“Suolo, sangue, spirito”. Intervista a Massimo Pacilio (Edizioni di Ar)

Sempre in vista della conferenza che si terrà a Roma, presso Raido, il prossimo 14 ottobre dal titolo “Suolo, sangue, spirito – la difesa delle identità oltre lo ius soli, durante la quale verrà presentata la nuova edizione di “Sintesi di dottrina della razza” di Julius Evola, curata dalle Edizioni di Ar, proponiamo oggi un’intervista esclusiva con il relatore della conferenza, Massimo Pacilio, professore di storia e filosofia e storico collaboratore ed autore delle Edizioni di Ar, con cui ha pubblicato “Conoscenza tradizionale e sapere profano – René Guénon critico delle scienze moderne”(1998) e, da pochissimi giorni, l’importante saggio a tema “L’invasione – prodromi di una eliminazione etnica”.

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Introduzione (a cura di Rigenerazionevola.it):

Massimo Pacilio, membro del sodalizio del Gruppo di Ar, nonché fra gli animatori delle omonime Edizioni, sarà il relatore di una conferenza che si svolgerà a Roma presso la sede di Raido il prossimo 14 ottobre. In quell’occasione, oltre alla presentazione della nuova edizione di Sintesi di Dottrina della Razza di Julius Evola,  ci si concentrerà sul tema della difesa delle identità oltre lo ius soli. Ne abbiamo approfittato per porgli qualche domanda decisamente “politicamente scorretta”.

“Suolo, sangue, spirito” è il titolo dell’incontro, ed effettivamente se si riuscisse a seguire come prospettiva ideale un concetto di identità in senso ampio, che si estenda ad ogni ambito (culturale, storico, naturale, spirituale, ecc.), all’interno del quale l’essere umano venga concepito secondo la tripartizione tradizionale, così come è stata ripresa e sviluppata da Evola, si potrebbe trovare il vero antidoto contro l’infezione diffusa dalle forze sovversive. Il suolo come il corpo, il sangue come l’anima, tutti sotto l’egida dello spirito, che in esse, in perfetta armonia, troverebbe piena e compiuta espressione. L’uomo nuovo, completo, armonicamente inquadrato in un contesto etnico, territoriale e culturale, spiritualmente indirizzato e protetto, sarebbe in grado di respingere ogni virus antitradizionale.

Professor Pacilio, tra i vari testi che le Edizioni di Ar stanno ristampando negli ultimi mesi, spicca senz’altro Sintesi di dottrina della razza, il celebre saggio in cui, com’è ampiamente noto, Evola espose in forma compiuta la sua ricostruzione della nozione di razza, seguendo la tripartizione tradizionale dell’essere umano, individuando una razza del corpo, dell’anima, e dello spirito. Può darci alcune indicazioni sulla nuova edizione di questo saggio, ampliata nei contenuti, e sui motivi che hanno spinto le Ar a ristampare un testo che anche noi di “Rigenerazione Evola” consideriamo centrale nell’opera evoliana e spesso, volutamente, dimenticato?

Sintesi di dottrina della razza ‒ come è stato opportunamente sottolineato dal prof. Di Vona nella Presentazione a questa nuova edizione ‒ è “il più difficile libro politico di Evola”. Vi sono esposte idee, concetti, vedute e interpretazioni che costituiscono, per certi versi, una ‘summa’ dell’insegnamento dell’Autore. Studiare quest’opera ‒ al di là di quegli aspetti che sembrano vincolarla esclusivamente alla politica fascista dei tardi anni Trenta ‒ vuol dire, infatti, ripercorrere i contenuti delle principali opere di Evola e assumere il punto di vista dal quale viene affrontata la lettura della modernità. Numerosi, del resto, sono i rimandi – espliciti – che vengono fatti a Rivolta contro il mondo moderno, a Il mito del sangue o – impliciti – a Imperialismo pagano e ai temi affrontati negli articoli apparsi sulle riviste con cui collaborava. Sintesi si presenta, dunque, come un compendio teorico e, allo stesso tempo, come un disegno politico indirizzato a chi, in quegli anni, ancora era al governo dell’Italia. Proprio quest’ultimo aspetto potrebbe indurre a imprigionarne le proposizioni entro una fase storica definita e conclusa, ma sarebbe una limitazione ingiustificata, sul piano politico, e illegittima, su quello filosofico. Lo testimonia ‘il punto di vista’ dal quale Evola tratta l’intera materia del suo saggio. In numerosi passi, infatti, leggiamo il riferimento al “punto di vista tradizionale”, che deve costituire – secondo il pensiero dell’Autore – il fulcro di una dottrina della razza, che non si limiti alla descrizione degli aspetti esteriori e contingenti di un popolo, ma indichi, soprattutto, le modalità con cui risvegliare un tipo umano superiore. Ciò che è “tradizionale”, del resto, non può esaurirsi nell’arco temporale di una fase storica. Sintesi, pertanto, si conferma nella sua funzione di testo-guida, per un’azione efficace di contrasto al processo di decadenza della modernità. Gli scritti che gli fanno da corollario – dalla Presentazione di Di Vona agli Exerga del Gruppo di Ar – dimostrano che questo libro, anche in questa particolare contingenza, è in grado di generare approfondimenti, suscitare interpretazioni e segnalare direzioni.

La nuova edizione di Sintesi viene pubblicata in un periodo storico molto particolare: i flussi migratori che hanno ad oggetto l’Europa, frutto di strategie ben precise pianificate a tavolino, sono volti ad una vera e propria opera di graduale alterazione dell’equilibrio etnico-culturale del vecchio continente, già sufficientemente prostrato dagli altri processi di decadenza e ibridazione in corso, endogeni o allogeni che siano, altrettanto indotti nel tempo. Ormai, oltre ai continui inviti all’“accoglienza” ed all’“integrazione”, sono sulla bocca di tutti espressioni come ius soli, ius sanguinis, nonché il terribile recente neologismo latineggiante dello ius culturae. A suo giudizio cosa scriverebbe Evola oggi di tutto questo?

Niente di più di quello che già espose in Rivolta o in Sintesi. In effetti, Evola, nell’indicare “il punto di vista tradizionale” come fondamento dell’opposizione alla modernità – in ciò raccogliendo e reinterpretando l’insegnamento guenoniano –, riesce a mettere bene in luce le premesse della situazione attuale. Ciò che oggi accade, infatti, non è che lo sviluppo delle precedenti condizioni, e si sostanzia nell’affermarsi di una concezione dell’uomo che pretende di fare a meno delle qualità distintive, per far prevalere, invece, solo ciò che è quantificabile. Le etnie, le razze sono giudicate, dal pensiero unico imperante, come ostacoli all’avvento della nuova sub-umanità indifferenziata. Per Evola la distinzione comincia dall’alto, dallo spirito, e prosegue nei piani, gerarchicamente sottoposti, dell’anima e del corpo. La qualità, dunque, ha sede in alto e si trasmette secondo una sua particolare linea ereditaria. Oggi le qualificazioni interiori degli uomini sono del tutto disconosciute; ad esse sono subentrate le cosiddette “competenze” individuali, le quali sono acquisibili da ognuno secondo una prospettiva affatto egualitaria. La differenza è un ingombrante ostacolo, se non è riducibile ad una quantità misurabile. Assunta la prospettiva quantitativa, non sorprende che anche la ‘cittadinanza’ vada via via slegandosi dalla discendenza e dalla stirpe e si vincoli esclusivamente ad un àmbito burocratico-statistico. Nelle condizioni generali di esistenza che si vanno imponendo, essa non è più espressione del radicamento di un popolo in un territorio – retaggio di un periodo storico in cui si sono formate le nazioni moderne –, ma è un semplice strumento amministrativo, di cui la burocrazia si avvale – non sappiamo fino a quando – per esercitare il suo controllo sugli individui. Quando saranno elaborate soluzioni giuridiche meglio rispondenti al destino di sradicamento di questo nuovo composto umano, anche lo ‘ius soli’ verrà abbandonato, in favore di una cittadinanza completamente deterritorializzata.

Ritiene che occasioni come questa conferenza, e non solo, potrebbero offrire l’opportunità di porre nella giusta prospettiva i concetti di patria, suolo, identità, sangue, e di collocare su di un piano superiore anche lo stesso ius sanguinis?

La visuale materialistica dominante non è che una conseguenza dell’affermazione del “polo quantitativo” dell’esistenza. Ogni aspetto del mondo appare decifrabile all’uomo moderno solo se tradotto numericamente, secondo una concezione meramente funzionale del numero. Ciò che è superiore al mero dato quantitativo, invece, rientra nell’àmbito della qualità. In ogni suo aspetto, l’uomo differenziato deve caratterizzarsi per una preminenza della qualità. Noi abbiamo visto come, storicamente, i concetti di ‘nazione’ e di ‘patria’ si siano legati alle dichiarazioni rivoluzionarie del giacobinismo. Il ‘popolo’ – e quindi la continuità di sangue di un gruppo umano in un territorio definito – ha potuto fungere da strumento sovvertitore dell’aristocrazia, per imporre un’ideologia egualitaria nello spazio politico-culturale europeo. Questi sono alcuni esempi di una visuale materialistica e ‘quantitativa’ con cui vengono distorti e imposti taluni concetti, inculcati poi nell’uomo moderno per condizionarne le facoltà cognitive. Oggi è arduo sfuggire alla degradazione quantitativa della conoscenza, pertanto risulta viepiù complicato vedere nitidamente le ‘idee’ che permettono un’azione “in ordine”. Tuttavia, ogni spazio conquistato alla lettura – che, non dimentichiamolo, è una severa disciplina dell’animo –, o agli incontri con l’opera di autori come Evola, costituisce la riconquista di uno spazio e di un tempo nei quali si manifesta ancora la possibilità di riavvicinarsi alle ‘idee’ e di confermarsi in esse.

Professor Pacilio, oltre a Sintesi di dottrina della razza, quali altri testi pubblicati dalle edizioni di Ar, sia classici che più recenti, suggerisce ai lettori per approfondire le tematiche legate a identità, etnia, sangue, spirito, ecc. secondo l’impostazione di cui parlavamo?

Le opere pubblicate dalle Edizioni di Ar si rivolgono ad un Lettore che ha a cuore – e ha nel cuore – proprio queste tematiche, anche quando esse sono mediate da incursioni nel campo della filosofia, dell’economia o della sociologia. Lo stesso vale per le opere di letteratura. Ma dovendo, come Lei mi chiede di fare, restringere la scelta dei testi, non potrei non ricordare la pregevole collana de I testi di Julius Evola  – in particolare i volumi che raccolgono gli articoli pubblicati su La Vita Italiana e su La Difesa della Razza – e, dello stesso autore, Il mito del sangue; il volume collettaneo Il gentil seme; il testo di Giovanni Damiano, Elogio delle differenze; il Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane, di de Gobineau; Il Campo dei Santi, il romanzo di Jean Raspail che presentammo nella sede di Raido lo scorso gennaio; infine, consiglierei la lettura della raccolta dei documenti del Fronte Nazionale, dal titolo I lupi azzurri, di Franco Freda, una testimonianza della capacità di prevedere – una volta che si è assunta la prospettiva della storia come campo del conflitto razziale – quali saranno gli esiti dell’arrivo delle masse afro-asiatiche, per sviluppare un’azione politica e culturale adeguata.

Le Edizioni di Ar hanno appena pubblicato un suo testo dal significativo titolo L’invasione. Prodromi di una eliminazione etnica. Ritiene che sia in atto un’aggressione delle nazioni europee con lo scopo di cancellare i popoli autoctoni?

In nessun’altra fase della storia moderna abbiamo assistito a un avvenimento paragonabile all’attuale invasione da parte delle popolazioni extraeuropee. Ciò nonostante, dai mezzi di comunicazione proviene quasi esclusivamente la versione edulcorata, se non addirittura travisata, di una ‘emigrazione’ causata dalla guerra o dalla fame. Nel libro ho invece assunto una diversa prospettiva – quella della verità – da cui giudicare questo avvenimento, avvalendomi degli insegnamenti di autori fondamentali (Sombart, Spengler, Schmitt, de Gobineau, Guénon), interpreti del rivolgimento culturale, politico ed economico che ha segnato l’ultimo secolo. Ho indicato quelli che considero gli attori principali e gli strumenti con cui si persegue l’obiettivo non di una graduale “sostituzione” – come viene purtroppo definita, per non rischiare di turbare la vita tranquilla dell’uomo civilizzato europeo –, ma di una soppressione, di una eliminazione definitiva di quel particolare tipo umano che è stato il capostipite delle popolazioni europee. Ho ritenuto indispensabile chiarire, inoltre, anche alcuni aspetti che la propaganda globalista – particolarmente agguerrita su questi temi – non smette di infondere nelle masse: dai numeri degli sbarchi fino alle spese che i cittadini sono obbligati a sostenere.  Nelle conclusioni di questo breve saggio si mostra come il rapido avanzamento dello sfiguramento etnico comporterà, giocoforza, una fase di conflittualità culminante nella ‘catastrofe’. Occorre, allora, fronteggiare questo destino incombente sulle nazioni europee, trovando la risolutezza di un agire assoluto, di una nuova Reconquista.

Perché questo attacco contro i popoli europei? Che senso può avere questa azione?

Consideri la nostra storia, magari passeggiando per il centro di Roma, o di Firenze, portando con sé una copia della Commedia di Dante, dopo aver osservato gli affreschi delle Stanze Vaticane o il museo archeologico di Napoli; provi a riflettere sul valore epico della battaglia di Lepanto, mentre il rumore dei suoi passi risuona in una calle nebbiosa di Venezia; osservi il perfetto disegno geometrico delle città antiche, la valle dei templi, gli anfiteatri che sfidano i millenni o i marmi possenti, in cui i nostri antenati hanno impresso le figure ideali della nostra razza. I miei suggerimenti, si badi, non sono che azioni quotidiane di tanti italiani, che hanno perso, tuttavia, l’abitudine di meravigliarsi della propria grandezza. Concludo, allora, con una domanda: chi potrebbe davvero sorprendersi se altri popoli, con altre storie e altri caratteri, fossero mossi dalla volontà di indebolirci, fino a cancellare ogni traccia della nostra presenza?



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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