Sul «regnum» e sulla spiritualità di Cesare

di Julius Evola

(Tratto da «La Vita Italiana», XLIV, 10 Ottobre 1934)

Appunto perché l’argomento oggi in Italia è, come si suol dire, in voga, fra i numerosi nuovi lavori dedicati a Giulio Cesare son pochi quelli che presentano un valore effettivo. In tale condizione, i più, infatti, son portati a trattar questo o analoghi soggetti più per ragioni di convenienza e quasi di opportunismo che non per un interesse spontaneo, sentito e confortato da seria preparazione e comprensione. Un altro dei difetti del più dei lavori moderni su Cesare procede poi dall’applicazione di un punto di vista esclusivamente «umanista».

Caio Giulio Cesare-imperium-Roma

Caio Giulio Cesare (100 a.C.-44 a.C:): «Nella mia stirpe vi è la maestà dei re, che eccellono per potenza fra gli uomini, e la sacrità degli dèi, che hanno la potenza dei re nelle loro mani».

Il cosiddetto «culto della personalità», il concentramento di ogni interesse sulla parte semplicemente «umana» delle grandi figure del mondo antico quasi prendendo a principio per la comprensione loro il tipo del «condottiere» della Rinascenza — tutto ciò costituisce un pregiudizio invero limitatore, se non pure contaminante. Del che, Cesare è fra coloro che più hanno a soffrire, appunto per il fatto che alcuni suoi tratti si prestano particolarmente a colpire in tal senso l’immaginazione di coloro che già vi sono inclinati: mentre altri caratteri, superpersonali e vorremmo dire «fatidici», vengono a cadere nell’ombra. La formula «Le personalità fanno la storia» è tanto vera se ricondotta al suo giusto ambito e contrapposta ad un determinismo di carattere inferiore, materialistico o sociologico, quanto è pericolosa se portata più oltre, tanto da precludere la penetrazione di quell’aspetto delle grandi figure storiche, secondo il quale esse ci appaiono, se non come strumenti, almeno come elementi in un piano d’ordine superiore, in uno sviluppo che — come quello di ogni grandezza — non si lascia spiegare con fattori semplicemente umani. Una considerazione della figura di Giulio Cesare che prendesse le mosse da questo punto di vista, distaccandosi dalla abituale valutazione «umanistica», politico-militare e letteraria sarebbe invero assai desiderabile nel nuovo clima culturale italiano.

Queste riflessioni ci son tornate in mente in occasione della lettura di un’opera nuova su Cesare, dovuta a Giovanni Costa (1). Qui non possiamo fare una «recensione» del libro, cosa che ci riuscirebbe piuttosto banale. Come diretto riferimento ad esso ci limiteremo dunque a dire che si tratta di una esposizione chiara, equilibrata, compendiosa e rivolta al gran pubblico, della vita e dell’opera di Cesare, esposizione che però risulta alquanto sincopata da una certa tal quale forma mentis razionalista dell’Autore, che ad ogni istante ha scrupolo di andar di là da quanto i cosiddetti dati «positivi» possono fondare e di utilizzare adeguatamente tutto quel che se, come tradizione e mito, può esser destituito di verità storica nel senso volgare, appunto per questo assurge al valore di testimonianza certa per significati di un ordine superiore, essi soli atti a introdurci nel lato interno, e quindi più essenziale, di una data realtà. Per tal via, questa stessa nuova opera, se è aliena da fronzoli retorici, da «letterarizzazioni» e da ostentate apologie, se essa ci appare dignitosa e testimoniante la ponderatezza d’uno «studioso», pure non sfugge essa stessa, nei riguardi di Cesare, all’anzidetto «umanismo», che talvolta si intreccia perfino con qualche vena di scetticismo, a diminuirne alquanto la statura.

Eppure il libro si apre con una impostazione, la quale fa pensare che l’Autore abbia imbroccata subito la via giusta, che al Costa sia riuscito cogliere quel punto centrale, che permetterebbe di ordinare i tratti essenziali della figura, dell’azione e della funzione di Cesare appunto in un riferimento non semplicemente storico, ma storico e in pari tempo superstorico. Il Costa infatti prende le mosse dal discorso che Cesare adolescente tenne in occasione delle esequie della moglie di Caio Mario quale discendente dell’antichissima, gloriosa e quasi leggendaria gens Julia. Cesare pronunciò in tale occasione queste parole fatidiche: «Nella mia stirpe vi è la maestà dei re, che eccellono per potenza fra gli uomini, e la sacrità degli dèi, che hanno la potenza dei re nelle loro mani». Il Costa qui vede l’affiorare di un principio — nuovo e antico ad un tempo — che risuona già come un’allarmante squillo nell’ambiente agitato, infido, disgregato e liberaleggiante della romanità dell’ultimo secolo avanti Cristo, quasi preludio all’opera del futuro dominatore. Ma già nel riferimento a quella formula — l’aspetto del semplice imperator — che nella lingua del tempo designava il mero duce militare — è superato e si stabilisce un nesso evidente e pieno di significato con una idea tradizionale e primordiale, già incarnatasi in alcuni aspetti della Roma prisca dei Re, ma, oltre ciò, universale, perché ritrovabile, in una forma o nell’altra, in un ciclo tipico che riprende in sé le più grandi civiltà gerarchico-spirituali del mondo preantico.

Tale idea è già quella del sacrum imperium, del regnum che si giustifica come una istituzione non soltanto temporale, ma temporale e in pari tempo sostenuta e resa trascendente da una forza o influenza dall’alto. Ma il Costa si direbbe che abbia avuto paura di toccare questo punto giusto per una interpretazione di tipo superiore, onde subito noi lo vediamo intento a sminuirne la portata anzitutto non sapendo connettere ad altro quella idea di Cesare, se non a presunte «reminiscenze ellenicoasiatiche» e poi bruciando abbondanti grani d’incenso ai pregiudizi positivisti circa le «favole», le «storielle» e le «divertenti avventure» che sarebbero le simboliche tradizioni antiche circa le origini superstoriche di Roma. Per tal via, il Costa si è dato a fare il contrario di quel che, dal nostro punto di vista, sarebbe stato da farsi: considerar, cioè, Cesare in funzione di un fatale, superpersonale compiersi dell’idea del Regnum, in un primo tempo rivelatasi istintivamente e quasi diremmo incoscientemente in un tratto d’eloquenza del giovane patrizio, in un secondo tempo agente come potenza oggettiva di destino attraverso l’«umanità» e l’azione militare di Cesare, infine facentesi coscienza a se stessa e coscienza dello stesso «dittatore perpetuo» nella nuova costituzione romana.

Tuttavia è estremamente significativo che, malgrado le sue intenzioni, il Costa sia venuto più o meno allo stesso punto. Egli ci descrive Cesare come una specie di anticlericale positivista avant la lettre, che tuttavia attraverso l’affermazione della sua potente personalità finisce col credere a qualcosa di più che non a questa semplice umana personalità: certo, non a divinità esterne o a «redentori» alla sirio-semitica, bensì ad una mistica, misteriosa forza di fortuna e di vittoria — felicitas Caesaris, fortuna Caesaris — che gli si rendeva via via evidente come anima occulta o setterranea scaturigine di tutto ciò che attraverso di lui andava creandosi nel mondo visibile. Una tale forza, nella sua personificazione di Venus Victrix e Venus Genitrix, da Cesare fu posta poi nella più stretta connessione con la forza primordiale generatrice della sua stessa stirpe: il che significa che essa gli apparve in connessione con lo stesso principio, riferendosi al quale il giovane Cesare aveva proclamata la anzidetta dottrina del Regnum, e quasi come concreta efficacia di tale principio nella romanità e nel mondo.

Venus Victrix-roma

Venus Victrix

In più, se il Costa scopre una unità d’intento e di volere dietro alla varietà — spesso contraddittoria, se non perfino machiavellica e opportunistica, malgrado tutto subordinata costantemente ad una formula: la dignità propria e la dignità del popolo romano — dei mezzi o dei fini immediati eletti da Cesare nelle varie fasi della sua ascesa — anche da qui si lascia presentire lo stesso motivo, cioè: il parallelismo di due serie, dominio, l’una, della «persona», e l’altra di un principio superiore, dal quale l’elemento «persona» in una fase preliminare è, per dir così, agito, ma nel quale alla fine esso si trasfigura e si incentra. Dire che Cesare, il quale «non è un credente non solo nel senso della prassi formalistica dei Romani, ma neppure nel largo senso religioso che potrebbero riconoscergli i moderni» e fa anche a meno delle ipotesi devote o speculative circa l’immortalità dell’anima, quasi attraverso una sensazione dette nuova vita all’idea «antica primitiva della Fortuna romana» elemento cosmico e impersonale, «unica attrice soprattutto nelle cose di guerra», e che questa fu «l’unica concezione che, una volta formatasi in lui, lo ebbe tenace sostenitore, tanto che nell’ultimo periodo della sua vita può venire il dubbio che l’abbia talmente trasfusa in sé e talmente confusa con le sue sorti tanto da ritenersi anche lui, come molti lo ritenevano, «divino»; ripetere che «in Cesare però ciò si unisce all’elemento personale che abitualmente riscontriamo in tutti gli uomini di genio, i quali sentono il daemonium fervere a tal punto in sé, da obbiettarlo e farlo motivo di una specie di esaltazione da cui traggono di necessità energia e fede per lo svolgimento dell’opera propria.

Perciò si potrebbe seguire, con il progredire della sua fortuna in guerra, il maturarsi e il compiersi di questa sua concezione (della fortuna Caesaris)… come una fede e una spiegazione che a poco a poco pare astragga dalla persona e dagli eventi cesariani», sì che «tanto egli che i suoi contemporanei vedevan qualcosa di inesplicabile in cui credevano passar l’aura del numinoso» — dire tutto ciò significa constatare, sia pure attraverso reticenze e titubanze, e con le solite limitazioni e pseudo-spiegazioni psicologistiche e empiristiche di rigore presso agli storici e ai «ricercatori» moderni, appunto l’elemento di «fatidicità» sopraindicato e da noi non inteso come una sensazione generica, ma compreso in connessione col principio stesso del Regnum, in atto di dar forma ad una nuova civiltà universale attraverso la potenza romana.

Cesare è colui che, nello stesso riferimento ad una figura non certo di primo piano, quale Cicerone, poteva dire esser cosa superiore in gloria allargare i confini dell’impero spirituale che non quella di un qualunque trionfatore, ampliatore dell’impero materiale — e Cesare è in pari tempo colui che nel suo stile non ha nulla di mistico e di vago, la cui essenzialità e lucidità, più che dello «spiritualista» o del letterato, è dello scienziato o dell’uomo d’azione.
Cesare è colui che nutre una rivoluzionaria indifferenza per gli auguri e i sacrifici — ed è colui che in pari tempo dall’affermazione della sua personalità direttamente tradotta in termini d’azione oggettiva e vittoriosa coglie, come si è detto, di contro ad un fatalismo di carattere esteriore e sacerdotale, la sensazione di un fatalismo di carattere superiore e immanente, adombrato dalla forza delle origini.

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“Già la civiltà greca (…) nel tipo del vincitore simbolicamente alleato agli ‘Olimpici’ — in Eracle — riconobbe il suo ideale eroico”

Chi comprende in una sintesi questi elementi, si avvicina al segreto della figura di Cesare, epperò, attraverso di lui, anche a quello dell’«eroe occidentale» per eccellenza. In un tale «eroe» vi è del «dorico» come personalità, chiarezza, essenzialità, azione — ma tutto ciò non si esaurisce nell’ «umanistico», nel puramente profano. Già la civiltà greca né nel tiranno traente la sua potenza dall’oscura sostanza del demos o da un effimero prestigio personale né nel tipo «titanico» e «prometeico», bensì nel tipo del vincitore simbolicamente alleato agli «Olimpici» — in Eracle — riconobbe il suo ideale eroico. Un tale ideale può porsi di là sia dal «mistico» che dal sacerdotale in senso ristretto, e raggiungere secondo un suo modo specifico un superiore piano, una certa tal quale trascendenza e fatidicità, attraverso il punto in cui, secondo la formula già usata, l’estremo limite dell’esser «personalità» fa tutt’uno con l’esser più che personalità.

Il principio del regnum che attraverso Cesare si creò, per così dire, le elementari condizioni corporeo-politiche e psicologico-sociali per la sua incarnazione e affermazione universale, sincopato dalla tragica fine del grande Imperatore, doveva riaffermarsi e svolgersi anche in sede direttamente spirituale attraverso una vera e propria riforma del culto romano con Cesare Augusto. Qui non possiamo sviluppare delle considerazioni volte a stabilire la segreta continuità ideale che corre fra queste due figure della romanità: continuità di solito non compresa appunto perché in Cesare di solito viene accentuato deformativamente il solo aspetto del dittatore e del duce militare, o imperator.
Questo sarebbe dunque un soggetto fra i più suggestivi per chi avesse una adeguata mentalità e preparazione dottrinale per trattarlo: appunto in funzione del principio del regnum verrebbe allora in luce l’«eternità» dell’impero romano, non nei termini di un modo di dire glorificativo, ma per il riferimento ad un’idea che, più che storica — cioè sorta dal contingente e dal perituro — è da dirsi «metafisica» e, come tale, dotata di perenne vita e della dignità del «sempre ed ovunque» di fronte ad un significato fondamentale della civiltà quale virile spiritualità.

Note

(1) G. Costa, Caio Giulio Cesare. La vita e le opere, Ed. Morpurgo, Roma 1934, pp. IX-183 (N.d.A.)



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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