Esperienze oltre la soglia: la “legge degli enti”

Dedichiamo oggi uno spazio alla narrazione delle incredibili esperienze nel dominio sovrasensibile vissute in prima persona da Evola, da lui riportate in un noto articolo-resoconto firmato con lo pseudonimo di “Iagla”, uscito su uno dei fascicoli della rivista “Ur” nel 1928 nella sezione “Esperienze” (“La legge degli enti”) e ripubblicato nella raccolta dei materiali di “Ur” e “Krur” (“Introduzione alla Magia”), ma con troppa disinvoltura dimenticato ed accantonato.

Raffigurazione iconografica della XVI stazione  (magia e occultismo) della Scala della Prova dell’anima (Mytarstva) nella tradizione cristiano-ortodossa

E’ realmente sorprendente il racconto dei “viaggi nel post-mortem da vivo” che Evola ebbe modo di compiere in gioventù, provocando su sé stesso – attraverso mezzi su cui volle tacere –  un distacco corporeo che gli consentì di esplorare le regioni al confine tra mondo psichico e mondo pneumatico, in una terribile battaglia, in un drammatico viaggio lungo il limite estremo dell’abisso della dissoluzione, guidato alla “percezione” della luce assoluta dello Spirito e degli stati superiori dell’Essere da quella volontà sovrumana da ksathriya che gli permise di sopravvivere a tali esperienze ultra limina, appoggiandosi all’ “azione stessa al luogo della verità”. Evola intraprese “da vivo” una sorta di percorso “auto-iniziatico”, solo analogicamente assimilabile alle stazioni della purgazione dell’anima che ritroviamo, ad esempio, nel Purgatorio cristiano-cattolico, nella cd. “Scala della Prova” o “Travaglio dell’Anima” cristiano-ortodosso (Mytarstva), nelle prove dell’anima del Bardo Thadol tibetano, e così via, sperimentando e vivendo dapprima la neutralizzazione delle facoltà mentali-razionali ordinarie a favore dell’isolamento dell’anima superiore, e, quindi, la battaglia successiva, non contro le proiezioni dell’anima inferiore in forma di immagini, figure e démoni, ma contro manifestazioni intermedie in forma di numina, di presenze, di energie (“conobbi le «presenze», conobbi ciò che è senza avere corpo. Ma non in via di immagini astrali, invece intensivamente, come sensazioni di «campi di forza»”), come confermato anche dalla nota (1) della redazione di “Ur”. L’anima inferiore, piuttosto, rinvenne ad Evola nel mostrare la folle capacità di ricoprirsi di ogni potenziale verità, da un estremo all’altro, senza regola nè criterio, esposta com’era al Tutto senza esserne predisposta. Quindi, la conferma fattiva dell’operare della terribile Legge Causale degli Enti, oltre che dei canali psichici di comunicazione e delle linee naturali di minor resistenza, sconvolse Evola, portandolo – cosa soprendente per lui, per la sua impostazione – ad ammettere di aver compreso chiaramente “il perché dell’afflizione e delle miserie, apparentemente inesplicabili, di santi e di iniziati“, nonché “la dottrina della cosidetta espiazione vicaria” intorno a cui ruota l’essenza ultima del Cristianesimo quale religione della Salvezza dei tempi ultimi; dottrina in forza della quale “è possibile rimuovere in via sopranaturale mali e «peccati» di altri, però a condizione di prenderli sulla propria persona“, e che vede nel Sacrificio di Cristo, evidentemente, il massimo paradigma. Un Evola imprevedibile e sconvolgente, e, ripetiamolo, sottaciuto e dimenticato dai più, che ci lascia anche l’interrogativo sul perchè da queste esperienze egli stesso non abbia successivamente tratto elementi per, ad esempio, interpretare sotto una diversa luce taluni aspetti basilari della dottrina cristiana.

Evola spiegava chiaramente, in quest’articolo del 1928, di aver iniziato tali pratiche (che solo negli ultimi anni avevano generato i “fatti più significativi”, “recenti” rispetto all’articolo in oggetto) “in piena guerra, in alta montagna, a 500 m. dal nemico“, dove “l’ambiente psichicamente saturo di guerra e di altezza propiziò l’avventura, e forse le dette una direzione, che altrimenti non sarebbe riuscita“, e quindi circa dieci anni prima di questo resoconto. La conferma la abbiamo, d’altronde, in un altro celebre passo evoliano – del pari poi trascurato ed accantonato – sempre pubblicato su “Ur” nel 1928, Fascicolo V (sezione “esperienze”), e sempre a firma “Iagla”, in cui Evola ricordò l’incredibile esperienza vissuta durante una delle pratiche di “distacco lucente” dal corpo sperimentata appunto in guerra, nelle trincee sul monte Cimone, vicino Asiago. In una notte non meglio precisata tra il 1917 e 1918, mentre stava sperimentando uno dei primi “viaggi fuori dal corpo”, il giovane Evola fu sorpreso da un attacco nemico che lo fece improvvisamente “tornare” nel corpo ed all’azione, senza però aver del tutto abbandonato lo “stato lucente” in cui si trovava la sua componente extracorporea: ciò provocò un effetto particolare, sovraccaricando i sensi corporei di una qualità sovrumane. Così Evola descrisse l’esperienza:

Un ricordo che non mi si cancellerà mai, quello di una notte di guerra. Ero molto lontano, nel distacco lucente. L’allarme, ad un tratto. Mi riafferro. Sono in piedi. Sono sulla linea delle batterie. Che cosa allora si scatenò dal profondo, che cosa mi resse, che cosa mi portò miracolosamente in ore d’inferno, che cosa agì nella lucidità soprannaturale di ogni gesto, di ogni pensiero, di ogni ordine, dei sensi che afferravano ogni percezione prima della percezione (e «caso» sia pur stato il restare illeso rimanendo in piedi – sentivo che potevo restarvi – con granate che mi scoppiavano vicino) – non lo saprei mai dire. Ma che cosa potevano essere gli déi omerici immortali discesi in seno alle sorti epiche degli uomini, allora certamente lo adombrai; e seppi ciò che non sanno, gli uomini, nel loro povero parlar sugli idoli”.

Queste esperienze, inevitabilmente, si riverberarono sul modo stesso di Evola di rapportarsi alla vita ordinaria ed alle persone con cui entrava in contatto. Tutti coloro che ebbero modo di incontrarlo, di frequentarlo, di parlarci, confermarono l’influsso potente che la sua presenza ed il suo sguardo penetrante esercitavano sui suoi interlocutori. Si pensi alle testimonianze, fra le tante, di Francesco Waldner (“vicino a lui, provavo una sensazione irrazionale, una speDcie di terrore, sentivo in lui il mago operante, e un uomo che aveva davanti a sé una strada dura da percorrere, piena ancora di esperienze molto dolorose“), Emilio Servadio (“Lo sguardo di Evola pare giungere di chissà dove, ed i suoi grandi occhi si direbbe che cerchino perennemente di capire, nel senso classico di ‘prendere dentro di sé’. Sento nel modo più netto la presenza di un’energia indomabile, contenuta, ma pronta a scattare fulmineamente…“), o Mario Michele Merlino (“Non ti guardava, ti avvolgeva. Era come se penetrassi, tu, all’interno di un magico cerchio raccolto dove i suoi occhi erano, al tempo stesso, centro e fine“).

***

di Julius Evola (alias “Iagla”)

Tratto da “Ur, Rivista di indirizzi per una scienza dell’Io”, anno II (1928) (poi su “Introduzione alla Magia”, vol. I)

Non espongo queste mie esperienze per il gusto del «sensazionale» e del «meraviglioso» di qualche lettore. Miro soltanto ad indicare un problema, che credo assai importante. Quale è sorto da fatti; e a far riflettere coloro che volessero avventurarsi nei dominii della magia sui pericoli reali e sulle gravi responsabilità che ne derivano. «Ur» ha fatto rilevare questo secondo punto nell’ultimo fascicolo. Io trovo che bisognerebbe insistervi di più; sopratutto nel caso di «Ur», che non esita ad esporre al pubblico con un minimo di veli ciò che era stato sempre riservato a cerchie ristrette di eletti.

Nel mio caso personale non ritengo opportuno parlare della via che mi ha condotto alle esperienze. Il carattere assai individuale e poco metodico di essa: il concorso di stati d’animo speciali (iniziai le «pratiche» in piena guerra, in alta montagna, a 500 m. dal nemico); il ricorso prevalente a ciò che qualcuno, in queste pagine, ha chiamato acque corrosive, ossia a mezzi che nella grandissima maggioranza dei casi conducono soltanto a deviazione o degradazione: per tutto ciò chi legge «Ur» per trovarvi orientamento e guida non potrebbe trarre dal mio discorso in proposito nulla di utile.

Aggiungo che ancora oggi non so perché mi sia dato a queste pratiche. Di occultismo, non sapevo nulla. Non solo, ma i mezzi a cui ricorrevo destavano una insofferenza e una ripulsa nel mio organismo. Fu la volontà che agì. E con la sola volontà, non con la «conoscenza», ma con la violenza, con la temerità congiunta ad una certa forma di disperazione, mi aprii il passo. Partivo da uno stato di disgusto completo. Non mi attraeva più nulla nella vita. Uno squallore. eppure tutto l’anelito di un adolescente. Volli portarmi gradatamente a morire. Se vi fu, al principio, un movente di «desiderio», fu appunto un senso di voluttà per la dissoluzione.

Lascio da parte tutto questo. So che molti hanno attraversato degli stati d’animo analoghi. Gli hindù, p. e., parlano del vairâgya. Andai adunque incontro alla morte. L’ambiente psichicamente saturo di guerra e di altezza propiziò l’avventura, e forse le dette una direzione, che altrimenti non sarebbe riuscita. Passai oltre. Con la conscienza di oggi posso dire che il senso della via percorsa da quel tempo fino ad ora è quello stesso che si trova dato in «Ur». Corrodendo il legame della mia conscienza col mio corpo, mi trovai «fuori dalle acque». Di contro alle forze sopra-sensibili, tenni fermo. Poi mi riaffermai, agii.

***

Ed ora espongo alcuni stadii dell’esperienza. per giungere al problema accennato.

«Qualcosa» sta in agguato ad ogni avanzata dell’uomo che si libera; pronta a scalzarlo. Dapprima sul piano mentale, cosi: con le prime fasi del distacco si ha un arresto del processo di cerebrazione. La mente è immobilizzata, come in uno stordimento. Subentra uno stato speciale, che vorrei chiamare stato di chiarezza ed evidenza. Esso non conosce più ragionamenti, concetti, dubbi. Non vi sono dei «problemi», ma dei bisogni profondi, vissuti, di conoscenza, ai quali segue il balenio di una evidenza diretta, una idea con carattere di rivelazione, di certezza assoluta, perentoria, percuotente. Sotto queste illuminazioni, l’anima restava interamente passiva. Pervenni a muoverla. Allora avvenne un crollo. Sperimentai l’illusione assoluta dell’evidenza di prima: vidi che tutto poteva rivestirla, anche verità opposte, e a ciò bastava che l’anima, in quello stato, se le proponesse. Fu un momento di spavento – ed io passai sull’orlo dell’abisso della follia.

La «relatività della verità» è un luogo comune filosofico; e non certo a me, studioso di filosofia, poteva fare impressione. Ma fra questa, che è una semplice opinione intellettuale, e quell’esperienza, non si può fare nessun confronto. È il sentimento di una mancanza assoluta della terraferma, è il sentimento del precipizio, di un gelido, mortale isolamento. Sentii il mio “io” sul punto di sfasciarsi e di dissolversi nel caos cieco dell’incoerenza. Mi salvò una specie di violenza sacrilega, l’ardire di una affermazione assoluta che riaprì il circolo. Ritrovai un appoggio: ma esso fu nell’azione stessa al luogo della «verità» (1). Ed ecco che in fasi più spinte del distacco il pericolo ritornò, sotto un’altra forma. Fu una specie di orgasmo fisico, parossistico, crescente sino ad un punto limite. Là sentii che una scarica doveva avvenire: la crisi epilettica, o qualcosa di simile, fors’anche di più terribile, attendeva, pronta. Passai di nuovo sopra un filo di rasoio. La forza che avevo destato prese un’altra direzione. Lentamente, si verificò qualcosa di simile ad una «trasfigurazione»: una estasi, una dilatazione gaudiosa della conscienza. Quel senso di liberazione, di respiro, di splendore, a nulla saprei paragonarlo. Per il confronto con la mia conscienza precedente ed abituale, trovo una sola immagine : la veglia più lucida e più cristallina contrapposti allo stato del sonno più profondo, più ipnotico, più torbido, più léteo. Ciò che mi sentivo prima, mi apparve la cosa più assurda, più sciocca, più inverosimile che si possa escogitare.

Naturalmente, conosciuto che ebbi questo stato, nel ripetere le esperienze seppi la via per sciogliere l’incontro con detti punti critici. Ciononpertanto rilevo che psicologicamente l’andamento del fenomeno è uguale nel «rimbalzo degli effetti» di cui dirò più oltre; e per questo mi ci sono soffermato. Conobbi le «presenze», conobbi ciò che è senza avere corpo. Ma non in via di immagini astrali, invece intensivamente, come sensazioni di «campi di forza» – per usare questo termine tecnico, molto espressivo, dei fisici. Il mio atteggiamento costante di volontà mi portò a rapporti immedesimativi, a sprofondamenti che non lasciano tempo alla visione.

Conobbi, in ogni modo, che fulmini, tuoni e tempeste non vi sono soltanto nel mondo fisico. Divenni prudente. Seppi rinunciare a molto a fine di affermare un rapporto di resistenza e di supremazia là dove mi restringevo. E a questo punto intervennero i fatti, che voglio considerare in modo particolare.

Mi risulta che nel mondo degli «enti» esiste una legge di necessità, paragonabile a quella fisica dell’azione della reazione. Quando si crea una resistenza di contro al vortice di un ente, si crea la causa di un effetto; tanto più, quando si opera un’azione magica. L’effetto è una reazione, cioè una forza dell’ente, che si volge contro chi resiste od agisce. Se l’operatore sa resistere, la forza si scarica altrove, MA IN OGNI CASO SI SCARICA. Le «linee di minor resistenza» allora sono costituite dalle persone strette da un legame di simpatia, od anche di sangue, con chi agisce. Questo, lo so dall’esperienza; e questa conoscenza mi aprì gli occhi sopra un mondo di nuovi significati.

Seppi che è possibile creare dei fatti: pagare con un’altra moneta. Pagare. p. c.. con valori della vita fisica e materiale il grado e il potere conquistato nel sopra-sensibile. Quanto chiaramente lessi il perché dell’afflizione e delle miserie, apparentemente inesplicabili, di santi e di iniziati! Così pure la dottrina della cosidetta «espiazione vicaria» mi risultò tutta evidente: è possibile rimuovere in via sopranaturale mali e «peccati» di altri, però a condizione di prenderli sulla propria persona.

lo però non accettai nessun patto, non scesi a nessuna concessione. Non per paura, non per egoismo, ma per disprezzo dei compromessi e per volontà di signoria assoluta. Riuscii quasi completamente a parare i colpi che volgevano successivamente alla mente (stati di astenia, di sfiducia, di esaltazione, ecc.), poi al mio organismo, poi alla stesso ordine delle cose pratiche in cui mi trovavo. Ed allora accadde che le reazioni cercarono un’altra via, si scaricarono su altri esseri. La seppi con certezza assoluta, pel tramite di visione del fatto che poi doveva accadere, anche a distanza di città; e questa visione balenava dopo le operazioni, ed era accompagnata da un senso di soluzione, analoga alla soluzione delle crisi parossistiche di cui ho detto prima, analoga all’evidenza di un accordo che chiude armonicamente una frase musicale.

Il sacrificio di Isacco (Caravaggio)

Ho detto quali sono le linee naturali di minor resistenza. Aggiungo però che esse sono paralizzate non appena si domini ogni attaccamento e ci si chiuda a ogni risuonanza affettiva. Sono certo infatti che la cosa non accade per ragioni di vendetta o di rappresaglia, ma per una legge naturale ed impersonale del mondo sottile. Ogni legame affettivo è come un tubo psichico di comunicazione fra due persone, e come soluzione prima e più immediata le reazioni respinte dall’una passano, attraverso di esso, sull’altra. Ma la disciplina di «purificazione» su cui si insiste tanto in magia, la realizzazione dell’impassibilità, della neutralità, del distacco, distrugge la comunicazione. Vi è una legge, allora, che conduce le reazioni su altri esseri predestinati e che possiamo anche non conoscere? Lo ignoro, ma lo credo. Quel che è certo da quanto mi risulta finora, è che la reazione, in ogni modo, deve avvenire.

Non nascondo che da questi fatti – i più significativi sono recenti – sono stato assai scosso. Intendiamoci: a scrupoli moralistici, a superstizioni di «bene» e di «male», a manie di pietà e di compassione posso, in me e fuori, imporre il silenzio. Ma se il problema si presentasse altrimenti: se fosse vero che ciò a cui ho accennato accade per una debolezza in me di cui non so, per il fatto che non so chiedere al mio «io» una forza ulteriore; in questo caso, per un punto di nobiltà, di dignità interiore, sentirei una responsabilità inflessibile.

È possibile affermarsi nel sopra-sensibile. È possibile, da là, agire in qualsiasi senso, nel «male» come nel «bene»; è possibile, per sufficiente forza e sufficiente rinuncia, sottrarsi agli effetti, mantenersi in piedi fra colpi che non intaccano, al di sopra di ogni legge – ma gli effetti è possibile anche annullarli, sospenderli nel vuoto? È possibile, in altre parole, spezzare la legge di azione e di reazione degli enti? (2). Questo, oggi come oggi, non lo so; e stimerei come grande ventura personale incontrare chi, più innanzi di me, sapesse e volesse dirmelo.

Gustav Meyrink (1868–1932)

A questo proposito, mi fece molta impressione ciò che Meyrink fa dire ad un personaggio nel suo «Golem» (trad. E. Rocca. Foligno, 1926, v. II, pag. 403, 405): «Lei mi domanda come mai, lontano come sono dalla vita, io abbia potuto diventare da un momento all’altro un assassino. L’uomo è come un tubo di vetro in cui scorrono delle palle variopinte. Nella vita di quasi tutti la palla è una sola. Se è rossa, si dice che l’uomo è «cattivo».Se è gialla si dice che è «buono», se due palle – una rossa e una gialla – si susseguono, abbiamo un carattere «instabile». Noi «morsi dalla serpe» viviamo nella nostra vita quel che di solito accade a tutta la razza di un evo intero: le palle variopinte attraversano il tubo di vetro in corsa folle, una dietro l’altra, e, finite che siano – noi siamo divenuti profeti – imagini della divinità!». E soggiunge: «Quando agii, non avevo scelta possibile. E se avessi resistito, avrei creato una causa. Quando commisi il delitto, non creai cause. Si attuò invece liberamente l’effetto di una causa su cui non avevo alcun potere. Lo Spirito, che formò in me l’assassinio, ha eseguito su di me una condanna a morte; gli uomini, consegnandomi al boia, fanno sì che il mio destino si disgiunga dal loro: – io acquisto la «mia liberazione».

Meyrink aggiunge che questa è la «via della morte» di coloro che «hanno accettati i grani rossi, simbolo dei poteri magici»; parla anche della possibilità di non accettarli ed infine di una terza possibilità, di farli cadere in terra: cioè di rimandarli nel corso delle generazioni come poteri assopiti, finché germoglino. Riflettendo, ciò non ci dice nulla. Il problema resta per chi non accetti la «via della morte», non accetti nemmeno la cessazione mistica dell’affermazione e la semplice identificazione e risoluzione; e tenga fermo, invece, alla promessa della magia, che è il dominio e il potere senza condizioni. In questo caso bisognerebbe sapere dunque se la legge di reazione è una fatalità irremovibile, cosicché dal liberarsi, dall’ascendere e dall’integrarsi degli uni sulla via magica consegue il sacrificio di altri (3): ovvero se questa stessa legge può essere infranta.

Il problema che volevo proporre è questo. Mi sembra uno dei massimi problemi, negli studi che ci interessano. E sarebbe assai desiderabile che qualche lettore o collaboratore di «Ur» lo approfondisse sulla base dei più vasti orizzonti a cui possa essersi spinto.

Note

(1) Quando, a differenza del nostro collaboratore, la realizzazione avviene in una forma imaginativa e visuale anziché emotivo-intellettuale, le fasi descritte corrispondono a quelle «figure» meravigliose, che poi si dimostrano spettri ed illusioni. Ciò, come abbiamo già notato, avviene in una stato di parziale liberazione del corpo sottile e mentale – come nel sogno. Non superato, questo «stato di evidenza» si ripercuote nella vita normale in una inclinazione alla superstizione, alla credulità e al fanatismo (N.d.U.)

2) La legge di cui parla «Iagla» è il Karma degli Orientali. La loro veduta è che al Karma ci si può sottrarre, e ciò col distacco, cessando di creare cause con l’azione – o con l’azione pura (nishkâma-kanna) indicata nella Bhagavad gitâ, della quale del resto anche «Ea» ha detto in questo stesso fascicolo. Mentre nel buddhismo sembra che gli effetti del paticca-samupâda (catena causale) debbano venire scontati dal singolo individuo in questa o un’altra esistenza prima che la liberazione possa essere conseguita, il Sâmkhya e i Tantra concepiscono colui che può fare tutto ciò che vuole (svecchâcâri) senza subire egli stesso conseguenze di sorta; ma il problema di vedere se queste conseguenze ricadano su altri e, allora, se è possibile sospenderle assolutamente, per quanto sappiamo non se lo pongono. Il Cristianesimo sembra aderire al punto di vista fatalistico. Infatti non si capisce che ragione avrebbe avuto Dio di sacrificare suo figlio (dando occasione agli uomini, fra l’altro, di compiere una nuova e terribile colpa) per riscattare gli uomini stessi dal peccato, anziché semplicemente perdonare ed annullare questo peccato stesso con atto di potenza – non si capisce ciò che presupponendo la legge di remissione più forte di Dio stesso. Ma pur lasciando impregiudicato il grave problema, sta di fatto che vi sono risorse attenuative. Si ricordi, p.e., l’episodio evangelico degli ossessi e dei porci. E i vari sacrifici nelle opere di magia hanno pure una precisa ragion d’essere (N.d.U.)

(3) Ricordo, a questo proposito, un frase di Svâmi Vivekânanda: «La donna di strada ed il ladro della prigione sono Cristo che è stato sacrificato affinché voi possiate essere persone dabbene. Tale è la legge dell’equilibrio. Tutti i ladri e gli assassini, tutti gli ingiusti e gli esseri più deboli, i più cattivi, i più malvagi, sono tutti miei Cristi. Io professo un culto per i Cristi-dei e i Cristi-demoni».



Julius Evola

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