“Aristocrazia custode” (prima parte)

Dopo il fondamentale saggio sull’essenza e la funzione dello spirito aristocratico, scritto da Evola in pieno conflitto mondiale, nel tentativo di gettare le basi per una futura ricostruzione dell’Europa, rimaniamo sul tema facendo un passo indietro di una decina d’anni. Proponiamo infatti, diviso in due parti – con tanto di appendice polemica in risposta ad alcune critiche subite –  un articolo pubblicato dal barone su “La Vita Italiana” nel 1931, in cui Evola, nei panni di recensore, coglieva l’occasione per fissare il perimetro entro cui circoscrivere il concetto di Aristocrazia inteso in senso realmente tradizionale, depurato da ogni contraffazione, alterazione modernistica, degenerescenza. Commentando infatti il libro Aristocrazia custode di Remo Renato Petitto, che conteneva peraltro una pregevole appendice sul “Patriziato nello stato fascista”, Evola ebbe la possibilità di criticare, punto per punto, le cattive interpretazioni dell’idea aristocratica, del concetto di élite e di eredità gentilizia, della figura stessa dell’ “aristocrate”, del “signore”, e di evidenziare invece le corrette intuizioni in materia, mostrando come, in concreto, pur con le migliori intenzioni ed in un clima propizio per il recupero di una ben precisa Weltanschauung, in mancanza di un “saldo fondamento dottrinale”, “che solo può giustificare tali valori e condurli ad una espressione decisa”, qualunque interprete, pur munito delle migliori intenzioni e delle migliori predisposizioni, poteva facilmente incorrere in errori, più o meno grossolani, nel cercare di ricostruire e riproporre concetti tradizionali fondamentali, come quelli di fedeltà, onore, aristocrazia. Evola avrebbe seguito lo stesso copione in molti altri casi, cogliendo l’occasione offerta dalle recensioni letterarie – si pensi alla feconda collaborazione con Bibliografia fascista – per dettare la corretta linea di interpretazione e di riscoperta di idee e fondamenti tradizionali imprescindibili. Rimandiamo in tal senso, ad esempio, con riferimento ad alcune nostre recenti pubblicazioni, al commento di Evola ad un articolo sul tema della famiglia di Arturo Assante, o alla recensione evoliana dell’opera di John Hemming Fry, “La rivolta contro il bello”, incentrata sulla critica alla perversione “sadistica” dell’arte modernistica svincolata da qualunque significato superiore.

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di  Julius Evola

Tratto da “La Vita Italiana”, XIX, 221, agosto 1931

Chi volesse trattare dal punto di vista di una idea aristocratica assunta integralmente libri, come quello recentemente pubblicato da R. R. Petitto (1), si troverebbe in una certa perplessità. Infatti, da una parte, non ci si può non rallegrare nel constatare che ancor oggi vi sia qualcuno che dimostri una certa sensibilità per gli antichi valori di monarchia, di fedeltà, di onore e di aristocrazia; ma dall’altra parte si dovrebbe deplorare la mancanza di quel saldo fondamento dottrinale, che solo può giustificare tali valori e condurli ad una espressione decisa.

Il «tradizionalismo», che il Petitto difende nel libro ora indicato, a malgrado di ciò che forse egli crede, in realtà è di tipo sopra tutto «empirico», cioè abitudinario; vive della nostalgia per una imagine tratta dalla società di ieri senza rendersi conto che questa stessa imagine già costituisce un compromesso e una deviazione limitatrice rispetto ai puri principi. È poi empirico anche in un secondo senso: nel sognare rivendicazioni «politiche», nel tendere a formare ciò che oggi si dice «un movimento». Appunto perchè non ha in vista l’idea aristocratica nella sua purità – per così dire – sovratemporale, il Petitto non si accorge dell’assurdo di pensar che oggi, in questa società occidentale retta dalle verità dei servi e dei mercanti (2), resti una qualche possibilità effettiva per una «restaurazione» vera e non da ridere e messa al guinzaglio.

Oggi come mai è necessario tenersi intransigentemente sulle linee di vetta: creare distanze invalicabili fra valori e valori. Solo così si può essere «custodi» della «tradizione». Non vi è bisogno di chi si dia da fare scendendo sul mercato, ma v’è bisogno di chi abbia la forza e il coraggio di mantenere integralmente, immutata, la tradizione dei principi, sì che essa possa testimoniar di sè il giorno in cui un nuovo ciclo di cultura prenda eventualmente inizio all’esaurirsi di quello «umanistico» e anarchico sviluppatosi in Occidente a partir dai Comuni e dalla Rinascenza – se anche non si voglia far entrare in linea di conto la stessa rivoluzione cristiana, che l’idea feudale e imperiale medievale cercò di frenare.

Onore e fedeltà sul campo di battaglia

Già da ciò che si è accennato, risulta che si può seguire il Petitto là dove egli ci parla dell’aspetto più materiale dell’idea aristocratica. Così il principio, che nessuno Stato e nessuna società si mantengono senza una élite o aristocrazia di famiglie, ereditariamente selezionate e specializzate nei compiti precipui del comandoélite che ha il suo coronamento naturale nella monarchia legittima, legittima sia in sede formale di diritto dinastico, sia in sede materiale di effettiva conformità del monarca quale persona ai principi tradizionali che definiscono la sua dignità e la sua funzione (pp. 118, 16-18) – una tale tesi del Petitto è certamente giusta. Come già era apparso in forma distinta nei difensori dell’idea tradizionale nella nuova Germania (Everling, Darré, Rosenberg, ecc.), così pure nel Petitto si fa largo il principio dell’onore e della fedeltà come vero cemento della compagine politica. Il senso dell’onore e l’orgoglio di servire il proprio principe, al di sopra di ogni vantaggio e di ogni interesse personale, è per il Petitto il contrassegno del vero aristocrate, ciò che lo fa adatto a coprire le più alte cariche (3). Fedeltà al luogo di mera obbedienza: devozione personale rispetto ad un capo per il quale non sia più da dirsi che «regna, ma non governa» al luogo della subordinazione passiva a enti o leggi senza volto.

Senonchè già qui vediamo il Petitto far dei passi falsi, che tradiscono l’incertezza delle sue idee. Egli scrive (p. 65): «Coloro che coprono le più alte cariche dello Stato dovrebbero essere coloro che non sanno che cosa voglia dire guadagnar danaro, e che siano piuttosto in grado di sentire la gioia e la fierezza di essere ammessi a servire…» – a servire chi? – «…a servire il popolo, per l’onore di servirlo» (identica espressione a p. 95). Nel che è evidente che non è più dell’aristocrate che si parla, bensì del tribuno della plebe, ceppo della gran parte delle idee di governo politico che hanno prevalso presso i moderni. Un aristocrate non serve il «popolo», ma serve il suo principe.

Dopo questo, un secondo passo falso. ll Petitto afferma con ragione il diritto dell’idea ereditaria gentilizia, e aggiunge (p. 58): «La famiglia non solo ha la comunanza di sangue, ma anche come un corpo perpetuo e un’anima perpetua. Il corpo consiste nel bene di famiglia che ogni generazione riceve dagli antenati come un sacro deposito, da conservarsi religiosamente, da accrescere e da trasmettere fedelmente alle future generazioni. L’anima consiste nelle tradizioni, cioè nelle idee degli antenati, nei loro sentimenti e nei loro costumi». E, più oltre (p. 86): «L’eredità, per la continuità che assicura al corpo sociale, è una imitazione, infima senza dubbio, della perennità divina».

Senonchè, quando gli si fa l’obbiezione, che la conseguenza logica di tale idea è il regime delle caste, egli invece di affermare senz’altro, e a viso scoperto, questo presupposto di ogni vero spirito aristocratico (4), scarta, e dice che la conseguenza non è tanto la casta, quanto la tradizione … professionale (p. 86), aggiungendo inoltre che come aristocrati possono anche esser assunti «quegli uomini nuovi che si siano mobilitati da se stessi» (p. 9): palesi e contraddittorie concessioni antitradizionalistiche alla spirito moderno. Le tradizioni professionali appartengono sì naturalmente ad un sano ordinamento delle classi inferiori, ma da che mondo è mondo, nulla hanno avuto a che fare con l’aristocrazia: un romano mai avrebbe confuso le corporationes e i collegia degli artigiani con il rango dei patrizii e dei gentiles – tanto meno nel medioevo le Gilden e le Zünften  germaniche potevano equivalersi o prender contatto col ceto nobiliare (5). Del resto, se lo stesso Petitto scrive (p. 47): «In tempi normali, il lavoro e l’austerità, la proprietà conservata e accresciuta fa entrare nella borghesia: la nobiltà richiede altre virtù di un ordine più elevato» dovrebbe esser lui il primo ad accorgersi del passo falso. Circa il secondo punto, quello della rottura della casta e dell’elezione di una nobiltà nuova, si può trovare per lui una attenuante, dovuta al fatto che molto probabilmente egli ignora del tutto i presupposti metafisici sui quali l’antico regime delle caste si giustificava, in conformità non ad un principio di convenzione, ma a certe leggi della parte trascendente dell’essere umano (6).

La critica del Petitto contro quell’aristocrazia, che oggi nella società si riduce ad un grazioso e inutile bibelot (soprammobile di scarso valore, ninnolo, gingillo, n.d.r.) in un salotto (p. 23), ovvero ad una borghesia titolata (p. 32); la sua protesta contro il fatto che ormai i ricchi sono considerati allo stesso livello dei nobili (p. 39) e contro altri sintomi di degenerazione – per quanto non fatta con la necessaria energia (7), ci trova del tutto consenzienti. Egualmente giusta è la sua idea, che la nobiltà trasferitasi in città o in corte, è destinata alla decadenza. «Una gravissima causa del decadere del patriziato in Italia fu dovuta al fatto che in molte regioni da noi i nobili non esercitarono veri comiti feudali ed abitavano nelle città. Una nobiltà urbana è un controsenso, e in Italia la nobiltà fu appunto tale, almeno per i tre quarti» (p. 34). Ma una volta assunto un simile pensiero, bisognerebbe condurlo a fondo, e dire con chiare parole quale sarebbe l’ordinamento economico e politico che su questa base si imporrebbe, con un ritorno appunto ad un medioevo sanamente inteso (8); tanto più che il Petitto converge di nuovo nell’idea feudale quando afferma che «il cesarismo livellatore e iperaccentratore è in realtà demagogia, anche se assunta in trono; coronata e scettrata» (p. 120). Invece, nel libro di cui parliamo non si trova nulla di questo, molto probabilmente per evitare un troppo chiaro contrasto con i modi venuti in uso presso ai moderni.

Passiamo al punto fondamentale. Che cosa caratterizza la casta aristocratica? Prima premessa: «La differenziazione degli uomini sulla base del danaro è la più insolente delle differenziazioni, e non può creare altra gerarchia che una gerarchia di risentimenti e di odi» (p. 77). Benissimo. D’altra parte, dire «eredità» non basta, perchè eredità può esservi di cose diverse e, anticamente, non solo quella aristocratica, ma anche le altre caste erano basate sull’eredità. Eredità di che, dunque? Petitto fa una affermazione importante, al giorno d’oggi fondamentale, quando sostiene che nè l’intelligenza, nè il coraggio, nè la cultura, nè la destrezza bastano da sè sole per definire l’essenza dell’aristocrate (pp. 9-10).

Ma, dopo di ciò, egli non fa altri passi in avanti. In realtà, egli va a finire in un concetto affatto laico dell’aristocrazia. Invece di raggiungere l’idea tradizionale, secondo la quale nell’aristocrate si incorpora – a definire l’essenza e a giustificarne l’autorità – una qualità sacra, quindi superiore al dominio «umano», egli muta nel giro di qualità di carattere, di morale e di devozione, qualità le quali evidentemente continuano a far parte delle cose umane. Qui è probabile che il Petitto non ci comprenda e, d’altra parte, lungo sarebbe il discorso, che del resto noi a più riprese e non da oggi abbiamo fatto (9), appunto allo scopo di lumeggiare il senso originario ed effettivo dell’aristocrazia. Ci basterà dire che nel tipo del nobile «custode della morale» e poi «della religione» (religione nel senso moderno), non ci sentiamo proprio di riconoscere il vero aristocrate. L’aristocrate, in primis et ante omnia, è il Signore, e come tale si muove più nei dominii «al di là del bene e del male» che in quelli del moralismo e, in genere, di leggi o costumi che si impongano democraticamente a tutti (10). Il Petitto forse conoscerà abbastanza di storia e di storia del diritto per saper di questo: e dal momento che egli è contro alle «forme nuove», non vorrà che per accontentarlo ci fermiamo ad una società già decadente e antiaristocratica, quale è quella che ha preso inizio nella storia postmedievale e dopo l’importazione di credenze di ceppo semitico.

Note dell’autore

(1) R.R. PETITTO: Aristocrazia custode – Ed.V.Gatti, Brescia, 1931.

(2) Non usiamo queste espressioni in senso dispregiativo, ma in quello che loro compete presso alla visione delle regressione delle caste, esposta in questa stessa Rivista, n.3 del 1931, sotto il titolo: Due faccie del nazionalismo.

(3) Cfr. l’articolo di G. GLAESSES: Che cosa vogliono gli Elmi d’acciaio? In Antieuropa, n.3 del 1931.

(4) Cfr. i nostri scritti su Difesa delle caste, nel Tevere, n.26 e 27 ottobre 1928, e su Significato dell’Aristocrazia, in Krur, n.2 del 1929.

(5) Cfr. H. WALTZING: Les Corporations professionelles chez les Romains, Luovain, 1895, Vol. I e II; O. GIERKE: Rechtsgeschichte der deutschen Genossenschaft, Berlin, 1868, Vol. I.

(6) Ci si potrebbe riferire, per es., alle dottrine circa la sopravvivenza e il rincarnarsi di certe parti dell’essere umano secondo la «legge delle azioni», professate sia nell’India che nell’Iran e nella classicità.

(7) Cfr. invece le coraggiose espressioni del Duca di Lauriano nello scritto: Casta aristocratica e spirito aristocratico, uscito su La Torre (n.8 del 1930) e l’apprezzamento su di essa nel Neues Wiener Journal del 7 febbraio 1931.

(8) Problemi del genere sono ampiamente trattati nell’opera del DARRÈ: Neuadel aus Blut und Boden, München, 1930 (cfr. l’edizione italiana a cura delle Edizioni Ritter, “La Nuova Nobiltà di Sangue e Suolo“, n.d.r.).

(9) Cfr. p. es. Imperialismo Pagano, Roma, 1928 e Gerarchia tradizionale e umanismo moderno nei nn. 2-3 della Torre.

(10) Con ciò non intendiamo difendere un «superuomo» nietzschiano male inteso. Se l’aristocrazia vera non conobbe il moralismo – creatura essenzialmente plebeo-borghese – conobbe però un’etica sua propria, alla quale le altre classi non avevano alcun diritto di riferirsi e che non aveva un fondamento «sociale» ma un fondamento «sacro», Cfr. F. DE COULANGES: La Citè Antique, Paris, 14, 1900, 1. IV, cc. 4-6.

Segue nella seconda parte



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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