In questo agile testo di Nello Gatta, frutto dell’intervento tenuto il 2 Ottobre del 2004 durante il convegno “Sopra le rovine. L’attualità dell’opera di Julius Evola, nel trentesimo anniversario della scomparsa”, si richiama il senso non libresco dell’eredità evoliana: interiorizzazione, disciplina, stile, fino all’idea decisiva dell’ “essere esempio” come misura e fondamento di ogni militanza.
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di Nello Gatta
A proposito di Julius Evola, pensatore supremo e massima icona del nostro ambiente, tutti, ma proprio tutti, hanno nel tempo trovato qualcosa da dire. È un fatto curioso, perché il Maestro detestava la dotta affabulazione degli eruditi. Eppure su di Lui e sul Suo pensiero si è rovesciato nel corso degli anni un vero diluvio di interventi, di approfondimenti, di studi, e anche di chiacchiere. Soltanto questa consapevolezza mi dà l’ardire di tacitare il rimorso per la mia palese indegnità e di esprimere qualche rispettosa considerazione. Anzitutto non parlerò della dottrina di Evola, né mi pretenderò esegeta del di Lui pensiero. So bene di non esserne in grado. Però il Maestro ha sempre affascinato tanti di noi, e precisamente di ciò intendo parlare. Di questa fascinazione, dell’insufficiente grado di approfondimento e comprensione, o meglio di interiorizzazione, della dottrina evoliana. Della difficoltà, cioè, di vivere questa dottrina, giacché il mero studiarla conduce inevitabilmente a mancarne l’autentico significato. Evola non fu mai un intellettuale né un filosofo. Chi disse che Egli era “il nostro Marcuse, ma più bravo”, dimostrò, con quella semplice dichiarazione, di non aver mai letto né compreso neanche un rigo, forse nemmeno i titoli delle opere del Maestro. Evola fu un sapiente nel senso antico del termine. La Sua meditazione costituì una forma sapienziale fondata sull’unità di sapere e vita, di conoscenza e azione. Una concezione inattuale, lontana dai modelli che si affermano oggi nel mondo. E proprio con il gusto della sfida contro questo mondo ci si avvicina a Evola. Ma proprio per questo motivo non ci si può fermare alla lettura. Si deve andare avanti. Avanti verso l’azione, verso la messa in pratica della Sua dottrina. Che dev’essere secondo me recepita soprattutto come cammino interiore, strumento di auto-edificazione spirituale.
Evola non
elaborò ipotesi per spiegare il mondo né escogitò sistemi per essere felici. Semplicemente distillò, da una mole enorme di sapienza plurimillenaria, una serie di dottrine e norme pratiche per essere un differente tipo umano, per realizzare in noi una metamorfosi meravigliosa, per rispondere a una vocazione. In questo senso, la lettura completa dell’opera omnia del Maestro non è necessariamente d’aiuto alla comprensione del Suo pensiero. Può benissimo bastare una pratica costante di meditazione-azione su “Orientamenti”. Non un sapere multiforme ed estensivo, ma una meditazione profonda e radicale ci viene raccomandate da Evola. La Sua dottrina va trasferita nel profondo del nostro essere, per edificare in noi un saldissimo centro spirituale, per resistere alle infinite lusinghe a cui questo mondo tenebroso e il nostro stesso lato oscuro ci espongono quotidianamente. Dobbiamo dunque guardarci da ogni tentazione semplificatrice. Il pensiero del Maestro, complesso e stratificato, è una vera e propria bomba, che rischia di esplodere ad ogni maneggio improprio, imperito, superficiale. C’è stato invece chi, letta qualche riga di Cavalcare la tigre, ne ha tratto il convincimento che l’uomo differenziato, in quanto ribelle anti-borghese, fosse in qualche misura assimilabile a chi rapina, ammazza, magari si droga. Costui è un completo imbecille, un deviante della peggior specie, un uomo moderno anzi modernissimo. Niente a che vedere con noi. Eppure alla fine degli anni ’70 da meschini e loschi figuri del genere l’ambiente si è lasciato trascinare su una china idiota e disastrosa, dalla quale a tutt’oggi non si è ripreso. Il cammino che il Maestro ci indica è invece una via aspra e perigliosa, difficile e scabrosa. Né facile né leggera. E soprattutto non si conclude mai. Non è per tutti, no, e ci mancherebbe! Ma se crediamo che sia per noi, allora dobbiamo rassegnarci ad un lungo e faticoso apprendistato.
È un invito paradossale quello del Maestro, divenire un uomo della Tradizione in un mondo che alla Tradizione ha voltato definitivamente le spalle da tempo. “Essere capaci…di tener fermo interiormente, nel proprio nudo, assoluto essere, senza nulla temere e nulla sperare”[1]. Questa immagine, insieme a quella dell’uomo ritto tra le rovine, illustra bene la dottrina evoliana. Ma quello è un punto d’arrivo a cui, anche il Maestro lo ammette, pochi possono giungere e stabilmente rimanere. Per forgiare un tale carattere, un simile stile interiore, è necessaria una incessante “pratica della virtù”, intendendo il termine in senso etimologico e non morale. Virtus è in latino quella indispensabile qualità che rende l’essere umano un vir, un uomo in senso alto e pieno. Il vir è un uomo interiormente formato e normato, che dà cioè a sé stesso una forma e una norma. Il vir è lo scultore del proprio spirito, il protagonista di un’opera che dura per una vita intera e va compiuta in ogni singolo istante della vita. Il cammino tracciato da Evola è un bios philosophikos nel senso eminente che gli antichi davano a questa espressione. Non una vita di isolamento e ricerca intellettuale, ma un cammino che ha la sapienza come meta, l’azione come strumento e sé stessi come materia. Questo significa che l’uomo differenziato, o chi tende a realizzarlo in sé, vive in uno stato di perenne concentrazione spirituale, attento ad essere in ogni singolo istante ciò che deve essere. Lo caratterizza un’attenzione continua alla propria condotta, fondata sul senso dell’onore e dell’onta. Una tensione strenua lo sostiene in questo sforzo. Una forza potente che viene dalla sua volontà e dal suo amore per l’Ideale. Soltanto un uomo dotato di tale forza interiore può aspirare veramente a un cammino tanto pesante e lungo. Un’autodisciplina feroce lo caratterizza. Perché un uomo formato e normato fa dello stile la sua cifra più immediata e autentica. Costui è uomo che, per rispetto verso sé stesso ed amore per l’Ideale, non cade mai tra le macerie di questo mondo. Sicuro della sua forza, sereno della sua giustizia, cosciente della sua superiorità, non si abbandona a manifestazioni scomposte. Anche nelle piccole azioni quotidiane un tale uomo si differenzia. Non urla allo stadio, né litiga in automobile. Non si ubriaca né vive per il sesso. E tutto ciò senza essere un non-violento, né un astemio, né un impotente. Egli non ha bisogno di un catalizzatore per far esplodere la sua energia interiore in un fuoco di paglia. Quest’energia, anzi, un tal uomo la cura amorevolmente, la nutre e la fortifica, la fa crescere potente in sé senza disperderla vanamente. La custodisce per il momento dell’azione. Sopporta paziente le piccole e grandi contrarietà della vita, perché non riconosce alle contingenze alcun potere su di lui. Quindi non si lamenta e non sbuffa. Nemmeno nel traffico, nemmeno nelle code alla posta. Perché è da debole. Non alza la voce, né lancia insulti. Nemmeno per una mancata precedenza, nemmeno per una coda non rispettata. Perché è da plebeo. Non passa a via di fatto senza giustificato motivo. Nemmeno per uno sguardo di troppo, nemmeno per insulto. Perché è da vile. Non si svita l’osso del collo ad ogni minigonna che passa, né urla apprezzamenti volgari. Perché è da segaiolo. Non si lascia trascinare dall’alcol o da altre sostanze psicotiche. Nemmeno il sabato sera, nemmeno ad una festa o a un concerto. Perché è da uomo dappoco. Questi è un uomo misurato, non un debole né un pavido. È compos sui, padrone di sé in ogni situazione. Non rifiuta la forza, ma la pura violenza lo lascia indifferente. Non disdegna l’allegria, ma l’esaltazione momentanea non lo diverte. Non teme la sessualità, ma non vuole divenirne schiavo. Egli afferma nella sua condotta “l’ideale di un Io che non abdica, che intende restare consapevole, autonomo e sovrano di fronte alla parte notturna e sotterranea della sua anima e al dèmone della sessualità; che non si sente né ‘represso’ né psicoticamente scisso, ma realizza un equilibrio di tutte le sue facoltà ordinate ad un significato superiore del vivere e dell’agire”[2]. Anche dai minuti atteggiamenti quotidiani si deduce la forza interiore di un uomo differente. Non si tratta di acquisire ipocrite norme di buona creanza borghese, ma di affermare in sé la guida del principio olimpico e solare. E anche attraverso l’auto-imposizione di questi minuti comportamenti si dà forma e norma alla propria interiorità, si percorre la via dell’uomo differenziato. Ed è esattamente il cammino su questa via che ogni militante politico, ogni appartenente a quest’area deve considerare la ragione ultima e il senso profondo del proprio impegno politico. Perché senza questo ‘particolare tipo umano’ non c’è struttura politica né idea né dottrina che abbia veramente un senso.
Già il Maestro si esprimeva in termini chiarissimi contro il “falso ‘realismo politico’ che pensa solo in termini di programmi, di problemi organizzatori partitici, di ricette sociali ed economiche. Tutto questo appartiene al contingente, non all’essenziale. La misura di ciò che può essere ancóra salvato dipende invece dall’esistenza o meno di uomini che ci siano dinanzi non per predicare formule, ma per essere esempi”[3]. Essere esempio. Ecco la formulazione che più e meglio di ogni altra riassume e sintetizza la nostra visione. Una vita difficile, una via aspra, un impeg
no continuo, un traguardo bellissimo. Di tutto ciò dobbiamo ogni giorno essere esempio. Un nudo, essenziale, reale esempio. Come il Maestro ci ha mostrato, come la nostra vocazione esige, come i tempi richiedono. “Ricostruire lentamente un uomo nuovo da animare mediante un determinato spirito e una adeguata visione della vita, da fortificare mediante l’aderenza ferrea a dati principii – ecco il vero problema”[4]. Sono queste meditazioni di vette altrui, che altri hanno conquistato e mantenuto. Ora bisogna che ci riscuotiamo e accettiamo, in maniera integrale e radicale, la sfida di fare nostre queste vette. La politica, l’azione, sgorgherà di conseguenza. Un grande uomo della Tradizione, vissuto in Giappone alla fine del XIX secolo[5], spiegò così la sua meditazione-azione di una vita “Per quanto seriamente si possano discutere sistemi e misure, essi non possono essere attuati se non esiste la persona in grado di farlo. Non esiste un’azione senza colui che la compie. Avere a disposizione l’uomo giusto è la massima benedizione. E’ necessario porsi l’obiettivo di essere quell’uomo”[6].
[1] Cavalcare la tigre, 47
[2] Orientamenti, 46
[3] Orientamenti, 19-20
[4] Orientamenti, 20
[5] Saigô Takamori, eroe della Restaurazione Meiji, entrò in contrasto con il nuovo governo e si trovò a capeggiare una grande ribellione contro di esso, la celebre Guerra di Seinan. Sconfitto, commise seppuku. La sua figura, però, fu giudicata quella di un grande eroe, un martire lealista, al punto che, dopo la sua morte, fu dapprima riabilitato, poi ricevette una serie di promozioni che lo elevarono al rango di nobile di corte, mentre la sua fama si estendeva incredibilmente nel popolo, e resiste anche nel dopoguerra; sulla figura e sulla vicenda di Saigô, si vedano le bellissime pagine di Morris 1983, 213-266
[6] Citato in Morris 1983, 237


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