Colui che fa gli déi: il pensiero teogonico

Tra le innumerevoli riviste su cui Julius Evola pubblicò i propri articoli, in particolare tra gli Anni Venti e Trenta del secolo scorso, spicca una curiosa rivista bimestrale dal titolo alquanto contorto: “Mondo occulto – rivista iniziatica esoterico-spiritica”, che fu edita dalla Società Editrice Partenopea di Napoli dal 1921 al 1946. Sulle pagine di questa rivista Evola ripubblicò almeno tre interessanti articoli che erano stati presentati in prima battuta in quegli anni su altri periodici, e che ripresenteremo su RigenerAzione Evola. Il primo è “Colui che fa gli déi“, pubblicato nel numero di gennaio-febbraio 1934 della rivista, e presentato in prima edizione su “Il Corriere Padano” il 19 agosto del 1933, con l’intitolazione “Ai limiti del superrazionale. Il pensiero teogonico“. Un articolo molto importante, in cui Evola affrontava il tema della possibilità – per delle personalità eccezionali ed al ricorrere di determinate condizioni – di generare con la forza del pensiero, quindi in un ambito psichico, delle entità sottili ben precise; in sostanza, quelle che impropriamente vengono chiamate “eggregore”, e che più correttamente dovrebbero essere identificate come aggregati o entità psichiche, come ci insegna René Guénon, che non mancheremo di chiamare in causa al riguardo. Entità che, peraltro, più o meno durature e definite, e più o meno individualizzate o collettive, possono anche essere generate da concentrazioni psichiche di migliaia o milioni di persone “comuni”, sempre al ricorrere di certe condizioni spaziali e/o temporali.

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di Julius Evola

tratto da “Mondo occulto – rivista iniziatica esoterico-spiritica”, anno XIV, n. 1, gennaio-febbraio 1934 (ripreso da “Il Corriere Padano”, 19 agosto 1933)

Secondo una impressione risentita in modo stranamente concorde da quanti vi si sono inoltrati – da un Roerich ad un Ossendowskij e ad una David Neel – esistono nel Tibet, presso il limite delle nevi eterne, delle zone enigmatiche che si direbbero «animate»: delle zone nelle quali il reale e l’irreale, il fisico e il metafisico sembrano confondersi in una cosa unica. Il fatto della grande altezza fornisce già un elemento di spiegazione. Già sui vertici delle nostre Alpi Occidentali si hanno talvolta degli strani momenti, in cui si direbbe che la sensualità e l’aria stessa si smaterializzino; si avverte un curioso senso di leggerezza e di mattutinità; la facoltà immaginativa è dinamizzata e, pur in piena lucidità, tende a creare quasi visioni che si esteriorizzano. Ma nel Tibet a ciò sembra aggiungersi qualcosa di fatidico, dovuto ad un ambiente mantenutosi del tutto fuori da ogni contatto con le civiltà più recenti, saturato dalla forza di credenze collettive intensamente vissute e coltivate ininterrottamente da millenni (1).

Il Palazzo del Potala a Lhasa, capitale del Tibet (free image from pxhere.com)

Queste speciali condizioni fanno del Tibet il luogo, in cui effettivamente certi fenomeni estranormali, fino a ieri ritenuti fantastici o miracolosi, trovano, più che altrove, possibilità reali. In genere, il pensiero di quelle razze non è considerato come da noi quale una facoltà cerebrale astratta, ma invece come una energia oggettiva, quanto quella delle cose, capace di creare, di distruggere, di formare e di trasformare sia nell’ambito di certi piani «sottili» i quali in una certa misura, corrispondono a quel che la psicologia occidentale chiama la subcoscienza e la precoscienza, individuale o collettiva; sia nell’ambito della stessa realtà esteriore situata nello spazio e nel tempo.

Questa concezione della natura del pensiero fa da principio esplicativo alla credenze in una complessa fenomenologia supernormale, la quale, alla sua luce, si presenta con una propria logica. Ecco un aneddoto tibetano che a questo proposito è assai chiarificatore. Un mercante, ripetutamente pregato dalla madre – donna di straordinaria religiosità – affinchè da una terra sacra, ove si recava periodicamente, le portasse qualche reliquia, infine per trarsi d’impaccio, trasse un dente da una carogna di cane e, consegnatelo alla madre, affermò di esser del corpo di un asceta famoso. La notizia si sparse, e da varie contrade affluì della gente in adorazione della nuova reliquia, alla quale si costruì un tabernacolo apposito.

Accadde che ad un certo momento, dopo anni, si manifestarono dei fenomeni estranormali: un bagliore, di tempo in tempo si sprigionava da quel dente di cane. L’aneddoto vuol significare questo; un simile fenomeno non poteva essere la natura sovrannaturale dell’oggetto a produrlo, perchè si trattava di un dente di cane. Ma la concentrazione delle menti, animate da fede, si era trasformata in una forza oggettiva indipendente, aveva creato una «carica» miracolosa intorno all’oggetto, che esso prima non aveva – lo aveva fatto soprannaturale attraverso il crederlo tale. Il pensiero si trasforma dunque in una forza, in una realtà.

In questo stesso ordine di credenze, alcune scuole esoteriche tibetane conoscono una operazione veramente impressionante: la creazione di un «dio». Ecco di che si tratta.

Fra coloro che hanno conseguita una straordinaria forza di concentrazione psichica e di elevazione ascetica, vi è chi si ritira in una specie di nicchia angustissima, assolutamente isolata, con una sola apertura per l’aria e per far passare un vitto sommario. Viene assunta una postura speciale, tale da permettere al corpo di star su in equilibrio, senza sforzo, quasi come una cosa ben poggiata a terra, i movimenti, di fatto, son ridotti ad un minimo e si crede che da tale immobilità scaturiscano forze magiche che vanno a saturare l’ambiente e a costituire una specie di «aura» propizia per l’operazione. Il sonno si riduce ad una breve pausa. Poi subentrerebbe uno stato speciale in cui il succedersi di notte e giorno non sarebbe più avvertito; una specie di «transe» (2) ininterrotta.

In queste condizioni l’asceta fissa l’immagine di un essere, divino o «demoniaco», quasi come se, essere reale, gli fosse dinanzi a mo’ di statua. Lo fissa in tutti i dettagli e lo contempla in tutti gli attributi, escludendo qualsiasi altro pensiero e qualsiasi altra immagine, ininterrottamente, con una intensità che si accresce attraverso le forze invisibili, librantesi via via dal corpo immobilizzato. E questa pratica può durare dei mesi, talvolta degli anni.

Poco a poco cominciano a manifestarsi brevi apparizioni, fino al momento in cui il dio diviene «visibile» e, da allora in poi, tale rimarrà sempre per l’asceta. Subentra infine una fase di concentrazione mentale che mira ad «animare» l’immagine, ormai presente, a trasmettere vita. Infatti essa ad un tratto, «acquisterebbe movimento». Essa si muove, i suoi occhi guardano, la sua bocca si apre e parla; il praticante sentirebbe la sua voce, il contatto delle sue mani, la vibrazione psichica sconcertante della vita di questa strana creatura.

Giunti a questo punto l’opera è compiuta e il ritiro è sospeso.

L’asceta ritorna al libero mondo con l’ente che egli ha generato, direttamente visibile solo a lui, ma pur capace talvolta di apparire ad altri. Esso è una specie di servitore occulto, di strumento invisibile potente della volontà dell’asceta. Non avendo un corpo fisico vero e proprio, nessun limite della materia, né spazio né tempo, ne arresterebbero l’agire e il conoscere. Così chi l’ha generato ha a sua disposizione le facoltà supernormali che per tal via son proprie alla sua creatura.

Senonchè in queste scuole si avverte che, come talvolta un figlio può emanciparsi del tutto ed anzi ribellarsi al padre che gli ha dato la vita, lo stesso può accadere anche per la creatura formata dall’arte magica: il «dio» o «demone» tende ad assumere una vita propria, a sottrarsi ed anzi a ribellarsi al suo creatore. Nel Tibet si racconta di alcune di queste creature che inviate non tornarono più, divenendo forze psichiche automatiche e temibili, vaganti nell’ambiente. Si racconta anche di lotte fra l’asceta e la sua creatura e di esiti tragici per l’asceta stesso – finito pazzo o invasato – cui esse talvolta han concluso.

In ciò, ritornano temi fantastici che anche il nostro medio evo ha conosciuto. Ad esempio si ricorderà la leggenda cabalistica del «Golem», così suggestivamente sfruttata dall’arte di Gustavo Meyrink. D’altra parte, questa pratica tibetana trova riscontro anche in altre tradizioni. Ci è stato detto che in certi ambienti arabi ancor oggi si tenta qualcosa di assai simile. L’operazione nel ritiro assoluto quasi da murato vivo si chiama: «le nozze con la djin». Le djin esotericamente null’altro sarebbero se non le forze invisibili di vita, destinate a dar sostanza all’immagine e a conferirle una esistenza propria.

Tutto ciò è da considerarsi come un regno di nevrosi e di allucinazioni, come un metodo razionale di pazzia? Dopo decenni di positivismo, oggi si è al punto che sarebbe rischioso pronunziarsi in un senso o nell’altro di fronte a quistioni del genere. Una cosa è certa: la metapsichica moderna già da tempo ha constatato sotto il più rigoroso controllo scientifico, la realtà del fenomeno dell’«ectoplasmia» in determinate forme di «transe» i medium liberano dal loro corpo, ed esteriorizzano, una sostanza organica plastica, la quale spesso assume forme corrispondenti ad una immagine evocata nella seduta medianica.

Ora, se ciò è realtà e non sogno, che limiti si possono dare a possibilità del genere, quando il soggetto non sia più un medium, cioè un essere quasi sempre disgregato e semicosciente; ma una individualità spesso avviata fin dalla nascita in tale direzione e che ha preventivamente portato a limiti estremi, per noi quasi inconcepibili una disciplina di dominio, di concentrazione e di esaltazione dell’energia mentale e dell’autocoscienza? Quando, in più, tutto un ambiente e tutta una tradizione e un paese che ha quasi del «fatidico» propiziano lo sbocco e l’interruzione del «supernormale»? Quando, infine, non si tratta più di una fugace «transe», ma di quella inconcepibile concentrazione e di quella inumana tensione che, fuor dal mondo, in una immobilità cadaverica del corpo e in una veglia perenne dello spirito al di sopra di giorno e notte si protrae per mesi e perfino per anni?

Per questo, di fronte ad un mondo così astralmente lontano da quello occidentale, raccolto là dove negli apici gelati dell’Himalaya la terra sembra quasi liberarsi in cielo, forse sarà bene ricordare anche a questo riguardo – rispetto a queste possibilità turbanti che avrebbe la mente umana – la prudenza del Poeta, che ammoniva esservi sempre più cose nel mondo, che la umana filosofia non comprenda.

Note redazionali

(1) E’ da notare che queste riflessioni di Evola sui particolari effetti ambientali e fisiologici delle altissime quote, con particolare riferimento al Tibet, erano state già esposte nell’articolo Un’arte delle altezze: Nicola Roerich, pubblicato in prima battuta sulla rivista mensile del CAI nel gennaio 1931 e ripreso poi sul “Corriere Padano” del 25 maggio 1933.

(2) Evola sembra utilizzare nel presente articolo la parola francese transe, «angoscia, ansia, stato ipnotico», derivato, come l’equivalente inglese trance, dal latino transire, cioè “passare, trapassare, andare oltre”.



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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