Evola commenta l’Iniziazione secondo Guénon

Presentiamo oggi il terzo e penultimo scritto da noi selezionato in cui Evola, dopo la svolta degli Anni Trenta, scrive su Guénon. Si trattò, nel caso specifico, della prefazione alla raccolta di scritti del maestro di Blois in materia di iniziazione, pubblicati originariamente sulla Rivista Études Traditionnelles, raccolti nel 1946 con l’intitolazione “Aperçus sur l’initiation” per le Éditions traditionnelles di Parigi, e tradotto in Italia per l’editore Lumi, nello stesso anno, come Considerazioni sull’iniziazione. L’opera (che contiene anche una prefazione di Arturo Reghini, oltre ad una premessa dell’autore), di fatto, sarebbe stata completata con la prima opera postuma di Guénon, Iniziazione e realizzazione spirituale”, uscita nel 1952, di cui lo stesso Guénon aveva parlato quale “seguito” ideale del precedente lavoro, in due lettere dell’agosto e del settembre 1950 a Jean Reyor (alias di Marcel Clavelle), futuro curatore di quest’opera e di quella sull’esoterismo cristiano, seconda raccolta pubblicata postuma (1954).

Evola, in questa prefazione, si soffermava di nuovo sull’importanza dell’opera complessiva di Guénon, sul concetto di metafisica e quindi di iniziazione. Da notare, probabilmente per la prima volta  dopo lo scontro degli anni Venti, una riflessione sulla possibilità di concepire il dato metafisico in un’ottica diversa da quella guénoniana. Il discorso si riallaccia, in sostanza, alle diverse forme di manifestazione della Tradizione che poi vengono sussunte nell’Unità metafisica superiore, di cui appunto costituiscono meri angoli visuali (verrebbe da pensare ai darshana, con riferimento ai vari “filoni” della Tradizione induista). In poche parole, Evola chiariva quello che sarebbe rimasto probabilmente il principale punto di divergenza tra lui e Guénon, vale a dire il ruolo dell’Azione e della Contemplazione quali vie realizzative iniziatiche. Per Evola, notoriamente, si trattava di due vie “di uguale dignità”, di cui la prima è propria della Tradizione occidentale, una tradizione essenzialmente guerriera, fondata sulla “sapienza eroica degli kshatriya”, su un concetto “metafisico” della guerra; per Guénon, altrettanto notoriamente, la realizzazione metafisica si identificava invece unicamente con la via contemplativa, concepita come nettamente superiore all’azione, in ogni sua forma di estrinsecazione: la via dei brahmana (*).

Questa visione, nettamente “orientale”, appariva ad Evola comunque limitante ed imprecisa, e non in grado di fornire all’Occidente i corretti strumenti per una rinascita, che per Evola poteva fondarsi su una riattivazione in chiave superiore della vena eroico-guerriera, caratteristica appunto della Tradizione Occidentale. Tant’è che il barone non esitava a scrivere in questa prefazione:Si può dunque dire che l’opera del Guénon è positiva nella sua parte negativa e negativa nella sua parte positiva”. Una sottile critica, stavolta certamente dai toni pacatissimi, rispettosa e non arrogante, ma che potrebbe in qualche modo riecheggiare qualche contenuto della polemica degli Anni Venti, con gli adeguati adattamenti dovuti alla maggiore preparazione di Evola in materia: in effetti, anche ne “Il cammino del cinabro” Evola continuerà a parlare del “tradizionalismo” secondo la “corrente” facente capo a Guénon come di una formulazione “intellettualistica” e “orientaleggiante”, con tanto di riferimento alla definizione di “Cartesio dell’esoterismo” che fu affibiata a Guénon dallo storico Antoine Faivre. E, quindi, tornano alla mente certe invettive del giovane Evola contro la “metafisica della conoscenza” di Guénon, statica, immobilistica, meramente “oggettiva”, contrapposta ad un “dinamismo”, ad una sorta di “metafisica del divenire”, che non era più ovviamente quella dai toni dialettico-idealistici propria dell’Individuo Assoluto e della Volontà di Potenza, ma che ora veniva caratterizzata e definita dall’Azione eroico-guerriera; potremmo chiamarla la “metafisica degli kshatriya”.

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(*) Del fatto che per Guénon, in ragione della sua impostazione “brahminica”, l’azione in sé non potesse avere più di tanto riflessi spirituali rilevanti e, comunque non potesse costituire una Via iniziatica compiuta, possiamo trovare conferma, tra l’altro, in queste sue parole tratte da “Introduzione generale dallo studio delle dottrine indù” (cap. XIV): «È d’altronde evidente che l’azione non può avere conseguenze che nell’ambito dell’azione stessa, e che la sua efficacia si arresta esattamente dove cessa il suo influsso; l’azione dunque non può avere l’effetto di liberare dall’azione e di far ottenere la ‘liberazione’; di conseguenza un’azione, di qualunque genere essa sia, potrà tutt’al più portare a realizzazioni parziali, le quali corrispondono a taluni stati superiori, e sono però ancora determinate e condizionate. Shankaracharya dichiara espressamente che “non v’è altro mezzo per ottenere la ‘liberazione’ completa e finale se non la conoscenza; l’azione, la quale non si oppone all’ignoranza, non può eliminarla, mentre la conoscenza la dissipa come la luce dissipa le tenebre“».

Molto significativa, sempre riguardo questo tema, l’incapacità di Guénon di comprendere la cosiddetta “metafisica della montagna”: in una lettera a Guido De Giorgio del 29 settembre 1929, con riferimento ad un articolo di Domenico Rudatis apparso in Krur, scriveva: “ho visto in effetti quelle storie di ascensioni in montagna e mi sono chiesto che cosa c’entrassero lì dentro” (cfr. Renato del Ponte, “Evola e il magico “Gruppo di Ur”, SeaR Edizioni, Borzano, 1994, p. 170, e G. De Turris, nota 3 all’articolo di Evola “Il Gross-Glockner per la Via Pallavicini”, in Meditazioni delle Vette).

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Per la serietà e la sicurezza delle vedute, per una preparazione veramente particolare in fatto di tradizioni religiose, miti e simbolismi e specialmente di dottrine orientali, per una costante cura nell’affrontare tutti i dettagli pur mantenendo sempre un punto di vista di sintesi, l’opera del Guénon non è da paragonarsi a quella di altri che hanno trattato problemi consimili.La posizione del Guénon è una posizione di blocco. Si tratta di accettare o meno un dato sistema di riferimento: ma aderendovi è difficile non seguirlo nelle deduzioni che ne trae.


Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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