Tradizione: significato di un termine (III parte)

Terza ed ultima parte del saggio di Mario Polia sulla Tradizione, che conclude la sezione riservata in particolare alla tradizione Cristiana. Da notare, nella parte finale del saggio, la citazione delle profezie di San Paolo sulla decadenza dei tempi ultimi dell’umanità (che peraltro contraddice il “progressismo” che sarebbe insito nella dottrina cristiana, il quale può essere un carattere regressivo tipico del cattolicesimo decadente attuale, ma non della dottrina atemporale del cristianesimo come forma religiosa tradizionale), scarsamente nota e che inevitabilmente riporta alla mente la celebre descrizione del kali-yuga presente in uno dei testi sacri dell’induismo, il Vishnu-purâna, ripresa dallo stesso Evola in appendice a Rivolta.

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di Mario Polia

segue dalla seconda parte

E’ esistita, dunque, una tradizione orale ed una scritta pur trattandosi della medesima Tradizione in due aspetti complementari e non di due tradizioni opposte e irriducibili fra loro. E non potrebbe che essere cosi poiché nell’unica Fonte della Rivelazione non può esservi contraddizione. Se si riscontrano contraddizioni nella dottrina queste sono imputabili alle interpretazioni o alle aggiunte degli uomini.

Il Cristo spiegava in privato (kat’idian) ai suoi Discepoli il significato delle parabole (Mc 4,34) perché ad essi era «dato di conoscere i misteri del regno dei Cieli», mentre agli altri non era dato (Mt 13,11) ma allo stesso tempo ingiungeva loro di diffondere completamente il suo insegnamento: «…non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che io vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti» (Mt 10,26-27). L’insegnamento che il Cristo impartì ai soli discepoli costituiva il nucleo sapienziale, la verità spirituale, presentata attraverso le allegorie delle parabole ma non le contraddiceva, cosi come queste non contraddicevano ma annunciavano in modo comprensibile ai più quel “linguaggio duro” che altrimenti non sarebbe stato compreso.

Gli Apostoli trasmisero l’intera Dottrina, cosi come era stata insegnata loro dal Maestro usando principalmente la parola, cosi come il Maestro aveva fatto e alla parola affiancarono, quando lo reputarono opportuno, la lettera. Tuttavia la lettera contiene intero senza contraddirlo l’insegnamento orale e dagli scritti degli evangelisti e degli apostoli è desumibile in essenza l’intera Dottrina cristiana così come fu rivelata dal Salvatore. A sua volta l’insegnamento orale non poteva contraddire la lettera per il principio di non-contraddizione che è in Dio. Attraverso l’insegnamento apostolico infatti, il Cristo stesso insegna con l’assistenza dello Spirito Santo che non cesserà di assistere e proteggere la Chiesa fino alla parusia del Figlio garantendo cosi l’integrità della Dottrina – e solo in ciò che concerne la Dottrina – nonostante tutti i cedimenti degli uomini che compongono la Chiesa, in quanto se l’uomo può tradire Dio, Dio non tradisce le sue creature.

Fondandosi sul fatto che alcuni insegnamenti sarebbero stati tramandati oralmente dagli apostoli, una falsa gnosi “cristiana” ha ipotizzato fin dai primi secoli una trasmissione “esoterica” con pratiche e rituali propri, a latere e al di fuori della Chiesa di Pietro, che sarebbe depositaria della sola lettera e delle pratiche devozionali. Esisterebbe dunque, in certi orientamenti del neospiritualismo, una “Chiesa nella Chiesa” o una “Tradizione nella Tradizione” da contrapporre con disprezzo al cristianesimo sfaldato ed ibrido della “Chiesa ufficiale”. Esisterebbe, secondo tali orientamenti che si rifanno in larga parte al pensiero teosofico, un “esoterismo cristiano” che si rifarebbe a insegnamenti e pratiche tramandate esclusivamente da bocca a orecchio dal Maestro fino ad oggi. Tali insegnamenti e pratiche tendono a sostituirsi agli insegnamenti “ufficiali” ed alle pratiche sacramentali in quanti si presumono dotati di differente qualità ed efficacia spirituale.

Non intendiamo negare la possibilità di un esoterismo cristiano inteso come “compimento” della Via del Cristo e come possibilità di fruizione profonda della verità e della Vita che sono in Cristo Gesù; ciò che recisamente neghiamo è la distorsione operata dal neo-spiritualismo ai danni del significato del termine. Neghiamo cioè che un compimento – inteso come perfezionamento – sia possibile al di fuori del Corpo Mistico di Cristo al quale, e solo al quale, è stata garantita l’assistenza dello Spirito. Neghiamo altresì che un insegnamento “cristiano” possa trovarsi al di fuori del Corpo Mistico di Cristo, cioè fuori dalla Sua Chiesa e, dunque, dall’ortodossia della Tradizione che riguarda sia la Dottrina sia le pratiche rituali e di preghiera. Se si usa il termine “cristiano” come viene usato da certi orientamenti gnostici del neo-spiritualismo, occorre intenderci innanzitutto sul significato del termine stesso a dimostrare l’improprietà del suo uso. “Cristiano” esprime infatti l’appartenenza e la partecipazione alla Vita del Cristo e, dunque, nel caso delle vie di santificazione sono legittimamente “cristiane” le vie fondate integralmente sulla Dottrina proclamata dal Cristo e tramandata dalla tradizione apostolica della quale è depositaria la Chiesa. Tali vie indicano come mezzi di santificazione i mezzi proclamati tali dal Cristo pur con propri metodi o con propri approfondimenti di certi aspetti teologici, liturgici, sapienziali e devozionali e con l’enfasi data alla coltivazione di particolari virtù. Maestri o vie che non posseggono questi due requisiti non sono cristiani.

Solamente seguendo compiutamente la Via mostrata dal Maestro e fondata sulla sua autorità, sulla quale si poggia il Magistero Apostolico, potrà giungersi alla verità che e il fine supremo della Conoscenza di Dio nell’amore del suo Cristo. Ma tale verità, che corrisponde al Cuore di Gesù sul quale Giovanni poggiava il capo a udirne il pulsante mistero, è posta, come il cuore, al centro del Corpo Mistico, non al di fuori di esso perché al di fuori di Cristo – e ciò significa contro il Cristo – non v’è che tenebra e assenza di Dio. Quando Gesù dice che solo ai suoi discepoli è dato «conoscere il mistero del Regno» si riferisce alla conoscenza dell’aspetto interno della Dottrina, non ad un’altra dottrina, e quando afferma a Pietro che l′interroga che il discepolo prediletto rimarrà fino alla sua venuta (Gv 21,22; cfr. Mt 16,28) intende garantire la possibilità di accesso alla comprensione del suo Cuore a quanti, chiamati a ciò come lo fu Giovanni, e fedeli al Maestro come Giovanni lo è stato, saranno suoi discepoli prediletti. Questi giungeranno nella barca dove e insieme Pietro e Giovanni (Gv 21), alla sponda del lago dove Cristo li attende per dar loro il mistico cibo del pane e del pesce.

Statua bronzea di San Pietro in cattedra collocata nella Basilica di S. Pietro in Vaticano (attribuita ad Arnolfo di Cambio, XIII sec.)

Tornando all’argomento della necessità di conservare integro il deposito tradizionale, Pietro esorta a non sottoporre le Scritture a interpretazioni personali in quanto, cosi facendo, la ragione dell’uomo si sovrapporrebbe alla ragione di Dio, la parola alla Parola poiché i profeti furono mossi dallo Spirito Santo (hypò pnéumatos hagiou feròmenoi) e «nessun uomo ha mai profetizzato per volontà sua» (2 Pt 1, 20-21). Mirabilmente Pietro illustra la funzione della Parola consegnata alla Scrittura per mezzo dell’opera dei profeti alla quale occorre guardare come «lampada che splende in luogo oscuro, finche non spunti il giorno e non si levi nei cuori l’aurora mattutina» (2 Pt 1,19).

L’”aurora” metaforica cui allude l’apostolo esprime il sorgere della conoscenza di Dio in Cristo, conoscenza che non abolisce l’autorità delle Scritture. Essa avviene per “visione diretta” – al di là della lettera scritta – in quanto si è raggiunta la Fonte dalla quale promana, in tutti i tempi, l’ispirazione che crea profeti o, meglio, ci si è disposti a che l’acqua della Grazia e della Conoscenza che dalla Fonte promana, attuando la catarsi salvifica permetta alla Vita di rifulgere in tutta la sua pienezza. L’Apostolo indica chiaramente che non si tratta di conoscenza mentale in quanto precisa che è il “cuore” secondo le valenze che tradizionalmente questo simbolo possiede, la sede della conoscenza delle Scritture, conoscenza dapprima caliginosa, in seguito trasparente e radiosa come cielo al levarsi del sole.

La “lampada che splende” è anch’essa portatrice di luce, di una luce certo meno intensa di quella del sole, ma pure con sostanziale ad essa ed adatta alla capacita di chi la vede: luce da Luce.

Nel cuore l’amore dell’uomo si incontra con l’amore divino per l’uomo: il raggio di sole trafigge e feconda la terra; il braccio verticale della mistica croce si incontra con il braccio orizzontale; la verticalità dell’albero della vita si espande e fruttifica nell’orizzontalità dei rami. Ecco, dunque, chiarirsi ulteriormente il senso e la funzione del trans-dare come l’atto di “consegnare” una luminosa certezza che viene dal di là (trans) della natura umana ma che è entrata a far parte integrante dell’uomo poiché non potrebbe essere dato ciò che non è posseduto. Contemporaneamente il “dare” pur essendo opera della persona umana deve avvenire come atto d’amore e di conoscenza che promana dal centro divino della natura umana posto oltre (trans) le limitazioni dell’umana natura, dell’umano pensiero e delle possibilità dell’umana parola e che ordina la creatura portatrice della Parola, Sacerdote dell’Altissimo e alter Christus.

Il simbolo tradizionale del Cuore, sedes sapientiae, nella versione cristiana del Sacro Cuore di Gesù, che promana fuoco e luce

La metafora del fuoco e della lampada (già usata più volte dal Maestro) è adatta, meglio di qualunque discorso, ad esprimere la dinamica della trasmissione tradizionale. Affinché il fuoco splenda occorre che vi sia un sacrificio ed una trans-mutazione: il sacrificio della materia sottoposto all’azione della fiamma e la contemporanea trasmutazione della sua natura in luce e calore. Occorre sia la disponibilità interiore della materia stessa sia la presenza del fuoco trasformatore. Questo agirà simpateticamente sulle possibilità interiori della materia e tale azione sarà possibile in quanto la materia racchiude già nelle sue viscere la potenza dormiente del fuoco. Occorre che l’uomo, che possiede in sé l’immagine di Dio ma ne è inconsapevole, venga trasformato dall’Amore e dalla Luce. Dio, che è amore e luce, suscitando in lui la fiamma, lo renderà portatore del Suo fuoco. Questo sgorgherà dalla combustione dell’umana natura a contatto con la natura divina che è nell’uomo, ridesta in Dio con la vivente consapevolezza della consustanzialità delle due nature: quella della creatura e quella del Creatore, del fuoco e del Fuoco, della fiammella del lucignolo e del Sole dei soli. Non si è portatori della Tradizione tenendo unicamente tra le mani la lampada, ma essendo la lampada stessa: solo in tal modo la potenza della Luce potrà raggiungere altre creature dormienti nella tenebra e destarle nel suo abbraccio.

Tutti coloro che, chiamati da Dio, testimoniano la Sua Parola sono suoi apostoli: a loro è richiesta la testimonianza che è sacrificio nel senso del latino sacrum facere e martirio come testimonianza in senso greco, e come disposizione a perdere la propria vita per raggiungere la Vita. E’ quanto richiesto a chi voglia fare opera autenticamente “tradizionale”: «sarete odiati da tutti a causa del mio nome». E la testimonianza tradizionale non da’ solo saggezza a chi l’ascolta ma anche a chi la attua: «beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande e la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5, 11-12).

San Paolo con gli attributi iconografici del libro e della spada (Jusepe de Ribera, detto Spagnoletto, 1637)

«Le cose che hai udito da me… trasmettile a persone fedeli, idonee ad ammaestrare, a loro volta anche altri» (2 Tm 2,2). Come il fuoco deve essere custodito per non estinguersi, così anche la Parola deve essere custodita nella sua divinità per non umanizzarsi e perdere così il suo potere. Ma anche questa vigile custodia – che è compito essenziale per la conservazione dell’integrità del messaggio tradizionale – non può essere unicamente opera umana proprio perché non umana è la natura del messaggio e non umana è la natura delle forze che attentano alla sua corruzione. Per questo motivo l’Apostolo esorta a custodire il «buon deposito» con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in noi (2 Tm 1,14).

Altrove Paolo indica gli errori evitando i quali potrà essere consentita una fedele conservazione dell’integrità della Dottrina: le “chiacchiere profane” (tas bebelous kenofonias: oi bebeloi nelle tradizioni misteriche della Grecia classica erano i “profani” ai quali non dovevano essere trasmesse le verità iniziatiche e che dovevano essere tenuti fuori dalle porte) e le “obiezioni della scienza” che quando pretende di indagare le cose divine usurpa il proprio nome in quanto Scienza e solo quella che Dio comunica ai suoi fedeli ( 1 Tm 6,20) .

Vi è un solo Vangelo (Gal 1, 6-8; 2 Cor 11,4) ed è questo che tutti gli apostoli predicano (1 Cor 15,11). Questo Vangelo è una buona novella che deve essere annunciata e che contiene la rivelazione di Gesù, figlio di Dio (Rm 1,1- 4).

Paolo proclama l’immutabilità del “deposito tradizionale” in quanto fondato sull’eternità della Parola: «orbene, anche se noi stessi o un angelo del cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anatema» (Gal 1,8).

Dopo aver annunziato la vera Dottrina, Paolo prevede la decadenza dei tempi ultimi rifacendosi all’insegnamento del Maestro che già aveva pronunciato simili profezie (cfr. Mt 24, 4-31). Paolo descrive il prevalere dell’insana curiosità del prurito spiritualista sull’autentica ansia di conoscenza che viene dallo spirito: «verrà giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole». Quando ciò avverrà sarà segno caratteristico degli “ultimi tempi” sui quali l’Apostolo aveva profetizzato: «devi anche sapere che negli ultimi tempi gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanitosi, orgogliosi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, senza religione e senza amore, sleali, maldicenti, intemperanti, intrattabili, nemici del bene, traditori, sfrontati, accecati dall’orgoglio, attaccati ai piaceri più che a Dio, con la parvenza della pietà mentre ne hanno rinnegata la forza interiore» (2 Tm 3, 1-5). Circa i falsi maestri e la loro sterile sapienza e scritto: «nubi senz’acqua, portate via dai venti, alberi autunnali senza frutti, morti due volte, sradicati; onde furiose del mare… stelle vaganti, alle quali è riservata l’oscurità delle tenebre… » (Gd 12-13).

la predicazione dell’Anticristo (dettaglio da “Predica e fatti dell’Anticristo” di Paolo Signorelli, 1499-1502) (cliccare per ingrandire)

Proprio questi ultimi tempi – o questi tempi ultimi – precedenti il ritorno del Figlio saranno caratterizzati, tra l’altro, secondo la parola dell’Apostolo (2 Tm 3, 6-7) dal proliferare di una folla di eunuchi dello spirito che, persa la potenza della fede e la forza dell’amore per la verità saranno simili a «donnicciole cariche di peccati, mosse da passioni d’ogni genere, che stanno sempre lì ad imparare, senza riuscire mai a giungere alla conoscenza della verità». Costoro saranno presi al laccio dei falsi maestri, mossi come loro da passioni d’ogni genere, «uomini dalla mente corrotta» dei quali pero, la stoltezza sarà manifestata (2 Tm 3, 8-9). E non saranno più i maestri che sceglieranno i discepoli, ma i discepoli si sceglieranno i maestri «secondo le proprie voglie».

La più alta maturità dello spirito o, se si vuole, la più alta “virilità” in senso simbolico, è contrassegnata, al contrario, dalla capacità di arrendersi all’azione dello Spirito senza opporre resistenza, secondo le parole dell’umile donna “più che creatura”: «sia fatto di me secondo la tua parola» (Lc 1,38).

Questa “resa” (traditio, secondo uno dei sensi della parola latina) è condizione indispensabile affinché possa avvenire l’innestarsi della Verità che viene dall’alto, da “oltre” l’uomo, e che è il cuore vivente della Tradizione.



Mario Polia

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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