Terzo sesso e democrazia

di Julius Evola

(Tratto da “Il Borghese” del 1° agosto 1968)

Fra le indicazioni che l’intellighentzia sinistrorsa o comunista nostrana non manca di fornirci, con generosità, circa il livello morale che le è proprio, dopo le mal celate simpatie per Cavallero, teorico e militante (non originale: già Stalin in gioventù l’aveva preceduto) del banditismo «rivoluzionario» e di «protesta» e del «Che» Guevara in veste gangster si può raccogliere quella relativa a suoi indignati commenti al «processo aberrante» e alla condanna di Aldo Braibanti [1] .

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Aldo Braibanti, condannato per plagio sessuale nel 1968

Con l’Unità in testa, quasi tutta la cricca moraviana e pasoliniana si è mobilitata, compresa la Elsa Morante (che per l’occasione ha cambiato sesso: ha dichiarato di essere un «poeta» e non una poetessa, vedi Paese Sera, 17 luglio). «Quel che di marcio vi è nel processo Braibanti», è stato detto, «non è l’esistenza della omosessualità», a cui il Braibanti ha convertito i suoi succubi, «ma la ferocia razzista (?) contro il terzo sesso … l’odore di linciaggio che il suo sospetto scatena in ambienti nei quali la morale si identifica con il moralismo più oscurantista e repressivo» (l’Unità, 14 luglio).
La Morante, che annovera se stessa fra «gli italiani di buna volontà … fra quelli, ad esempio, che tante volte sono accorsi a manifestare contro la guerra del Vietnam» si rifiuta di vedere un reato nell’indurre giovani a seguire le proprie idee, «deviandoli dalla morale tuttora vigente presso alcune classi della società italiana» (per cui il nostro codice penale è stato chiamato «vecchio e classista»): sapendosi bene quali siano queste idee, nel caso specifico. Essa difende le “scelte” fatte contro una società «che oggi ormai mi si conferma come un aggregato di cellule morte» e dice che «se nel passato posso non aver lavorato abbastanza per aiutare i miei simili, e in specie i più giovani, a liberarsi da queste cellule morte, è mia intenzione presente e futura di rimediarvi meglio che posso, finché avrò vita». Poco prima era stato citato «il premio Nobel André Gide, uno dei numerosissimi omosessuali che si sono altamente distinti nella storia della civiltà e della cultura».

In fatto di impudenza e di aberrazione intellettuale, crediamo che ve ne sia abbastanza. La situazione viene addirittura rovesciata: invece di considerare putrescenti le parti della società dove prosperano il terzo sesso e le “scelte” omosessuali, quella qualifica la si vorrebbe attribuire a coloro che questo marasma deprecano e combattono. «Non si invochi il sacro diritto di ognuno a convertire altri alla proprie idee». Certe idee sono come batteri, come microbi; il paralizzarle è una esigenza non meno legittima quanto il prendere misure profilattiche nel campo delle malattie del corpo. Che l’omosessualità dal nostro codice penale («classista») non venga considerata come un reato e che quindi reato non sia nemmeno il farne la propaganda, è giusto. Ma anche di là dell’ambito strettamente penale e giuridico l’esigenza profilattica ora indicata mantiene tutta la sua validità.

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Magnus Hirschfeld (1868-1935), medico e scrittore tedesco di origini ebraiche, sessuologo, militante del movimento di “liberazione omosessuale”, del quale è considerato uno dei fondatori

Lo può riconoscere facilmente chi, a differenza dell’accennata squallida intelligentzia, esamini a fondo il significato della omosessualità e del terzo sesso. Un brevissimo cenno potrà servire da orientamento.
In sessuologia vengono distinte due forme di omosessualità, l’una a carattere congenito-costituzionale, l’altra a carattere acquisito e condizionata da fatti psico-sociologici e ambientali. La prima omosessualità si spiega con le «forme sessuali intermedie» (per usare questa espressione di M. Hirschfeld). Sia sa che inizialmente nel feto e nell’embrione sono presenti entrambi i sessi. Soltanto successivamente interviene un processo di “sessuazione” grazie al quale i caratteri dell’un sesso divengono predominanti mentre quelli dell’altro sesso si atrofizzano o divengono latenti, senza però scomparire del tutto. Vi sono casi in cui questo processo di sessuazione è incompleto, nei suoi aspetti fisici ovvero psichici. Allora è possibile che quell’attrazione erotica che in via normale si basa sulla polarità dei sessi (sull’eterosessualità) e che è tanto più intensa per quanto più decisa è questa polarità, ossia per quanto più l’uomo è uomo e la donna è donna, nasca anche fra individui che anagraficamente, ma non costituzionalmente, sono dello stesso sesso, appunto perché in realtà sono “forme intermedie”.

In questi casi l’omosessualità è spiegabile e per essa si può avere una comprensione: voler rendere “normale”, cioè attratto dall’altro sesso, un omosessuale di tale tipo equivarrebbe a fargli violenza, a voler che non sia sé stesso: tentativi terapeutici in tal senso sono sempre falliti. Il problema sociale sarebbe risolto, ove questi omosessuali formassero ambienti chiusi, rimanessero fra loro, non contagiassero nessuno non avente la loro condizione. Non vi sarebbe ragione di condannarli in nome di una qualsiasi morale.

Ma l’omosessualità non si riduce di fatto a questi casi. In primo luogo sono esistiti maschi omosessuali che non erano effeminati e “forme intermedie”, anche uomini d’arme e individui decisamente virili nell’aspetto e nel comportamento. La storia, soprattutto quella antica, lo attesta. In secondo luogo vi sono i casi della omosessualità acquisita e quelli che la psicanalisi spiega come “forme regressive”.

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Il movimento femminista, tra le avanguardie sovversive della rivoluzione sessuale del ’68

Non è agevole capire la prima categoria. Qui si ha tutto il diritto di parlare di deviazione e di perversione, di “vizio”. Non si comprende, infatti, che cosa possa spingere eroticamente un uomo veramente uomo verso un individuo dello stesso sesso. Nell’antichità classica, però, è attestata non tanto la omosessualità esclusiva bensì la bisessualità (uso sia di donne che di giovanetti) e sembra che la motivazione fosse quella di “voler sperimentare tutto”. Nemmeno questo è ben chiaro, perché a parte il fatto che negli efebi, nei giovanetti, soprattutto preferiti, ci fosse del femminile, si potrebbe riprendere il crudo detto di Goethe, che «se se ne ha abbastanza di una ragazza come ragazza, essa può sempre servire come ragazzo» («habe ich als Mädchen sie satt, dient es als Knabe mir noch») Anche la motivazione (talvolta raccolta in Paesi come la Turchia e il Giappone), che il possesso omosessuale dia un senso di potenza, non è troppo convincente. La voglia di dominio la si può soddisfare anche con donne, o con altri esseri, senza commistioni erotiche.

Fino ad ieri l’omosessualità apparteneva soprattutto al mondo di un decadentismo a sfumature estetistiche (Wilde, Verlaine, Gide, ecc.) ed era sporadica; il «piacere di sperimentare tutto» qui poteva avere una parte rilevante. Ma oggi le cose stanno diversamente; si assiste ad una avanzata piuttosto massiccia dell’omosessualità e del terzo sesso anche in ambienti popolari e in altri che in precedenza erano stati abbastanza risparmiati da questa deviazione. Qui bisogna far intervenire un altro ordine di considerazioni, ossia l’influenza possibile di un dato clima, di un dato ambiente.
Abbiamo ricordato che l’individuo maschile o femminile va considerato come il risultato di una forza sessuatrice predominante la quale imprime il proprio suggello mentre essa neutralizza o esclude le possibilità, in lui originariamente coesistenti, dell’altro sesso specie nel campo corporeo fisiologico (nel campo psichico il margine di oscillazione può essere assai maggiore).

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Il presente articolo di Evola fu profetico circa l’avvento dell’uomo sessualmente ibrido

Orbene, si può pensare che per regressione questo potere dominante da cui dipende la sessuazione, l’essere veramente uomo o donna, si indebolisca. Allora allo stesso modo che politicamente nella società all’indebolirsi di ogni autorità centrale tutte le forze d’in basso dapprima frenate possono liberarsi e riaffiorare, del pari nell’individuo si può verificare una emergenza dei caratteri latenti dell’altro sesso e, quindi, una tendenziale bisessualità. Cosi ci si troverà di fronte alla condizione del “terzo sesso” ed è ovvio che sarà anche presente un suolo particolarmente favorevole per il fenomeno dell’omosessualità. Il presupposto è, dunque, un cedimento interno, un venir meno della “forma interiore” o, per meglio dire, del potere che dà forma e che non si manifesta soltanto nel sesso ma anche nel carattere, nella personalità, nell’avere, in genere, “un volto preciso”.

Allora si può capire perché l’accennato sviluppo dell’omosessualità in forme endemiche sia un segno dei tempi, sia un fenomeno che rientra logicamente nell’insieme di quelli per via dei quali il mondo moderno ci si presenta come un mondo regressivo.

In una società egualitaria e democratizzante (nel senso più ampio del termine), in una società dove non esistono più caste, né classi funzionali, né Ordini, in una società dove il pindarico “sii te stesso” è divenuto una vuota frase, in una società dove aver un carattere vale come un lusso che solo lo stupido può permettersi mentre la labilità interiore è la norma, in una società, infine, dove si è scambiato ciò che può stare al disopra delle differenze di razza, di ceppo e di nazione con quel che sta effettivamente al disotto di tutto ciò e che ha, dunque, un carattere informe e ibrido, in una tale società agiscono forze che alla lunga non possono non incidere sulla stessa costituzione degli individui, con l’effetto di colpire tutto ciò che è tipico e differenziato perfino nel campo psico-fisico.

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“La democrazia non è un semplice fatto politico e sociale, una aberrazione ideologica; è un clima generale il quale a lungo andare non può non aver conseguenze regressive sullo stesso piano esistenziale”

La democrazia non è un semplice fatto politico e sociale, una aberrazione ideologica; è un clima generale il quale a lungo andare non può non aver conseguenze regressive sullo stesso piano esistenziale. Nel dominio particolare dei sessi, ne può venire senz’altro propiziato insensibilmente quello sfaldamento, quell’indebolimento del potere interno sessuatore che, come abbiamo detto, costituisce il presupposto del proliferare del terzo sesso ma probabilmente anche per prodursi di certi strani fenomeni che, a quanto pare, in precedenza erano abbastanza rari: il cambiamento di sesso, uomini che divengono perfino somaticamente donne, o viceversa, e che spesso desiderano anche divenirlo.
Per poco che si tengano presenti le considerazioni ora esposte che, come si vede, non sono affatto basate su pregiudizi moralizzanti e alle quali, se questa ne fosse la sede adatta, potremmo dare un fondamento e uno sviluppo sistematici, si capirà con che cosa si abbia a che fare nel caso delle proteste avanzate dagli ambienti di sinistra in occasione del caso Braibanti, e come, appunto, qui si invertano proprio le cose: i corifei e gli esponenti, consapevoli o inconsapevoli, di un mondo in putrefazione accusano come putrescente una società la quale, sia pure in modo estremamente debole, qua e là si difende, cercando di cauterizzare o circoscrivere l’uno o l’altro focolare d’infezione poco curandosi del presunto “sacro diritto” di convertire gli altri alle proprie idee, quali che si siano. Ecco il vero sottofondo dell’attacco ad una società chiamata “classista”, retrograda e oscurantista, ad una società a cui, per molti suoi aspetti, chi scrive, in quanto violentemente antiborghese, vorrebbe ben vedere sostituirsi un’altra diversa, caratterizzata però da una intransigenza, da una autorità, da una fermezza nei principi di altra, ben più dura tempra.

Note

[1] Aldo Braibanti (1922-2014), professore di filosofia, scrittore, sceneggiatore e drammaturgo, “intellettuale” di sinistra, ex partigiano comunista, fu accusato di aver plagiato sessualmente due suoi studenti che, in due epoche diverse, avevano vissuto con lui. Il caso suscitò notevole clamore nell’opinione pubblica dell’epoca: nel 1964 Braibanti venne arrestato, condotto nel carcere romano di Regina Coeli e processato per plagio, reato all’epoca previsto dall’art. 603 del codice penale, che comminava una pena detentiva tra i cinque e i quindici anni per chi avesse sottoposto “una persona al proprio potere in modo da ridurla in totale stato di soggezione”. Nel 1968, quando Evola scrisse l’articolo in oggetto, Braibanti fu condannato (resterà l’unico, poiché nel 1981 la Suprema Corte avrebbe dichiarato incostituzionale il reato di plagio) a nove anni di reclusione, ridotti prima a sette e poi a quattro, due dei quali gli sarebbero stati poi condonati in quanto ex-partigiano (!). La condanna comportò ovviamente la mobilitazione di tutta “l’intellighentzia sinistrorsa o comunista nostrana”, come la descrive Evola nell’articolo, tra le cui le cui fila spiccavano i nomi di Alberto Moravia, Umberto Eco, Elsa Morante, Pier Paolo Pasolini, Marco Bellocchio, Marco Pannella (N.d.R.).


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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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