCXLVII, febbraio 1942)

In varie occasioni, e soprattutto nella nostra opera Sintesi di dottrina della razza, abbiamo sostenuta l’idea, che un razzismo totalitario, inteso cioè ad abbracciare l’uomo nella sua completezza, è tenuto a considerare la razza come una realtà non solo fisica, ma anche interiore.

Più in particolare, abbiamo proposta la distinzione fra razza del corpo (razza somatica), razza dell’anima e razza dello spirito. Nel presente scritto ci proponiamo di chiarire una simile distinzione e di precisarne la giustificazione sia dottrinale, sia pratica e politica.

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Der Sieger (Arno Breker, 1939)

Con la formulazione di un razzismo inteso a studiare la razza come una realtà anche interiore abbiamo mirato essenzialmente a prevenire ogni tentativo di limitare il razzismo stesso ad un piano materiale e scientista e di contestargli ogni diritto d’intervento nel campo dei valori spirituali e culturali. In realtà, si sa degli ambienti che, interpretando tendenziosamente alcune dichiarazioni del manifesto razzista di tre anni fa, si rallegrarono nell’udire che il problema della razza in Italia voleva essere posto su di un piano soltanto scientifico e biologico. Benissimo – si è detto – lasciate pure che gli antropologi e i biologi misurino angoli facciali, indici cranici, compilino liste di queste o quelle caratteristiche tipiche in fatto di occhi, capelli, nasi ecc. e cerchino pertanto di raccapezzarsi nella complessa realtà etnica compresa nel popolo italiano. Con ciò, essi non ci disturbano. Affrontino pure il problema biologico e «zoologico» della razza. Ma non pensino di prender la parola in ordine al piano dei valori intellettuali, culturali e spirituali. Là li attende la nostra barriera.

Ora, affermare che la razza esiste non solo come un fatto biologico e somatico, bensì anche come una realtà interiore, significa sventare una tale manovra e adeguarsi all’intima esigenza che ha condotto all’incorporazione dell’idea razziale nella dottrina fascista. Nel fascismo, che intende formare un uomo nuovo ed essere principio di una nuova civiltà, è assurdo pensare che la razza possa concepirsi solo come una faccenda da gabinetto antropologico e non abbia anche un significativo vivente, spirituale, tale da incidere[1] decisamente sul mondo dei valori morali e culturali. Lo stesso valore politico del razzismo ne risulterebbe altrimenti gravemente menomato. È dunque opportuno porre il problema della razza anche di là dall’ambito puramente biologico.

Senonché la dottrina della razza interiore vale anche a prevenire un’altra falsa svolta, che è proprio quella che ha suscitato molte prevenzioni contro il razzismo. Alludiamo alla tesi di una dipendenza unilaterale dei valori e delle facoltà superiori dell’uomo dalla semplice razza del corpo, tesi, questa, da un lato umiliante e animata dallo stesso spirito del darwinismo materialista e della psicanalisi ebraica, e dall’altro problematica, perché non è facile, dato l’attuale stato di mescolanza etnica propria ad ogni popolo contemporaneo, individuare con precisione in ognuno le varie componenti di razza del corpo che starebbero a condizionare tutto il resto. Una simile falsa svolta viene evitata, nel punto di ammettere la realtà di una razza interiore. I valori e le facoltà superiori non dipendono dalla biologia, ma dalla razza interna, alla quale la razza somatica serve normalmente da strumento di manifestazione e di azione.

Quali sono i rapporti fra razza interna e razza somatica? Ciò dipende. In via normale, così come in via normativa, esse sono due manifestazioni di una realtà unica, due modi di apparire su due piani diversi di una unica realtà. Qualcuno ha scritto che la razza è l’esteriorità dell’anima così come l’anima è la razza vista da dentro. A parte alcune riserve, che si potranno senz’altro capire da quanto diremo più sotto, si può aderire ad un tale punto di vista. Dunque, né dipendenza unilaterale della razza interiore da quella del corpo, né di questa da quella. Il punto di riferimento vero è una realtà anteriore e superiore sia alla razza somatica che a quella interiore, dal momento che, l’una e l’altra, di essa sono i modi di apparire su due piani diversi.

sintesi dottrina razza - razzismo

Evola si adoperò per una rettificazione delle tesi razziste del fascismo

Ma ciò, come abbiamo detto, si verifica in una condizione di normalità e di purità razziale. Dove non si abbia tale condizione, le cose vanno naturalmente in modo diverso. E come l’incrocio fa sì che i tratti somatici di un dato tipo razziale si mescolino con quelli di un altro tipo, così esso può far sì che s’interrompa la corrispondenza fra razza somatica e razza interiore. In tal caso la figura fisica cessa di essere un sicuro indice per la presenza della razza interiore corrispondente. E qui si giustifica l’indagine razziale da noi detta di secondo e di terzo grado, quella cioè che considera propriamente la razza dell’anima e la razza dello spirito, di là dalla razza somatica. Tale indagine, oltre ad essere scientificamente necessaria, ha una precisa importanza politica. Infatti il razzismo fascista intende evidentemente destare un sentimento di unità interna, vuole una unità di razza come unità di volere, di sentire, di agire e di modo d’essere, e non come l’uniformità ipotetica del maggior numero di individui che riproducano un dato tipo razziale somatico. Senza tralasciare menomamente la razza del corpo, devesi dunque considerare, con mezzi adeguati d’indagine, anche quella dell’anima e dello spirito.

Ma qui può sorgere un’altra difficoltà. Si potrà chiedere: Che cosa è questa distinzione fra anima e spirito? Non è oziosa o almeno artificiosa? Parliamo pure, se volete, di una «razza interna»: ma si può davvero distinguere in essa una «razza dell’anima» dalla «razza dello spirito»›?

Noi rispondiamo affermativamente. Una tale distinzione è possibile, anzi è necessaria, se non si debbono restringere notevolmente i nostri orizzonti e se si debbono prevenire altre false svolte della dottrina razziale. Certo, all’uomo contemporaneo riesce difficile distinguere l’«anima» dallo «spirito». Ma di ciò è causa solo lo stato d’involuzione in cui si trova, vale a dire il fatto, che egli non sa quasi più nulla di ciò che sia veramente spirito, si da esser portato a confonderlo con i surrogati o con riflessi che di esso si possono trovare sul piano della semplice «anima». Altrimenti stavano le cose nell’antichità. L’antico uomo ario-ellenico sentiva bene, che una cosa è il noûs, il principio spirituale corrispondente all’elemento «olimpico» e «solare» in noi, e un’altra cosa la psyche; l’antico uomo ario-romano, del pari, si guardava dal confondere la «mente sovrana», potenza intellettuale, mens, con la semplice anima, la quale per lui confinava quasi con la vita sensitivo-animale (animal, da anima); l’antico uomo indo-ario, poi, giungeva fino a concepire fra lo spirito, âtmâ e la vita animico-mentale la stessa differenza che esiste fra questa e il corpo fisico; e così via. Con la distinzione in parola noi dunque non inventiamo nulla né arzigogoliamo, ma ci rifacciamo ad una tradizione ben precisa, che è la sola capace di farci comprendere l`essere umano nella sua completezza e nella sua vera dignità.

Dal punto di vista più immediato, come si distingue dunque la razza dell’anima da quella spirituale? La razza dell’anima corrisponde alla forma del carattere, allo stile collettivo ed ereditario del comportamento di ciascuno di fronte al mondo esterno e ai propri simili. Si resta pertanto nel mondo «temporale»: storico, sensibile, sociale. Esistono dei modi tipici di concepire le cose che ci circondano, di esercitare una data attività, di comportarsi con gli altri uomini. Questi modi tipici si riflettono nel costume, nella letteratura, nell’arte, nel diritto e tradiscono appunto la «razza dell’anima». Questa è anche un problema di «stile» psichico: vi sono vari modi di esser individui che odiano, che amano, che sono fedeli, che sono coraggiosi, perfino che tradiscono una eredità che non è soltanto biologica, ma che purtuttavia non va oltre l’elemento umano, l’ordine, cioè, che si svolge nel tempo e nella storia. Anche là dove si parla di «anime delle razze» quasi come enti super-individuali collettivi, non si va oltre questo ordine.

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“Helios on His Chariot” (dettaglio) di Hans Adam Weissenkircher

La «razza dello spirito» è una cosa diversa, perché riguarda la forma non più dell’atteggiamento rispetto al mondo sensibile, storico e sociale, ma dell’atteggiamento di fronte al mondo divino e sovrasensibile: il punto di riferimento non è più la vita, ma quel che sta di là dalla vita.

Riguarda dunque anche la forma e lo «stile» delle vocazioni spirituali, nel senso più alto e severo del termine. Come il mondo del costume, del pensiero, dell’arte e della psicologia individuale e collettiva ci mostra degli «invarianti», cioè dei comuni denominatori, delle uniformità tipologiche che noi riportiamo alle «razze dell’anima», così il mondo dei culti, dei miti, dei simboli, dei riti, delle vie di realizzazione ascetica, mistica o iniziatica è suscettibile di una discriminazione, che ci riporta ad un dato numero di forme spirituali primordiali e originarie. Anche all’interno di una data religione vi sono modi di concepire il divino e i rapporti esistenti fra esso e l’uomo. E in questa diversità che si tradisce la «razza spirituale»: essa appartiene, per così dire, alla direzione verticale (verso l’alto) cosi la «razza dell’anima» riguarda invece la direzione orizzontale (il mondo intorno a noi, l’ambiente).

In questi termini, la distinzione speriamo che risulti chiara. Ed è evidente che con essa si va a prevenire una deviazione analoga a quella propria alla tesi della dipendenza unilaterale della psiche dalla biologia. Come segno dell’abbassamento intellettuale del mondo moderno, esistono infatti scuole che vorrebbero ridurre ogni veduta circa la spiritualità e il mondo trascendente a qualcosa di semplicemente umano, condizionato dalla «storia», dall’ambiente sociale, dal temperamento se non addirittura da oscuri istinti atavici e dall’incosciente dei psicanalisti.

Questa è una delle ragioni, per cui a molti riesce ostica o artificiale la distinzione fra anima e spirito: essi infatti mettono in uno stesso sacco il sacro e il profano, ciò che appartiene al mondo temporale ed ha un carattere semplicemente «umanistico» e ciò che va invece a riflettere un  principio realmente trascendente, il quale costituisce il nucleo vero della umana personalità.

E proprio su tale base si precisa l’opportunità della distinzione fra razza dell’anima dello spirito: in ordine, cioè, al problema, ma anche come avviamento ad esso, devesi dire che non distinguendo razza dell’anima da razza dello spirito non è possibile nemmeno intendere una distinzione importantissima, quella fra razze di natura e razze in senso superiore, si potrebbe in un certo modo dire anche: superrazze.

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Opera di Wolfgang Willrich

Che la razza non significhi proprio la stessa cosa quando si tratti di gatti o di cavalli e quando, invece, si tratti di uomini, ognuno più o meno lo ammetterà. E, riflettendo, potrà anche convincersi, che la differenza riporta ai primi due gradi dell’idea di razza, cioè: in un gatto o in un cavallo tutto si esaurisce nella razza somatica e biologica, mentre nell’uomo oltre a questa bisogna considerare la razza dell’anima. Ora, una distinzione analoga si può farla all’interno delle razze umane. Vi sono delle razze, che si possono chiamare «di natura», perché la loro stessa vita interiore e culturale si esaurisce nell’elemento umano, ha una realtà semplicemente storica e sociale, su di uno sfondo collettivistico. L’eredità biologica qui si complica con una seconda eredità, appunto con l`eredità storica, nella quale, oltre ai fattori esterni, ha gran parte l’«anima della razza»: tuttavia non si può parlare, in questo caso, di influenze veramente spirituali, nemmeno là dove ci si trovi dinanzi ad una mistica sui generis. Come abbiamo avuto occasione spesso di ricordare, le comunità selvagge di tipo «totematico» rappresentano la forma-limite delle «razze di natura»: in esse è ben vivo il senso della caducità del singolo di fronte alla sostanza collettiva del ceppo, che viene messa in relazione con forze manifestantesi anche in date specie del mondo naturale. Siamo così sul piano di un immanentismo privo di luce. A tale livello, mutatis mutandis, possono retrocedere pertanto anche razze che si credono tutt’altro che selvagge, per aver creato ogni forma di civilizzazione esteriore, di scienze e di arti. Ma là dove l’uomo ha perduto la capacità di sentire quel che sta di là dall’uomo, sia come individuo, sia come collettività, la sua civiltà rientra effettivamente in questo livello.

Per contro, la razza superiore, o superrazza, è caratterizzata dalla presenza e dalla potenza di una razza spirituale, che va, in fondo, a costituire il centro. A qualsiasi tradizione aria antica noi ci rifacciamo, ritroviamo sempre questa idea. La razza si riprende qui da un piano «sovrannaturale»: non si esaurisce nel piano zoologico, non finisce nemmeno nell’immanenza dell’«anima della razza», si lega invece a quella superiore regione, cui nell’antichità furono riferiti simboli celesti, solari, olimpici. Non è più l’ordine della «natura», ma quello, diciamo così, dell’«eterno».

Questi riferimenti, oggi, possono sembrar vaghi, per le ragioni già indicate. Lo saranno meno, se ricordiamo che non solo il diritto gentilizio paterno ma la stessa idea di Stato e di imperium nel mondo antico ario ebbe un’intima relazione con i simboli «olimpici», Roma stessa stando a dimostrarcelo. Nelle «razze di natura» sta al primo piano, appunto, l’elemento naturalistico, come semplice comunità di sangue e di stirpe, con inevitabili sfumature collettivistiche e egualitarie: qui cade l’origine prima del cosidetto «diritto naturale» che concepisce per tutti gli esseri un uguale diritto, perché li considera tutti figli della grande divinità materna della vita. Si afferma il diritto paterno, l’idea di personalità, il significato della differenza, l’ideale della gerarchia, il concetto virile e spirituale dello Stato e dell’Imperium solo entrando nell’ordine di idee della «razza dello spirito». Questo sta alla «razza naturale» come principio maschio a principio femmina, come «forma» a «materia», come elemento solare ad elemento ctonico-lunare. Dal che precedono naturalmente deduzioni varie anche circa i rapporti di popolo a popolo.

Procedono dunque conseguenze importantissime in fatto di morfologia della civiltà e delle costituzioni politiche dalle nostre distinzioni in apparenza sottilizzanti. Ma noi volevamo anche dir qualcosa circa i rapporti fra razza e personalità.

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Ottaviano Augusto

Da molti è stato obbiettato, che per quanto maggior risalto si dà alla razza, tanto più si menoma il concetto della personalità. È vero che spesso chi avanza idee del genere confonde fra personalità e individuo ed è ben lungi dal tenersi all’idea tradizionale, secondo la quale la personalità ha un senso solo nel riferimento a qualcosa di sovrannaturale. Tuttavia devesi riconoscere che l’obbiezione ha un certo fondamento dovunque non si introduca il concetto di «razza dello spirito». Solo in funzione di «razza dello spirito» è possibile rivendicare all’umana persona un significato autonomo e superiore, che sovrasti tutto quel che in essa è condizionato collettivisticamente e dall’eredità storica e terrena, pur senza menomar, di ciò, come che sia la funzione e il valore. È evidente che anche sul piano delle «razze dell’anima» si potrebbe finire col concepire il singolo come una apparizione caduca del ceppo collettivo, che al massimo può sopravvivere nella discendenza terrena: e noi sappiamo di ambienti razzisti estremistici, che dalla premessa dell’inseparabile connessione dell’«anima» alla «razza» traggono come conseguenza appunto la denegazione di qualsiasi teoria della destinazione sovrannaturale della personalità e della stessa sua sopravvivenza superterrena.

Non è il caso di approfondire, qui, problemi del genere, ma solo di sottolineare che l’introduzione del concetto di «razza dello spirito» previene altresì queste deviazioni materialistiche, dissipando perciò anche le prevenzioni da queste causate. In una dottrina completa della razza vi è anche posto per la nozione tradizionale di personalità spirituale e autonoma, sempre che ci si trovi nell’ambito di quell’umanità superiore, solo per la quale di ciò si può parlare senza fantasticare. In relazione a ciò concepiamo non solo una eredità terrena, ma una anche superterrena, la quale va ad agire, per così dire, all’interno della prima e nel veicolo» della prima. Ed è così che si può utilizzare la dottrina dell’ereditarietà – che è un caposaldo del razzismo di primo grado – senza cadere in una veduta avvilentemente deterministica.

Per chiarire tali idee, dovremmo scrivere apposta un altro articolo. Ci aiuteremo con un esempio. Abbiamo avuto occasione di studiare, come «razza dell’anima», gli antecedenti diretti di una data personalità. Vi abbiamo trovati come tratti più caratteristici una specie di inerzia, un attaccamento ottuso non solo alle consuetudini ma anche ad oggetti materiali, per cui cose usate, mobili e suppellettili venivano conservati in quella famiglia fino all’estremo, con orrore per ogni nuovo acquisto. Ebbene, nella personalità sorta da questi antecedenti, siffatte inclinazioni, sul piano materiale, non sono affatto visibili: si fa innanzi invece su di un piano diverso – quello delle vocazioni spirituali – lo stile di una mente «tradizionale», quanto mai dotata per illuminare e utilizzare il retaggio del nostro migliore passato. Ecco un caso eloquente dell’incontrarsi e dell’allontanarsi di due eredità: una eredità spirituale si è innestata su quella della famiglia, per «rialzarla» e trasfigurarla interamente. É uno fra i tanti casi studiati che potremmo riferire, l’interpretazione approfondita dei quali sarebbe però impossibile senza far intervenire il fatto «razza dello spirito». È qui che si rivela ed agisce l’elemento «personalità». Non è un’azione arbitraria. L’eredità sul piano della razza dell’anima e del corpo sta a definire evidentemente una direzione e stabilisce date frontiere. Però entro tali frontiere ha una parte decisiva una influenza d’ordine più alto.

Con queste brevi considerazioni ci auguriamo di aver chiarito il problema e la ragion d’essere del nostro inquadramento tripartito del problema della razza. Bisogna guardarsi da un doppio pericolo: da quello delle formulazioni scientiste e immanentiste, e da quello di uno spiritualismo male inteso e di un sospetto intellettualismo. Noi ci illudiamo di aver dato alla dottrina della razza un indirizzo lontano sia dall’uno che dall`altro di questi scogli.

Note

[1] Nel testo originale figura invece il verbo “indicare”; trattasi con tutta probabilità di un errore di stampa, così corretto nel testo (N.d.R.).


Julius Evola

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