Tradizione: significato di un termine (I parte)

Tempo fa abbiamo riproposto un celebre articolo uscito sul periodico “Il conciliatore” il 15 giugno 1971 e successivamente inserito, con qualche modifica, nella raccolta “L’Arco e la clava”, in cui Evola si soffermava sul concetto di Tradizione. In un’altra circostanza abbiamo lasciato spazio ad un’analisi fondamentale di René Guénon sui Problemi connessi al concetto di Tradizione,  in uno scritto pubblicato originariamente nel numero del novembre 1937 de “La Vita Italiana” e poi recuperato sulla rivista Arthos (Anno II, N. 3, Maggio-Agosto 1973). Ora “passiamo la parola” ad uno dei più importanti antropologi, studiosi ed interpreti della Tradizione della nostra epoca, Mario Polia, di cui, dopo aver proposto tempo fa uno scritto in cui veniva analizzato criticamente proprio il concetto di Tradizione in Julius Evola, proponiamo a partire da oggi, diviso in tre parti, un saggio in cui l’autore, partendo dai significati moderni e quindi ormai alterati del termine, risale all’unico reale significato originario di esso, dedicando poi un paragrafo in particolare all’analisi del concetto di Tradizione nella dottrina cristiana.

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di Mario Polia

1. I significati moderni.

Il termine “tradizione”, per effetto della graduale corruzione del linguaggio, ha perso, negli ultimi tempi, gran parte della sua primitiva connotazione religiosa ed è oggi usato, per lo più, ad esprimere concetti totalmente differenti o del tutto secondari e derivati rispetto al significato originario. Tali concetti riguardano anche aspetti dell’esistenza profana. Così, dicendo “tradizione” si esprime da un punto di vista antropologico, il complesso di caratteri significativi distintivi della cultura di un popolo per cui si distingue una “tradizione artistica”, da una “tradizione tecnologica” da una “tradizione religiosa”, in quanto la religione fa parte dei fattori culturali. Si definisce pertanto “tradizionale” un complesso culturale proprio ad una determinata cultura considerata in una determinata epoca e d’accordo a parametri che ne definiscono, in un certo senso, la normalità.

Mario Polia

Nel linguaggio comune “tradizione” significa, anche e soprattutto, “abitudine” e “tradizionale” è ciò che è entrato a far parte delle consuetudine, come certi aspetti del costume o della moda e persino certe abitudini alimentari. Il termine non nasconde un’accezione dispregiativa in quanto spesso è usato ad indicare ciò che appartiene al passato (ad esempio la “morale tradizionale”) e che va dunque combattuto in nome del progresso.

Allo stesso tempo la parola “tradizione” si presta ad infondere un certo senso di sicurezza e stabilità, ispira una solida fiducia in una qualità sperimentata negli anni evocando la romantica immagine del buon tempo passato in un momento in cui si guarda con crescente apprensione e diffidenza verso certi discutibili aspetti del “progresso”. Per tal motivo si assiste ad un recupero massiccio del termine “tradizione” nel linguaggio usato dalla pubblicità. Ciò serve a sottolineare enfaticamente la lunga esperienza che garantisce la genuinità del prodotto evidenziando la sua differenza rispetto ad altri prodotti ottenuti con sistemi “non tradizionali”.

In tutt’altro ambito, quello di certi orientamenti del neo-spiritualismo, i termini “tradizionalismo” e “tradizionalista” sono usati ad esprimere l’adesione ad una posizione culturale, ma anche religiosa e spesso politica, che esplicitamente si oppone al “progressismo” e perciò stesso si fa garante della conservazione di un patrimonio spirituale ideale. Si tratta, a ben vedere, di neologismi usati impropriamente in quanto la stessa desinenza dei termini (-ismo, -ista) ne palesa il carattere dialettico proprio agli schieramenti ideologici politici e/o confessionali, ma che mal si addice ad una connotazione genuinamente spirituale, e per ciò stesso scevra dallo spirito di parte.

Marcel François Lefebvre (1905–1991), arcivescovo francese simbolo del “tradizionalismo cattolico” che si oppose frontalmente alle svolte moderniste teologico-liturgiche del Concilio Vaticano II

Esiste, in quest’ambito, un non meglio definito “tradizionalismo cattolico”, di segno dichiaratamente opposto allo spirito riformista e progressista che ha largamente contraddistinto alcune parti del cattolicesimo moderno. Esso combatte, pur nelle differenziazioni degli schieramenti che si autodefiniscono “tradizionalisti”, le riforme liturgiche e istituzionali proclamandosi fedele alla liturgia di San Pio V o dissentendo dalle moderne teologie. Senonché, a ben vedere, “tradizionalismo cattolico” è un termine ambiguo, quasi che il fatto d’essere cattolico sia una specificazione di una categoria generale ed assoluta: il “Tradizionalismo”. D’altro canto parlare di un “cattolicesimo tradizionalista”, dando al termine il valore di “tradizionale”, risulta altrettanto improprio perché si supporrebbe la possibilità, parallela e antitetica, di un cattolicesimo fuori dalla tradizione o, definendo “tradizionalismo” come “interpretazione tradizionale” del cattolicesimo gli schieramenti tradizionalisti si arrogherebbero la prerogativa di essere “il” cattolicesimo.

Neppure ha senso parlare di un “cattolicesimo tradizionale”, poiché non può definirsi un cattolicesimo secondo la Tradizione in opposizione ad uno anti-tradizionale. In tal caso sarebbe questione di un cattolicesimo opposto ad un anti- o ad un non-cattolicesimo poiché, privato della legittimazione tradizionale, una via dello spirito cessa semplicemente di essere tale.

Una tradizione, del resto, non può essere definita solo in senso negativo, come opposizione ad un’anti-tradizione, ma richiede di essere definita principalmente in senso positivo nei riguardi del messaggio che essa tramanda e dal quale trae il motivo e la legittimazione della propria esistenza.

Esiste, inoltre, un “tradizionalismo” in senso lato nel quale si riconoscono appartenenti singoli, o gruppi, diversi in quanto a impostazione e tendenze, ma accomunati da un pronunciato antagonismo nei confronti del mondo moderno, delle sue strutture (religiose, sociali, politiche) e della sua cultura (neo-illuminista, edonista, materialista) in quanto se ne avvertono fortemente le limitazioni e le aberrazioni. È comune alle varie tendenze del “tradizionalismo” (cultural-politico e/o spiritualista) la tensione verso il recupero di un’identità “spirituale” dai contorni in genere mal definiti, non-confessionale, caratterizzata dal sincretismo in campo religioso e, spesso, da una componente marcatamente anti-cristiana. Il Cristianesimo, infatti, viene ritenuto responsabile della crisi spirituale e culturale che ha condotto l’Occidente, per tappe progressive, all’attuale condizione di svilimento e di rinuncia ai valori ideali della sua cultura, o si ritiene il Cristianesimo connivente con chi gestisce il potere culturale. Contraddistingue tali schieramenti del tradizionalismo l’enfasi data alla componente volontaristica e vitalistica che spesso sfocia in un vero e proprio culto del “superuomo” o dell’eroe, culto motivato dalla crisi d’identità ed inteso come contrapposizione e possibilità di superamento del qualunquismo borghese. Dal punto di vista politico si assiste ad un accentuato disimpegno alimentato dalla sfiducia nelle strutture che gestiscono il potere o giustificato in nome di un disinteresse del politico a favore del momento “spirituale” o della componente individualistica. Talvolta a tale disimpegno fa da controparte un “impegno” (ideale o reale) a “destra” (idealmente, culturalmente o politicamente intesa).

Non potendo in questa sede diffonderci sul panorama del “tradizionalismo”, non cattolico o anticattolico, limitiamoci tuttavia a notare come anche questo termine sia improprio poiché se l’appartenenza ad una religione qualifica gli appartenenti ad essa come esponenti di quella tradizione (e non genericamente “tradizionalisti”), quando, invece, il termine “tradizionalismo” sia usato per dare un volto fittizio ad un vuoto religioso e per esprimere un generico afflato verso la dimensione religiosa, sottolineando la non-appartenenza alle vie religiose, il suo uso risulta addirittura illegittimo proprio da un punto di vista “tradizionale” in quanto, come vedremo, non c’è Tradizione – in senso spirituale – se non come “tramandamento” d’una verità d’ordine metafisico (non puramente culturale) incarnata in un sistema dottrinale; trasmessa e custodita da una gerarchia spiritualmente qualificata; contemplante la possibilità di accedere ad essa mediante i mezzi ed i carismi che definiscono una via come “via spirituale” o “religiosa”. Inoltre una “tradizione”, per esser tale, deve garantire una trasmissione qualificata e ininterrotta nel tempo dalla fonte a chi ne usufruisce, e l’ininterrotta attuazione delle operazioni liturgiche, rituali, “sacrificali”, senza le quali la trasmissione diverrebbe un dato puramente culturale.

Ove tali requisiti manchino non v’è Tradizione ma può esservi al massimo una tensione verso un archetipo tradizionale e in mancanza di Tradizione non si vede come possa esservi “tradizionalismo”, se con esso s’intende la difesa e la salvaguardia d’una tradizione. Un “tradizionalismo” senza Tradizione denota un uso culturale del termine pur svelando oscure pulsioni verso un’autentica trascendenza con motivazioni psichiche (emozionali, velleitarie), pulsioni e motivazioni che d’altronde, di per sé, non sono sufficienti a garantire l’inserimento in una via autenticamente tradizionale.

Il fatto, poi, che si sia abusato del termine “Tradizione” e “tradizionale” e che si sia addirittura coniato un termine, il “tradizionalismo”, che va ad accrescere il numero impressionante degli -ismi di cui è ricca la cultura moderna, prova ancora una volta – semmai ce ne fosse bisogno – l’infallibile verità di quella legge dello spirito che vuole che ciò che nasce da Spirito sia spirito e ciò che nasce da volere di carne (o della mente) sia puro aggregato fisico o psichico e come tale soggetto alle leggi del divenire. Ciò risulta evidente nel caso del termine in esame che non sfugge all’usura, alla dissacrazione, alla confusione del linguaggio e che risente di tutte le limitazioni dell’appartenenza alla sfera culturale, sia pure d’una cultura sensibile alle istanze religiose.

Occorre anche accennare al fatto che in certi orientamenti del neospiritualismo (a sfondo “gnostico”) il termine “tradizionalismo” viene usato ad indicare la presunta appartenenza non a questa o quella tradizione spirituale, ma alla “Tradizione” unica, anteriore alle varie tradizioni e origine di esse (definita variamente come “Tradizione Primordiale“, o “esoterica”, o “iniziatica”). Che una Tradizione primordiale o, più esattamente, una Rivelazione diretta, origine di tutte le tradizioni, sia esistita ai primordi e sia stata comune a tutta l’umanità vivente nello stato “edenico” (o “aureo”) è un dato che si evince chiaramente dalle Scritture e dai miti delle più diverse tradizioni. Che il ritorno (o la riconquista) di uno stato di santità e di conoscenza sia possibile a partire dalla condizione di offuscamento e di decadenza che contraddistingue l’uomo dopo la caduta è dimostrato dall’esistenza stessa delle vie religiose che sarebbero totalmente vanificate qualora non fosse possibile il trascendimento dello stato di ignoranza e di disintegrazione spirituale. Il raggiungimento dello stato unitivo con l’Assoluto è dichiaratamente il fine ultimo di ogni Via Tradizionale che implica, pero, il percorrimento regolare della Via fino al suo ultimo scopo, la ove la Via cessa e la tradizione confluisce nella Rivelazione.

Dichiararsi appartenenti alla Tradizione nel senso cui sopra accennavamo, se ben s’intende ciò che si afferma, equivale a dichiarare il raggiungimento dello stato unitivo con l’Assoluto, sigillo e prerogativa della santità. Si tratta dunque, anche in questo caso, di una velleità culturale che reputa avvenuto ciò che è solo una possibilità di sviluppo che richiede, per avverarsi, regolari condizioni di appartenenza ad una Via legittima.

Il conte Joseph-Marie de Maistre (1753-1821), uno dei principali esponenti del pensiero conservatore e controrivoluzionario europeo a cavallo tra il ‘700 e l”800

Passando ad esaminare il campo contrario, quello della cultura “laica” e progressista, il termine “tradizionalismo” viene usato (spesso con ragione) riferito alle frange dell’oltranzismo religioso e/o politico a denotarne la fondamentale tendenza al conservatorismo, anche quando tale tendenza sia puramente nominale, ma viene pure usato (a torto) per stigmatizzare la normale e legittima funzione “tradizionale” della conservazione dell’essenza della dottrina immune da contaminazioni, distorsioni e menomazioni. “Conservazione” e “conservatorismo” sono due funzioni simili solo per l’assonanza grammaticale dei termini ma ben diverse, sia per i ruoli rispettivamente svolti sia per le motivazioni alle quali rispondono.

Il “conservatorismo” in campo religioso, infatti, riguarda la preservazione filologicamente esatta della forma e denota una fondamentale non-adattabilità alla dinamica dell’azione dello spirito, rivelando un immobilismo che, se salvaguarda da pericolosi cedimenti a tentazioni di secolarizzazione o di libera interpretazione e di progressismo, rischia però di rendere inaccessibile la Sostanza stessa della forma tradizionale.

All’altro estremo, il “progressismo” forza il contenuto della Tradizione all’interno di parametri puramente umani, storicizzandolo e socializzandolo, rischiando con ciò non solo di travolgere lettera e forma ma di intaccare pure la sostanza della Tradizione.

In questo caso la virtù non risiede classicamente “nel mezzo” tra i due estremi ma al di sopra di essi e oltre il piano dialettico che tra di essi inevitabilmente si crea. Essere nella Tradizione vuol dire vivere in una partecipazione diretta e totale alla vita dello Spirito, che, senza tradire il messaggio che dallo Spirito stesso è stato rivelato e dagli uomini tramandato, indica a chi sappia ascoltarne la voce e sappia anche comprendere in profondità le esigenze e il dramma del mondo contemporaneo, i modi di azione consoni ai tempi.

Posto dunque, che da un punto di vista spirituale (che è quello che qui ci interessa trattare) “Tradizione” non equivale ad “abitudine acquisita”, non è puramente “conservazione” e non è affatto “conservatorismo”, e posto che l’appartenenza ad essa non può mai essere meramente culturale ma deve essere spirituale, presupponendo un carisma e coinvolgendo il pensiero e l’azione, resta da chiarire che cosa esattamente s’intenda per “Tradizione” da un punto di vista religioso, tentando di restituire al termine il suo significato originario e “normale”.

segue nella seconda parte



Mario Polia

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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