Tradizione: significato di un termine (II parte)

Dopo aver analizzato i significati moderni, e quindi ormai alterati, assunti  dal termine “Tradizione”, ora il professor Polia ne ricostruisce i significati originari e tradizionali, iniziando poi a soffermarsi, in particolare, sulla Tradizione cristiana.

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di Mario Polia

segue dalla prima parte

2. Il significato originario.

“Tradizione” deriva dal latino traditio che ha i seguenti significati:

  1. L’atto materiale della “consegna”, dunque anche nel senso di “resa” (Livio);
  2. “Consegna mediante parole”, dunque “insegnamento”: traditio praeceptorum è “l’esposizione verbale dei precetti” affinché vengano appresi (Quintiliano 3,1,2 e 3);
  3. “Tradizione” (Gellio).

Tito Livio (busto di Lorenzo Larese Moretti, 1858-1867).

Traditio indica l’atto di tradere, da trans-dare, con il significato di consegnare ed anche “trasmettere”, come un’eredità, una memoria, una notizia, un insegnamento sia a parole che per scritto.

Mos erat a maioribus… traditus: “era costume tramandato dagli antichi”, dunque, “costume tradizionale” (Cornelio Nepote); consuetudo a maioribus tradita: “usanza tradizionale”; patrio more… traditum est: “è tramandato per costume avito”; memoriam posteris tradiderunt: “tramandarono la memoria ai posteri” (Livio); servare traditum ab antiquis morem: “restare fedele a un costume tramandato dagli avi” (Orazio).

Tradere significa, dunque, anche “insegnare”: tradere virtutem hominibus: “insegnare agli uomini la virtù” (Cicerone).

La preposizione trans indica “al di là”, “oltre”, con evidente riferimento sia ai limiti temporali che la memoria tramandata sorpassa e vince, sia ai limiti dello spazio fisico (che terrebbero la memoria imprigionata se questa non venisse trasmessa) sia ai limiti dell’esperienza soggettiva di colui che, possedendo una conoscenza, la partecipa ad altri mediante la trasmissione.

Ma trans-dare indica anche la consegna trans-personale di un dato culturale (in senso lato), che esiste anteriormente a colui che lo riceve e che questi apprende per la prima volta da chi lo istruisce per poi, a sua volta, trasmetterlo. Il trasmettere indica forzatamente un ricevere e un dare.

La trasmissione in senso etico-religioso riguarda, come si e visto negli esempi citati, il mos maiorum che indica la “volontà divenuta norma di condotta presso gli antenati”. Mos è anche “condotta”, “comportamento etico”, “stile di vita”, e “volontà divenuta precetto, regola di comportamento”. Il mos maiorum, che è oggetto di trasmissione, non riguarda soltanto l’universo etico e giuridico ma anche – e soprattutto – l’universo religioso dal quale prende vita e sul quale si fondano, nell’epoca arcaica, e l’etica e il diritto. Mai come nel campo religioso Roma resta fedele, nelle istituzioni e nei riti della religione tradizionale al mos maiorum, a tal punto da conservare integralmente nei carmina rituali le forme e le espressioni della lingua arcaica pur quando queste risultavano ormai di difficile comprensione agli stessi sacerdoti.

Poiché, all’origine, il mos era l’insieme dei comportamenti etico-religiosi che abbracciavano il campo del diritto pubblico e privato, le istituzioni familiari e sociali, il diritto militare e, prima di tutto, lo svolgimento statale e privato dei riti religiosi, è normale che la trasmissione del mos riguardasse proprio i principi e i precetti sui quali il mos si fondava, nonché il valore etico della pietas verso gli dèi sulla quale si fondavano tutte le altre virtù del cittadino romano. La traditio morum possedeva, a Roma, valore normativo e rivestiva una funzione di primaria importanza in quanto Roma riponeva la sua identità “romana” proprio nel mos maiorum.

Risalendo verso le origini, seguendo cioè a ritroso la direzione temporale del trans-dare oltre i più lontani avi dei quali si abbia ancora ricordo, si giunge al tempo mitico delle origini che è, nel contempo, fonte e legittimazione della traditio morum e dei mores stessi. Si tratta infatti, del tempo in cui vissero gli eroi culturali fondatori non solo dell’Urbe (Romolo), o del diritto religioso (Numa, ispirato da un’entità non-umana) ma, ancor prima, i fondatori divini delle norme di convivenza civile, dei costumi propriamente “umani”, rivelatori dei rapporti che permettono l’ordinato equilibrio tra i due mondi: l’umano e il divino (Giano, Saturno) o portatori in terra italica di un mos e di una pietas antichissimi e illustri (Enea).

Il significato di trans, l’ “oltre”, risalendo verso le origini esprime dunque il passaggio dal mondo degli uomini al mondo degli déi, dal tempo della storia vissuta al tempo sacro – o tempo religioso – che è fondamento della storia. La Tradizione collega ogni momento della storia con la sfera del Sacro, ed è essa stessa d’origine divina.

Enea porta in salvo il padre Anchise ed il figlio Ascanio, insieme a Creusa, da Troia in fiamme: al chiudersi del ciclo troiano, la Tradizione si sposterà sulle coste del Lazio, dove si rimanifesterà a Roma (Federico Barocci , 1598)

Roma, come qualunque altra civiltà “tradizionale” che fonda su tradizioni religiose le norme della propria esistenza, contempla, alle origini della propria tradizione un elemento non-umano o semidivino (Egeria, Romolo, Enea). Presso altre tradizioni, alle origini della tradizione stessa sono, come primi rivelatori, esseri semidivini; eroi culturali; uno degli dèi o dio stesso.

Se l’origine della tradizione – in quanto tradizione sacra – è ritenuta dichiaratamente non-umana, come documenta lo sconfinato materiale di studi storico-religiosi od etnologici, ecco dunque che il senso del trans-dare si chiarisce ulteriormente nelle sue valenze spirituali più profonde come l’atto di tramandare “attraverso ed oltre” i tempi, gli spazi e le generazioni umane, un complesso di conoscenze sacre ricevute “dall’aldilà”, dall’alto (trans-data, tradita) nei tempi sacri delle origini e codificate dagli antenati come norme sacre di comportamento in tutti i campi dell’esistenza umana. Il fatto, inoltre, che tali conoscenze sacre appartengono, per la loro origine e la loro essenza, al tempo sacro e immutabile delle origini implica la necessità di poter effettuare il ricongiungimento con “quel tempo”, che, congiungendosi alla storia e fecondando il tempo vissuto con la forza spirituale di cui é pregna, opera – mediante il rito e il sacrificio – l’ordinamento sacro dello spazio e del tempo profani.

Dietro l’etimo di “tradere” come “trans-dare” si intravede, dunque, una dinamica di “trasmissione” svolgentesi secondo due movimenti: uno “verticale”, dal dio all’uomo (dall’eroe culturale ai primi uomini, ecc.); l’altro orizzontale, dall’uomo agli uomini.

Circa l’”oggetto” della trasmissione occorre inoltre dire che questo non è formato solo da un bagaglio di conoscenze intellettuali “sul sacro” ma è costituito innanzitutto da un’autorità carismatica — intesa nel senso del latino auctoritas, come potere spirituale – che è data dal dio all’uomo e dall’uomo all’uomo per opera del dio, autorità capace di realizzare quel sacrum facere che, per essere posto in atto, richiede una qualificazione sacerdotale e a pontificale”. Compito della tradizione è, infatti, far da ponte tra il divino e l’umano affinché, tramite lo stesso ponte, l’umano possa attingere il divino. Ciò postula, evidentemente, la certezza che nell’uomo al quale la trasmissione è diretta vi sia la capacita connaturata di trascendere i limiti propriamente “umani” e presuppone agente il senso del divino come ricordo della sostanziale, latente, natura divina dell’uomo.

La trasmissione di un dato tradizionale introduce inevitabilmente, nel tempo, alterazioni che sfigurano il contenuto della trasmissione, sia perché l’essenza ne rimane offuscata o persa di vista per la corruzione del ricordo, o per le aggiunte e le interpretazioni che ne hanno distorto via via il significato, sia per il progressivo ottundimento della capacità di intenderne il linguaggio simbolico. Quest’ultimo fattore si deve, in genere, al sopravvento in campo filosofico di un criterio razionalistico di conoscenza che si sostituisce alla visione religiosa del mondo. Tale processo è chiarissimo nella Grecia dei tempi di Socrate quando gli antichi miti, sottoposti alla critica del razionalismo, privati del loro contenuto simbolico che, come tale, rimandava a verità spirituali perenni, passarono da “narrazioni” e “discorsi” sacri a “favole” frutto della fantasia dei poeti.

Altri fattori possono alterare l’integrità di una tradizione come, ad esempio, i processi di deculturazione o di inculturazione susseguenti una sconfitta militare, o favoriti da una decadenza interna del sistema religioso per una sorta di “entropia culturale”, che non risparmia neppure il dominio della religione, o causati da correnti culturali provenienti dall’esterno che veicolano nuove conoscenze e teorie religiose, nuovi metodi di approccio al divino provenienti da altri orizzonti culturali provocando, allo stesso tempo, domande e risposte nuove a nuove esigenze. A questi due ultimi fattori, alla decadenza interna e alla deculturazione e inculturazione operata da altre culture si devono, ad esempio, l’instaurarsi in Grecia dei culti misterici provenienti dal vicino Oriente e il lento processo di acculturazione operato dalla filosofia e dalla cultura greca nella Roma del secolo degli Scipioni.

Come conseguenza della decadenza interna di una forma religiosa, e dei concomitanti processi di deculturazione ed acculturazione, si verificano fenomeni di sclerosi delle forme tradizionali – divenute incapaci di svolgere il loro ruolo nelle mutate condizioni culturali. Quando gli apporti provenienti da altre tradizioni religiose vengono a contatto con il nucleo della tradizione in decadenza si verificano fenomeni di sincretismo che finiscono per desautorare e soffocare quanto resta della tradizione originaria. Gli stessi apporti, quando giungono a confronto con una tradizione nella piena forza della sua vitalità, vengono reinterpretati, purificati dagli elementi con quella contrastanti ed entrano a far parte di essa in una salda sintesi, che è fenomeno assai diverso dal sincretismo.

Questo riguarda, infatti, forme esteriori che vengono aggregate più o meno liberamente in un coacervo di elementi spesso in contrasto tra loro senza un centro di attrazione che li ordini. La sintesi contempla, al contrario, la possibilità di assimilazione e di fusione da parte di un centro spirituale vivente di elementi omologhi in quanto fondati sulle stesse verità metafisiche che danno vita alla tradizione che li assimila.

Si assiste sovente, nella storia delle religioni, al passaggio di elementi culturali (simbolici, liturgici, sacrali) da una tradizione precedente ad un’altra. Il fenomeno si spiega, dal punto di vista antropologico, in base ai processi di osmosi o di deriva culturale (cultural drift) a seconda che tali elementi siano desunti dallo stesso sostrato culturale d’appartenenza o dall’esterno.

Due esempi bastino: il dies natalis solis invicti, sacro a Mithra, al quale si sovrappose il Natale cristiano, e il Ciclo medioevale del Graal che si fonda su elementi della tradizione Celtico-germanica rielaborati in una visione cristiana e cavalleresca. Nel primo caso, notiamo che le due feste – quella mithraica e quella cristiana – coincidono entrambe con un momento particolarmente significativo dell’anno dal punto di vista simbolico e religioso: il solstizio d’inverno. D’altronde nello stesso giorno, da circa cinque secoli, prima del Cristo, era stata fissata dalla tradizione buddhista la nascita del principe Gautamo Siddharta degli Shakyamuni, che sarebbe divenuto il Buddha. In questo caso è evidente che le tre “nascite divine”, in tre diverse tradizioni, a prescindere dalla realtà storica della data, “dovevano” avvenire in “quel” giorno in quanto era il più adatto a significare il ritorno della luce e della vita, il rinnovamento, ecc. presso culture particolarmente sensibili a tali assonanze simboliche.

Nel secondo caso, il Ciclo del Graal, gli elementi significativi sono certamente desunti dalla tradizione celtica, ma molti di essi (la Coppa, la Lancia, la Terra Desolata, le Prove che la Cerca comporta, il ruolo della Regalità sacra, la mitica Isola delle origini, ed altri) sono pure presenti in altre tradizioni ed, inoltre, gli stessi elementi si ordinano e prendono vita intorno ad un Cuore spiritualmente vivente, che e quello della tradizione cristiana (imperiale) del secolo tredicesimo.

Spiegare la ripresa degli elementi sacrali dalle tradizioni precedenti usando il metodo antropologico ha una piena giustificazione in sede di studi antropologici e storico-religiosi ma assume un significato assolutamente secondario da un punto di vista essenzialmente “religioso” da cui ha un senso chiedersi non solo “come” e “quando” una tradizione ha assunto tali elementi ma anche e soprattutto “perché” li ha assunti. Ciò equivale a interrogarsi sul senso profondo (metafisico) di certi simboli che, per la loro portata e per le verità spirituali che adombrano, non possono essere assolutamente appannaggio di una o dell’altra tradizione ma appartengono alla Sapienza perenne che dall’Alto e dal Profondo vivifica. Sarebbe di sommo interesse a tale proposito, analizzare i simboli coi quali Dio si rivolge agli uomini nelle Scritture, simboli che fanno parte della Parola della Rivelazione. Ma su ciò pensiamo di tornare in un prossimo studio sul simbolo.

Si è accennato prima ai processi di alterazione e decadenza delle forme tradizionali. Se ci si interroga sulle cause di tale decadere si nota che le spinte dissolutrici provenienti dall’esterno hanno un ruolo del tutto secondario: infatti tali spinte hanno buon gioco nel determinare il declino di una tradizione solo quando questa versi già in una crisi profonda e stia sul punto di perdere i valori ideali (spirituali) di riferimento. Il motivo di tali crisi è da ricercarsi sempre all’interno della tradizione stessa in un allontanamento dei portatori di essa dal centro spirituale vivente, dal “cuore” della tradizione. Quando la vita spirituale non giunge più dal “cuore” a dar vita alle forme della tradizione esse si svuotano di significato, questa “si ammala” e perde le armi per combattere i processi di dissoluzione che la minacciano dall’interno e dall’esterno – a meno che non si verifichi un ritorno al “centro”.

Affinché la trasmissione del nucleo spirituale della tradizione, della dottrina, e dei veicoli sacri d’approccio al centro spirituale (i riti) avvenga in modo corretto, occorre che siano garantite due funzioni fondamentali: la prima è la conservazione del dato tradizionale (il contenuto metafisico della dottrina, il depositum) nella sua espressione più pura e originaria e al riparo dalle interpretazioni personali. La conservazione e il tramandamento sono garantiti dall’insegnamento autorevole.

La funzione della conservazione è garantita, nelle società “primitive”, dal consesso degli anziani (anche il senatus romano era un consesso d’anziani) o, presso altre società, da collegi sacerdotali o da vere e proprie “chiese” che hanno il compito di conservare il nucleo tradizionale veicolato dai miti e dalle Scritture, di tramandarlo, di garantire il corretto svolgimento delle azioni religiose per eccellenza (preghiere, riti, iniziazioni) che debbono assicurare non solo il corretto rapporto tra uomo e sacro (tra uomo e divinità) ma altresì permettere l’inserimento del neofita (= “nuova pianta”) nella linfa della tradizione mediante i riti di iniziazione che operano tale inserimento e “creano” l’appartenenza alla tradizione.

La seconda funzione è, appunto, quella propriamente rituale o “sacrificale” nel senso latino del sacrum facere. Mediante questa funzione viene operato il contatto diretto con la fonte stessa della tradizione, contatto che assicura la presenza dello spirito in tutto il corpus tradizionale. Senza tale presenza questo sarebbe un corpo privo di vita, soggetto ad un inarrestabile processo di corruzione.

Nelle società illetterate la “tradizione” vera e propria avviene per trasmissione orale. Tutte le grandi tradizioni hanno conosciuto una trasmissione orale sia nei tempi in cui non v’era scrittura (o non la si usava per fini religiosi), sia nei riguardi di certi elementi sapienziali che non si considerava opportuno affidare alle lettere.

Il passaggio dalla “tradizione orale” alla scrittura se, da un lato, salvaguarda dalla labilità della memoria e dagli apporti personali, dall’altro fissa inesorabilmente lo spirito della dottrina in un testo letterario che richiede di essere interpretato non solo “nella” lettera ma anche “oltre” la lettera nella comprensione dei simboli che velano le realtà profonde dell’insegnamento tradizionale. Tale interpretazione, per non essere fuorviante o illegittima, richiede d’essere effettuata da un’autorità in grado di garantirne la legittimità. In entrambi i casi, tuttavia, che si tratti cioè di tradizioni scritte o tramandate oralmente la trasmissione originaria – secondo il movimento verticale – dalla fonte al primo recettore (profeta; ispirato) avviene comunque sempre tramite la Parola.

3. La tradizione cristiana

Fedeli all’idea che non può parlarsi di una Via se non dall’interno di essa, passiamo ora a delineare per sommi capi il concetto di “tradizione” secondo la dottrina cristiana. Là dove la brevità dello spazio a nostra disposizione non ci permette di trascrivere per esteso i testi scritturali ci limitiamo a darne i riferimenti in modo che il lettore interessato all’argomento possa compiere un’utile opera di approfondimento. La Parola di Dio dichiarata agli uomini nella rivelazione è la Fonte e, allo stesso tempo, l’oggetto della tradizione. La Rivelazione è trasmissione della verità da Dio agli uomini, dunque in senso stretto “Tradizione”, che viene rivelata per un atto gratuito della divinità.

Unica e l’Origine dell’unica Rivelazione: il Dio unico poiché «dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto» (Gv 1,16). Ma in quanto Dio e Uno e Trino tre sono le persone divine che presiedono alla rivelazione: il Padre è l’Origine della Parola, è la Parola non rivelata. Il Figlio, nella sua Parola, rivela il pensiero del Padre altrimenti inconoscibile: «…tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro» (Gv 17,7). «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio» (Gv 1,1), «…e il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Lo Spirito Santo, dopo l’ascesa al cielo del Signore, porta a compimento la Rivelazione: «Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26; 16,13). Lo Spirito dà gloria a Cristo (Gv 15,26- 16,14) come il Cristo dà gloria al Padre (Gv 17,4) e come il Padre glorifica il figlio (Mt 3,17; Gv 8,54; Gv 17,5) ed è glorificato nel Figlio (Gv 14,13).

La Rivelazione ha inizio nell’Eden prima della caduta, in modo diretto, dal Padre all’uomo, suo figlio. La Tradizione è necessaria e normale alla condizione umana susseguente la caduta dal momento che l’offuscarsi delle facoltà spirituali rende possibile ad ogni momento il travisamento delle verità da Dio comunicate all’uomo. La Tradizione tramanda intatto il ricordo dell’annuncio divino e, contemporaneamente, tramanda la conoscenza e le forme dei mezzi adatti a rendere possibile il ritorno alla Fonte. In una parola la Tradizione rende possibile la Religione come “ricollegamento” dell’umano al divino.

Cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre (Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino, 1604-1608)

Dopo la caduta Dio non abbandona gli uomini e parla loro per mezzo di uomini ispirati direttamente dallo Spirito: i profeti. «Il Signore mi disse: “prenditi una grande tavoletta e scrivici…”» (Is 8,1). «Il Signore rispose e mi disse: “scrivi…”» (Ab 2,2). «Lo Spirito Santo con una forza soprannaturale eccitò e mosse gli autori ispirati a scrivere, li assistette nello scrivere in tal modo che essi tutto quello, e solo quello che Egli voleva, rettamente concepissero col pensiero, fedelmente volessero mettere per iscritto ed acconciamente esprimessero con infallibile verità» (Leone XIII, Providentissimus Deus). «Non da volontà umana fu recata mai una profezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio» (2 Pt 1,20-21).

La Legge prima di essere consegnata alla scrittura fu trasmessa con la parola e conservata con la memoria: la maggior parte dei libri biblici prima di essere messi per iscritto erano tramandati oralmente (cfr. Dt 4,9; 11,19; Sal 44,2; 78,3 s; Gb 8,8; 12,12; Sir 8,9-12).

Contemporaneamente anche fuori di Israele Dio non abbandonava gli uomini e non cessava di ispirare loro, in diversi modi, alcune eredità fondamentali dello spirito attuando quella che alcuni padri chiamarono propaideia Christou (1). Ma nell’Antico Testamento Dio dette l’annuncio più completo e preparò il cammino di Redenzione che sarebbe stato portato a compimento dal Figlio.

Con la venuta del figlio la Parola di Dio si fa carne e rivela agli uomini il pensiero del Padre proclamando «cose nascoste fin dalla fondazione del mondo» (Mt 13,13; Sal 78,2). «Io sono l’Alfa e l’Omega… Colui che è (ò on), che era e che viene, l’Onnipotente (ò pantokrator)» (Ap 1,8).

Monogramma di Cristo del Xi Rho inscritto in ruota cosmica solare con l’Alfa e l’Omega

L’Alfa è il Cristo nel Padre, sorgente della Rivelazione, prima di tutti i tempi. E’ il Verbo di Vita che risplende nel fiat lux: «…tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui nulla è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1,3). L’Omega è il Cristo inviato dal Padre per renderGli testimonianza e portare a compimento la Rivelazione e la Redenzione. Alfa ed Omega sono contenute nella pienezza dell’Essere (ò on) come possibilità del piano di redenzione. Il compimento e perfezionamento che non contraddice quanto prima era stato rivelato nella Legge ed ai profeti, né lo potrebbe, essendo unica la Fonte della rivelazione: «Pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i profeti: non sono venuto per abolire, ma per dare compimento (plerdsai: “dare pienezza”)» (Mt 5,17). Ma pur senza alterare la sostanza della Rivelazione il Cristo dovette implacabilmente condannare le norme umane erette a tradizione nella Tradizione in quanto «…dottrine che sono precetti di uomini» (cfr. Mt 15, 1-9), come quando gli scribi rimproverarono i discepoli di Gesù di trasgredire la tradizione degli antichi per non aver compiuto le abluzioni previste prima del pasto. In quell’occasione il Cristo sottolineò a chiare parole il fatto che esiste una tradizione puramente umana che può sovrapporsi ai comandamenti di Dio e indurre a trasgredirli: «perché voi trasgredite il comandamento di Dio in nome della vostra tradizione?». Gesù a più riprese antepone la purezza interiore a quella puramente esteriore prescritta dalla tradizione (cfr. ad es. Mt 12,8; 15,10s; Mc 2,27; At 10,9-16. 28; Rm 14,14s).

Il Cristo è «sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melkitsedeq» (Sal. 110,4; Eb 7; 8; 9; 10) abolisce l’antico sacerdozio levitico «a causa della sua debolezza e inutilità» (Eb 7,18) e inaugura «Un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore» (Eb 7, 24-25). Abolisce gli antichi sacrifici e pone se stesso come Sacerdote e Vittima «una volta per tutte» (Eb 7,27) «nella pienezza dei tempi» (Mc 1,15; Gal 4,4). Dio stringe con gli uomini una «alleanza nuova» (Ger 31, 31; Eb 7,13) in virtù della quale Dio stesso pone le sue leggi nella mente e nel cuore degli uomini (Ger 31) attuando la pienezza della Rivelazione.

“Gesù istituisce gli Apostoli come primi custodi e portatori dell’Annuncio inaugurando l’era della Tradizione apostolica” (Duccio di Buonisegna, “Gesù e i discepoli”, XIII sec)

Affinché dopo la sua missione terrena, l’opera sua fosse proseguita Gesù istituisce gli Apostoli come primi custodi e portatori dell’Annuncio inaugurando l’era della Tradizione apostolica. Nel far ciò agisce secondo un criterio di elezione: «non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» conferendo loro un carisma specifico «…e vi ho costituiti perché andiate» (Gv 15,16). «Chiamati a sé i dodici discepoli diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi, di guarire ogni sorta di malattie e di infermità» (Mt 10,1; Lc 6,13).

Agli apostoli viene concesso il potere di parlare secondo lo Spirito: «…non siete infatti voi a parlare, ma è lo spirito del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10,20; Cfr Mc 13,11; Lc 12,12). Il Cristo trasmette ai suoi apostoli, e non solo ai dodici ma alla Sua Chiesa, il potere di tramandare il Suo insegnamento. La Tradizione è propriamente un’autotrasmissione dello Spirito per mezzo degli uomini: «andate… e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole… insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni… ».

La trasmissione dello Spirito non può essere fatta in nessun modo dall’uomo se non in quanto questi, concedendo la sua mente e il suo cuore allo Spirito ne venga talmente trasformato da non essere più lui a parlare ma lo Spirito per bocca sua. Ed è lo Spirito che concede all’apostolo il carisma profetico e sacerdotale.

Paolo (Ef 4,11-13) afferma: «Lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri». Occorre essere «inviati» per annunciare (Rm 10,15). Gesù distingue quelli che vengono «nel proprio nome» da sé stesso che viene nel nome del Padre (Gv 5,43). La potenza della Parola – che è la potenza dello Spirito che la rivelò – opera, attraverso l’annuncio, nello spirito dell’uditore e provoca in lui la fede, questa suscita in lui la devozione e l’amore (Rm 10,14).

L’inaugurazione della Tradizione apostolica si completa con la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e sulla Vergine Maria sotto forma di lingue di fuoco (“Pentecoste” di Andrea di Cione di Arcangelo detto L’Orcagna, 1362-65)

«La fede dipende dalla predicazione (letteralmente: “dall’aver ascoltato”) e la predicazione, (letteralmente “l’ascolto”, akoe) a sua volta si attua per (dia) la parola di Cristo» (Rm 10,17). Senza una connessione vitale con la Fonte della rivelazione è priva di una legittimazione dall’alto, nessuna trasmissione orizzontale sarebbe infatti possibile. Proclamarsi seguaci di una Via unicamente perché si sono studiate (anche se in modo approfondito) le tematiche tradizionali senza aver posto in atto un’adesione totale alla Tradizione, equivale a conoscere dettagliatamente i sistemi di coltivazione della vite e le operazioni necessarie ad ottenere il vino senza possedere il vino stesso o la materia prima per produrlo. Il Cristo è infatti la vite, l’uomo il tralcio. La vite ha la linfa: la Parola che nutre e la Grazia che da vita. Il tralcio è veicolo della linfa vitale ed esiste in funzione del frutto che da lui nascerà. «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto lo pota perché porti più frutto» (Gv 15, 1-3). Nel frutto la linfa trova compimento manifestandosi nella dolcezza dell’uva e nella potenza del vino: il mistero che inebria. E il vino nasce dal sacrificio del frutto e dalla comunione dei frutti sacrificati, come il pane dalla frantumazione della spiga.

Paolo, rivolgendosi ai Tessalonicesi, dice: «…avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete ascoltata non quale parola di uomini (logon anthropon) ma come è veramente, quale parola di Dio (logon Theou) » (1 Tes 2,13). Pur essendo stata tramandata per iscritto tutta la Parola nella sua essenza, tuttavia le parole pronunciate dal Cristo non furono consegnate tutte agli scritti dagli Evangelisti e dagli Apostoli che, pur avendole udite dalla bocca del Redentore parte ne tramandarono per iscritto, parte oralmente: «ci sono molte altre cose che ha fatte Gesù, le quali, se fossero scritte ad una ad una non so se il mondo stesso potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (Gv 21,25). «Avrei votuto scrivervi molte altre cose ma non ho voluto farlo per mezzo della carta e dell’inchiostro… » (2 Gv 12; cfr. 3 Gv 13). E Paolo dice ai Tessalonicesi: «state saldi e mantenete le tradizioni (tas paradoseis) che avete apprese cosi dalle nostre parole cosi come dalla nostra lettera».

***

Nota

(1) Cfr. introduttivamente sull’argomento M. Polia, “Propaideia Christou, il Cristo e le religioni”, I Quaderni di Avallon, n. 4, Rimini 1984.

Segue nella terza ed ultima parte



Mario Polia

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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