La cultura di destra: dalle torri d’avorio alla militanza

La Destra o è Tradizione (sebbene la Tradizione stia ben al di sopra delle categorie di destra e sinistra) oppure non è. Così come la cosiddetta “cultura di destra”. O è tradizionale o non è. E di cultura tradizionale, nonostante i tempi bui, ancora sussistono sentinelle, pronte a vivificarne e tramandarne il messaggio eterno.

Marcello Veneziani, in un articolo pubblicato sul n. 6 di Panorama di questo mese, che riproponiamo, si chiede, stravolto, che fine abbia fatto questa benedetta “cultura di destra”: ce lo immaginiamo, come un novello Diogene, con la lanternina in mano, intento nella disperata ricerca. Destinata però a fallire, se egli resterà confinato (per sua scelta) nella sua torre d’avorio, come un Saviano dell’altra sponda.

Magari il buon Veneziani potrebbe farsi qualche giro fuori dalla zona di comfort e toccare con mano le tante, belle e luminose iniziative che vengono quotidianamente realizzate dalle innumerevoli comunità militanti che, nel silenzio, con sacrificio, abnegazione e vera impersonalità attiva, stanno crescendo in tutta Italia, anno dopo anno, coordinandosi, creando, sia pure tra mille difficoltà, ma con gioia e spregio della fatica, una rete militante operativa, un Fronte della Tradizione, nuovo nelle forme e nelle modalità espressive, ma sempre immutato nell’Essenza più profonda. Si accorgerebbe dell’esistenza di nuove case editrici militanti, che stanno rilanciando con coraggio il messaggio culturale di destra. Troverebbe convegni, conferenze, campi giovanili, laboratori e corsi di formazione tradizionale, pubblicazioni militanti di ogni tipo, come riviste, libri, fascicoli, in forma cartacea o digitale, blog e siti internet di approfondimento. Scoprirebbe un mondo.

Macché. Veneziani preferisce ricordare, malinconico, le iniziative, le riviste, le case editrici dei tempi che furono, e restare a piangere per qualcosa che la sua generazione ha contributo a distruggere. Rifiutandosi di gettare lo sguardo oltre il proprio limitato orizzonte, di scorgere quel che si ostinano a non voler vedere né capire non solo gli intellettuali radical-chic di sinistra, ma, purtroppo, anche quelli della cosiddetta Destra.

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Che fine ha fatto la cultura di destra?

di Marcello Veneziani (Panorama n.6, febbraio 2020)

Tratto da marcelloveneziani.com

Cinquant’anni fa nasceva in Italia la cultura di destra. I suoi riferimenti erano sparsi lungo il Novecento, con puntate nei secoli passati, ma molti dei suoi autori erano allora viventi: Prezzolini e Del Noce, Evola e Spirito, Junger e Schmitt, Heidegger e Marcel, Pound ed Eliade e tanti altri… Ma solo alle soglie degli anni settanta prese corpo un soggetto organico definito cultura di destra. Intorno a quei nomi, a quelle idee, fiorirono nell’arco di breve tempo una serie d’iniziative e di riviste: da La Destra, diretta da Claudio Quarantotto a Intervento di Giovanni Volpe, diretta da Fausto Gianfranceschi, precedute da Il Conciliatore di Piero Capello e L’Italiano di Pino Romualdi, a cui si sarebbero poi aggiunte Civiltà di Pino Rauti e Cultura di destra di Armando Plebe (obiettivamente la più misera anche se direttamente finanziata dal Msi). Tra le case editrici, spiccavano le edizioni del Borghese, l’Editore Volpe, ma nasceva la Rusconi Libri diretta da Alfredo Cattabiani, che scopriva e riscopriva autori, molti dei quali poi finiranno nei cataloghi della Adelphi.

Carl Schmitt ed Ernst Jünger a Parigi, 1943

Il riferimento della linea editoriale di Cattabiani era la tradizione metafisica, non “la cultura di destra”, la militanza politica o il nazionalfascismo; ma il clima del tempo, la concomitanza degli eventi e gli attacchi ricevuti dagli avversari, ne dettero quella connotazione.

La cultura di destra si affacciò in alcuni settimanali come Il Borghese, Candido e Lo Specchio e in alcuni quotidiani come Il Giornale d’Italia, il Roma di Napoli, Il Tempo, Il secolo d’Italia diretto da Nino Tripodi. Fu una simultanea fioritura, in reazione al vento del ’68 e accompagnò l’exploit del Msi guidato da Almirante e cominciato proprio nel 1970; poi alla nascita a Milano della Maggioranza silenziosa, un movimento anticomunista e apartitico di centro-destra e un pullulare di iniziative culturali, centri librari, pubblicazioni.

Se ne accorse allarmato PierPaolo Pasolini che riferendosi in particolare alla Rusconi libri scrisse: “Si tratta della più grande operazione culturale di destra che si sia mai avuta in Italia”, ne denunciava “lo scandalo” e auspicava la mobilitazione. Salvo poi aggiungere nello stesso scritto: “Presentandosi sotto spoglie tradizionali, tale nuova cultura di destra ci costringe a inscenare una lotta antifascista così miserabilmente vecchia da sembrare un malinconico balletto di burattini”. Si tratta, avvertiva Pasolini, di un’operazione “tutta rivolta al futuro”; ed era dunque patetico rispondere tornando al passato con l’antifascismo. Parole quanto mai attuali…

Umberto Eco disprezzò apertamente la cultura di destra, i suoi autori e “il risibile pensiero reazionario”. E fece una notazione volgare: “la nuova destra rinasce soltanto perché un certo capitale editoriale sta offrendo occasioni contrattuali convenienti a studiosi e scrittori, alcuni dei quali rimanevano isolati per vocazione, e altri non sono che arrampicatori frustrati”. Un’analisi così rozza e faziosa non appariva neanche sui volantini dell’estrema sinistra. Fa torto al suo acume. E’ come se spiegassimo la cultura di sinistra coi soldi venuti dall’Urss o da DeBenedetti… Sul Messaggero, Walter Pedullà auspicava un cordone sanitario per isolare l’infezione della cultura di destra. E Furio Jesi liquidava la cultura di destra come un revival mimetico del nazismo. Su quella linea si porrà Norberto Bobbio che negò l’esistenza di una cultura di destra, salvo poi in extremis ripensarci.

La cultura di destra riannodava autori solitari e temi metapolitici. Riportava in luce il filone sommerso della tradizione e la linea della cultura nazionale, riproponeva il pensiero reazionario e cattolico antiprogressista, conservatore e nazionale, i grandi artisti e letterati definiti rivoluzionario-conservatori, e perfino anarchici di destra. Insomma un mondo vasto, eterogeneo, fieramente aristocratico. Non era ancora avvenuto il rovesciamento della destra e della sinistra, l’una popolare e populista, l’altra radical neo-borghese, elitaria e non più proletaria. Anni dopo avrebbe preso corpo la Nouvelle Droite, la nuova destra francese sbarcata anche in Italia, con nuove aperture e contaminazioni.

Che ne è oggi della cultura di destra, ha qualche legame col sovranismo maggioritario dei nostri anni, coi movimenti di Salvini e della Meloni? Legami carsici, direi, indiretti; non mancano volgarizzazioni politico-emozionali di patrimoni ideali e culturali ben più profondi e autentici. Slogan, atteggiamenti, battute sembrano alludere a quel universo di principi, civiltà e tradizioni.

Sul piano politico i ponti furono interrotti dalla destra politicante di Fini e ancor più dal berlusconismo. Ma la cultura di destra vive a disagio nell’epoca dell’individualismo cinico di massa, non sopporta né il primo né la seconda; non ha una vocazione politica, anzi è tendenzialmente impolitica, e i suoi temi spirituali, le sue opere, hanno poca udienza nel tempo del primato globale della tecnica e della finanza. Può avere invece un vivace ruolo antagonistico rispetto al politically correct nel quadro di una battaglia delle idee; pur non avendo il linguaggio, lo spirito pop e l’indole demagogica adatti al nostro universo mediatico. E poi le vecchie carcasse, destra e sinistra, sono sempre più fragili, anche quando sono rievocate così spesso nel linguaggio corrente. Però nel tempo della deperibilità veloce di tutti i messaggi e i soggetti, una cultura fondata sull’essere nel tempo labile del divenire, potrebbe avere per contrasto un suo fascino potente…



Redazione

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'La cultura di destra: dalle torri d’avorio alla militanza' 1 Commento

  1. Avatar

    14 Febbraio 2020 @ 11:21 Anton

    Coloro che si lamentano della mancanza di una Cultura di Destra, spesso, sono gli stessi che irridevano (e continuano a irridere) il cosiddetto “mito incapacitante”…

    Rispondi


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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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