“…Ed il vento racconta: Julius Evola”

In occasione dell’anniversario della dipartita terrena di Evola, pubblichiamo con piacere un ricordo del barone a firma di Mario Michele Merlino, tratto da una delle sue tante fatiche editoriali, “Ritratti in piedi”, edito per Settimo Sigillo nel 2001. Con la sua inconfondibile prosa ritmica e serrata, dagli echi talvolta céliniani, carica di profondi slanci poetici e citazioni, riflessioni e voli pindarici che tengono sempre in tensione il lettore, il professor Merlino ci regala uno dei suoi “ritratti d’autore”. Intensità, pathos, nostalgia, malinconia, anche tagliente ironia; un tragico incedere, nel tentativo mai accantonato di forzare la prosa fino a farne uscire il sangue della poesia, di forzare la paura della “nientità” fino a farne uscire l’eternità, in una permanente, testarda immanenza, che non vuol saperne di concepire una trascendenza oltre la carne, il sangue e le ossa, ma che tale trascendenza sfiora e geme, fino a farla prefigurare a chi riesce a penetrare in ciò che si nasconde fra quelle righe e quelle pieghe lessicali, perchè, lo scrive proprio Merlino, “ciò, che si disvela, disvela sé stesso nella propria pienezza e, se anche ciò accade, non corre il rischio di nascondersi, confondendosi per troppa luminosità?

***

di Mario Michele Merlino

(tratto da “Ritratti in piedi”, Edizioni Settimo Sigillo, 2001)

La voce proviene da lontananze, che non hanno più sembianza umana: sono prossima premessa – pochi mesi dopo – di un crepaccio del ghiacciaio del Lys, sul monte Rosa, ad oltre quattromila metri di altezza: la geografia della mente disegna quell’universo dove le coordinate tracciano “la via più breve fra due punti” che va ben al di là delle stelle – l’esistente, il suo corpo verrà cremato la notte del 10 luglio come da volontà espressa, si ricongiunge all’essere, cioè allo spazio esso stesso deputato all’Eterno. Come la poesia, del resto. Infatti il poetare, preservando nel verso il nome, insieme al rito, che vincola la divinità attraverso il gesto obbligante (do ut des), sono della stessa natura salvifica qual è il pensare che pretende di determinare l’universale ed il necessario.

Questa l’eredità più alta del greco, maestro di verità e menzogna, reiterato giuoco della luce e delle ombre. D’altronde la parola greca per designare il vero è composta da una negazione – l’alfa – ed il verbo lèthein – nascondere, cioè la verità è ciò che non è più nascosto, disvelandosi. Ma ciò, che si disvela, disvela se stesso nella propria pienezza e, se anche ciò accade, non corre il rischio di nascondersi, confondendosi per troppa luminosità? Come una luce improvvisa che ci fa d’istinto chiuder gli occhi e rende incerte le forme.

Carlo Michelstaedter

Gli chiedo di Carlo Michelstaedter. Non a caso. Da “Il Cammino del Cinabro” avevo tratto: “Il Michelstaedter aveva parlato della “via della persuasione”, intesa come quella dell’essere che consiste in sé, che possiede in sé il proprio principio e il proprio valore, che non scarta, che non sfugge alla propria deficienza esistenziale ma l’assume e la risolve. Opposta a tale via era quella della “retorica”, cioè di colui che fugge al possesso attuale di sé, che si appoggia ad altro, che cerca l’altro, che si rimette ad altro per “persuadersi” in una fuga dal tempo, secondo una oscura necessità ed un incessante bramare, indefinitamente, il cedimento iniziale escludendo ogni arresto del processo in un possesso” (ed. Scheiwiller, 1963, pp. 49).

Lungo via Quattro Novembre, nella vetrina della libreria Tombolini, trovo una esile monografia di un certo Piromalli, dedicata al giovane filosofo goriziano. La compro. Infine, a Regina Coeli, secondo braccio, gli ultimi esami ed un articolo del professor Antonio Capizzi dove vengono citati Max Stirner e Carlo Michelstaedter. Leggere “L’Unico” in lingua originale, va bene, magari con qualche sforzo e l’ausilio del vocabolario, ma la direzione del carcere non si fida: potrebbe trattarsi del manuale della perfetta evasione… Ripiego, allora, per la tesi di laurea sull’autore de “La Persuasione e la Retorica” – modesto lavoro discusso alla fine del dicembre del 1973.

La voce di Julius Evola, al telefono. Ciò che è stato scritto, permane; a ciò che è stato scritto, mi rimanda. La memoria offre il ritorno di ciò che appartiene alla finitudine, in immagini e sensazioni della carne e delle ossa e del sangue. Essa rende il tempo in illusorio presente. In essa la vita si stringe simile ad un cerchio, contenitore di un puzzle che sarà, presto ed inesorabilmente, preda della dimenticanza, vento gelido della dispersione. Più vita – sembra alludere, ancora; ad altra vita si predispone colui che ci ha mostrato della vita l’alterità.

Lo sguardo si rivolge ormai alla finestra che dà sul Gianicolo, gli alberi svettanti a sfida verso il cielo, ultimo sguardo, sorretto, affinché in piedi si affronti, come per le strade di Vienna, cumuli di macerie e grappoli di bombe, “di non schivare, anzi di cercare i pericoli, nel senso di un tacito interrogare la sorte”. La visione va ben oltre e non può più trascriversi in parole ed accenti umani.

Così noi siamo e in nome di che cosa noi moriamo, non vogliamo chiederlo, in nome di che cosa abbiamo vissuto qui lo vediamo: in nome della Tradizione, della Tradizione che viene da mondi del profondo, Tradizione di cicli lontani, del Grande Regno. “Così fummo” – e così saremo” (Gottfried Benn, Essere e divenire, marzo 1935).

Gottfried Benn

Ora lo sguardo si fa solo e, se sarà il bagliore dell’ora ad avvolgerlo oppure sarà pago della propria nientità, non è dato sapere. Forse, ben poco conta. Qui il principio di necessità coabita con ogni possibile scelta che pretende, sempre, d’essere comunque e senso e certezza e parola d’apparente veridicità. Come il tempo si frantuma nella dissonanza dell’esistere così lo spazio si contrae nella coincidentia oppositum. E l’essere ed il nulla finiscono per gettare la maschera – o volto o brulicare di vermi – entrambi figli della medesima tragedia, del medesimo destino.

Rammemorare, nel centenario della nascita, Julius Evola e rammemorarlo al di là della percorrenza e del distinguo e dell’abbandono. La nostalgia, il tornare a casa con il dolore, non dischiude il tempo e l’età dell’oro, ma nella inconsapevole consapevolezza preannuncia la morte – è davvero finita quando facciamo dell’esistenza metafora e metanoia.

Se la ciclicità è ferrea legge, da quale fondamento la libertà s’impone ed impone, unica sopravvivenza e testimonianza, il cavalcare la tigre della decadenza? Non siamo più portatori di parole – valori – con la maiuscola se, nello smarrimento del marcescente declino, scopriamo la disperazione del corpo (il non più, ormai) e la follia della mente (io sono ancora il qualcosa, il re-inizio).

Rammemorare, comunque e nonostante tutto, un maestro esemplare. Non perché volle proporsi quale esempio, ma perché di fatto fu tra i più radicali, fra i più solitari. Come colui che, nell’alta Engadina, misurò se stesso “a 6000 piedi al di là dell’uomo e del tempo”. Dove radicale devesi intendere quale disvelare la questione del fondamento primo ed originario, le radici sono sempre nell’ottenebramento del terreno e da esso ottengono linfa e forza; dove solitario equivale a quanto, da qualche parte, ha rilevato Martin Heidegger: “è della natura del pensare muoversi nella solitudine”. Ardito etimo: sol et solus si nutrono alla stessa mensa, si abbeverano alla stessa fonte?

Rammemorare Evola attraverso l’esegesi del dire; nella rispettosa disciplina della lettura attenta e composta, nel silenzio riflettere sulle parole significanti un pensiero ardito e forte. Impresa ardua – già troppi concetti, idee centellinate sui banchi di scuola, ad orecchie distratte, dalla finestra odore di minestrone e vocio di donne per strada. Lasciarsi andare all’ascolto, là dove le immagini corrono libere dalle gabbie della logica e non si prendono cura del tempo e delle sue ferree scansioni. Sentiero di montagna, verso l’eremo di Sant’Agapito, nelle alpi bellunesi, nello zaino “Orientamenti”. Come Drieu al fronte con lo Zarathustra ed il fucile in spalla. Il sole filtra tra gli alberi odorosi di pioggia e disegna metafisiche geometrie sulle pietre muscose. Ed il vento racconta…

Ed i tetti di Roma, sotto il cielo stellato, la lampada dalla luce azzurognola: inane barriera contro gli occhi sempre più stanchi, sempre più spenti – si spande sulle pareti foderate di libri. Qui, nel silenzio, rifugio e, nel contempo, apertura sul mondo. Da qualche parte ho letto che la solitudine lancia misteriosi ponti verso la natura e gli altri e Dio. “…è come la sensazione confusa della regione che si percorre nel viaggio notturno, dove solo saltuariamente brevi luci sparse rendono visibili alcuni tratti del paesaggio attraversato. Tuttavia deve mantenersi il sentimento, o presentimento, appunto di chi, salito su di un treno, sa che ne scenderà, e che quando scenderà vedrà anche tutto il cammino percorso, e andrà oltre” (Cavalcare la Tigre, Ed. Scheiwiller, 1961, pp. 316).

Andare oltre – su o al di là della linea – verso qualcosa, lontano da qualcosa. Ha scritto Platone ne “Le Leggi”, 775: “L’inizio è infatti lontano da qualcosa”. Se qualcosa da cui abbiamo preso la distanza fosse esso la meta ultima – e rinnovata – del nostro cammino? Forse, nell’incontro fra il cominciare ed il concludere, sta l’essenza racchiusa, a differenza della nientità e liberata dalla dissolvenza.

Non a caso “innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un gioco, una ruota rotante da sola, un primo moto, un sacro dire di sì” (“Delle tre Metamorfosi”, Nietzsche). Il fanciullo e l’ingenuità, di più: lo stupore – anch’esso d’ordine celeste per Platone – e, suo tramite, la realtà che si traduce con il linguaggio del cuore, del fantasticare che sono i linguaggi più autentici, i più originari. Un sileno nella radura ghigna sulla condizione umana al re Mida interrogante; l’aria è pervasa dal suono della ninfa Siringa trasformata in giunchi con i quali il dio Pan si fabbricò la zampogna; un’altra ninfa s’abbevera alla fonte mentre un satiro in amore l’adocchia dietro il pino resinoso.

Immagini mitiche, non, più vere degli orridi scheletri e di cemento e d’asfalto che sono la nostra prigione quotidiana. “Rivolta contro il mondo moderno”, in una copia assai malmessa, Fratelli Bocca Editori 1951, fatta rilegare da una famiglia di sordomuti che frequentavano, primi anni ’60, la sezione del Colle Oppio.

Ero un’adolescente esile nel fisico ed inquieto nella mente. Forse l’uno è complementare dell’altra, entrambi si danno la mano dando accelerazione alla forza gravitazionale, verso il basso. Negli stessi anni lessi da Drieu La Rochelle: “Sono diventato fascista perché ho misurato i progressi della decadenza. Ho visto nel fascismo il solo mezzo per frenare e arrestare questa decadenza”. E sempre da Drieu: “Non posso pormi in mezzo ai deboli. Devo misurare la mia forza”. Risparmiavo sul biglietto dell’autobus – costava allora cinquanta lire – le mi compravo i libri sulle bancarelle di piazza Fontanella Borghese.

Fra i primi “il così parlò Zarathustra” e “I Proscritti” di Ernst von Salomon. Le prime manifestazioni, i primi scontri, la prima notte fermato in questura. Prendere il volo… L’Europa attraversata in autostop ed Elisabeth. Soprattutto i volti di vecchi e nuovi camerati, alcuni persi lungo la strada, altri ancora al mio fianco.

L’amicizia con Adriano Romualdi. Ci guastammo la mattina del primo marzo del ‘68, sulla scalinata di piazza di Spagna, quando noi decidemmo d’essere parte legittima e riconosciuta e richiesta del movimento studentesco e andare a riprenderci la facoltà di Architettura, sgomberata dalla Polizia, e lui era ostinatamente contrario.

Lo rividi solo dopo la mia scarcerazione, per caso e in modo frettoloso. Pochi giorni dopo moriva dissanguato nella macchina, lamiere contorte, sulla via per Fiumicino. Un ragazzo di fine sensibilità intellettuale – lavorammo insieme su Platone – miopissimo, si tolse gli occhiali e mi chiese di condurlo là dove c’erano “i compagni” nel piazzale dell’Università. L’unico a cui Julius Evola si rivolgeva con il tu; l’unico forse che stimasse.

Fu per amicizia che Adriano combinò un appuntamento a casa di Evola. Non da solo, ovviamente. Tacerò sul nome degli altri due giovani che vennero in quel pomeriggio grigio e triste. Io rivendico l’appartenenza nella sua intierezza della mia storia; altri no.

Adriano Romualdi

Pomeriggio grigio e triste che contrastava con la nostra esaltazione, il senso di vivere un’esperienza unica ed irripetibile. E lo fu, anche se ben diversa dalle nostre non celate aspettative. Entrammo in azione già alcuni giorni prima. Ne porto un ricordo preciso – e sono passati oltre trent’anni. Come scolaro diligente – ed al liceo non lo ero stato e non lo ero ai miei esordi all’Università – mi riguardai le sue opere, che avevo sottolineato e corredato con annotazioni a matita. Tutto mi appariva in bell’ordine nella mia mente, domande da formulargli e risposte comprese. Lo stile di Evola ha il dono della chiarezza, d’essere scrittura asciutta e diretta, di una accessibilità formale (altro è penetrarvi dentro e, soprattutto, ad essa volgersi) che è raro nel pensare. Oggi che mastico di Filosofia, ho la sensazione che la specificità dei linguaggi, sempre più oscuri e contorti, sia del dire per nulla dire …

Credo che non andai neppure a quelle festicciole – misere, misere – di fine settimana dove si sperava di rimorchiare, andando spesso in bianco, ballando il twist e qualche lento.

Mettersi in camicia nera, no, era pretenzioso e, poi, Evola stesso era stato un eretico, mai iscritto al PNF. Di più: sempre ne “Il Cammino del Cinabro” ricordava di essere entrato in baruffa con alcuni esponenti fascisti al tempo (1930) della rivista “La Torre” tanto che “non avendo modo di difendersi e di ribattere sul piano delle idee, essi passarono alle vie di fatto. Ne seguirono diffamazioni fra le più ignobili, vertenze cavalleresche, querele, aggressioni personali. Vi fu un periodo in cui dovevo uscire, per mia difesa, con una piccola guardia del corpo (costituita da altri fascisti simpatizzanti)” (op. cit., pag. 110).

È vero – ed è tutto merito, sebbene egli si sia sempre schernito in proposito – che, liberato dal Gran Sasso, Mussolini incontrò proprio Evola, fra i primi, al Quartier Generale di Hitler.

La cravatta non la sopportavo io che, al liceo, ero obbligato e m’ero sempre arrangiato per non portarla. Finii  giacca, maglione a girocollo, forse un paio di jeans. I capelli, io che sono stato un “capellone” fin da subito tanto che, anni dopo, Pierpaolo Pasolini mi ha citato nel suo primo articolo “Contro i capelli lunghi”, 7 gennaio 1973, raccolto poi in “Scritti Corsari”. Bontà sua. Io, comunque, tentai invano di renderli meno vistosi ed arruffati.

A chi possa sorprendersi che, in un ricordo su Julius Evola, ci si soffermi su queste “amenità”, varrà ricordare appunto l’emozione, dell’importanza che tale incontro poteva suscitare.

Non ti guardava, ti avvolgeva.

Era come se penetrassi, tu, all’interno di un magico cerchio raccolto dove i suoi occhi erano, al tempo stesso, centro e fine.

Disteso sul letto, il profilo aristocratico, il corpo allungato, volgeva il capo nella nostra direzione, a tratti, increspando le labbra.

L’ineffabile sorriso del Buddha a chi, rivolto a lui, chiedeva cosa fosse il Nirvana; forse lo stesso sorriso di Gesù verso Pilato interrogante – “Che cosa è la verità?” (Ne “La nascita della Tragedia” Nietzsche “racconta la favola antica che il re Mida inseguì a lungo nella selva il savio Sileno, Dioniso, senza poterlo prendere. Quando finalmente gli cadde nelle mani, gli domandò il re quale fosse per gli uomini la cosa migliore e la più eccellente di tutte. Il demone taceva, rigido e immoto; finché, forzato dal re, ruppe in un riso sibilante queste parole …”).

Non eravamo, noi, in attento ascolto delle sue parole. L’ardire e l’ardore dei vent’anni; presunzione e tracotanza – patrimonio genetico fatto di carne ed ossa e sangue.

Noi, certi d’essere i discepoli da Lui tanto attesi, i migliori, gli unici. Incrollabile – ahimè – certezza! Questo ci passò per la mente di fronte al suo silenzio e tanto egli restava tenacemente taciturno, tanto noi ponevamo (a noi stessi) domande e ci davamo (a noi stessi) le risposte. E ci spingevamo oltre – banalità e frammenti di letture, sue e di altri, parole in liberta da ogni rigoroso contenuto e logica struttura ed il tono si elevava, pomposo e retorico, e la mano l’accompagnava fendendo l’aria con gesti ampi come se, in rapida successione, si tirasse di spada.

Mario Michele Merlino, ai tempi della visita ad Evola

Al fine Evola mostrò che il nostro chiacchierare l’aveva stancato – lo mostrò con gesto eloquente e significativo, infilando il braccio sotto la coperta e traducendo vistosamente con il linguaggio del corpo un chiaro: “mi avete rotto …”. Il linguaggio di uno Kshatriya, che ne “La Tradizione Ermetica” (Ed. Laterza, 1931, pp. 224) aveva riportato le parole del secondo Manifesto dei Rosacroce: “Se a qualcuno viene il desiderio di vederci solo per curiosità, egli non comunicherà mai con noi”. Noi non l’intendemmo. Eravamo rimasti oramai troppo presi dal suono della nostra stessa voce, prigionieri della vanità – virtù alla quale, lo confesso, sono in rigorosa fedeltà, anzi portandola a sempre più alte vette.

A ben altra umiliazione doveva, dunque, ricorrere: lo stesso braccio, la stessa mano andò sotto il letto e vi trasse alcune copie di Tex Willer e Nembo Kid che si mise, poi, a sfogliare con grande impegno, grande interesse. Pur tardi, come se le stesse nostre parole avessero prodotto una miscela ad ottenebrare fisiologiche e normali capacità d’intendimento, non potevamo continuare a fingere d’essere su vette d’orgoglio smisurato. Battemmo dunque, in ritirata ed accompagnati – messi – alla porta, dalla governante impenetrabile.

A due a due facemmo i gradini fino al portone e per strada, ci accendemmo una sigaretta liberatoria.

Ed imprecammo contro “Quel vecchio (termine irripetibile)” che non s’era reso conto di quanto andava perdendo nell’umiliarci – illuso – con trucchetti mezzo osceni e per ragazzini. Qui termina il mio, unico, incontro con Julius Evola. L’unico incontro, ma non di certo il senso di quell’incontro che fu – e proprio per questo ne preservo integro nella memoria – unico.

Dall’intervista rilasciata a “Pianeta”, gennaio/febbraio 1972: “Scherzosamente, ho detto che oltre agli “evoliani” (Lei forse sa che a Genova si è costituito, da un anno e mezzo, un Centro di Studi Evoliani e che un Centro analogo si è costituito anche in Francia), vi sono gli “evolomani”. Fenomeni del genere sono inevitabili”; da “Così parlò Zarathustra”: “E ora vi ordino di perdermi e di trovarvi; e solo quando mi avrete tutti rinnegato io tornerò fra voi. In verità, fratelli, con altri occhi cercherò allora i miei smarriti; con altro amore allora vi amerò” (Adelphi, 1973, pp.93).

Evola e Nietzsche, solitari e radicali, maestri esemplari. Allora è doveroso dire ancora qualcosa affinché il ricordo personale non si esaurisca nell’episodio dal sapore tragicomico – confesso che, in quanto episodio tale permane. Quindi, lungi da me l’agiografia che sarebbe offensiva verso lo stesso Evola.

Evola fu maestro esemplare proprio perché ci educò a travalicare il confine del suo dire, dei suoi scritti. Qui la straordinaria lezione si fa modello di vita (del vivere, non dell’imitare: riaffermo); qui la netta distinzione dal filosofare che presume, nell’universalità del concetto, di non coinvolgere il filosofo. Le critiche e le osservazioni ed i distinguo hanno legittimità soltanto là dove si impongono i parametri ed i paletti del pensare calcolante, rimangono fuori là dove si risolve la coscienza interiore ed assoluta. Oltre questa soglia bisogna arrestare la parola, non il cammino – sempre memori dell’ammonimento di Eraclito:Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima: così profondo è il suo logos”.

Un logos – va da sé – che non va frainteso con quanto imporranno e Socrate e Platone. Ed ecco perché posso tranquillamente sentirmi distante da Evola, dalle sue opere, dalle sue proposizioni – io, che vado disvelando nel tramontare la nientità del qui ed ora – ed ecco perché non posso – né certamente voglio – esentarmi dalla sua lezione. In ciò che permane sta la mia dignità; in ciò che permane la sua forza.



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