“Aristocrazia custode” (seconda parte)

Seconda parte della recensione evoliana al libro Aristocrazia custode di Remo Renato Petitto, uscita su “La Vita Italiana” nell’agosto 1931. Nel completare la sua analisi critica del volume recensito, Evola fornisce ulteriori elementi circa la corretta interpretazione dell’idea aristocratica. In particolare, dopo aver criticato l’impostazione eccessivamente “guelfa” dell’autore, che finirebbe per desacralizzare e, quindi, laicizzare, di fatto, il concetto di aristocrazia, Evola si sofferma sul principio fondamentale dell’universalità del concetto stesso di Tradizione (“Non si tratta cioè di fermarsi alle abitudini e agli esclusivismi faziosi di una data tradizione storica, ma di risalire a principi, che stanno al disopra di ogni tradizione storica particolare e, in pari tempo, alla base di ciascuna di esse”) e sul conseguente carattere di atemporalità e metastoricità dell’idea aristocratica. In calce alla seconda parte dello scritto, proponiamo un’interessante appendice polemica del barone, pubblicata qualche mese dopo, sempre su “La Vita Italiana”, in risposta ad alcune critiche da lui subite – pubblicate su “Bibliografia Fascista” –  per la recensione del libro del Petitto.

Nell’immagine in evidenza, La Scuola di Atene, celebre opera di Raffaello Sanzio (1509-1511 circa).

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di  Julius Evola

Tratto da “La Vita Italiana”, XIX, 221, agosto 1931

segue dalla prima parte

Circa il secondo punto, v’è da dire che il Petitto ha l’aria di non conoscere che l’ideale guelfo della nobiltà, ideale che, dal punto di vista dei principi, rappresenta effettivamente un compromesso, un miscuglio fra cose contraddittorie. Su questa base egli potrà capire in che senso possiamo dire che la sua idea aristocratica è essenzialmente «laica»: è laica, perché in essa l’aristocrazia ha fuori di sé, in una gerarchia distinta supposta più in alto della casta gentilizia, il principio del «sacro». A quest’altra gerarchia va la sua «fedeltà» (p. 39): «È solo facendosi protettrice della chiesa che l’aristocrazia si salva come classe. La sua stella polare è la chiesa: solo cosi guidata non si sbaglierà». Così stando le cose, vorremmo sapere che posto resti per la fedeltà al sovrano. Naturalmente, contrasto non v’è se nello stesso monarca  si concepisce, a sua volta, il primo tra i servitori della chiesa, così come secondo la tesi tomistica e guelfa. Senonché, a sostegno di una simile veduta il Petitto non potrà addurre che esempi, appunto, di tempi «nuovi». Nell’antichità tradizionale la funzione sacerdotale e la funzione regale erano invece una sola e medesima cosa, la casta patrizia era simultaneamente una casta sacra: da ciò veniva anzi il fondamento della sua autorità «legittima» (11).

Il sacerdozio spesso fu solo una emanazione della regalità primitiva (12). Peraltro, ogni vera aristocrazia prende senso solo nei quadri di una simile concezione, la quale non culmina nell’ideale guelfo della chiesa, ma in quello dell’impero, concepito come una istituzione sacra e «sovrannaturale» all’identico titolo della chiesa (13). Per questo un Federico II poteva dire che i principi sono servi se riconoscono l’autorità della chiesa, liberi se riconoscono invece quella dell’imperatore: è la risonanza – in un mondo già alterato della visione cristiana della vita – della tradizione vera e universale, conosciuta dall’Ellade come da Roma, dall’Iran e dall’Egitto come dalla Cina. Solo in questo caso la fedeltà al capo non è una virtù puramente civile e politica, dunque laica e umana, ma è – secondo l’espressione medievale – fides, epperò partecipazione diremmo quasi mistica alla forza «sacra» incarnata dai capi (14).

Se il Petitto avesse un qualche sentore di simili orizzonti, si accorgerebbe di tutto il «borghese» che ha il suo bravo nobile «nero», fedele alla «morale», devoto alla chiesa; e si accorgerebbe di un’altra cosa molto importante: che la cosidetta «santità» non è una qualità superiore a quella di una aristocrazia integralmente intesa (p. 49) ma è una qualità di un ordine diverso. Il Signore e il Santo non sono due gradi successivi di un’unica gerarchia, ma sono due ideali opposti, appartenenti, secondo il loro spirito, ad opposte concezioni della vita, per quanto possano aver in comune alcuni caratteri: p. es. quello di una certa tenuta ascetica, armata in sé stessa e congiunta ad un senso di dominio nell’uno, rivolta alla dedizione mistico-devota dell’altro (15), Il «Signore» che si fa «santo», in fondo, tradisce la propria tradizione e la storia più recente ci mostra molti di questi esempi appunto perché in essa l’aristocrazia non aveva più in sé, simultaneamente, un carattere «sacro», ma solo uno politico, morale e militare. Anche a Roma un console non poteva pensare di convertirsi in un sacerdote, giacché già come console egli era sacerdote, e se non avesse avuta l’investitura secondo il rito e secondo la dignità tradizionale patrizia della sua gens, non sarebbe stato nemmeno console. E i patres erano certo «custodi della religione», ma non nel senso della dipendenza da una chiesa o da una credenza estranea valevole tanto per patrizii che per plebei, ma perché essi stessi incarnavano e detenevano la forza mistica della loro gens (16).

E se aggiungiamo che l’affermazione del Petitto: «La premessa cattolica è alla base di ogni concezione dell’ordine» (p. 15) è alquanto singolare (dunque l’India delle caste, la Cina, la Roma stessa dei Cesari, e così via, non sarebbero state autorizzate a possedere un ordine vero!) – ciò non è per spezzare una lancia anticattolica, ma solo per accusare i limiti a cui si arresta il solo «tradizionalismo» che il Petitto dimostra di conoscere. Per esser tradizionali sul serio, e non in modo partigiano o dilettantesco, bisogna esser sì «cattolici», ma prendendo questa parola nel senso primo, dato che in greco «cattolico» vuol dire «universale». Non si tratta cioè di fermarsi alle abitudini e agli esclusivismi faziosi di una data tradizione storica, ma di risalire a principi, che stanno al disopra di ogni tradizione storica particolare e, in pari tempo, alla base di ciascuna di esse, allo stesso modo che un identico significato può star alla base della sua espressione attraverso parole di lingue diverse (17). Si tratta di rifarsi fermamente a tali principî, riconoscendovi l’elemento primordiale e «non-umano» d’ogni ordine, prescindendo da ogni particolarismo e da ogni condizione empirica. E nel cattolicesimo in senso stretto, anche prescindendo dal caratteri per i quali esso non si addice ad essere la premessa di una idea veramente aristocratica, di tali limitazioni e di tali particolarismi ve ne sono fin troppi. Anche da ciò si può capire da quale punto di vista ci ponevamo, quando accusavamo, al principio, il carattere «empiristico» delle vedute difese dal libro del Petitto.

25 dicembre 800: Papa Leone III incorona imperatore Carlo Magno nella Basilica di San Pietro (nell’immagine, “Krönung Karls des Großen”, “l’incoronazione di Carlo Magno” di Friedrich Kaulbach, 1822-1903) (cliccare per ingrandire)

E se qui il Petitto ci movesse la prevedibile accusa, di finire in evocazioni astratte e di non tener conto del lato concreto delle tradizioni storiche immediate, insomma della «realtà» – noi risponderemmo con una quistione, diciamo cosi, di procedura. Delle due, l’una: o il criterio è appunto il «concreto», la cosidetta «realtà», ed allora parlare di legittimismo non ha senso, e già le idee aristocratiche del Petitto, venutegli dalle generazioni del secolo scorso, possono esser accusate di non tenere conto delle correnti «concrete» rivoluzionarie, o costituzionali, e poi o federalistiche, o sindacalistiche, o corporative, o comunistiche o plutocratiche che di fatto le hanno «superate» e che si fanno sempre più prepotenti, in un mondo in cui poco o nulla resta di sensibilità per i valori aristocratici, anche solo nel loro aspetto etico e di casta. Ovvero il criterio è da cercarsi nell’intimo valore di principî, tali che se la «realtà concreta» non li segue, non v’è che da dire: «Tanto peggio per essa» – ed allora non ci si può arrestare a mezza strada, come fa il Petitto, ma bisogna purificare le tradizioni da ogni traccia empirica e particolaristica, e risalire veramente alle origini, al senso delle grandi tradizioni primordiali, lasciando da parte la chiesa e il resto.

Per conto nostro, e non certo da oggi o per far piacere a qualcuno, è nella seconda alternativa che teniamo ben fermi, osservando con tutta calma quanto il mondo moderno, non la velocità accelerata propria ai corpi che cadono, vada sempre più allontanandoli da ogni una visione di gerarchia effettiva e di spiritualità aristocratica. Il tradizionalismo del Petitto sembra invece di tipo diverso, ed egli di conseguenza è molto più ottimista: tanto, che egli riempie la seconda metà del suo libro con resoconti, statuti e discorsi di una specie di strano «movimento nobiliare» quasi «politico», che noi non sappiamo bene che cosa voglia, e che con tutta la buona volontà non sapremmo deciderci di prendere sul serio. Ciò malgrado, il Petitto ci sembra persona sincera e di buona fede: per questo abbiamo solo da augurargli che il più presto le sue illusioni svaniscano, e che attraverso lo studio di più vaste tradizioni giunga a comprendere quale sia l’unico piano nel quale oggi sia ancora possibile essere non «aristocrazia custode», ma «custodi dell’aristocrazia».

Note dell’autore

(11) Cfr. DE COULANGES, op. cit., e C. BOUGLÉ : Essai sur le régime des castes, Paris, 1908. In SERVIO: Ad Aen., II, 268, si legge: «Majorum haec erat consuetude ut rex esset etiam sacerdos et pontifex».

(12) Tale, p. es., la tradizione del re Numa, che avrebbe istituito il flaminato (LIVIO, I, 20).

(13) Cfr. J. BRYCE: Il Sacro Romano Impero, trad. ital., Napoli, 1886, pagina 98 e seguenti; A. DE STEFANO: L’Idea imperiale di Federico II, Firenze, 1927; J. EVOLA, Spiritualità imperiale e autorità religiosa in Vita Nuova, numero 12, del 1929.

(14) Cfr. MORE-DAVY: Des clans aux Empyres, Paris, 1926.

(15) Cfr. COUDENHOVE-KALERGI : Held oder Heiliger, Wien, 1927.

(16) Cfr. René Guénon: Le symbolisme de la Croix, Paris, 1931, pp. 9-10.

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A proposito di “aristocrazia custode”

(tratto da “La Vita Italiana”, XIX, 224, novembre 1931)

Qualcuno in Bibliografia Fascista ha sentito il bisogno di «commentare» il nostro scritto su «Aristocrazia Custode» (Vita italiana, num. agosto). Che cosa si voglia in questo commento (riprodotto dall’Ambrosiano), non sapremmo proprio dirlo. Ma l’intenzione mistificatrice è così evidente, da meritare due parole di risposta.

In sostanza, sembra che ci si muova la terribile accusa di «ignorare gli sforzi della filosofia più recente», che sarebbe l’idealismo gentiliano; oltreché di scrivere libri di «magia» e di invitare a viaggi verso i «misteri orientali». Il commentatore fa dunque come se non sapesse che se noi abbiamo scritti libri sulla «magia» (accettiamo la parola) e sulla metafisica orientale nello stesso senso con cui un Tucci o un Formichi possono interessarsene; noi ne abbiamo scritti varî altri di pura filosofia, nei quali, peraltro, nonché non ignorarle, vi è fin troppo per liquidare le presunzioni del cosidetto «idealismo».

Il commentatore dice che abbiamo fatto un torto al Petitto di «aver voluto scrivere un libro di politica senza pensare all’India e all’Iran». Pour cause, egli si guarda dunque dal dire che, oltre che all’India e all’Iran, noi ci eravamo riferiti anche al nostro mondo classico-romano il quale si trova, in quel riguardo, a possedere equivalenti concezioni tradizionali. In più, v’è da dire che il libro non tratta di «politica» ma dell’idea aristocratica, cosa che per noi è molto diversa. E noi accusavamo l’autore di trascurare le premesse spirituali del mondo a cui di diritto, nel suo significato puro e originario, il concetto di aristocrazia appartiene: mondo, rispetto a cui il «punto di vista dell’idealismo» è semplicemente il punto di vista dell’ignoranza.

Il commentatore può anche contentarsi con quella «storia che è quella che è, che si spiega con le sue cause e le sue conseguenze», ossia proprio come vanno spiegati i fenomeni della materia e le consuetudini degli animali. Ma simili ideologie, di carattere profano, nuovo e plebeo, la cui conseguenza logica non può essere che il materialismo storico marxista, se le tenga pure per sé e per i pochi officianti del culto di certa filosofia «universitaria». Lasci in pace la magia, l’India, l’Iran e il resto. Noi abbiamo in vista una sola cosa: la difesa dello spirito tradizionale, identico di là da ogni sua varia espressione, orientale o occidentale – e l’ideale di una società animata da tale spirito, epperò dall’assoluto diritto della spiritualità pura su tutto ciò che è umano e condizionato. Parole oscure? Il commentatore ha già indicato tanto bene dove possono trovarsene di chiare, e chi si contenta gode. Ci chiami, se vuole, anacronisti. Infatti noi non sentiamo di appartenere in nulla al «mondo moderno», che d’altronde conosciamo fin troppo; ma si persuada che se vi è un tentativo di «forzare con grimaldelli le porte dei secoli», tale è appunto quello del suo «storicismo»; ed è il tentativo più vano e ridevole.



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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