Il doppio volto dell’infatuazione artistica

Questo redazionale costituisce una rielaborazione aggiornata ed ampliata di un articolo pubblicato sul blog www.azionetradizionale.com nel 2014.

Nell’immagine in evidenza, un interno della mostra multimediale immersiva Da Vinci Experience.

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A cura della Redazione di RigenerAzione Evola

L’interesse spasmodico verso la “cultura” e l’arte, da parte di un numero sempre maggiore di persone, più o meno indotto ed indirizzato, è sicuramente un fenomeno in costante incremento.

La follia di una “notte bianca ” romana

Da diversi anni si assiste ad un esponenziale aumento dell’offerta “culturale” di varia natura, alimentata da molteplici iniziative, anche lodevoli, come le domeniche gratuite nei musei, e da tante altre forme di valorizzazione del patrimonio culturale, cui si accompagnano fenomeni, altrettanto in crescita, di forme di semi-isteria collettiva. Ne sono un esempio gli afflussi scomposti di decine e finanche centinaia di migliaia di persone in occasione delle “notti bianche”, o le file chilometriche per accedere non solo a musei tradizionali e permanenti, ma anche ad esposizioni temporanee o straordinarie, talvolta di singole opere: si pensi alla vera ossessione di massa che negli ultimi anni ha suscitato l’arte di Caravaggio, o alla sorprendente risposta di pubblico che riscosse nel 2014 l’esposizione del pittore olandese Jan Vermeer a Bologna, di cui in particolare l’opera “La ragazza con l’orecchino di perla” o “ragazza col turbante” attirò oltre 200.000 persone.

È noto in ambito Tradizionale che tutte le forme di massificazione e di “democratizzazione” di un fenomeno, indipendentemente dal fatto che esso abbia in partenza connotati positivi o negativi, comportano sempre un effetto in qualche modo nefasto: si tratti della degenerazione di un fenomeno inizialmente positivo, oppure della diffusione a macchia d’olio e dell’amplificazione degli effetti distorsivi o perversi di un fenomeno già inizialmente negativo, border line o riservato a pochissimi eletti per le pericolose potenzialità in esso insite, facilmente reversibili da una direzione all’altra.

Questa diffusione pandemica dell’amore e dell’attrazione per l’arte, sta appunto raggiungendo, proprio per la sua massificazione, forme ossessive, morbose, visibilmente eccessive. Mostre, approfondimenti, esposizioni, visite guidate, in cui si intrecciano tra loro anche differenti forme espressive (arti visive, musica, ecc.): un esempio molto calzante, in tal senso, è costituito dal recente boom delle mostre multimediali cosiddette immersive su artisti o movimenti di grido, che stanno riscuotendo un notevole successo di pubblico. Tali mostre puntano su una fruizione a trecentosessanta gradi delle opere artistiche, fondata sulla possibilità di “entrare” nelle opere stesse e di “viverle” in forma tridimensionale o comunque multimediale, tramite sofisticati sistemi di luci, ombre, immagini, colori, suoni, animazioni, tecnologie avanzatissime come gli evoluti sistemi di proiezione ad alta definizione 3D mappingSensory 4TM, grafiche multi-canale e suoni surround, in grado di stimolare il visitatore contemporaneamente su più livelli sensoriali, facendo in modo che il luogo in cui tali mostre sono ospitate (spesso anche basiliche) vengano investite e sommerse dalle opere stesse, divenute quasi entità viventi, che si “spandono” nella realtà circostante, immergendo i fruitori di tali immersive experiences in veri e propri mondi artificiali e virtuali.

“Caravaggio Experience” (cliccare per ingrandire)

Da Van Gogh (contemporaneamente anche al cinema, interpretato da Willem Defoe nel film di Julian Schnabel, Van Gogh – sulla soglia dell’eternità) a Caravaggio (uno degli artisti più gettonati degli ultimi anni, come abbiamo accennato, con mostre e pubblicazioni d’ogni sorta), da Gustav Klimt a René Magritte, dagli Impressionisti francesi, con specifica monografica per Claude Monet, fino a Leonardo Da Vinci, e così via, è un trionfo di queste forme “avanzate” di fruizione “iper-artistica”, in cui al posto delle opere originali agiscono, operano e vivono riproduzioni digitalmente perfette, sottoposte a tali forme di espansione sensoriale.

Non  mancano peraltro anche incursioni in territori differenti da quelli legati alle arti visive come riferimento principale: si pensi alla musica dei Pink Floyd, celebrata con retrospettiva multimediale Their mortal remains.

Forme estenuate di fruizione artistica, dunque, in cui sembra quasi che si vogliano “forzare” i limiti della normale percezione artistica, fino a coinvolgere lo spettatore in tutte le sue forme sensoriali, attivando tutti i gradi della sua componente psichica: il che può portare, sempre in un’ottica di massificazione, ad effetti di svariato genere, non facilmente prevedibili a priori e sicuramente non uguali per tutti, dipendendo dalle caratteristiche di ognuno e dalla possibilità di “accendere” o stimolare percettori individuali più o meno latenti e più o meno “normali”.

Dinnanzi a simili fenomeni di semi-isteria collettiva, soprattutto in un’epoca come questa, bisogna intendersi. Da una parte, può vedersi un lato positivo: un certo tipo di arte figurativa di qualità riesce ancora, evidentemente, ad esercitare un certo richiamo sull’animo di molte persone, nonostante esse vengano continuamente sollecitate dai solerti servi della sovversione a rivolgere le loro attenzioni all’arte informale, astratta e deforme, che non sembra ancora in grado di attrarre masse di grandi proporzioni. Tuttavia, le iniziative in quest’ultimo senso non mancano di certo, e, si sa, le masse sono “spugne”, e quindi finiscono, nel medio-lungo periodo, se adeguatamente sollecitate, per assorbire ciò che viene loro sistematicamente veicolato nelle forme più maliziosamente efficaci. In tal senso, anche per l’arte sovversiva di certo non mancano, e da tempo, mostre, celebrazioni, esposizioni, comprese, ovviamente, anche le mostre carattere multimediale-immersivo di cui si sta parlando: si pensi, ad esempio, a George Braque e la nascita del cubismo, o a Vasilij Kandinskij.

“Van Gogh – The immersive  Experience” (cliccare per ingrandire)

Sicuramente, laddove le opere “amplificate” in tal modo siano forme d’arte sostanzialmente figurativa di qualità (con possibili aperture, purché “controllate” e causalmente funzionali a concetti positivi, anche a talune forme più astratte, simbolistiche o allegoriche), in grado di trasmettere messaggi con un contenuto spiritualmente superiore, o che siano comunque riflesso di oggettiva bellezza, di ordine ed armonia, e quindi in cui il peso soggettivo dell’artista sia proporzionalmente inferiore al suo ruolo di “medium”, di strumento attraverso cui altre forze superiori si manifestano, tale amplificazione può essere portatrice di effetti tendenzialmente benefici.

In senso contrario, ovviamente, laddove l’opera di partenza abbia carattere deforme o informe, manifesti tratti di astrattezza fine a sé stessa e priva quindi di valenze causalmente lecite, o laddove comunque i contenuti ed i riflessi siano disarmonici, funzionali a veicolare messaggi di esaltazione del brutto, dell’anormalità, della perversione, spesso frutto della soggettività malata del loro autore, inevitabilmente tali esperienze immersive, o comunque la ossessività nel proporre mostre a tema, approfondimenti, esposizioni innovative, avrà conseguenze nefaste, nel dilatare, nell’espandere la portata di tali contenuti.

In ogni caso, anche laddove l’effetto amplificativo sia tendenzialmente benefico e positivo, si deve riflettere su quanto osservò a suo tempo Julius Evola, in linea con la dottrina Tradizionale: in una civiltà normale, il centro non può cadere nelle lettere e nelle arti, le quali devono ricoprire il giusto ruolo in un contesto gerarchico. L’arte non deve presentarsi come il frutto di mere intuizioni o visioni soggettivistiche, spesso disordinate, alterate o deviate, ma rispondere ad un’oggettività, da intendersi quale manifestazione di quei princìpi ascetico-eroici o comunque spirituali, sovra-ordinati, che devono essere il punto di riferimento in una civiltà tradizionale. Nella sua impersonalità, più che idealizzare fatti, l’arte deve raffigurare archetipi, come sottolineò Coomaraswamy.

Si può quindi osservare come l’irrequietezza, l’ossessione, l’instabilità, la “faustiana” frenesia soggettivistica collegata alle arti, sia in chiave attiva (quella dell’artista che crea l’opera) sia in chiave passiva (quella dell’osservatore/fruitore dell’opera) sono sempre il segnale di un disordine, di una perdita di centralità, di una caduta dalla rigida unità del piano verticale alla confusa dispersione di quello orizzontale, caratteristica, fra le altre, di un particolare tipo di razza dello spirito quale è l’uomo che Evola definì “afroditico”. Un tipo “che ha come estremo orizzonte l’esistenza materiale, come oggetto di un godimento fra l’estetico e il sensuale e di un estremo raffinamento”. Questa categoria di uomo fu quella che, come spiegava Evola, caratterizzò l’epoca rinascimentale, in cui la grande qualità dell’espressione artistica nascondeva i germi di una decadenza molto più profonda.

“Impressionisti Francesi – da Monet a Cézanne”, grande mostra multimediale a Roma (cliccare per ingrandire)

Di conseguenza, dinnanzi a fenomeni come quelli sopra descritti, si potrebbe parlare di una sorta di “afroditismo di massa”, inteso, come si accennava, dal lato passivo. Dietro tutto ciò si cela evidentemente un’insofferenza più profonda: molte persone percepiscono un vuoto interiore, esistenziale, di cui però, anche a causa del lavaggio del cervello cui sono sottoposte fin dalla nascita, non riescono coscientemente ad individuare la natura. Costoro cercano quindi, sempre inconsapevolmente, di colmare tale vuoto attraverso una sorta di bulimia o saturazione dell’osservazione e del “godimento” artistico. Il che, fra l’altro, può facilmente condurre a forme più o meno consapevoli di immanentismo, nel momento in cui l’arte viene concepita quale strumento di idealizzazione della materialità, anzichè, come osservato poc’anzi, come mezzo per dare forma ad archetipi.

Ovviamente, tra le tante soluzioni di puro ripiego per cercare di colmare simili vuoti, è preferibile questa ad altre vie catagogiche molto più degenerate e pericolose, soprattutto, come si diceva, laddove l’attrazione sia data da opere di qualità, in grado di trasmettere e riflettere elementi che possano esercitare effetti positivi sulla psiche dell’uomo, attivandone magari – per quanto in modo evidentemente limitato, sia per il ruolo parziale che l’arte può avere in sé in questo ambito, sia per la predisposizione decentrata dell’uomo contemporaneo – forme più alte rispetto all’irrazionalismo o al patetismo tipici di quest’epoca. Da ciò, infatti sembrerebbe evincersi come, nonostante il disordine e lo squilibrio che caratterizza la nostra epoca, nell’animo di molti riesca ancora ad emergere il desiderio inconscio di un ritorno ad un ancestrale centro spirituale, di cui queste opere possono costituire, ora in misura maggiore, ora in misura minore, una manifestazione tangibile.



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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