Cinquanta anni fa esatti, l’11 giugno 1974, Julius Evola lasciava il corpo materiale, per proseguire il proprio cammino e la propria battaglia nelle impervie regioni dei mondi ultraterreni.
“Roma, Corso Vittorio 197, un anno fa. Sono quasi le 3 del pomeriggio dell’11 giugno 1974; nel suo appartamento, all’ultimo piano di palazzo Baccelli, Julius Evola si solleva dal letto sul quale da alcuni mesi è rimasto ormai quasi immobile e chiede alla governante ed alla gentile amica che lo assiste, di aiutarlo ad indossare qualcosa: vuole sedersi al suo scrittoio, dinanzi alla finestra aperta, vuole vedere quell’orizzonte che si profila lontano quasi a livello della sua finestra, un orizzonte che gli è caro e che fa ormai parte integrante del suo ambiente domestico: il Gianicolo, il Fontanone, l’Accademia di Spagna, il verde, i pini, il sole; le due donne lo sorreggono amorevolmente, lo conducono sulla sua sedia dinanzi al tavolo di lavoro; egli si guarda d’attorno, osserva il suo scrittoio, la macchina da scrivere, le sue carte; non pronunzia verbo; poi dà un ultimo sguardo fuori, alla luce quasi abbagliante di quel pomeriggio della prima estate romana; quindi reclina il capo, senza una parola, senza un gemito, senza un sospiro.
È morto così, Julius Evola, da aristocratico, con estrema semplicità, con estrema dignità, con estrema naturalezza; simbolicamente in piedi a significare il superamento di quelle avversità che materialmente in piedi non lo avevano voluto per tanti anni della sua vita. In un baleno si propaga la ferale notizia; desolati, ma già da qualche tempo consapevoli della ineluttabilità dell’evento, accorrono subito gli amici più intimi; poi giungono, sempre più numerosi, i suoi discepoli, i suoi seguaci, i suoi estimatori; vengono a rendergli omaggio scrittori, giornalisti, uomini di cultura, personalità; vengono soprattutto tanti, tanti giovani che sostano in piedi, rigidi sull’attenti, protagonisti di un rito che essi sentono intensamente. Il dolore per l’immensa perdita aleggia denso, quasi palpabile, nelle due stanze dove si accalca ormai una piccola folla; ma è un dolore composto, virile, senza lacrime, all’altezza dell’uomo a cui si va a dare l’ultimo reverente saluto. Julius Evola è morto.
Ma tutti sanno che ciò è accaduto nel momento esatto in cui egli ha voluto che accadesse. Tutti sanno che la sua dipartita dalla vita terrena è stato l’esito di una libera scelta, assunta allorquando ciò che quivi lui doveva compiere, tutto aveva compiuto, sino in fondo, con assoluto rigore. E tutti si inchinano alla volontà del Maestro“.
avv. Paolo Andriani (estratto da “Evola: un anno dopo”, pubblicato su “Civiltà” n. 12-13 maggio-agosto 1975)


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