Evola contro Guénon? La replica finale di Evola

Concludiamo il botta e risposta tra Evola e Guénon a cavallo tra il 1925 ed il 1926, apparso sulle colonne del quindicinale “L’idealismo realistico”. Dopo la risposta di Guénon all’irriverente recensione di Evola dell’opera “L’uomo ed il suo divenire secondo il Vedanta”, che riprendeva e sviluppava critiche già sollevate contro “L’Oriente e l’Occidente”, il barone replica a Guénon (che, a sua volta, non risponderà) con toni se possibile ancor più pesanti ed espliciti di quelli usati in occasione della recensione, con una breve nota che fu pubblicata in calce alla “precisazione necessaria” del metafisico di Blois. Certamente erano ben conosciuti, di quest’ultimo, il carattere particolare ed una certa permalosità  (non inferiore a quella dello stesso Evola), i toni spesso polemici e finanche derisori nei confronti di “avversari” o critici. Ma di certo Evola, sentitosi toccato nel vivo, reagì da par suo, non risparmiando a Guénon frecciate talvolta veramente sorprendenti.

Fra le righe della replica evoliana emergono con chiarezza ulteriori elementi a conferma di quanto osservato nelle precedenti puntate di questa polemica, e cioè della presenza nell’Evola di quegli anni di una concezione della metafisica e della dimensione sovra-razionale ancora profondamente influenzata dall’immanentismo idealistico e dal concetto di Potenza più o meno consapevolmente mutuato da Nietzsche, Novalis, Schopenhauer, ed in qualche modo da lui “riversato” in taluni sistemi sapienziali orientali, quale ad esempio quello dei Tantra. Una metafisica “del divenire”, come abbiamo osservato, del potenziamento e della dominazione, dell’autorealizzazione dell’Io, che non implicasse dissolvimenti dell’individualità nell’Unità superiore (ove viene riassorbita ogni dualità, tra cui ovviamente quella tra conoscente e conosciuto, soggetto e oggetto): una prospettiva ancora non accettabile completamente dall’Evola di quel periodo (che puntava al superamento, al dominio sull’oggetto conosciuto) e che forse, in fondo, resterà tale, seppure in modo diverso, anche negli anni della maturità.

Basti pensare a ciò che voleva far intendere Evola quando scriveva che può pervenire alla realizzazione metafisica solo colui “che ha la forza di prendere in blocco tut­to ciò che è, sente e pensa, metterlo da parte, ed andare innanzi”, o quando, soprattutto, a proposito della realizzazione intellettuale, ne critica la concezione di Guénon (ammesso che sia lecito parlare di “concezione” dell’uno o dell’altro in materia di dottrina metafisica; per semplicità occorre comunque esprimersi in questi termini), quando quest’ultimo “ci parla di una volontà che non ha scopo in sé, sibbene in una conoscenza. E qui «conoscenza» significhi pure «identifi­cazione con l’oggetto conosciuto» – noi, di là da ciò, affermiamo un va­lore superiore: il dominio sull’oggetto conosciuto”. Frase di cristallina chiarezza: dominio, potenza, approdo dell’Individuo Assoluto che porta a compimento il sorpassamento dialettico idealistico, e rifiuto della conoscenza superiore come dissolvimento dell’individualità, che svela la propria natura illusoria dinnanzi alla suprema identificazione di conoscente e conosciuto. Anche l’affermazione secondo cui “il valore della tradizionalità” va giudicata “dall’immanente verità della dottrina” è piuttosto indicativa.

Insomma, tra Evola e Guénon, a metà degli anni Venti, i rapporti non si presentavano particolarmente buoni: frizioni e scintille non sembravano far presagire nulla di buono tra i due negli anni a venire. E, invece, vedremo che non sarebbe andata esattamente così …

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Nell’immagine in evidenza, da notare, in particolare, che l’illustrazione raffigurante Guénon, sulla sinistra, fu realizzata dal giornalista, pittore e disegnatore francese Jean Texcier (1888-1957), e pubblicata sulla rivista «Nouvelles littéraires” il 26 luglio del 1924.

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di Julius Evola

tratto da “L’idealismo realistico”, anno III, fasc. 9-10, 1-15 maggio 1926.

Al Guénon facciamo, a nostra volta, rilevare quanto segue:

1) Che prima di usare una parola, siamo abituati a definirla. Ora co­me razionalistico abbiamo definito ogni atteggiamento che «crede a leg­gi esistenti in e da sé stesse, in principi che sono quelli che sono, incon­vertibilmente; che intende il mondo come qualcosa in cui tutto ciò che è contingenza, tensione, oscurità, arbitrio, indeterminabilità non ha alcun posto». Ci dica il G. se pensa il contrario e se, pensandolo, si resti nell’ambito del Vedânta – altrimenti la sua protesta resta puro suono.

“La danza di Albione” di William Blake (1794 c.), utilizzato per la copertina dei “Saggi sull’idealismo Magico” di Evola per le Edizioni Mediterranee

E che la «realizzazione meta-fisica» sia essenzialmente soprarazio­nale (nel senso tutto empirico di «ragione» usato dal Guénon), non ci sembra poter essere più recisamente affermato di chi, come noi, ha scrit­to pervenirvi soltanto «colui il quale ha la forza di prendere in blocco tut­to ciò che è, sente e pensa, metterlo da parte, ed andare innanzi».

2) Se il G. intende la «realizzazione intellettuale» (con cui mutua quella meta-fisica) come qualcosa di «essenzialmente attivo», riflettente, in un certo senso, il modo della volontà, noi di certo ritiriamo la riserva fatta in proposito (consigliandogli pertanto il termine «attualità pura»); per riaf­fermarla, però, quando ci parla di una volontà che non ha scopo in sé, sibbene in una conoscenza. E qui «conoscenza» significhi pure «identifi­cazione con l’oggetto conosciuto» – noi, di là da ciò, affermiamo un va­lore superiore: il dominio sull’oggetto conosciuto. E se al G. piace di cre­dere che il nostro «volontarismo» non ha «nulla di iniziatico e di meta-fi­sico» (quasi che la potenza, di cui parliamo, fosse la volontà muscolare degli uomini!!), lo creda pure, noi non gli possiamo fare nulla che – lo dice esattamente lui stesso – non vi è modo di far capire a chi non vuole capire; e come lui minaccia, «chiudere le porte della conoscenza», noi chiudiamo le porte di qualcosa che stimiamo per assai più che non la sua conoscenza e qualsiasi altra.

3) Non è il caso, su queste colonne, venire ad una rettifica circa le varie scuole orientali e la loro «ortodossia» o meno; p. e. di accennare che il giudizio di eterodossia del G. l’abbiamo riferito non al mahâyâna e al taoismo in sé, sibbene a correnti magiche e alchemiche di queste scuole che se il G. (come sembra) non conosce, potremo quando vuole fargliele conoscere noi, conducendolo per mano. Rileviamo soltanto che il G. non ha risposto alla nostra quistione fondamentale, se una dottrina la si accet­terà per vera per il semplice fatto che è tradizionale, ovvero se lasceremo giudicare il valore della tradizionalità dall’immanente verità della dottrina; che il G. resta invece fermo ad un puro autoritarismo che fa credito a sé stesso e per salvare l’unità delle tradizioni iniziatiche ci fa un circolo vi­zioso: definisce a priori come non iniziatiche, profane, filosofiche, ecc. tutte quelle direzioni che non coincidono con il suo gusto o preconcetto.

Quanto poi alla nostra pretesa incomprensione in fatto di sapienza indiana, e, in ispecie, tantrica, abbiamo sufficienti assicurazioni da parte di persone che con essa hanno avuto diretti ed interiori rapporti, perché le insinuazioni che in proposito, con molta spensieratezza e senza l’ombra di una prova, avanza il G., ci lascino, anche rispetto agli altri, perfettamente calmi.

4) Quanto a ciò che riguarda il rapporto o miscuglio fra filosofia ed esoterismo, si dovrebbe pregare il G. (e, con lui, chi ci legge) a rivedere ciò che, prevenendolo, abbiamo scritto in proposito nel saggio in quistio­ne. Ma, anche qui, nessun peggior sordo di chi non vuol sentire. Abbiamo p. e. detto che il «carattere trascendente della realizzazione metafisica non deve divenire rifugio per uno sfrenato, dogmatico quanto arbitrario, divagare soggettivo»; abbiamo parlato di «alcuni begli spiriti dilettanti in occultismo (attenti a chi tocca!)» i quali «non stanno zitti nel puro ineffa­bile, ma parlano; tuttavia quando si chiede loro che determinino bene il senso delle loro espressioni e rendano conto delle difficoltà che suscitano si traggono indietro vaporizzandosi di nuovo nel riferimento ad un puro intuire interiore, il quale resta così un fatto bruto che non rende conto di sé, che si impone così poco quanto il gusto di uno a cui piace il formag­gio di contro a quello di un altro, che preferisce le fragole»; abbiamo quindi posto il dilemma: «o si resta chiusi nell’ambito iniziatico, ovvero si parla. Ma se si parla, si è tenuti a parlare correttamente, ossia: a rispet­tare le esigenze logiche, a far vedere che l’oggetto della realizzazione me­tafisica sia pure per accidente dà reale soddisfazione a tutte quelle esi­genze e quei problemi, che nell’ambito puramente umano e discorsivo sono destinati a rimanere puramente tali».

Ora il G. non solo parla, ma scrive, ma si rivolge a tutto un pubblico, a tutta una cultura di cui fa la critica. Egli dunque non può trarsi indietro, non può cambiare giuoco, sottrarsi a quelle che sono le condizioni di un tale ambito. Ciò, con piena astrazione di quel che noi possiamo rappresentare in un ambito che non si riduce precisamente a questo, e per cui non sentiamo affatto il bisogno di chiedere un qualunque riconoscimento al Guénon. Ora noi dichiaria­mo che alle fondamentali difficoltà da noi oggettivamente rilevate nel Vedânta e alla sua esegesi da parte del G. – la pseudo-soluzione delle an­tinomie con i punti di vista, l’assurdo della pura attualità trascendente, della teoria della «realtà minore» e dell’«essere condizionato», il nihili­smo di ogni valore, di ogni senso nella manifestazione e nel divenire – il G. stesso non ha risposto nemmeno una parola, ma ha creduto conclude­re qualcosa con pseudo-rettifiche esteriori e quasi grammaticali, in nulla ledenti il nocciolo dell’argomentazione; oltre poi a prendere per «manife­ste incomprensioni» di elementi della dottrina ciò che ne è semplicemen­te l’approfondimento critico che, di certo, non può rispettare la forma in­genua e provvisoria in cui sono dati (e ciò sia detto per la distinzione fra «me» e «sé», per l’illusione come «realtà minore», per il sussistere di es­seri non identificati nel prolarga e via dicendo).

Potremmo, del resto, prendere atto della dichiarazione che egli fa do­po che gli abbiamo esplicitamente detto che per noi filosofico significa qualcosa «che si presenti in modo intelligibile e giustificato». Dunque si tratta di un’opera inintelligibile e ingiustificata – per esplicita dichiarazio­ne del suo autore. Il che ci lascia assai perplessi in quanto da una parte l’autore dichiara che «dopo tutto, le proprie intenzioni le conosce meglio di qualunque altro», dall’altra noi di certo non ci sentiremmo (forse per­ché, a credere al G., non abbiamo letto attentamente il volume) di pro­nunciare proprio un tale apprezzamento su quel che scrive il G., per il quale nutriamo assai più stima di quel che, forse, egli non supponga e non creda ricambiarci.

Conveniamo di certo sulla scarsa utilità di polemiche su certe qui­stioni, specie quando esse, più che a rimuoverne, valgono ad aggiungere alle eventuali incomprensioni dell’una parte almeno altrettante dell’altra. Noi, naturalmente, abbiamo varie cose da sapere ancora – ma allo stesso modo che altre ne abbiamo da insegnarne. Onde, quando credessimo che certi argomenti valessero uno jota, a chi ci rinfaccia la nostra età (senza saperne nulla di preciso, pertanto), potremmo rispondere che deve invi­diarci pel fatto di avere noi, per imparare, un tempo che la canuta età di altri, che almeno altrettanto ne ha bisogno, non ha. E, quanto ad attitudi­ne, spetta forse più a cambiarne a chi sente il bisogno di parlare ex tripo­de, dall’alto di un autoritarismo intollerante e dogmatico – in verità più da pastore protestante che da quel serio studioso di cose iniziatiche che, con le dovute riserve, continuiamo a riconoscere nel G..


Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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