Sulle origini remote della crisi italiana ed europea  

di Julius Evola

Tratto  da “Dottrina Fascista”, Ottobre-Gennaio 1941 – XIX -p. 13

Al momento dell’entrare in guerra dell’Italia nel 1915, il Grande Oriente aveva preparato un ordine del giorno, nel quale esso esprimeva il suo compiacimento per il fatto, che la nazione si era dichiarata finalmente per quella causa, di cui la massoneria era stata la vessillifera. Solo all’ultim’ora queste espressioni furono sostituite con altre più prudenti, riferentesi ai patrioti del Risorgimento, che – si diceva – sempre erano stati adotti come esempio nelle logge massoniche. Ma, nell’essenza, non si affermava cosa diversa. Il fronte della sovversione mondiale a malapena nascondeva la gioia di veder coronati di successo i suoi piani. Sembrava non esservi dubbio circa il fatto, che l’Italia, divenuta una sotto il segno di ideologie, la cui parentela con quelle massoniche, liberali, giacobine-nazionalistiche e perfino rivoluzionarie, in buona misura, difficilmente potrebbe esser contestata, sarebbe stata ormai solidale con i massimi esponenti di tale spirito nell’opera di liquidazione degli ultimi resti di un’Europa gerarchica, aristocratica e tradizionale.

La massoneria internazionale fu una delle forze sovversive che, dopo la Rivoluzione bolscevica in Russia, pianificò la prima guerra mondiale per destabilizzare l’Europa smembrando gli ultimi imperi tradizionali

Il Congresso massonico internazionale tenutosi a Parigi nell’estate del 1917 non aveva fatto misteri, in realtà, circa quel che per esso significava la guerra: la crociata delle democrazie contro i resti di un “regime oscurantistico”, un nuovo gigantesco passo in avanti della Rivoluzione Francese – della “grande” Rivoluzione – in sede internazionale. Questo era l’essenziale, il resto – cioè le rivendicazioni nazionali e l’ideologia umanitaria – erano solo il secondario, l’accessorio, maschera e strumento, non fine, proprio come era accaduto nel movimento rivoluzionario europeo del 1848.

Senonchè proprio l’opposto doveva fortunatamente accadere, nei riguardi dell’Italia. Le forze eroiche destatesi con l’intervento presero il sopravvento. Esse scalzarono le ideologie democratiche e massoniche che l’avevano in una certa misura propiziate e che pensavano servirsene per potenziare la sovversione mondiale. Col trionfo del Fascismo, tali forze si disciolsero da ogni compromesso, si palesarono come forze d’ordine e di dominio e furono il presupposto per la costruzione di uno Stato nuovo, virile, gerarchico, romano, con il quale non solo sorse a vita una Italia nuova, ma fu posto anche il principio di un nuovo ordine europeo, di un nuovo fronte di nazioni “fasciste” e revisioniste, di là da una crisi, che la guerra 1914-1918 aveva solo portato al suo stato acuto.

Per quel che riguarda l’Italia, una tale crisi non può essere riconosciuta nella sua vera natura, se non si comincia a considerare la nostra storia con un diverso sguardo. Ed anche per aver ben preciso il senso delle future direzioni di marcia, è essenziale procedere ad un revisione radicale delle vedute predominanti circa il nostro passato, perfino a costo, in certi casi, di apparire iconoclasti.

“Le forze eroiche destatesi con l’intervento presero il sopravvento. Esse scalzarono le ideologie democratiche e massoniche (…). Col trionfo del Fascismo, tali forze si disciolsero da ogni compromesso, si palesarono come forze d’ordine e di dominio e furono il presupposto per la costruzione di uno Stato nuovo, virile, gerarchico, romano”

Il punto fondamentale sta nel riconoscere che noi siamo gli eredi di due eredità contrastanti e che fino a tutto il 1915 proprio quella, che noi non sapremmo considerare come la più alta ed originaria, ha avuto il sopravvento. Ancor due anni fa, in pieno Fascismo, non si è forse sentito dichiarare, da parte del pontefice dell’idealismo attuale, che la romanità è più o meno una vuota retorica da commemorazione, che il Fascismo deve considerarsi lo sviluppo dell’Italia del ’70, che la vera tradizione italiana si identifica a quella di eretici, di ribelli, di rivoluzionari e di liberi pensatori, a partir da Giordano Bruno e dagli esponenti più sospetti dell’Umanesimo?

Ora, per noi, esattamente questo è il lato negativo della precedente Italia, che solo dal miracolo fascista è stata arrestata sull’orlo di un abisso. Per secoli, la romanità in Italia ha appunto significato soltanto della retorica; e fino a ieri una certa storia patria, la cui ispirazione massonica è incontestabile, ha sempre e tendenziosamente esaltati come italiano proprio quegli aspetti della nostra storia, che ben poco hanno di romano, quand’anche essi non siano addirittura antiromani. Un caso caratteristico: la rivolta dei Comuni. Si è voluto far di questa rivolta un fatto nazionale, quasi precorritore del Risorgimento e della cacciata dello straniero. La verità è ben diversa. E’ arbitrario dar a quella lotta un carattere nazionale – degli italiani si batterono sia dalla parte dell’Imperatore che da quella dei Comuni, dalla prima, ad esempio, proprio la gloriosa Casa di Savoia, i Monferrato ed altri ceppi italianissimi. Il fatto è che non due nazioni, ma due tipi supernazionali di civiltà furono i protagonisti veri di quella lotta: da un lato la civiltà imperiale e feudale, dall’altro, un tipo nuovo di pseudociviltà, precorritrice proprio di quella democratico-plebea e mercantile, che già un Dante aveva fatto oggetto del suo disprezzo. Ma l’anzidetta “storia patria” ha oculatamente messo a tacere tutto ciò: ad essa importava solo mettere in rilievo una “italianità” fittizia, facente il giuoco delle idee rivoluzionarie, falsando la storia vera.

Sarebbe facile moltiplicare esempi del genere. Lo stesso esaltare l’Umanesimo e la Rinascenza come fenomeni specificatamente italiani rientra in una manovra analoga. E’ una favola, che l’Umanesimo sia stato la ripresa delle nostre tradizioni classiche; esso è stato piuttosto la ripresa di ciò che di più esterioristico, di decadente, di estetico e di “pagano” in senso cattivo vi era in esse. Nulla han saputo, l’Umanesimo e la Rinascenza, degli aspetti virili, austeramente sacrali, dorici e romani delle antiche tradizioni mediterranee: non Sparta ma Atene, non l’antichità aria e nordico-romana, ma quella corinzia e della decadenza alessandrina furono i suoi modelli preferiti. Così non ci si accorse, che nella misura in cui lo spirito della Romanità vera visse più nella severità catoniana che non nei vari poeti e intellettuali romani ellenizzanti, un tale spirito sarebbe stato più riconoscibile perfino in un Savonarola che non nella fiera delle vanità umanistiche ed estetistiche del periodo del Rinascimento italiano.

“La nascita di Venere” di Botticelli (1482-1485 circa), capolavoro-simbolo del Rinascimento italiano (cliccare per ingrandire)

Si può dunque ben parlare, nei riguardi di una certa parte della precedente storia d’Italia, di vocazioni errate o deviate, forse, non senza un retroscena razziale: troppi detriti etnici raccolse la nostra penisola, ad ostruire l’espressione delle forze più profonde e pure della nostra gente e della nostra tradizione originaria. Tali forze rivissero ancora nel ciclo della civiltà romano-germanica ghibellina. Sono esse che condussero gli elementi germanici ad un ideale gerarchico e universale in senso positivo, sconosciuto alle loro precedenti tradizioni, così come questi elementi, a loro volta, valsero, con l’apporto di un sangue più giovane, a rigalvanizzare l’antico retaggio romano. Ma, al chiudersi del ciclo del Medioevo ghibellino, altre tendenze presero il sopravvento, in Italia, purtroppo, e proprio nel periodo in cui si sviluppò in Europa il sentimento della nazionalità in senso stretto.

Poco più parlò, in quel periodo, all’italiano, l’ideale della aristocrazia feudale, fedele al proprio sangue e alla propria terra, al principio dell’onore e del lealismo di fronte ad una più alta autorità: si sviluppò, invece, il tipo delle “Signorie”, con esasperazione dell’elemento personalistico e particolaristico in nuove figure rievocanti, più o meno, quelle degli antichi tiranni e dei tribuni del popolo. E se in pari tempo consideriamo lo sviluppo di una nuova civiltà prevalentemente mercantile e comunale, possiamo vedere in ciò una delle principali cause remote del fatto, che l’Italia, nel periodo successivo, fu priva di una vera spina dorsale e che la sua unificazione fu possibile sotto solo il segno di idee liberali e giacobinizzanti e in una forma assai diversa da quella propria, ad esempio, all’unificazione della Germania per opera di Bismarck.

La frammentazione iperbolica causata da Ducati, Principati, Signorie ed altre micro-strutture territoriali nell’Italia centro-settentrionale agli inizi del 1300 (cliccare per ingrandire)

In secondo luogo, la “civiltà” dell’Umanesimo doveva fatalmente andare incontro ad una tendenzialità individualistica ed estetistica, che già per razza l’uomo mediterraneo ha in proprio. La Chiesa, è vero, aveva posto a questa tendenza dei reattivi, però soprattutto nel campo della fede e del dogma, senza esser immune, nei suoi aspetti temporali, politici e militanti, della stessa influenza. In ogni modo, a partir dall’Umanesimo l’italiano ha sempre più inclinato verso il “libero” pensiero e verso una vita esterioristica, ove l’orpello delle arti e delle costruzioni intellettualistiche tenne il luogo delle qualità di carattere e di una intima formazione etica. Presso al giuoco di idee divergenti e di interessi politici sempre vari e sempre privi di relazione con le forze e gli ideali virili dell’uomo ario e romano, l’italiano si sentì, per così dire, in libertà, fece suo un modo di sentire fra l’indifferentistico e il dilettantesco, si ridestò solo alla stregua di fuochi di paglia, determinati meno da convinzioni profonde che dalla sentimentalità, dalla passionalità, dallo spirito di parte.

In questi termini prese forma l’“Italietta”, ammirata come terra dei viaggi e dei musei, come patria dei “geni” in fatto di lettere e di arti e come luogo di auguste rovine. Quanto al materiale umano di questa “Italietta”, l’opinione europea non era certo lusinghiera, e non con tutti i torti. Troppo a lungo in Italia era stata assente una forza unitariamente formatrice, connessa ad una tradizione, nel senso più alto e virile del termine. Nell’ultimo periodo, cioè dopo il ’70, il regime democratico e liberale si era incaricato di stabilizzare questa decadenza e questa mediocrità, contro cui la presenza dell’istituto monarchico, paralizzato come era dalla Costituzione e dal parlamentarismo, ben poco poteva.

Certo, anche in tutto questo periodo di storia “moderna” nazionale non sono mancate, nella nostra gente, le eccezioni, i lampeggiamenti, le momentanee resurrezioni, sia eroiche, sia etiche, a testimonianza di un retaggio sopito, ma non estinto. Ma la crisi e la decisione dovevano verificarsi solo per mezzo della guerra mondiale 1914-1918. Qui può parlarsi di una vera e propria prova del fuoco, in un doppio senso. Anzitutto, in relazione all’interventismo in sé stesso, vale a dire come fatto eroico e indipendentemente dalle ideologie: con l’intervento la componente eroica della razza italiana si dimostrò più forte dei detriti dell’Italietta liberale, borghese, politicante, estetizzante, si palesò e trionfò qualcosa, che non apparteneva più nè alla “terra dei morti” lamartiniana, né a quella delle canzonette, del “Sole mio”, dei mangiatori di maccheroni e del “dolce far niente”.

In secondo luogo, la prova in sede di vocazione. Come abbiamo ricordato al principio, l’intima vocazione della razza eroica forgiata dalla guerra nostra riconobbe rapidamente sé stessa e capovolse il giuoco della sovversione mondiale. Laddove l’Italia originariamente era stata mobilitata in nome della causa delle democrazie, il risultato fu esattamente l’opposto: l’esperienza eroica della guerra sta nel più intimo nesso causale con la nascita e il trionfo del Fascismo, cioè proprio dell’idea, che doveva condurre alla crisi e infine al crollo delle democrazie europee. Così anche la prova delle idee, della scelta delle vocazioni e delle tradizioni, è stata superata positivamente e si è iniziato, per l’Italia, un ciclo nuovo.

Qui ritorna una forza e una tradizione assai più originaria di qualsiasi altra che agì in Italia a partir dal crollo della civiltà ghibellina: ritorna Roma, non come una rievocazione retorica, ma come una potenza formatrice, che impone nuove tavole di valori. Il Fascismo ha, in primis et ante omnia, appunto il significato di una rettificazione in senso romano e ario-romano della gente e della civiltà italiana. Dichiarandosi recisamente anti-borghese, non facendo misteri del suo disprezzo per la esangue cultura dei “letterati” e degli “intellettuali”, intendendosi a dare un netto rilievo ai valori connessi al sangue, alla razza e alla tradizione e a dar forma ad un nuovo tipo umano e ad un nuovo stile di vita fra l’ascetico e il guerriero, il Fascismo ha dimostrato la sua capacità di individuare con sicurezza i principali focolari di crisi della precedente Italia e di opporre ad essi i più adeguati reattivi.

Se le cause remote di una tale crisi risalgono a vari secoli fa e stanno in relazione con quelle della crisi del mondo europeo moderno in genere, nel segno romano del Fascismo sta avvenendo gradatamente l’evocazione di forme ancor più originarie, che la nuova esperienza eroica dei nostri giorni non potrà che confermare e ulteriormente potenziare. E’ così che, per la forza stessa delle cose, vediamo che il simbolo romano del Fascismo tende ad affermarsi. Ormai, di là dai compiti di una ricostruzione semplicemente nazionale. Segni indubbi ci convincono già che proprio esso, come simbolo di una struttura gerarchica supernazionale, starà alla base dell’idea nuova dei grande spazi imperiali, che è destinata a condurre l’Europa dalla fase di un disordine malamente raffrenato a quella di un ordine vero e positivo.

E qui cadrebbe il dire qualcosa sugli antecedenti della crisi non semplicemente italiana, ma, ora, della civiltà e della società occidentale in genere. Trattare un tale argomento in un breve saggio, come il presente, sarebbe però frivolo; così accenneremo solo a qualche punto più che generico, rimandando il lettore a quanto in altra occasione avemmo ad esporre, soprattutto nel nostro libro Rivolta contro il mondo moderno.

In buona misura, i focolari della crisi europea sono quelli stessi della crisi italiana e, più o meno, hanno la stessa data. In primo luogo, devesi infatti indicare l’umanismo e l’individualismo. “Umanismo”, ora, va inteso in un senso più generale, vale a dire come una visione del mondo, che per centro ha quel che è semplicemente umano, e però terrestre, e, infine, secolare, materiale e animale. Proprio questi gradi presenta la degradazione della civiltà occidentale in genere, dopo quella grande crisi dell’umanità nordica, che fu rappresentata dalla Riforma e che per così dire fu la controparte della Rinascenza italiana, secondo gli aspetti negativi a questa, da noi già indicati.

Senonchè, per orizzontarsi, la Riforma va considerata da una visuale un po’ diversa di quelle più diffuse e più note. Con la Riforma si ha una esasperazione della componente semita contenuta in alcune parti del cristianesimo – e propriamente del senso giudaico di distanza dell’uomo dalla realtà metafisica – in termini religiosi: dal mondo divino – e del servilismo dell’uomo di fronte a questo stesso mondo. Consideriamo, cioè, importante nella Riforma la denegazione di quella partecipazione dell’uomo ad una realtà superumana, quindi anche superindividuale e supernazionale, che, almeno in via di principio, era ammessa dal cattolicesimo, sia nella sua forma collettiva di partecipazione rituale e sacramentale, sia nella sua forma d’èlite di realizzazione ascetica.

Lutero affigge le 95 tesi sulla Chiesa di Wittenberg (1517). Ne seguirà la Riforma Protestante.

Ma proprio come il servilismo ebraico nasconde in sé una obliqua volontà d’affermazione, la sconsacrazione dell’uomo operata dalla Riforma, la denegazione della sua partecipazione a qualcosa di trascendente, doveva esser la promessa per una prevaricazione quasi prometeica dell’uomo. Mentre l’uomo, da un lato, viene dichiarato da Lutero, l’essere più abbietto e spregevole della creazione, a lui si attribuisce il “libero esame”, cioè la facoltà di giudicare da sé, soggettivisticamente e individualisticamente, in materia di fede.

E’ per tale via che la Riforma, nelle sue conseguenze, interferì, naturalmente, con l’altra corrente della nuova civiltà europea, la quale, come si esprime efficacemente il Guénon, con la scusa di conquistare la terra, aveva staccato l’uomo dai cieli, aveva tradito l’ideale tradizionale di una conoscenza qualitativa e organica della natura, aveva sposato quello di un sapere puramente materiale, matematico-sperimentale, dando luogo alla nuova scienza “naturale”, fenomeno, questo, intimamente connesso alla stessa Riforma a all’Umanesimo in senso stretto, cioè prevalentemente estetistico e filosofico. E sulla base di questa triplice interferenza ideale l’Umanesimo europeo – ora, in senso generale – si sviluppa per gradi, fino alle sue estreme e più deleterie conseguenze.

Dall’uomo protestante, che si arroga il “libero esame”, pur essendo privato da ogni effettiva partecipazione col trascendente, fino al razionalismo, alla pretesa dell’uomo di misurar tutto con la sua ragione, vi è, in fondo, solo una logica continuità. E poiché nel frattempo il processo di contrazione della coscienza umana andò oltre e gli orizzonti interiori sempre più si restrinsero, il razionalismo, con la sua critica, a poco a poco doveva condurre all’empirismo, al materialismo, all’enciclopedismo, e, infine, ad una nuova convergenza con l’altra corrente – quella naturalistica – nel segno dello scientismo e del mito di una umanità meccanizzata e materializzata, che dei procedimenti meccanici e economico-collettivistici dovranno condurre alla stessa felicità promessa dal mito messianico. Il simbolo del bolscevismo, come è noto, è la stella rossa a cinque punte. Questo segno fu già nel medioevo, il pentagramma, simbolo dell’uomo come dominatore sovrannaturale di ogni forza materiale e spirituale. Dall’un simbolo all’altro, che, riferentesi all’onnipotenza dell’uomo collettivo senza viso e senza Dio, del primo è l’inversione demoniaca, ha condotto la storia spirituale di cinque secoli di umanesimo.

E qui vale appena ricordare come la prevaricazione “umanistica” in sede spirituale doveva fatalmente tradursi in una analoga perversione in sede sociale e politica. La rivolta delle anime, finalmente liberatesi dall’oscuro medioevo, fu il naturale preludio della rivolta dei popoli e delle plebi, che proprio il razionalismo e l’enciclopedismo massonico s’incaricarono di preparare. Alla celebrazione “umanistica” della “soggettività” dell’io consapevole del suo inviolabile mondo spirituale e della sua incoercibile creatività, fece politicamente e socialmente riscontro, attraverso la sua traduzione in una formula meno ampollosa e più pratica, l’individualismo e il liberalismo, fino all’avvento degli Stati agnostici e democratici. Là dove l’uomo aveva perduto la capacità di riconoscere qualcosa di trascendente, di superindividuale, di “sacro”, era infatti evidente, che ogni forma reale di autorità dall’alto e di gerarchia doveva apparire ridicola, irrazionale, insopportabile a esser tollerata, se mai, solo quando essa consentisse a ridursi ad un simbolo senza forza. Così nascono gli Stati “moderni”, laici, agnostici, intimamente democratici e plebei anche quando essi ancora conservino una qualche facciata dinastica e tradizionale.

La famiglia Romanov  in una foto del 1913. Seconda dinastia imperiale russa, i Romanov regnarono fino al 1917, quando vennero deposti durante la rivoluzione di febbraio. Molti di loro furono uccisi dai bolscevichi, altri ripararono all’estero

Così, a poco a poco, si delineano tutti i fattori della crisi europea, che nella guerra 1914-1918 giunse alla sua fase più acuta. E’ importante guardare i risultati di questa guerra dal punto di vista essenziale, che è quello dei fini realmente perseguiti da parte delle forze mascherate che la propiziarono, e la diressero nel senso – come si è detto – di una specie di guerra santa delle democrazie massoniche e degli eredi della Rivoluzione francese. Ecco quali furono, oggettivamente, tali risultati: 1) La distruzione dell’impero cattolico degli Asburgo; 2) la caduta della Germania imperiale degli Hohenzollern e la sua socialdemocratizzazione e ebraizzazione; 3) La creazione artificiale di una serie di piccoli Stati democratici, seguendo la ragione politica, presso ad ogni specie di assurdi etnici ed economici; 4) Il crollo dell’impero degli Zar e la trasformazione della Russia in un focolare d’infezione comunista europeo; 5) Il trionfo dell’ideologia democratico-massonica in sede internazionale con la creazione della Società delle Nazioni; 6) Un enorme accrescimento della potenza della finanza ebraica e internazionalistica nel mondo intero.

Questo è stato l’apogeo della decadenza europea – se così ci è lecito esprimerci. E’ stata come una prova del fuoco, che doveva misurare, prima del tracollo finale, le forze ancora sopravviventi del mondo occidentale. Proprio quando meno lo si poteva sperare, la reazione si è risolta in senso positivo, prendendo inizio là, dove meno si poteva prevedere, nell’Italia, che, nel punto del suo intervento, sembrò aver confermato il lato più sospetto delle sue tradizioni comunali e risorgimentistiche e che la crisi del dopoguerra sembrò dover mettere alla mercè della sovversione marxista.

Qui non è il caso di esaminare il senso degli ulteriori sviluppi internazionali, conclusisi con la guerra attuale. Vale piuttosto accennare ai nuovi risultati, che già si preannunciano, nella loro opposizione a quelli della precedente guerra.

Non solo la Società delle Nazioni appare ormai definitivamente liquidata, non solo col principio dell’autarchia e con la campagna antiebraica l’influenza della finanza internazionale è stata notevolmente ridotta, ma – dopo che l’individualismo è stato vinto con la creazione dei nuovi Stati di tipo fascista in sede nazionale, – esso sta per essere vinto anche in sede internazionale e di diritto internazionale. E’ evidente, infatti, per quel che concerne l’Europa, che il concetto delle sovranità territoriali atomisticamente e quindi individualisticamente concepite, sta per essere superato dalla forza stessa degli eventi. Di là da un diritto democraticamente riconosciuto in termini di parità ad ogni Stato, si preannuncia già un sistema di spazi vitali e imperiali, comprendenti, secondo un giusto ordine gerarchico e una graduazione del principio di sovranità, varie unità etnico-nazionali particolari.

In questi termini, come si è detto, il simbolo romano del Fascismo acquista una particolare attualità e si presenta come la condizione prima per risolvere, nei suoi aspetti politici più immediati, la crisi del mondo occidentale. In secondo luogo, dopo che affinità di vocazioni e comuni nemici o pericoli han creato la solidarietà dell’Asse, è da attendersi logicamente una simbiosi anche spirituale fra elemento germanico e elemento romano, simile, in più di un aspetto, a quella avvenuta nel medioevo ghibellino, e che pose fine al caos politico e culturale dell’occidente della decadenza romanica e delle invasioni. In tali termini, ritorna esattamente la forza, che la democrazia mondiale, a Versailles, aveva creduto di liquidare definitivamente nei suoi residui, legati, allora, ai regimi dell’Europa centrale. E nel simbolo romano – gerarchico e organico, supernazionale senza essere antinazionale o internazionale – sta, peraltro, il più preciso punto di riferimento per una rettificazione di alcuni aspetti particolaristici della ideologia ufficiale finora professata dalla nazione amica, rettificazione che è necessaria, se essa, insieme all’Italia, vuole adeguarsi ad una superiore funzione direttiva europea e tornare alle sue migliori tradizioni.

Se con ciò vengono a preannunciarsi le forme di un mondo nuovo, da dirsi, in senso superiore, normale, chi tuttavia si rifaccia alle cause prime, spirituali, della crisi europea non si fa illusioni circa il lavoro di rimozione e di ricostruzione ancora da compiere. Si tratta, qui, del problema propriamente spirituale. Si tratta della liquidazione dell’”umanismo”, che in tante forme ancora sopravvive nelle civiltà delle nostre stesse nazioni.

Come ristabilire un contatto reale fra l’uomo e una realtà trascendente – trascendente non solo nel senso di superindividualità, che tale potrebbe considerarsi perfino lo Stato bolscevico, ma anche nel senso di superumano e di supersensibile? In che forme si potrà far sì che da tale contatto un nuovo concetto di autorità e di dominio tragga la sua superiore consacrazione e legittimazione, un concetto, non più semplicemente temporale e quindi nemmeno politico in senso ristretto di dominio, essendo la condizione e la base per una nuova civiltà dei grandi spazi imperiali? Infine, a quali reattivi e a quali integrativi si può metter mano di fronte alla piazza forte dell’umanismo naturalistico, che è costituita dalla scienza, la quale tuttora continua a godere di un prestigio incontestato, a fondare l’unico tipo di conoscenza e di potenza che l’uomo moderno consideri reale, ma che direttamente, o indirettamente fomenta una visione mùtila, pietrificata e pietrificante del mondo, dell’uomo, della vita?

A questi ed altri interrogativi non è facile dare una risposta, semprechè si abbia un senso della loro vera portata e del punto, in cui si è iniziata la decadenza spirituale dell’Occidente. E come appaiono vani, per problemi del genere, i surrogati offerti da questa o quella filosofia contemporanea, così troppo facile sarebbe indicare come panacea universale, una tradizione che, a parte il suo esser semplicemente religioso, già è scesa a tante concessioni con lo spirito moderno, col sentimentalismo e col moralismo borghese, mentre ben scarsa coscienza conserva del suo più alto contenuto.

Quelle avanguardie spirituali della nostra Rivoluzione, che sentono problemi del genere, non debbono dunque crearsi delle illusioni e accontentarsi di facili miti. Sul fronte spirituale, nel senso più alto del termine, vi è ancora da decidersi, da combattere e da vincere. Ed anche qui, forse, potrà, più di tutto, la forza di una evocazione muta e profonda, come lo è stata quella, che attraverso una esperienza eroica ha portato a nuova trionfale vita la potenza originaria formatrice della essenza romana.



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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