Sul significato razziale della mistica fascista (II parte)

di Julius Evola

Tratto da “Vita Italiana”, aprile 1940.

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segue dalla prima parte

Ed ora passiamo a considerare rapidissimamente le relazioni tra la mistica fascista e la dottrina della razza.

Il primo punto è che, quando – come succede correntemente – si parla di «razza italiana», non si può intendere questa parola «razza» nel senso assoluto di un gruppo etnico primario, analogo a quel che in chimica sono gli elementi o corpi semplici e indecomponibili. Razzialmente puri in questo senso assoluto non possono essere che alcuni rari tipi. In un popolo moderno può solo trattarsi di un certo composto razziale relativamente stabile, al quale corrisponde un certo tipo comune. In secondo luogo, ad una formulazione coerente, totalitaria e fascista della dottrina della razza è proprio superare certe assunzioni unilaterali di essa, che minaccerebbero di degradarla in una specie di materialismo zoologico.

Mentre in una specie animale la considerazione della razza può cominciare e finire nell’elemento biologico, ciò non è il caso per l’uomo, perché in ogni uomo degno di questo nome l’elemento biologico non è che una parte, e in lui entrano in quistione e in azione, in modo altrettanto positivo, anche elementi e leggi e forze di carattere superbiologico e supermateriale. La considerazione della razza del corpo deve perciò esser completata da una considerazione della razza dell’anima e dello spirito. In via normale, la razza del corpo è strumento e campo di espressione della razza dello spirito: soggetta a speciali leggi, la sua purità, la sua inalterazione sono condizioni, a che essa possa adempiere efficacemente  a questa funzione – la mescolanza e lo snaturamento conducono invece fatalmente ad una dilacerazione e ad una contraddizione, dato che in tal caso la razza dello spirito trova deviate o sbarrate le vie che la conducono ad un’espressione corporea. Ciò non deve però impedire il riconoscimento che, dal punto di vista ideale, e sempreché si tratti di razze superiori, la razza dello spirito corrisponda all’elemento primario, perché è essa l’elemento animatore, formatore, propulsore, è essa la forza profonda delle origini, già adombrata dalla nostra antichità classica nel parlare dei vari enti mistici del sangue, della gens e della stirpe: senza di essa, la razza del corpo, anche pura, sarebbe maschera, più che volto, e la stessa purità e integrità razziale sarebbe qualcosa di contingente, essendo un fatto positivo che le razze non tramontano e si dissolvono solo per mescolanza, ma anche per una specie di morte interna, la quale corrisponde esattamente al caso dello spegnersi o assopirsi, in essa, di quella tensione, in fondo metafisica e eroica, elle procede dalla sua forza più profonda, dalla razza dello spirito.

Una volta precisato succintamente in questi termini il nostro concetto di razza, vediamo quali sono i compiti pratici della dottrina della razza. Il primo consiste evidentemente nel proteggere biologicamente il tipo comune, nel preservarlo dalle alterazioni che gli verrebbero da ogni ulteriore mescolanza e dall’influenza di ogni forma culturale estranea. Il secondo e più importante compito è però di individuare, separare e potenziare all’interno di quel composto, cui si è detto corrispondere l’idea generica di «razza italiana», gli elementi di una razza superiore per metterli al centro di uno sviluppo avente per fine la purificazione e l’elevazione del generale tipo comune. Considerando così le cose, la «razza pura» non è l’oggetto di una semplice constatazione, qualcosa che sia già là e che si tratti solo di preservare presso ad ogni specie di complessi d’angoscia; essa è piuttosto un terminus ad quem, un compito, lo scopo finale di un processo attivo e creativo, politico e in pari tempo spirituale ed eroico, di selezione.

A questo punto, si può tornare al nostro argomento centrale, cioè al concetto di mistica fascista. Non bisogna farsi illusioni: un clima di tensione spirituale, di dedizione eroica, appunto di misticismo nel senso virile, superrazionale e supersentimentale già accennato, è la condizione non solo a che un ordinamento politico abbia una superiore giustificazione e dietro alle forme rigide e positive dello stato si mantenga viva una corrente spirituale, una dynamis come forza di continuo rinnovamento e di continuo superamento, perfettamente dominata ma sempre pronta a scattare: oltre a questo significato, per cui la mistica fascista costituisce evidentemente la sostanza stessa di ciò che per noi significa la « rivoluzione», e per cui la nostra rivoluzione, a sua volta, deve essere «permanente», mai esaurentesi nelle posizioni raggiunte, vi è da considerare il già detto clima eroico come una condizione precisa e positiva anche per il risveglio della razza e per l’enucleazione, in un popolo, della razza superiore, o superrazza.

Anche qui, dobbiamo forzatamente limitarci a degli accenni. Riportare un popolo alla sua «razza», a parte il lato pratico e profilattico e a parte il riconoscimento del significato, troppo spesso disconosciuto da una cultura astratta e intellettualistica, di tutto ciò che è connesso al sangue e alla continuità del sangue, deve significare evocazione della sua tradizione interna: il che esige, in primis et ante omnia, una restaurazione gerarchica, il duro, lento e irresistibile risorgere di una tradizione continua di Capi. Il risveglio della forza primordiale formatrice, o razza dello spirito, intorpiditasi durante secoli di contingenza e di mescolanza, non può esser praticamente efficace che attraverso uomini, i quali ne riproducano una «classica» incarnazione e che riprendano con ferme mani il potere, al centro della nazione. L’azione di tali uomini sarà duplice. Anzitutto essa prenderà forma positiva nello Stato, concepito né come un astratto ente giuridico, né come una pesante superstruttura creata da umane necessità, bensì come una forza in una certa misura trascendente che forma, articola, ordina dall’alto il tutto sociale, come una entelechia, cioè come un principio vitale organizzatore e animatore. In tal senso Mussolini ha potuto dire che «la nazione è creata dallo Stato», che «lo Stato è autorità che governa e dà forma di legge e valore di vita spirituale alle volontà individuali», è «forma più alta e potente di personalità: è forza, ma spirituale». Cosi concepito, lo Stato ha valore di un «mito», vale a dire di una idea-forza, e di un punto di riferimento per una decisione interiore e per quella dedizione eroica, che sta al centro dell’idea stessa di mistica fascista.

In secondo luogo, si può più precisamente parlare, qui, di un’«azione di presenza». Vogliamo dire che i Capi, quali eminenti incarnazioni del «tipo» della razza superiore e dominatrice, si presentano come «ideali attuati» e come tali riaccendono una forza profonda latente nei singoli, che è la stessa razza dello spirito, dovunque le circostanze non l’abbiano distrutta fin negli ultimi resti: donde la magia dell’entusiasmo e dell’animazione che i Capi suscitano in sede di vero riconoscimento e di dedizione eroica e cosciente, e non di passiva suggestione collettiva. E questo è il vero luogo per comprendere quell’«onore», quella «fedeltà» e quelle altre virtù guerriere, che il razzismo considera tipiche per l’uomo ariano, le quali sfumano al vento quando non abbiano per base un regime fortemente personalizzato, gerarchico, retto da una idea superiore; che si ridurrebbero più o meno a consuetudini soldatesche suscettibili perfino di manifestarsi in un’organizzazione di gangsters quando non siano animate dalla sensibilità per qualcosa di trascendente. A non diversa idea, peraltro, si è riportato Mussolini, nel parlare della stirpe non come quantità, collettività o unità comunque materialistica, bensì come ad una «molteplicità unificata da una idea», idea che «nel popolo si attua come coscienza e volontà di pochi, anzi di uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e nella volontà di tutti»; avendo Egli già indicato nel riferimento ad una «realtà permanente e universale» la condizione per agire nel mondo spiritualmente, come «volontà umana dominatrice di volontà».

È allora che le forze molteplici di una stirpe, le correnti varie dei sangui presenti nel tipo comune, fatalmente avviate verso l’alterazione e la disgregazione quando siano abbandonate alla contingenza dei fattori materiali, sociali ed anche politici in senso stretto, ritrovano un saldo e vivente punto di unità in un contatto galvanizzatore. È l’elemento superbiologico della «razza dello spirito» che qui si desta ed agisce, è quella razza che non è un puro motivo polemico o un elenco di «caratteristiche» da scienza naturale classificatoria, ma la razza vivente, la razza che davvero si porta nel sangue, anzi assai più nel profondo che nel sangue, giacché comunica con quelle forze metafisiche, «divine», già adombrate dagli antichi nelle varie entità simboliche delle gentes e delle stirpi, epperò in fondo, conduce già a quella trascendenza, che abbiamo considerato nel definire il concetto positivo, fascista, di «mistica». Senza simile razza, che solo nel clima di una tale «mistica» può esser ridestata, e che senza l’alta statura di veri capi perde ogni concreto punto di riferimento, ogni provvedimento esteriore, ogni disciplina, ogni mito semplicemente politico varrà al massimo come preparazione: da solo, non servirebbe che a produrre delle brave, sane e razionalistiche bestie da lavoro, virili forse nella carne ma eunuche nello spirito, facile preda nel momento dell’apparire di un pugno di veri dominatori.

Con ciò, crediamo di aver chiariti i rapporti intercedenti fra mistica fascista e risveglio della razza. Le due cose, in buona misura, si intercondizionano. Attraverso la «mistica fascista», quale noi abbiamo creduto di poterla definire, il razzismo si presenta e si afferma secondo le sue più alte possibilità e supera ogni possibile materialismo: a sua volta la «mistica fascista» mentre idealmente riprende i valori e gli ideali della tradizione propriamente eroica e guerriera, non può simultaneamente non evocare, secondo la legge delle affinità elettive, cioè del simile che risveglia e chiama a sé il simile, anche quelle forze razziali propriamente arie, che nella storia dei primordi incarnarono eminentemente tale tradizione.

Valga questo accenno per eliminare il sospetto, che con le nostre considerazioni corriamo pericolo di finire nel vago, di perdere ogni contatto con la realtà, in ordine, almeno, al problema razzista. Crediamo infatti che perda contatto con la realtà, piuttosto, colui che trascuri l’azione assolutamente positiva, raggiungente lo stesso piano biologico, che una idea può esercitare. Il risveglio della razza dello spirito attraverso la «mistica fascista» ha come conseguenza non solo la formazione di una data «razza dell’anima» – se così si può dire – vale a dire di un comune stile di vita, di una comune sensibilità e mentalità; ma, perdurando l’azione evocatrice e il clima di «rivoluzione», lo propizia l’apparire e l’affermarsi di una «razza del corpo» riproducente approssimativamente il tipo puro e superiore originario. Sarebbe miopia, non vedere questa idea già confermata, in una certa misura, dalla realtà: dalla sostanza, in sé così variopinta, del popolo italiano, sta enucleandosi un nuovo tipo, specie nella gioventù, nella nuova generazione. Ecco perché è stato rilevato che il parlare di una nuova « razza dell’uomo fascista» o dell’«uomo di Mussolini», riproducente in buona misura i tratti del superiore tipo ariano, ha una sua precisa legittimità. Ma la formazione incipiente di questa razza nuova noi non la dobbiamo al razzismo in senso stretto, tecnico e limitato, perché la incorporazione ufficiale di esso nel patrimonio ideale del fascismo data di poco più di un anno; la dobbiamo invece, precisamente, alla «mistica fascista», al clima della rivoluzione, presso all’evocazione, inconsciamente fatta, sotto segno romano, di una razza dello spirito.



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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