Sulla “contestazione totale”

Torniamo sul tema dei giovani, della gioventù, delle contestazioni al “sistema”, delle presunte rivoluzioni. Lo facciamo riproponendo un celebre articolo che Evola scrisse per “Il Borghese” pochi mesi dopo il famoso “maggio francese”, in pieno fermento sessantottino. Articolo che, com’è noto, fu successivamente inserito  in calce a “Gli Uomini e le rovine”.

Lo scritto evoliano, seppur risalente ormai a poco meno di cinquant’anni fa, risulta ancora di terribile attualità. Al di là dei pochi riferimenti strettamente circostanziati al periodo in cui fu pubblicato, le tematiche affrontate, l’analisi, le prospettive, i concetti espressi, donano a quest’articolo la forza di descrivere in modo incredibilmente realistico gran parte degli scenari odierni, del mondo giovanile e non soltanto.

Si pensi alla spietata analisi delle fantomatiche “contestazioni al sistema”, che risultano alla fine mere scatole vuote laddove ne sia sbagliata la prospettiva e le basi, laddove manchi una visione del mondo superiore, ancorata ai principi sovraordinati della spiritualità, laddove manchi una vera rinascita interiore, una ritrovata concezione dello Stato, della politica e dell’autorità  in senso tradizionale, in grado di sovrastare e respingere la demonìa dell’economia, la mentalità manageriale, lo scientismo. E seguono a ruota altre riflessioni, inevitabilmente sintetiche ma caustiche ed incisive, sul pervertimento della cultura e dell’insegnamento moderno, su razionalismo e progressismo, materialismo ed edonismo, anche tecnologico. All’epoca Evola non poteva immaginare a quale livello sarebbero arrivate le moderne tecnologie informatiche e digitali, ma il principio che espone è illuminante: sebbene esse, laddove vengano rapportate alle masse in un sistema democratico ed orizzontale, causino inevitabilmente una schiavitù, tuttavia possono essere gestite ed utilizzate con equilibrio da “ogni uomo che abbia un dominio su sé stesso, che ne può ridurre al minimo “i corrispondenti condizionamenti livellatori e spiritualmente deleteri“. Un insegnamento per tutti noi: smartphones, computer, internet, ecc. siano mezzi al servizio dell’Idea, da utilizzare con fredda, chirurgica precisione ed accortezza, con equilibrio e senso della misura, sfruttandone impersonalmente gli indiscutibili vantaggi soprattutto per la causa della battaglia contro il mondo contemporaneo, ed allo stesso tempo respingendone le facili, pericolosissime seduzioni. Un modo dunque anche per testarsi, per mettersi alla prova, per valutare la propria capacità di “resistenza”; un modo, quindi, per cavalcare la tigre.

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di Julius Evola

tratto da “Il Borghese”, n. 36 del 5 settembre 1968

La “contestazione totale” è una formula venuta in voga. Assunta in vari ambienti “in protesta”, soprattutto di giovani, vi è chi inclina a riconoscerle una validità. In questo, come in tanti altri casi, poco ci si cura di approfondire le idee. Contestazione, di che cosa? Si dice del “sistema”, “sistema” essendo un’altra espressione divenuta corrente, riferita all’insieme delle strutture e delle ideologie della società e della civiltà occidentale, con particolare riferimento alle forme più avanzate della civiltà industriale dei consumi e tecnologica, con i loro condizionamenti; per il che, di solito, si sanno solo prendere in prestito le idee del Marcuse e simili.

In realtà, volendo fare sul serio, si dovrebbe parlare piuttosto di “civiltà” e “società” moderna in genere, l’altra non essendo, di queste, che una derivazione, un particolare aspetto e, se si vuole, la riduzione all’assurdo, per cui il senso di una vera “contestazione totale” dovrebbe essere una rivolta contro il mondo moderno. Data la situazione attuale, bisognerebbe vedere, tuttavia, che cosa a tale riguardo non si riduce a fantasticherie e ad agitazioni senza costrutto. La prospettiva, tracciata a suo tempo da Alexis Carrel, di un mondo devastato da una bella guerra totale, dove su un’isola l’unico gruppo dei sopravissuti alla catastrofe (di “buona razza”, supponeva il Carrel, con qualche mente geniale fra loro) ricomincia a creare una civiltà, ma in una diversa direzione, avendo finalmente appreso la lezione, sarebbe seducente ma bisogna metterla da parte.

Chi se la prende soltanto con la società tecnologica organizzata dovrebbe chiedersi, del resto, se egli sinceramente sarebbe disposto a rinunciare a tutte le possibilità pratiche che essa offre per riesumare, più o meno, lo stato di natura di Rousseau. Secondo noi, ogni uomo che abbia un dominio su sé stesso può sempre fare un uso equilibrato di tali possibilità, riducendo ad un minimo i corrispondenti “condizionamenti” livellatori e spiritualmente deleteri. Se però si dovesse porre il problema per le masse, è utopico pensare di poterle staccare dagli ideali, in buona parte realizzati, di una comodità generalizzata e di un edonismo borghese, se non si trova il modo di suscitare in esse una tensione spirituale sul genere del clima che, in una certa misura, pervase le nazioni che ieri avevano gettato il guanto di sfida sia alla plutocrazia, sia al comunismo.

Approfondendo il problema, si vede che l’oggetto di una protesta e di una rivolta legittima dovrebbe essere, in genere, una civiltà pervasa da ciò che abbiamo chiamata la “demonia dell’economia”, ossia dove i processi economici e produttivi stanno in primo piano soffocando prevaricatoriamente ogni vero valore. Abbiamo già ricordato che nel suo esame dell’alto capitalismo, Werner Sombart usò l’imagine del “gigante scatenato”: essa si riferisce al processo economico-produttivo che in un certo modo si autonomizza, trasportando, insieme a coloro che lo subiscono, i suoi stessi soggetti, ossia i managers, i promotori e gli organizzatori di esso, nella società dei consumi. Nel segno della “contestazione” vi è chi ha affermato la giusta esigenza di “ridimensionare” i bisogni, anche nel senso di ridurre quelli parassitari e artificialmente creati dalla produzione e di contenere i processi produttivi, mettendo ad essi, per così dire, le brighe. Ora, è evidente che nulla può essere fatto in tal senso in un clima di democrazia e di apparente liberismo. L’abbiamo già detto: l’economia può cessare di essere quel “destino” che Marx, aveva veduto in essa, può venire controllata e frenata solamente ad opera di un potere e di una autorità superiori, i quali possono essere unicamente un potere e una autorità politici. È quel che anche Oswald Splengler aveva considerato, per la fase terminale di un ciclo di civiltà.

Ma ciò equivale a riconoscere come condizione imprescindibile una vera “rivoluzione di Destra”, con una nuova valorizzazione antidemocratica dell’idea di Stato, quale potere autonomo avente, appunto, il crisma di una superiore autorità e i mezzi idonei per tenere in soggezione il mondo dell’economia e spezzare la tirannide, limitarne i prussiani. (Fra l’altro, è evidente che per avere un organo adeguato di collegamento e di controllo, si dovrebbe sostituire al regime partitocratrico un sistema di rappresentanze “corporative”, nel senso già indicato). Ora, vorremmo proprio vedere quanti fra i “protestatari”, che malamente mascherano la loro soggiacenza a tendenze anarcoidi e di sinistra, sarebbero pronti a riconoscere che, fuori dalle utopie apocalittiche, questa sarebbe l’unica via da prendere, per una rivoluzione degna di questo nome.

Ma un’azione nel campo interno non sarebbe meno necessaria di quella nel campo esterno, politico-sociale. Bisognerebbe porsi il problema della visione del mondo e della vita, e uno degli oggetti principali di una “contestazione totale” dovrebbe essere il rimettere in discussione quella che fa da fondo e da presupposto al mondo moderno in generale. Qui sarebbe da considerare un settore assai più vasto di quello che riguarda la solo economia, e il discorso sarebbe lungo. Ci limiteremo a ricordare che il pervertimento della cultura moderna è cominciato con l’avvento della scienza, alla quale si sono subito associati il razionalismo ed il materialismo. Ed anche a tale riguardo si può parlare di processi autonomizzatisi, i quali hanno preso la mano all’uomo che, per così dire, non riesce a tenersi al passo con le sue stesse creature. Non si tratta, naturalmente, di negazioni pratiche ma di ciò che ha inciso sulla visione del mondo, la quale da tempo è stata appunto condizionata dalla scienza; la filosofia e le stesse credenze religiose essendo passate praticamente in un piano secondario e irrilevante. È il “mito” della scienza che si dovrebbe combattere, ossia l’idea che essa conduca a ciò che è veramente degno di essere conosciuto, che essa nelle sue applicazioni vada di là dal dominio dei semplici mezzi e da un qualche contributo alla soluzione dei problemi fondamentali dell’esistenza. “Progressismo”e scientismo vanno, del resto, a braccetto, e oggi spesso si assiste ad una ripresa degli scontati motivi patetici del tempo del balletto Excelsion, con la scienza vincitrice dell’ “oscurantismo” e avviatrice verso un radioso avvenire.

Che idee del genere non trovino eco soltanto presso dei provinciali mentali, risulta da vari sintomi. Un solo esempio: Ugo Spirito, già fascista e gentiliano, oggi comunista professore all’università, è, come pensatore, una nullità, ma è sintomatico il suo bandire un “nuovo umanesimo” nel quale alla scienza si da il valore di una metafisica e in essa si indica la base per il vero rinnovamento di una umanità unificata. In questa fisima egli peraltro, s’incontra col cosidetto “umanesimo socialista infetto fino alle midolla di scientismo”; né manca, nello Spirito, un simpatico rinvio alla Cina maoista, il che segna il limite della deviazione intellettuale e della mistificazione (1).

Titus Burckhardt (Ibrahim Izz al-Din dopo la conversione all’Islam)

Invero, ciò che entrerebbe in quistione in una autentica contestazione totale sarebbe effettivamente una “rivoluzione culturale”, ma non sul genere di quella delle Guardie Rosse cinesi, la quale è piuttosto stata una “rivoluzione anticulturale”, non rendentesi conto che il primo obiettivo contro cui dovrebbe puntare è il cosidetto “marxismo scientifico” il quale resta uno dei dogmi fondamentali inattaccabili della dottrina (se così è lecito chiamarla) di Mao Tse-tung. Insieme ad una presa di conoscenza di quella critica della scienza che ha già una seria tradizione (partendo da un Poincarè, da un Le Roy, da un Boutroux, dallo stesso Pergason, ecc.) alla quale si sono aggiunti i validi contributi di un pensiero tradizionale (René Guènon, Frithjof Schuon, Titus Burckhardt, ma già un De Maistre aveva detto il fatto loro ai savants ed agli scientismi del suo tempo), si dovrebbe dunque assumere un atteggiamento di distaccata freddezza rispetto a tutto il mondo della scienza e della stessa tecnica, le stesse diavolerie speciali dovendo essere considerate come una specie di giuochi per bambini grandi che possono far colpo solo su spiriti semplici.

Dunque, demistificazione antiscientista e lotta per una diversa visione del mondo. In correlazione, lo stesso problema dell’insegnamento e della formazione della gioventù dovrebbe essere affrontato in termini ben più seri di certe contestazioni universitarie di oggi, che puntano solo su problemi di struttura e di didattica. Qui la vera contestazione, la “rivoluzione culturale”, dovrebbe riprendere più o meno i termini della politica svolta da W. von Humboldt e dal suo gruppo, circa un secolo e mezzo fa, nella base iniziale dell’industrialismo, contro tutto ciò che è specializzazione mutilatrice e strumentalizzazione pratico-unitaria del sapere.

Si dovrebbe esigere forme di un insegnamento che invece di tendere unicamente ad addestrare nuove leve da inserire nella società tecnologica dei consumi e della sovraproduzione, avesse come fine, non già un “umanismo”, nel senso scialbo e letterario del termine, bensì una formazione dell’uomo integrale, facendo cadere l’accento sui valori spirituali, considerando come aggiunto e, in un certo modo, staccato, tutto il sapere specializzato che si presta ad una strumentalizzazione in funzione del “sistema”, con relativi condizionamenti del singolo: mentre, purtroppo, non diverso è il movente che oggi spinge la grandissima maggioranza dei giovani verso gli studi superiori: assicurarsi dei titoli per inserirsi il meglio e nel modo più redditizio possibile.

Questo sarebbe l’unico modo serio di concepire, oggi, una “rivoluzione culturale”, la quale allora avrebbe conseguenze incalcolabili e nella quale la parola “cultura” ritroverebbe il suo significato più autentico. Ma, a parte il basso livello vocazionale e l’ottundimento della maggioranza della gioventù attuale, dove trovare, eventualmente, insegnanti in grado di adeguarsi a tali esigenze? Non occorre dire che questi sono soltanto cenni più sommari circa le direzioni che una seria “contestazione totale” dovrebbe prendere, come un’azione seria e sistematica ben diversa dalle velleità degli esagitati “protestatari” di oggi, i quali non sanno quel che veramente vogliono e troppo spesso danno l’impressione di vespe inferocite in un recipiente di vetro che sbattono e disbattono vanamente contro le pareti di esso.

Nota

(1) Julius Evola si riferisce a due testi di Ugo Spirito: il volume “Dal mito alla scienza” (Sansoni, Firenze, 1966) ed il saggio “L’avvenire del Comunismo” (nel “Giornale critico della filosofia italiana”, n. 1, Gennaio – Marzo 1967) poi ripubblicato in un successivo libro (“Il Comunismo”, Sansoni, Firenze, 1970) (N.d.C.)



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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