Considerazioni sul divorzio

Dopo aver proposto due articoli in cui Evola tornava sul tema del matrimonio e della famiglia, pubblichiamo oggi un suo commento sul tema del divorzio – argomento che aveva peraltro già toccato parlando proprio di matrimonio e famiglia in Cavalcare la tigre, come egli stesso ricorda nell’incipit di quest’articolo – apparso sulle colonne de “Il Conciliatore” nel settembre 1974. L’occasione era stata ovviamente lo svolgimento del referendum abrogativo nei confronti della legge che aveva istituito il divorzio in Italia (Legge 1 dicembre 1970 n. 898, entrata in vigore il 18 dicembre 1970). Il referendum, come noto, si tenne il 12 e 13 maggio 1974, e, a fronte di una percentuale di votanti molto elevata (87,72%), sancì la sconfitta del fronte antidivorzista (DC e MSI), con la vittoria dei “no” (59,26%). Evola esprime alcune importanti valutazioni sul tema, ed è interessante notare che la sua soluzione al problema del divorzio, incentrata sulla distinzione tra matrimonio meramente civile e matrimonio quale sacramento religioso – distinzione funzionale anche al superamento della “profanazione del sacro” che si sarebbe avuta quale conseguenza della “democratizzazione” del matrimonio religioso – sembra fosse stata elaborata anche dal Vaticano, con l’avallo di Giulio Andreotti, salvo essere poi scartata soprattutto per l’evidente rischio, in una società già in quegli anni ampiamente laicizzata e deresponsabilizzata, di un incremento vertiginoso dei matrimoni civili a danno di quelli concordatari.

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di Julius Evola

Tratto da “Il Conciliatore”, 15 settembre 1971

In occasione delle discussioni sull’introduzione del divorzio in Italia, le quali hanno dato luogo al referendum in corso, vi è chi ha chiesto che cosa si debba pensare in proposito dal punto di vista tradizionale. A dire il vero, su questo soggetto ci siamo espressi già più di una volta, segnatamente in un capitolo del libro, recentemente riedito, Cavalcare la Tigre. Tuttavia per comodità possiamo riassumere le idee essenziali.

Anzitutto la questione prenderebbe una notevole estensione se ci si dovesse riferire alla “tradizionalità” in senso generale, ossia con riferimento alle diverse società e civiltà che hanno o hanno avuto una impronta “tradizionale”, e per ciò stesso un fondo spirituale e sacrale. Ma è evidente che conviene, qui, esaminare il problema soltanto per quel che riguarda l’Italia considerando sia la “tradizionalità” nella sua forma predominante in tale Paese, che è soprattutto cattolica, sia ciò che può riferirsi a valori non legati alle limitazioni di essa.

Il problema da affrontare richiede che prima se ne precisino altri due: anzitutto quello della famiglia come idea o ideale, poi quello della famiglia nella sua fattualità, nell’una o nell’altra situazione storica. Per quel che riguarda il secondo punto, è inutile nascondersi il fatto che oggi ci si trova in un periodo di una più o meno pronunciata dissoluzione delle strutture sociali, strutture che, peraltro, già da tempo hanno presentato un carattere non tanto “tradizionale” nel senso più rigoroso, quanto prevalentemente borghese. Fra i processi che hanno portato o stanno portando a tale dissoluzione, alcuni sono da ritenersi irreversibili.

Il matrimonio (e con esso la famiglia), quindi il divorzio viene escluso (a parte i casi eccezionali di annullamento del matrimonio) dal cattolicesimo in quanto esso gli ha conferito il carattere di un sacramento.  Questo carattere, a dire il vero, non è originario. Nelle origini del cristianesimo tutto si riduceva a poco più di una “benedizione”, e il ripudio non era escluso. Col definirsi della dottrina cattolica dei sacramenti, anche il matrimonio venne considerato come tale. Si noti che per designarlo talvolta il termine usato fu addirittura “mistero” – mysterium, non senza relazione col termine teleion già usato in Grecia con una relazione ad una concezione iniziatica dell’uomo con la donna quale imagine del ieros gamos (nozze divine).

Però la situazione finì col presentarsi così, che lo sforzo del cattolicesimo di sacralizzare il profano (nel presente caso, il matrimonio come fatto naturalistico) ebbe per conseguenza una profanazione del sacro. Questo non è il solo caso in cui nel cattolicesimo si è avuto un tale capovolgimento, per via di una specie di democratizzazione. In effetti, il matrimonio reso sacro da un rito tale, in via di principio, da vincolare nel profondo due esseri tanto da rendere indissolubile l’unione, avrebbe dovuto essere concepito soltanto su un piano superiore, non per una qualsiasi coppietta incapace, in genere, di una dedizione o tensione quasi eroica e superindividuale. Ciò stava naturalmente in relazione con l’idea tradizionale della famiglia. Ebbene, questo matrimonio-rito fu invece ammesso, anzi alla fine fu imposto, per qualsiasi unione, con una evidente e inevitabile caduta di livello, il sacramento cessando di essere tale nel suo senso più profondo (di sacro mistero) e assumendo invece una mera funzionalità sociale terre-à-terre: quella di rafforzare e tutelare una realtà temporale, di proteggere l’unità di una famiglia, qualunque essa sia, prescindendo dalle sue situazioni particolari, quindi anche dall’eventualità che si fosse usato il matrimonio religioso soltanto per conformismo sociale. Ma questo è appunto un profanare il sacro.

Bauernfamilie (“famiglia contadina”, Rudolf Otto, 1944)

In base a tali considerazioni, anche il problema del divorzio può essere adeguatamente inquadrato, per quel che riguarda i nostri tempi. E’ inutile sottolineare che in essi la famiglia di tipo tradizionale è quasi del tutto scomparsa, quindi sono venuti anche meno alcuni dei presupposti spirituali per via dei quali il divorzio poteva apparire inconcepibile, se non pure blasfemo. Gli antidivorzisti ad oltranza, pertanto, vogliono mantenere rigidamente la indissolubilità anche quando una famiglia è già fattualmente dissolta, quando è sconvolta da dissidi, quando in essa vige solo apatia, sopportazione, indifferenza, se non pure peggio, prevalendo forze centrifughe. A tanto essi possono essere giustificati soltanto da considerazioni empiriche, non da un punto di vista realistico, esistenziale, e, insieme, spirituale. Tutto si riduce ad una artificiale costrizione.

Istituendo il divorzio, viene offerta una possibilità. Evidentemente non sarebbero i cattolici tradizionalisti e osservanti a farne uso, quindi essi non dovrebbero avere interesse alcuno alla corrispondente polemica. Sussistono solamente le difficoltà relative alle clausole del Concordato (che, peraltro, sembra si voglia ridimensionare o aggiornare). In vista di esse, ci si dovrebbe regolare con preveggenza.

Riteniamo che a tale riguardo la soluzione migliore sarebbe offerta dalla dualità del matrimonio religioso (matrimonio-sacramento) e matrimonio civile. Superando l’accennata profanazione del sacro, il matrimonio-sacramento dovrebbe essere scelto dalle coppie le quali sentono ancora quelle disposizioni per una unione profonda, quasi superindividuale, il correlativo della quale è un tipo superiore di famiglia, di cui si è detto; e questo matrimonio religioso dovrebbe restare indissolubile, coloro che vogliono contrarlo dovrebbero aver ciò ben presente, per regolarsi, con una piena responsabilità. Per esso non dovrebbe esser concepibile un divorzio, e lo stesso Stato dovrebbe statuirne l’indissolubilità.

Altrimenti si dovrebbe scegliere il matrimonio civile, sufficiente per regolare la problematica familiare pratica e giuridica. Per esso, non vediamo perché, in forme ben ponderate, non dovrebbe essere ammesso l’istituto del divorzio. E questo sarebbe anche un motivo per far ben riflettere circa l’avvenire, qualora si sia portati a sposarsi avendo non espresse riserve mentali, erotiche o sentimentali e con prevalenza di fattori contingenti.

Che chi si sia sposato civilmente, dopo un certo tempo possa sposarsi anche secondo il matrimonio-sacramento, questa prospettiva avrebbe aspetti assai positivi perché così si avrebbe modo di verificare preliminarmente se esistono le premesse per decidersi a compiere un passo, fatto il quale non sarebbe più possibile tornare indietro. In tal guisa sarebbe anche incluso ciò che da alcuni è stato chiamato il “matrimonio-prova”, il quale però potrebbe sembrare pleonastico data la grande diffusione delle relazioni preconiugali.

La legge sul divorzio quale è stata approvata in Italia, salvo l’eventuale riformularla in relazione alle risultanze di un referendum, non appare ben chiara nelle sue finalità. Sono naturalmente da tener da parte gli ovvi casi-limite considerati (ergastolo, alienazione mentale permanente, ecc.). Entra in questione soltanto il divorzio, per così dire, di uso corrente. I dettagli giuridici cadono fuori del tema del presente scritto. Rileviamo soltanto un meccanismo piuttosto pesante e poco funzionale. In origine era stato statuito un periodo di sette anni di separazione fattuale dei coniugi per ottenere il divorzio, più o meno nei termini del preesistente annullamento del matrimonio. Sembra che si voglia ridurre a cinque anni tale periodo. Ma anche così non si vede bene quale fine esso abbia. Potrà anche servire come tempo per riflettere e ponderare ancora. Ma di fatto quel periodo può favorire, in molti casi, un regime di libertinaggio. Coloro che restano “coniugi” in quel lungo periodo di separazione possono fare quel che vogliono, specie dopo che l’adulterio ha cessato di essere penalmente perseguibile. L’uno dei due può aver sinceramente interesse al divorzio in vista un nuovo matrimonio. Ma il fatto che prima di quel periodo il divorzio (non) può essere ottenuto, potrebbe anche servirgli come un pretesto per non legarsi, per indulgere in un regime di libero amore, rifuggendo dal legalizzare nuovi rapporti.

Non crediamo che sia stato dato abbastanza risalto alla esistenza, o no, di una prole, quale fattore da far intervenire in senso negativo, nel primo caso, positivo nel secondo, per un divorzio concepito meno meccanicamente. Dando molto peso a questo fattore come una pregiudiziale, fin da principio una coppia sarebbe costretta a tenerne conto.

Da qualcuno è stata poi avanzata una esigenza del tutto sensata, ossia che si possa divorziare una sola volta, non a catena, come spesso accade negli Stati Uniti, in parte anche in Inghilterra. Si può concepire che una volta si sia commesso uno sbaglio o che non si sia avuta fortuna; ma ciò dovrebbe servire come una lezione per non ritrovarsi eventualmente nella stessa situazione, salvo che intervengano circostanze veramente imprevedibili. Invece in America, specie negli strati sociali più alti, il matrimonio coi possibili divorzi multipli, a catena, è una manifestazione tipica di ipocrisia, perché in realtà si tratta più o meno di un libero amore e di una promiscuità a cui si insiste di applicare, l’etichetta conformistica e “perbene” di matrimonio.

Ma tutto ciò esce, in fondo, dall’argomento del presente articolo, che riguarda soprattutto i presupposti esistenziali del matrimonio indissolubile e del divorzio.



Julius Evola

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