Breve introduzione allo Zen

Sempre per il filone tematico dedicato all’Oriente, proponiamo oggi due brevi articoli di Julius Evola pubblicati sul “Roma”, a distanza di un ventennio (Dal buddhismo fino allo Zen, 1972; Che cosa è lo Zen, 1956 e 1959), i quali, rispetto al precedente articolo che abbiamo pubblicato pochi giorni fa (Breve introduzione al Buddhismo, reintitolazione dell’articolo “Il signore degli uomini e degli déi. I venticinque secoli di “Colui che si è svegliato”), traghettano il lettore, sempre in forma sintetica e didascalica, verso lo Zen, dandone un’infarinatura generale a partire dal commento di due libri appena pubblicati all’epoca dell’uscita degli articoli. Il primo era una traduzione dell’antologia cinese Wúmén guān (in giapponese Mumon kan), tradotta in occidente normalmente come la porta senza porta, passare o passaggio senza porta, ecc., anche se, in realtà, la traduzione potrebbe essere anche Il passo di frontiera di Wúmén; ciò poiché fra i caratteri del titolo (無門關), il carattere finale 關 è traducibile come “passaggio”, “passo di frontiera”, mentre i caratteri iniziali 無門 possono riferirsi sia all’autore dell’opera, Wumen Hui-k’ai, sia al significato degli stessi caratteri che corrispondono a “privo di porta”. E’ possibile, se non probabile, che il titolo giocasse su questa bivalenza di significato, che non può essere resa con le lingue occidentali ed i relativi caratteri grafici. Si tratta di una raccolta commentata di “koan” (in cinese gōng’àn), fulminee quanto brevi storie in prosa, dai tratti spesso surreali e paradossali, che risalgono all’epoca T’ang, l’epoca d’oro dello zen cinese, compilato nel XIII secolo dal maestro cinese Wumen Hui-k’ai (in giapponese, Mumon Ekai, 1183-1260), da cui ha avuto origine l’uso della scuola zen Rinzai di proporre agli studenti, monaci o laici, dei quesiti tratti dai detti di maestri famosi. Il secondo libro era la traduzione di un saggio del tedesco Eugen Herrigel (da Evola erroneamente citato come “Herringel”), docente di filosofia presso l’Università imperiale del Tōhoku a Sendai dal 1924 al 1929, che studiò il tradizionale tiro con l’arco giapponese, il kyūdō (la cd. “via dell’arco”), sotto la guida del maestro Awa Kenzô; saggio che introduce ai significati più profondi del kyūdō, ancora oggi una delle arti marziali tradizionali più emblematiche del Giappone. Proseguiremo lunga questa via, approfondendo gradualmente l’argomento dello Zen.

***

Dal buddhismo fino allo zen

di Julius Evola

Tratto dal “Roma”, 3 marzo 1972

Le «Éditions Traditionnelles» di Parigi hanno curato la pubblicazione di  un interessante testo della sapienza estremo-orientale, che s’intitola “Passare senza una porta”. Ne è autore Wu-men, un maestro dello Zen vissuto nel XIII secolo, che ha raccolto in quel libro un gruppo di detti della sua scuola, unendovi suoi commenti, i quali comprendono anche brevi poesie. Il testo è stato tradotto in francese da un giapponese, anche lui appartenente allo Zen, Masumi Shibata, il quale, a sua volta, ha aggiunto delucidazioni e informazioni varie ad ogni capitoletto.

Per chi, però, dello Zen non avesse nessuna nozione, dovremmo prender le mosse abbastanza da lontano, cominciando col parlare della vera natura dello stesso buddhismo, di cui lo Zen è una speciale diramazione cinese e giapponese. Limitandoci ad un cenno ultraschematico, ricorderemo che il buddhismo non fu né una «religione», né una semplice morale, non fu una fuga dal mondo «che è dolore» verso un «nirvâna» identificato con una specie di beato annichilimento. Esso fu, invece, la ricerca della illuminazione o «risveglio» (donde la designazione «buddha», che vuol semplicemente dire «colui che si è svegliato») e di una superiore libertà («di là sia dal vincolo umano che da quello divino»). Però, secondo un destino a cui quasi nessuna tradizione storica è sfuggita, il buddhismo, diffondendosi e volgarizzandosi, divenne una «religione»: del Buddha storico si fece un dio, si ebbero riti e dogmi, concili, filosofie, e contese fra sette.

Il Ch’an (questa è la designazione cinese) o Zen (e la designazione giapponese equivalente) rappresentò una energica reazione contro tutto ciò e un ritorno alle origini. Lo Zen ha gettato in mare ogni sovrastruttura, ha respinto ogni scolastica teorizzante e ogni ritualismo, anzi anche ogni norma della piccola morale: soprattutto, esso ha attaccato il razionalismo mirando ad una vera «rottura mentale», tale da far realizzare, in una illuminazione improvvisa, la propria natura più profonda. Una espressione ricorrente è la conoscenza del «proprio volto originario», di quello «che si ebbe prima della creazione di ogni cosa e che, una volta conosciuto, sussisterà di là da ogni distruzione».

Naturalmente, la controparte di ciò è una trasformazione non meno profonda del modo di sperimentare tutto ciò che ci è d’intorno e gli altri esseri. Per venire a tanto, lo Zen spesso non rifugge dall’usare mezzi drastici, violenti. Spinge l’uomo in una specie di vicolo cieco, in crisi che possono anche sconvolgerlo. Però, chi abbia raggiunto una sufficiente maturità spirituale, può giungere al risveglio anche inaspettatamente, di fronte a qualche fenomeno della natura – la luna autunnale che sorge silenziosamente, una falda di neve che cade, il salice solitario in un cortile -, ad un gesto del Maestro o ad una sua frase apparentemente banale. L’evento misterioso presuppone sempre una particolare, inflessibile vocazione, fors’anche una predestinazione.

Una delle tecniche usate dallo Zen è quella dei cosidetti «kôan», il che ci riconduce al libro segnalato al principio di questo nostro scritto, libro che in gran parte consiste appunto in una collezione di «kôan». Il «kôan» è un detto o un episodio raccontato avente un carattere completamente assurdo: talvolta si presenta anche come un dilemma paradossale e senza uscita: come «un muro liscio su cui la mente comune non può arrampicarsi».

Ma il discepolo deve applicarsi e tormentarsi fino a che, ad un tratto, egli «veda». Ciò gli è possibile solamente se è capace di compiere una specie di salto, di abbandonare tutto ciò che è logica, razionalità, senso comune. Né deve risparmiare gli stessi insegnamenti buddhisti tradizionali e le concezioni più sacre. Deve affrontare il vuoto, passare per una specie di punto-zero.

In Passare senza una porta, Wu-men ad ogni suo commento ai «kôan» aveva accluso anche una poesia composta nel momento in cui il nodo si era sciolto, in cui era giunto all’illuminazione. Sono sempre pochi versi del noto tipo giapponese, di un carattere che in Occidente forse verrebbe chiamato «surrealistico» e che spesso hanno una innegabile forma suggestiva. Eccone un esempio: «L’occhio è come una meteora, – l’anima come la folgore. – La sciabola, che vivifica l’uomo». Oppure: «Nulla – un brontolar del tuono nel cielo azzurro in pieno giorno. – Sulla terra la folla degli uomini apre gli occhi. – Tutti i fenomeni del mondo si prosternano, con un unico movimento. – Il monte al centro dell’universo dama come una farandola».

E ancora: «Sono trent’anni che ho cercato l’esperto di scherma. – Quante volte le foglie sono cadute, e i rami hanno germogliato! – Dopo che un giorno ho visto i peschi in fiore: improvvisamente e fino ad ora non ho più avuto dubbi». Circa il «volto originario»: «Non si può disegnare o dipingere il Volto Originario. – Non riuscirai mai a lodarlo. – Cessa di cercarlo coi sensi. – Non vi è luogo per contenere il Volto Originario. – Perfino al momento della distruzione dell’universo esso non si altererà».

Infine, un cenno su ulteriori caratteristiche dello Zen. La prima, è il rigetto di ogni dualismo. Il proprio dell’illuminazione a cui si tende è, secondo lo Zen, il riconoscere che il «Cielo» è la stessa Natura, che l’«aldilà» è presente nell’aldiqua», che non si deve cercare di essere un buddha perché da ogni eternità si era «buddha».

In secondo luogo, per lo Zen la «liberazione non consiste nell’immergersi nel nulla e nella non-attività». Essa è, invece, il principio di una attività perfetta e meravigliosamente spontanea. A ciò va riferita la parte che lo Zen e correnti analoghi hanno avuto nella civiltà, nella cultura e nella stessa vita quotidiana del mondo estremo-orientale, dando l’orientamento ad un insieme di arti e di costumi tradizionali. In particolare, è interessante che lo Zen abbia potuto venir chiamato la «dottrina dei Samurai», cioè della ben nota nobiltà guerriera giapponese. Esso ha relazione con un suo aspetto interno, forse difficilmente comprensibile per la mentalità occidentale le ma essenziale.

***

Che cosa è lo Zen

di Julius Evola

tratto dal “Roma”, 2 agosto 1956 e 14 dicembre 1959

Presso una nuova casa editrice, la Rigois di Torino, è recentemente uscito un  libretto dal titolo «Zen nell’arte del tirar d’arco». È una operetta unica nel suo genere nel rivelarci lo sfondo spirituale di forme, discipline e comportamenti fondamentali della civiltà estremo orientale, e soprattutto di quella giapponese. Ne è l’autore Eugen Herringel, un tedesco che, chiamato ad insegnar filosofia in una università giapponese, si propose di studiare lo spirito tradizionale del paese nelle sue forme viventi più tipiche. Per lui, si trattava, in via particolare, dello Zen, che è una corrente estremo-orientale di metafisica e di iniziazione buddhista. Cosa in apparenza singolare la via che gli fu additata per giungere alla comprensione dello Zen fu l’apprendere l’arte tradizionale del tirar d’arco. Tale arte dunque l’Herringel studiò presso un maestro, per ben cinque anni, instancabilmente, e il libro descrive come i progressi in tale arte e la graduale penetrazione vivente dell’essenza dello Zen andassero di pari passo, si condizionassero a vicenda, avendo per effetto una profonda trasformazione interiore dell’autore.

Non è facile riferire brevemente e popolarmente ciò di cui si tratta. Lo Zen è una tradizione che ha avuto ed ha parte essenzialissima nella formazione dell’uomo giapponese, specie della nobiltà guerriera, dei Samurai, è, come abbiamo detto, di derivazione buddhista. Il buddhismo fa subito pensare al nirvana, e il nirvana a qualche stato di ascetica, evanescente beatitudine. Ma qui le cose stanno diversamente.

Il nirvana, secondo lo Zen, è uno stato di interna liberazione, uno stato sgombro delle febbri, dalle angosce e dai vincoli dell’io, che può mantenersi in ogni attività e in ogni forma della vita ordinaria. E’ una dimensione diversa che acquista la vita nel suo complesso, è un modo diverso in cui viene assunta e vissuta. L’«assenza dell’Io», su cui insiste lo Zen, non equivale pertanto ad apatia e atonia. Dà luogo ad una forma superiore di spontaneità, di sicurezza, di libertà e di calma nell’agire. È come chi, aggrappatosi spasmodicamente a qualcosa, lascia la presa e allora dispone di una calma superiore, di una superiore libertà e sicurezza.

Ebbene, in Estremo Oriente vi sono arti tradizionali che, mentre, per un lato, traggono origine di questa libertà dello Zen, dall’altro sono altrettante vie per conseguirla attraverso lo stesso addestramento in esse. Per singolare che ciò possa sembrare, vi è dello «Zen» nell’arte estremo-orientale dei Maestri della Pittura, in quelli del tè, del disporre i fiori, del tirare d’arco, della lotta (lo Judo), del tirare di spada e via dicendo. Tutte queste arti hanno un aspetto rituale. Inoltre, vi sono dei rapporti inafferrabili per via dei quali, la vera maestria in una di essa non la si può conseguire se non si è realizzatala accennata interna illuminazione e trasformazione del senso di sé, tanto da rappresentare, di questa, una specie di tangibile crisma. Così l’Herringel ci narra come apprendendo l’arte del tirar d’arco a poco a poco, attraverso i problemi stessi che quest’arte, quale vie ne insegnata tuttora in Giappone, gli poneva, sia giunto alla conoscenza ed alla chiarificazione interna che egli cercava. Vide che quell’arte non era uno sport, ma piuttosto un atto rituale e una iniziazione. Per approfondirla veramente si doveva raggiungere l’eliminazione del proprio Io, il superamento di ogni tensione, una superiore spontaneità. Solo allora ad un rilassamento muscolare andava effettivamente ed enigmaticamente a corrispondere la forza massima, l’individuo, l’arco, il bersaglio facevano tutt’uno, il colpo partiva da sé e quasi senza mirare era infallibile. In tali termini, il riconoscimento della conseguita maestria, era anche quello di un grado di spiritualità, di «Zen», ma non come teoria e filosofia, ma come esperienza effettiva, come un modo più profondo di essere.

Nell’illuminarci situazioni del genere, forse il libro dell’Herringel è prezioso perché non solo ci introduce nello spirito di una civiltà esotica, ma anche perché può permetterci di vedere sotto una nuova luce alcune nostre tradizioni. Si sa come nell’antichità e, in parte, ancora nel Medioevo alle varie arti si associassero tradizioni gelosamente custoditi, elementi di culto, riti e perfino misteri. Vi erano degli «dei» delle varie arti, vi erano dei riti di ammissione a queste. L’iniziazione, artigianale e professionale, in certe corporazioni e collegia, andava parallela ad una iniziazione spirituale. Come ultimo caso, per via del simbolismo che le era proprio, l’arte dei costruttori medievali poté servire da base alla prima Massoneria, la quale ne trasse le allegorie della «Grande Opera». E’ dunque possibile che in tutto ciò l’Occidente abbia conosciuto qualcosa di simile a quanto si è conservato fino ad oggi in Estremo Oriente, in discipline quali «la via dell’arco» o «della spada» considerata identica alla «via dello Zen», nel segno di un buddhismo singolarmente positivo. Forse l’Occidente, dati i presupposti diversi in fatto di tradizioni religiose, non lo ha conosciuto nella stessa intensità, ma certamente con la stessa distanza da quel livello, sul quale tutto doveva divenire grigio lavoro, mestiere industrializzati, attività senza senso, al massimo sport senz’anima fatto più per rafforzare che non per alleviare l’indurimento e la chiusura dell’ «Io fisico» dell’uomo moderno.



A proposito di...


'Breve introduzione allo Zen' has no comments

Vuoi essere il primo a commentare questo articolo?

Vuoi condividere i tuoi pensieri?

Il tuo indirizzo email non verrà divulgato.

"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

Tutto quanto pubblicato in questo sito può essere liberamente replicato e divulgato, purché non a scopi commerciali, e purché sia sempre citata la fonte - RigenerAzione Evola