Axum e il prete Gianni

Secondo articolo di Julius Evola pubblicato sulla rivista bimestrale “Mondo occulto – rivista iniziatica esoterico-spiritica”, edita dalla Società Editrice Partenopea di Napoli dal 1921 al 1946. Si tratta di uno scritto, uscito in prima edizione sul “Roma” l’8 novembre 1935, in cui Evola si soffermava sulla misteriosa figura del Prete Gianni, leggendario monarca dell’Oriente cristiano che appare nelle tradizioni storico-geografiche del Medioevo, di cui Evola ebbe modo di scrivere en passant in altre circostanze, ad esempio parlando delle cd. genti di Gog e Magog (1) o delle origini di Roma. Anche René Guénon ne parla ne “Il Re del mondo” (2). Da parte nostra, ne facemmo cenno riproponendo un approfondimento sulle cd. Sette Torri del Diavolo,  proveniente da ambienti islamici di ispirazione guénoniana (3).

La piccola cappella del Tabot ad Axum, al cui interno, secondo la tradizione, sarebbe conservata l’Arca dell’Alleanza (free image from wikimedia commons, under  Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported license, author JensiS65, taken with no changes)

Evola si sofferma sul tema agganciandolo a quello della campagna d’Etiopia da parte del governo italiano in quel periodo (ottobre 1935-maggio 1936), dato che, tra le innumerevoli localizzazioni della misteriosa contrada del Prete Gianni – volendole dare anche una connotazione storico-materiale e non, o non soltanto simbolica – , figura anche quella dell’Etiopia (4). “L’Etiopia apparì, dunque, in quel tempo, fra i luoghi ove si immaginò la presenza di un «centro sacro», nel senso di centro di influenze spirituali aventi particolare riferimento alla funzione imperiale“, scrive Evola. Ricordiamo, tra l’altro, che l’Etiopia è culla di una delle più antiche ed importanti tra le Chiese Cristiane Ortodosse Orientali, nonché la più numerosa. Fu proprio il Regno di Axum o Aksum, importante regno commerciale situato nell’Africa centro-orientale che raggiunse l’apice della sua potenza e ricchezza verso il I secolo d.C., uno dei nuclei primordiali dell’attuale Etiopia di cui si abbiano notizie certe, ad accogliere la religione cristiana nel IV secolo con la conversione del re axumita Ezana, convertito da san Frumenzio e battezzato con il nome di Abriha, cui seguì la graduale cristianizzazione di tutto il Regno, che fu, tra l’altro, il primo Paese nella storia a rappresentare il simbolo della croce sulla propria valuta. La capitale del Regno, Axum, viene considerata la più santa delle città dell’Etiopia ed è un’importante meta di pellegrinaggi; fu occupata dalle truppe italiane il 15 ottobre del 1935. Da questa città sacra, di cui Evola parla, proviene la famosa stele (i monoliti a forma di stele sono caratteristici di quell’area), risalente a 1700 anni prima, rinvenuta semi sepolta dai soldati italiani e inviata a Roma dove successivamente fu collocata in Piazza di Porta Capena nell’ottobre 1937, per poi essere restituita all’Etiopia e rimontata ad Axum nel 2008.

La Cattedrale di Nostra Signora Maria di Sion, che sorge proprio ad Axum, è considerata il luogo di culto più importante e più antico dell’Etiopia. Il luogo di culto originario dedicato a Santa Maria di Sion fu edificato nel IV secolo proprio durante il regno di Ezana. Dal X secolo in poi, dopo alterne vicende di distruzioni e riedificazioni, la chiesa vecchia assunse l’aspetto attuale dal XVII secolo. Poi fu eretta nell’area una nuova cattedrale, nel 1964, e, tra le due cattedrali, la cappella del Tabot, ove, secondo la tradizione, sarebbe conservata l’Arca dell’Alleanza, nella quale erano custodite le Tavole della Legge, sulle quali erano incisi i Dieci comandamenti portati da Mosè al suo popolo. Sempre secondo la tradizione, sarebbe stato lo stesso Re Ezana a trasportare l’Arca dell’Alleanza dall’isola di Tana Kirkos ad Axum. L’importanza della chiesa si mantenne inalterata per molti secoli, tanto che quasi tutti gli imperatori etiopi furono incoronati al suo interno; i monarchi proclamati altrove ricevettero la legittimazione solo in seguito alla loro visita alla cattedrale. Di tale consacrazione imperiale ad Axum  fa cenno anche Evola alla fine dell’articolo.

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di Julius Evola

Tratto da “Mondo Occulto- rivista iniziatica esoterico-spiritica”, Napoli, XV, 6, novembre-dicembre 1935 (ripreso dal “Roma” di Napoli, 8 novembre 1935)

In occasione della nostra conquista della città sacra etiopica Axum, la stampa italiana non ha mancato di dare qualche notizia sulle antiche tradizioni che si riferiscono a questo centro. Tuttavia ci si è limitati a dei dati esterioristici, che qui vale integrare con un lato più interno, dedotto da alcune concezioni generali tradizionali.

Mappa dell’Africa e del regno del Prete Gianni dal Theatrum Orbis Terrarium di Ortelius (1573) (cliccare per ingrandire)

Pochi sanno che nelle leggende e nelle immaginazioni del nostro Medioevo imperiale l’Etiopia ebbe una parte non trascurabile, soprattutto in connessione con le figurazioni del regno del cosiddetto Prete Gianni. Il Prete Gianni fu concepito come un enigmatico dominatore investito dal doppio potere regale e sacerdotale e esercitante autorità non pure sulle forze visibili degli uomini e delle cose, bensì anche su quelle invisibili. Intorno a lui, per così dire si cristallizzarono le aspirazioni ideali più alte del mondo ghibellino. Nel suo regno si sarebbe trovato il misterioso «Albero Secco» che, in corrispondenza con la dantesca «pianta dispogliata» sta a raffigurare la suprema funzione imperiale decaduta e inariditasi nel suo aspetto spirituale, ma che rifiorirà alla venuta vittoriosa di un Imperatore predestinato, avente gli stessi tratti del Veltro e del «Dux» dantesco. Ma questa pianta sarebbe rifiorita anche in un incontro simbolico del Prete Gianni con Federico II, e in alcune opere della leggenda – p.es. in quelle redatte da Johannes von Hildesheim – essa figura anche come l’albero «solare della Vittoria», giacché colui che riesce ad appendervi il proprio scudo, acquista una forza invincibile ed autorità sovrana su qualsiasi principe: «tunc illi regi vel domino in omnibus et per omnia obediunt et intendum».

Per quanto l’immagine del Prete Gianni agì in modo così suggestivo da apparire, nel medioevo, come realtà materiale a molti, pure essa appartiene essenzialmente al simbolo e alla superstoria e ci presenta come una riproduzione di motivi generali preesistenti. Infatti, in forme varie ed equivalenti in tutti i periodi ascendenti ed imperiali delle più grandi civiltà indoeuropee sempre si presentò l’aspirazione a trasfigurare spiritualmente e quasi diremmo super naturalmente il concetto di un centro misterioso, nel quale si conterebbero forze dall’alto, e di un dominatore universale dal quale promanerebbe l’autorità, ad un tempo regale e spirituale, di ogni vero signore di popoli. Chi ha conoscenza con questo ordine di cose, riconosce facilmente la relazione di siffatte idee con la teoria generale dei «centri sacri» («terre sacre» e «città sacre») ed anche con quella delle «consacrazioni»; teorie che rappresentano una applicazione più concreta di esse.

Qui diremo solo che il medioevo si sforzò anche di localizzare la misteriosa regione del Prete Gianni, obbedendo ad oscure suggestioni collettive. Così questa regione talvolta fu identificata al lontano, sconfinato impero del Gran Khan, del re dei Tartari, talvolta ad una enigmatica regione dell’India o del Tibet; talvolta all’Avalon, che è la mistica patria d’origine delle prime razze nordico occidentali. Ma insieme a tali localizzazioni figura anche quella dell’Etiopia. L’Etiopia apparì, dunque, in quel tempo, fra i luoghi ove si immaginò la presenza di un «centro sacro», nel senso di centro di influenze spirituali aventi particolare riferimento alla funzione imperiale. In corrispondenza a questa molteplicità di localizzazioni, dall’insieme delle leggende in parola, sembra risultare come se vi fossero stati altrettanti personaggi a portare il titolo di Re Gianni: personaggi che probabilmente son da considerarsi come varii rappresentanti di un unico potere o, sotto un altro aspetto, come varie figurazioni di uno stesso principio.

Quanto all’Etiopia, questo termine, nel Medioevo ebbe un significato assai vago. Tuttavia sta di fatto che il primo consolidarsi dell’impero etiopico risale, ad un dipresso, all’epoca delle Crociate, cioè proprio all’epoca in cui nell’occidente la leggenda del Prete Gianni esercitò la massima suggestione.

La celebre Stele di Axum (uno dei tanti monoliti tipici del Regno etiope di Axum), che fu portata in Italia nel 1937 all’epoca della guerra coloniale, e poi restituita all’Etiopia nel 2005 (dove è stata rimontata nel 2008, nel sito di cui nella foto) (free image from wikimedia commons, under  GNU Free Documentation License, author Ondřej  Žváček, taken witn non changes)

È dunque molto verosimile che nel riguardo, la leggenda riflettesse l’oscura sensazione del costituirsi o dell’attivarsi di un centro a base dell’antico impero etiopico cristiano, e se noi cerchiamo di risalire a tale punto, partendo da quel che si è tramando fino ad oggi, possiamo concludere che qui deve trattarsi proprio di Axum, della città sacra, che ormai è italiana.

Axum infatti è il centro sacro della ortodossia copta, che rivendica per sé una tradizione antichissima. Nelle sue vicinanze sorgono monoliti dello stesso tipo, di quelli che, presso a precise intenzioni rituali, si ritrovano nei resti di tutti i centri sacri delle civiltà preistoriche (megalitiche) da quelli irlandesi a quelli bretoni, canaeniani e galilei. I capi di Axum hanno la grande autorità simultaneamente sacrale e temporale. Essi detengono lo scettro del potere, con cui consacrano gli imperatori legittimi. A sua volta, nella forma beninteso, non nella realtà, l’Abissinia ripeteva fino ad ieri la struttura gerarchica presentata dai grandi imperi del passato, compreso quello del Medioevo romano germanico: presso ad un regime di casta, sopra il diritto particolare di singoli principi, parzialmente indipendenti, troneggiava l’autorità di un Capo, recante il titolo tradizionale di «Re dei Re» e consacrato da centro di Axum.

In tali termini, l’Abissinia teoricamente poteva considerarsi come l’ultimo e unico organismo di tipo tradizionale dello intero continente africano: ma praticamente essa ne rappresenta solo la contraffazione degenerescente. Tuttavia per chi ha occhio per i segni sintomatici di un destino, è estremamente significativo che l’attuale imperatore etiopico (Hailé Selassié, n.d.r.) non solo è un usurpatore, ma è anche colui che, primo in tutta la tradizione, non ricevette la consacrazione del centro di Axum: i capi del quale non hanno esitato di andare incontro agli Italiani.

È così che, anche dal lato interno, nuovi destini si maturano, un ciclo tramonta, un altro sorge sulle sue rovine, la civiltà di Roma, centro fatidico e imperituro d’Occidente, si espande vittoriosa di là dai resti dell’impero africano, ad assumere l’intera potenza.

Note redazionali

(1) Come riportato nel citato articolo, la funzione di sbarramento nei confronti delle orde di Gog e Magog, da intendersi in senso più simbolico che materiale, veniva attribuito ad esempio ad Alessandro Magno o, nel Corano, ad Dhu l-Qurnain; scriveva Evola che tale motivo si ripresentava poi “nelle saghe relative ad una figura che nel Medioevo ebbe una grande popolarità, Giovanni o Gianni, il quale, benché fosse stato pensato come il sovrano di un misterioso regno orientale, pure, in fondo, non è che una delle figurazioni dell’accennata funzione del ‘Re del Mondo’. Il Prete Gianni viene descritto come colui che, fra l’altro, tiene sotto il suo potere le genti di Gog e Magog“;

(2) Parlando del ruolo particolare che le “pietre nere” hanno in varie tradizioni, ed in particolare della storia, riportata da Ferdinand Ossendowsky, di una «pietra nera» inviata un tempo dal «Re del Mondo» al Dalai-Lama, poi trasportata a Urga, in Mongolia, e scomparsa circa cento anni fa, Guénon scriveva: “Si potrebbe fare un curioso accostamento anche col lapsit exillis, pietra caduta dal cielo sulla quale, in determinate circostanze, apparivano iscrizioni, e che viene identificata con il Graal nella versione di Wolfram von Eschenbach. A rendere la cosa ancor più singolare, sta il fatto che, secondo questa versione, il Graal finì con l’essere trasportato nel «regno del Prete Gianni» che taluni hanno voluto identificare con la Mongolia, benché nessuna localizzazione geografica possa essere qui accettata in senso letterale“. E ancora, trattando dei due aspetti complementari dell’autorità, quello sacerdotale e quello regale, che ritroviamo nell’archetipo del “Re del Mondo”, sempre Guénon spiegava: “Vi era, nel medioevo, un’espressione che riuniva in sé, in un modo che vale la pena di sottolineare, i due aspetti complementari dell’autorità: a quell’epoca, si parlava spesso di una contrada misteriosa chiamata «regno del prete Gianni». Era il tempo in cui quella che si potrebbe designare la «copertura esteriore» del centro in questione era costituita, in buona parte, dai Nestoriani (o da quanto si è convenuto, a torto o a ragione, di chiamare così) e dai Sabei; proprio questi ultimi si attribuivano il nome di Mendayyeh di Yahia, cioè «discepoli di Gianni»”.

Ancora, in nota esplicativa: “Si parla segnatamente del «prete Gianni», verso l’epoca di san Luigi, nei viaggi di Pian del Carpine e di Rubruquis. Le cose sono complicate dal fatto che, secondo alcuni, vi sarebbero stati fino a quattro personaggi a portare quel titolo: in Tibet (o sul Pamir), in Mongolia, in India e in Etiopia (quest’ultima parola aveva allora del resto un significato molto vago); ma è probabile che si tratti solo di rappresentanti diversi di un unico potere. Si dice anche che Gengis-Khan abbia cercato di attaccare il regno del prete Gianni, ma che questi lo abbia respinto scatenando la folgore contro i suoi eserciti. Infine, dall’epoca delle invasioni musulmane, il prete Gianni avrebbe cessato di manifestarsi, e sarebbe rappresentato esteriormente dal Dalai-Lama“.

(3) In questo saggio, parlando del Turkestan quale regione da ricomprendere nella mappa delle zone interessate da “influssi demonici”, l’autore fa riferimento al legame con i mongoli e gli unni e scrive: “È stato proprio Gengis Khan ha voler attaccare il regno del Prete Gianni, ma (…) questo lo respinse scatenando folgori contro il suo esercito”.

(4) Si legge al riguardo su antropos.it, a firma del dott. Giovanni Trotta: “Nel XIV secolo un viaggiatore inglese di nome John Mandeville dichiarò di aver visitato il regno del Prete Gianni, ma lasciò capire che la reale ubicazione di questo regno favoloso fosse in Africa, e più precisamente presso i Negus d’Etiopia. Nel secolo successivo, il re portoghese Giovanni II mandò ambasciatori prima in Egitto e poi in Abissinia, dove stando alle ultime novità si trovava il regno del Prete Gianni. Quando finalmente gli ambasciatori portoghesi giunsero in Etiopia trovarono un grande regno, ma non il famoso presbitero che si aspettavano. Per quando i Negus respinsero questo titolo, i portoghesi continuarono per tanto tempo a chiamare l’Etiopia “la terra del Prete Gianni”. Per tutto il XVII e XVIII secolo, l’Etiopia venne identificata con la mitica terra del Presbitero Giovanni, malgrado il re della città di Gondar, la famosissima Camelot africana, avesse detto ai visitatori europei che nessun Negus si era mai fatto chiamare “Presbitero Giovanni”, ma tutt’al più Johannes, nome tra l’altro di molti imperatori abissini“.

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Nell’immagine in evidenza, Prete Gianni sul trono in una mappa dell’Africa Orientale, tratto da un atlante della Casa Reale Inglese del 1558; da notare la scritta in caratteri gotici: “J Preste”, cioè John Priest, Prestre/Prester Johan, dal latino presbyter Iohannes.



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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