Superamento dell’attivismo

di Julius Evola

(tratto da “Il Regime Fascista“, 18 gennaio 1933)

E’ un fatto difficilmente contestabile, che l’attivismo costituisca la  parola d’ordine dell’ultima civiltà. L’esaltazione e la pratica dell’azione, quindi di tutto ciò che è sforzo, slancio, lotta, divenire, trasformazione, perenne ricerca, inesausto movimento, si vede affiorare da ogni dove. E non  solo noi oggi abbiamo il trionfo dell’azione, ma abbiamo anche una filosofia  sui generis al servigio di essa, che con una critica sistematica e con un  forte apparecchio speculativo volge a crearsi alibi d’ogni genere e a  gittare a piene mani il disprezzo sui valori proprii a ogni diverso punto di vista. Così, nelle cose l’occhio del moderno si abitua a trascurare sempre  più l’aspetto “essere” per affissarsi invece sull’aspetto “divenire”,  “sviluppo”, “storia”: “storicismo” e “divenirismo” vanno a battere il ritmo  all'”attivismo” e noi vediamo che nelle stesse scienze i principii che ieri si ritenevano immutabilmente validi e intrinsecamente evidenti oggi vengono considerati come assunzioni ipotetiche da controllarsi in funzione del divenire della conoscenza scientifica; noi vediamo che nelle stesse religioni un’esegesi di tipo nuovo non tiene nessun conto delle pretese di assolutezza e di trascendenza che i dogmi e le “rivelazioni” presentavano e tende a non vedere in tutto ciò che dei momenti di un divenire, di una storia immanente dell’aspirazione religiosa, non esitando, su questa base, a procedere alle umanizzazioni più contaminatrici.

Giacomo Balla-Espansione x velocità (Velocità d’automobile), 1913-1914-futurismo

“Espansione x velocità (Velocità d’automobile)” (Giacomo Balla, 1913-1914): nel Futurismo fu fondamentale la rappresentazione della velocità, del ritmo, dell’immediatezza, della tecnica e della meccanica delle “moderne società”

In filosofia la cosa è ancora più evidente. Pragmatismo, volontarismo, attualismo, ecc., sono correnti che, sia pure in forma varia, convergono tutte in un unico motivo il quale non fa che tradurre in sede speculativa il motivo stesso della vita immediata d’oggi, il suo tumulto, la sua febbre di velocità, la sua meccanizzazione volta a contrarre ogni intervallo di spazio e di tempo, il suo ritmo congestivo e privo di respiro che nei popoli anglosassoni e soprattutto americani giunge poi al suo limite. Qui il tema attivistico perviene realmente a un acme parossistico e quasi diremmo pandemico, assorbe la totalità della vita secondo un’accelerazione che sembra non conoscere più freno, mentre gli orizzonti si riducono sempre più sensibilmente a quello buio e impuro di realizzazioni affatto temporali e contingenti, dove la demonìa del collettivo si fa onnipotente su esseri privi di ogni sostegno tradizionale, tetanizzati da una irrequietudine che oltrepassa tutti i limiti, dominati da forze scatenate sotto molti aspetti subpersonali e prive di volto che li sospingono verso l'”ideale animale” di una nuova civiltà arimànica.

Per tale via, le cose sono giunte a un punto tale, che per coloro, i quali non sono ancora del tutto dimentichi di quelle antiche tradizioni, che fecero la nostra vera nobiltà spirituale, l’arrestarsi e il rendersi un conto preciso della situazione col riportarsi a un punto di vista più alto si impone. E in realtà è possibile muovere una critica e una reazione contro l’accennato orientamento del mondo moderno non in nome della stasi o dell’astrazione intellettualistica o estetizzante, bensì proprio in nome della stessa azione: mostrando che il mondo moderno, in fondo, di ciò che sia veramente azione non sa quasi più nulla – quel che esso esalta, è soltanto una forma inferiore d’azione – e che appunto in ciò stanno la deviazione e il pericolo.

In realtà, vi è azione e azione; vi è un attivismo sano e un attivismo che è semplicemente febbre, esaltazione, vertigine senza centro, tanto che, lungi dal testimoniare una forza, come volgarmente si crede, esso indica soltanto un’impotenza e un’incapacità. Oggi, sotto specie delle varie filosofie della “vita”, del “divenire” e dell'”irrazionale”, è appunto di questa seconda specie di attivismo che trattasi; e per questo occorre che il ritorno a una più alta concezione dell’azione ristabilisca l’equilibrio e arresti un processo, le cui deleterie conseguenze son già fin troppo visibili.

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Nel commentario di Evola al “Tao Te Ching” di Lao Tze viene analizzato il concetto del “wei-wu-wei”, “l’agire senza agire”

Noi abbiamo perduto il senso di ciò che nelle nostre tradizioni classiche significava spiritualmente l’opposizione fra mondo “naturale” e mondo “intelligibile”. Il movimento – in tali dottrine – era considerato come il principio delle cose di natura inferiore, però il movimento come la “perenne fuga delle cose che sono e non sono” (Plotino), come impotenza a compiersi e a possedersi in una legge e in un limite, a realizzarsi come atto perfetto.
L’altro mondo – il “mondo intelligibile” – non era il mondo della non azione, ma era invece quello dell’azione perfetta, quello di un azione che si differenziava dal modo proprio alla “natura” in quanto era priva di desiderio e sufficiente a sè stessa: in quanto azione assoluta, avente in sè stessa il proprio oggetto e il proprio principio. Un ideale sovrannaturale, aristocratico dell’azione faceva dunque da anima a tale visione antimoderna: né a essa soltanto. Chi prendesse contatto con alcuni insegnamenti tradizionali dell’Oriente ariano si stupirebbe forse dinanzi all’affermazione, che tutto ciò che è movimento, attività, divenire, cangiamento, è proprio a un principio passivo e feminile, mentre al principio virile e “solare” vien riferita l’immobilità, l’immutabilità, la fissità. E così non si renderebbe nemmeno troppo conto di che cosa possa significare l’altra affermazione, che “il Saggio discerne la non-azione nell’azione e l’azione nella non-azione“.

In ciò non si esprime affatto un quietismo, ma appunto la stessa consapevolezza di un ideale superiore, aristocratico dell’attività, rispetto al quale l’azione comune diviene quasi un non-agire. E’ l’idea che in termini metafisico-teologici si ritrova poi nella stessa dottrina aristotelica del motore immobile. Chi è causa e signore effettivo del moto, non si muove egli stesso. Egli suscita e dirige il moto, desta l’azione ma, egli, non agisce, nel senso che non è “trasportato”, non è preso dall’azione, non è azione, bensì una superiorità calmissima, impassibile e imperativa, da cui l’azione procede e dipende. Ecco perché, il suo comando possente e invisibile si è potuto chiamare un “agire-senza-agire“. Dinanzi a questo ideale di azione dominata, chi agisce preso dallo slancio, dalla passione, dall’immedesimazione, dal desiderio, dall’inquieto bisogno non agisce veramente, ma è un agito. Per quanto paradossale possa sembrare questa espressione, il suo è un agire passivo. Ecco perché, rispetto al mondo trascendente, superiore, regalmente freddo, puramente determinativo, “immobile” dei “Signori del moto” lo si assomiglia appunto a femina: egli si muove, fa, crea, corre ma la ragione, la causa assoluta della sua azione cade fuori di lui.

wu-weiOrbene, una volta compreso questo ideale tradizionale dell’azione e della non-azione, se si esamina il senso proprio alle dottrine attivistiche, diveniristiche, bergsoniane, ecc. in voga al giorno d’oggi, di massima ci troviamo dinanzi precisamente a questa forma inferiore e passiva di azione: ciò che oggi si esalta, è uno slancio cieco e istintivo, onde si va senza sapere perché si vada, senza avere potere di essere diversamente da quel che si è, di dominarsi, di crearsi in sè stessi un centro, un limite, una luce, una ragione assoluta. E’ l’agire per agire, come era spontaneità e “elan vital” [in francese, “slancio vitale”, N.d.R.], come necessità immediata e mai risolvibile – quand’anche il tutto non si riduca a una volontà più o meno consapevole di stordirsi e di distrarsi, a un’agitazione e a un rumore che tradisce la paura per il silenzio, per il distacco interno, per l’assoluto essere degli individui superiori – mentre dall’altra parte essa sostiene e fomenta in ogni modo la rivoluzione dell’uomo contro l’eterno.

Per quanto necessariamente tronche, queste considerazioni bastano per dare il senso del punto centrale di riferimento. Al tumulto della vita moderna, alla molteplicità scatenata delle forze e delle passioni che essa ha evocate sia nell’ordine della società che in quello stesso della natura su cui, attraverso la tecnica, l’uomo oggi fa sempre più profonda presa, dovrebbero corrispondere forze di centralità: di ascesi, di comando, di assoluto dominio spirituale, di assoluta individualità e di assoluta visione – forze che oggi meno che in qualsiasi altro tempo ci è dato di constatare d’intorno.

Georges Bernanos

Lo scrittore francese Georges Bernanos (1888-1948), autore dell’opera “La France contre les robots” (1944) –  da cui Evola estrapolerà una celebre frase – ,   un atto d’accusa contro i ritmi ossessivi, la frenesia e la stupidità delle moderne società “civilizzate”

E questo difetto è vano sperare che possa essere veramente rimosso, quando si continui a ridurre l’azione all’unico tipo dell’ azione materiale e “passiva”, spinta dall’esterno e volta verso l’esterno; quando non si veda altro che essa e si ritenga che l’azione interiore, l’azione segreta che non crea più macchine, banche e società, ma uomini, asceti e guerrieri, esseri superbi dominatori delle proprie anime, svincolati da ogni sete, liberati, non sia azione ma rinuncia, astrazione, perditempo. Finché tale sia il criterio non c’è da aspettarsi che una sempre più alta vertigine sempre più lontana da qualsiasi centro e a qualsiasi controllo che non sia quello della reciproca dipendenza di parti di un mostruoso ingranaggio lanciato a vuoto, senza nessuno che possa più nulla.

Se nella sua febbre di correre, di andare sempre più in là come degli assetati o degli inseguiti il mondo moderno non realizza che le estreme conseguenze del romanticismo, ciò che di nuovo potrà stabilire un equilibrio e non estinguere, ma integrare, centralizzare, rendere maschia, solare e attiva l’azione, non può essere che una rievocazione di quel che, in senso lato, si può chiamare l’esperienza classica: amore del cosmos contro il caos; della forma contro l’informe, dell’ethos contro il pathos, della chiarità contro la penombra, del distinto e del “dorico” contro il promiscuo, l’inquieto e il senza limite.

L’ideale di un nuovo classicismo dell’azione e del dominio, animato da nuovi contatti col supertemporale, preparato dai valori di un ascesi virile e di una superiorità aristocratica al semplice “vivere”, è ciò che oggi ci occorre. Esso varrà a creare lentamente centri, qualità e individualità nuove – nuove per essere “tradizionali” nel senso più profondo e vivo del termine – dinanzi a cui, per una legge naturale irresistibile, non potranno non piegarsi e non subordinarsi in un migliore futuro le forze senza centro, senza persona e senza luce emerse attraverso il mito dell’azione nei tempi ultimi.



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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