Evola contro Guénon? La risposta del Maestro

Torniamo allo “scontro” che vide protagonisti Julius Evola e René Guénon tra la fine del 1925 e la prima metà del 1926 sulle pagine del quindicinale “L’idealismo realistico”, incentrato sulla recensione negativa e dai toni irriverentemente caustici da parte dell’allora ventisettenne Evola nei confronti della celebre opera di Guénon L’homme et son devenir selon le Vedanta, venuta alle stampe proprio nel 1925.

Dopo aver pubblicato in due parti l’“attacco” di Evola, leggiamo ora la risposta del Maestro Guénon, all’epoca trentanovenne, che uscì sulla succitata rivista nel maggio del 1926.

Ad introduzione della replica del metafisico di Blois, proponiamo in esclusiva ai lettori di RigenerAzione Evola la traduzione, a nostra cura, di un articolo presente sul n. 9 (gennaio-febbraio-marzo 2018) della rivista trimestrale francese Cahiers de l’Unité – Revue d’études des doctrines et des méthodes traditionnelles, rivista di studi di dottrine e metodi tradizionali, consacrata all’approfondimento ed alla dimostrazione dell’Unità metafisica superiore delle singole manifestazioni religiose regolari.

Tale articolo, scritto da Patrice Becq, costituisce una presentazione alla versione francese originale della replica di Guénon ad Evola, che vi presentiamo oggi; tale replica, intitolata nell’originale “Mise au point nécessaire”, traducibile per l’appunto come “precisazione necessaria”, non era stata infatti mai pubblicata in precedenza in francese.  Nel n. 9 della rivista Cahiers de l’Unité essa viene quindi pubblicata quale inedito, sulla base di una copia dell’originale autografo, e ne viene appunto spiegato il significato con questa presentazione, la cui lettura risulta particolarmente interessante. Da essa scopriamo infatti che già dopo la critica di Evola ad Orient et Occident, Guénon aveva scritto un’altra “precisazione”, rimasta inedita (anche in Italia), di cui egli scrive a Guido De Giorgio in una lettera del gennaio 1926. In questa lettera il metafisico di Blois rivela anche che era stato preavvisato da Evola circa l’intenzione di quest’ultimo di recensire “L’uomo ed il suo divenire”, mostrandosi curioso di ciò che il barone avrebbe scritto.

Molto interessante anche l’osservazione fatta dall’autore dell’articolo circa un dato importante desumibile da una delle ultime frasi della “Mise au point”, su cui ci soffermeremo in Nota. Buona lettura.

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Cahiers de l’UnitéRevue d’études des doctrines et des méthodes traditionnelles

Patrice Brecq, « Présentation de l’article de René Guénon : “Mise au point nécessaire”», Cahiers de l’Unité, n° 9, janvier-février-mars, 2018 (en ligne).

© Cahiers de l’Unité, 2018

traduzione a cura di RigenerAzione Evola

Il 4 gennaio 1923, René Guénon informa Arturo Reghini che “Oriente e Occidente” «è interamente pronto e sta senza dubbio per essere pubblicato (dipende ormai solo dall’editore), ed io sto preparando in questo momento un’opera sul Vedanta». Il primo libro non sarà pubblicato che nel giugno 1924, e Julius Evola redigerà al riguardo una nota nel suo articolo intitolato: «Il problema di Oriente ed Occidente e la teoria della conoscenza secondo i Tantra» (Ultra, sept. 1925, pp. 232-233). Il 26 gennaio 1926, Guénon precisa a Guido de Giorgio che questa rivista «si qualifica come “teosofica indipendente”, cioè che essa è l’organo di un gruppo che si è separato dalla Società Teosofica “Besantista” (Gruppo “Roma”)»; poi egli riprenderà la suddetta nota, che è riprodotta e tradotta ne “L’attimo e l’eternità” di De Giorgio.

Egli rispose con una breve “precisazione”, che è rimasta inedita, ma che egli riassume nel seguito della sua lettera: Evola “ha fatto allusione a me in una nota, a proposito di “Oriente e Occidente”, in termini tali che provano che egli non ha compreso granché di ciò che io ho esposto; mi ha persino qualificato come “razionalista”, cosa che è piuttosto ridicola (tanto più che si tratta di un libro in cui ho espressamente affermato la falsità del razionalismo!), e che dimostra bene che lui è tra coloro che non riescono a sbarazzarsi delle etichette filosofiche, e che hanno il bisogno di applicarle a casaccio. Mi ha annunciato la sua intenzione di fare un articolo su “L’uomo ed il suo divenire”; mi domando cosa potrà essere … staremo a vedere».

Fu su “L’idealismo realistico”, «rivista bimensile di filosofia mazziniana», (II anno, fasc. 21-24, 1 novembre -15 dicembre  1925, pp. 32-48), che apparve il resoconto in questione. René Guénon rispose, così come anche alla nota relativa a “Oriente e occidente”, nella sua “Precisazione necessaria”, che viene edita per la prima volta in francese sulla base di una copia dell’originale autografo. La sua traduzione fu pubblicata sotto il titolo “A proposito della metafisica induista: una rettifica necessaria” (III anno, fasc. 9-10, 1-15 maggio 1926, pp. 18-23). Evola rispose, senza apportare argomenti probanti (Ibid., pp. 23-26).

Aggiungeremo un’ultima osservazione. Nell’ultimo paragrafo, Guénon precisa che Evola «non ha, come noi, lavorato e riflettuto sopra queste questioni durante più di quindici anni prima di decidersi a pubblicare il suo primo libro». «Queste questioni» riguardano principalmente la metafisica del Vedanta, che Guénon apprese direttamente presso i Maestri induisti. D’altra parte, a seconda che si rapporti l’indicazione fornita alla data della fine della redazione dell’ “Introduzione generale agli studi delle dottrine indù” – seconda metà del mese di febbraio 1920 – o alla data della sua pubblicazione – maggio 1921 – abbiamo ora due date considerate ciascuna come terminus ante quem, che permettono di individuare il momento in cui Guénon fu considerato dai suoi Maestri Indù come pronto ad esporre pubblicamente le dottrine metafisiche ed iniziatiche dell’Oriente (1).

Patrice Brecq

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A proposito della metafisica indiana: una rettifica necessaria

di René Guénon

tratto da “L’idealismo realistico”, anno III, fasc. 9-10, 1-15 maggio 1926

Nell’articolo comparso in queste stesse pagine (n. 21-24 del 1925) a proposito, del nostro libro sopra il Vedanta, J. Evola ha commesso un certo numero di errori assai singolari; non li avremmo rilevati se si trattasse solo di noi, ma, e questo è assai più grave, essi vertono sopra la interpretazione della dottrina stessa che abbiamo esposto, e perciò non ci è possibile lasciarli passare senza apportarvi una rettifica.

Frammento del manoscritto originale autografo di René Guénon contenente la “Mise au point nécessaire” in risposta alle critiche di Evola; nello specifico, il testo è quello dell’incipit tradotto come appare nel primo capoverso di cui sopra (Cahiers de l’Unité, n° 9, janvier-février-mars, 2018; © Cahiers de l’Unité, 2018)

Già precedentemente, in un articolo pubblicato dalla rivista Ultra (settembre 1925), Evola aveva creduto di dovere incidentalmente pren­dere contro di noi la difesa della scienza occidentale attuale, di cui per­tanto riconosce sotto certi rispetti l’insufficienza, e ci aveva, nel medesi­mo tempo, trattato di «razionalista». Questo abbaglio, verificandosi a proposito di un libro (Orient et Occident) in cui avevamo denunciato precisamente il razionalismo come uno dei principali errori moderni, è veramente stupefacente. Ora, vediamo che il rimprovero di «razionali­smo» vien rivolto allo stesso Vedanta; è vero che questa parola è forse distolta dal suo vero senso, e che in ogni caso la definizione che ne vien data, in termini visibilmente presi a prestito dalla filosofia tedesca, è lun­gi dall’esser chiara. Eppure la cosa è ben semplice: il razionalismo è una teoria che pone la ragione al di sopra di tutto, che pretende identificarla, sia alla intiera intelligenza, sia almeno alla parte superiore dell’intelligen­za, e che, per conseguenza, nega od ignora tutto quello che oltrepassa la ragione. È questo un genere di concezioni proprio della filosofia profa­na, e d’altronde specificatamente moderno; Descartes è il primo autentico rappresentante del razionalismo. Non vediamo che possa trattarsi di altra cosa che non questa, tanto più che Evola ha cura di precisare che intende parlare «del razionalismo come sistema filosofico»; ora il Vedanta non ha nulla in comune con un «sistema filosofico» qualun­que, e noi abbiamo molto spesso fatto osservare che le etichette occi­dentali non potrebbero in nessun modo venire applicate alle dottrine me­tafisiche dell’Oriente.

In verità, Evola è molto più vicino di noi ad ammettere le pretese del razionalismo, perché si rifiuta di vedere una differenza tra la ragione e quel che abbiam chiamato l’ «intellettualità pura»; egli mostra così molto semplicemente di ignorare affatto che cosa è quest’ultima, sebbe­ne affermi il contrario in maniera assai imprudente. Se l’espressione di «intellettualità pura» gli dispiace ne proponga un’altra in sostituzione; ma con quale diritto accampa la pretesa che essa, nell’uso che ne faccia­mo, significhi tutt’altro di quello che noi abbiamo così voluto designa­re? Noi continuiamo a sostenere che la conoscenza metafisica è essen­zialmente «sopra-razionale», essa è tale o non è, ed il solo sbocco logico del razionalismo è la negazione della metafisica.

Ecco d’altronde, sul carattere di questa conoscenza metafisica, un al­tro e non meno deplorevole errore: per il fatto che, conformemente alla dottrina hindu, parliamo di conoscenza pura e di «contemplazione», Evola s’immagina che si tratti di un’attitudine puramente «passiva», mentre è esattamente il contrario. Una delle differenze fondamentali tra la via metafisica e la via mistica sta anzi in questo che la prima è essenzial­mente attiva, mentre la seconda è essenzialmente passiva; e questa diffe­renza è analoga, nell’ordine psicologico, alla differenza che passa tra la volontà ed il desiderio. Si noti bene che diciamo analoga e non identica, prima di tutto perché qui si tratta di conoscenza e non di azione (non bi­sogna confondere «azione» ed «attività»), eppoi perché quello di cui par­liamo è affatto fuori del dominio della psicologia; ma non è meno vero che si può considerare la volontà come il motore iniziale della realizza­zione metafisica, ed il desiderio come quello della realizzazione mistica.

Questo, del resto, è tutto quello che possiamo concedere al «volonta­rismo» di Evola, la cui attitudine a questo riguardo non ha sicuramente nulla di metafisico né, comunque ne pensi, di iniziatico. L’influenza eser­citata sopra di lui da filosofi tedeschi quali Schopenhauer o Nietzsche è assai appariscente, molto più di quella del Tantra di cui si fa forte, ma che non pare comprenda meglio del Vedanta e che vede presso a poco come Schopenhauer vedeva il Buddismo, vale a dire attraverso delle concezioni affatto occidentali. La volontà, come tutto quello che è uma­no, non è che un mezzo; la sola conoscenza è fine a sé stessa; e, beninte­so, qui parliamo della conoscenza per eccellenza, nel senso vero e com­pleto di questa parola, conoscenza «sopra-individuale», quindi «non umana», secondo l’espressione hindu, e che implica l’identificazione con quello che è conosciuto. Su questo, il Vedanta ed il Tantra, per chi ben li comprenda, vanno perfettamente d’accordo; certamente vi sono tra essi delle differenze, ma che vertono in somma solo sui mezzi della realizzazione; perché mai Evola si sforza di trovare una incompatibilità che non esiste tra questi diversi punti di vista? Voglia ben riportarsi a quello che abbiam detto dei «darshanas» e dei loro rapporti nella nostra Introduction générale à l’étude des doctrines hindoues. Ognuno può seguire la via che meglio gli conviene, quella ch’è più adatta alla sua na­tura, perché tutte conducono al medesimo fine; e, quando si sia sorpas­sato il dominio delle contingenze individuali, le differenze scompaiono.

Statua antropomorfa raffigurante la Potenza, l’Energia Divina creatrice personificata, la divina śakti o Shakti

Noi sappiamo almeno, così come Evola, che vi sono parecchie tra­dizioni iniziatiche, che sono precisamente queste varie vie cui abbiamo or alluso; ma esse non differiscono che nelle forme esteriori, ed il loro fondo è identicamente lo stesso, perché la Verità è una. Naturalmente, così dicendo, supponiamo che si tratti di vere e proprie tradizioni o tra­dizioni «ortodosse», le sole che ci interessino; questa nozione dell’ «or­todossia» non è stata compresa dal nostro contradittore, quantunque avessimo avuto la precauzione di precisare a parecchie riprese in quale senso bisognava intenderla, e di spiegare perché, in questo campo, orto­dossia e verità non sono che una sola e medesima cosa. Siamo rimasti stupefatti nel vedere affermare che per noi sono «eterodossi» il Tantra, il Mahâyâna … ed il Taoismo! Eppure abbiam dichiarato il più nettamente possibile che quest’ultimo rappresenta, in Estremo-Oriente, la metafisi­ca pura ed integrale! Ed in L’ Homme et son devenir selon le Vedanta, abbiamo anche citato un numero abbastanza grande di testi taoisti, per mostrarne la perfetta concordanza con la dottrina hindu; Evola non se ne sarebbe dunque accorto? È vero che il Taoismo non è né «magico», né «alchimico», contrariamente a quello che egli suppone; noi ci chiediamo dov’è che ha potuto farsene un’idea così fantasiosa. Quanto al Mahâyâna è una trasformazione del Buddismo per reincorporazione di elementi presi in prestito alle dottrine ortodosse; e quello che abbiamo scritto con­tro il Buddismo propriamente detto, eminentemente eterodosso ed antimetafisico. Infine, quanto al Tantra, bisognerebbe distinguere: esiste una moltitudine di scuole tantriche, di cui alcune sono di fatto eterodosse, al­meno parzialmente, mentre altre sono strettamente ortodosse. Fino ad oggi non abbiamo mai avuto l’occasione di spiegarci su questa questione del Tantra; ma Evola, il quale, per dirlo en passant, non afferra che mol­to imperfettamente il significato della «Shakti», non ha senza dubbio os­servato che noi affermiamo assai spesso la superiorità del punto di vista shivaita sul punto di vista vishnuita; ciò avrebbe potuto aprirgli altri oriz­zonti.

Naturalmente, non ci attarderemo qui nelle critiche di dettaglio, che procedono tutte dalla medesima incomprensione; d’altronde ben poco convinti dell’utilità di certe discussioni, per mezzo di procedimenti tratti dalla filosofia profana, e che non sono veramente al loro posto che in questa. Ci è stato insegnato, oramai già da un pezzo, che vi sono delle cose che non si discutono; bisogna limitarsi ad esporre la dottrina come è, per coloro che son capaci di comprenderla, ed è quello che cerchiamo di fare nella misura dei nostri mezzi. A chi cerca veramente la cono­scenza, non si devono mai rifiutare gli schiarimenti ch’egli domanda, se è possibile fornirglieli, se non si tratta vogliamo dire di qualche cosa che sia assolutamente inesprimibile; ma se qualcheduno si presenta con un’attitudine di critica e di discussione, «le porte della conoscenza devo­no chiudersi dinanzi a lui»; d’altra parte a che servirebbe lo spiegare qualche cosa a chi non vuole comprendere? Noi ci permettiamo di invi­tare Evola a meditare su questi pochi principi di condotta, che sono d’altronde comuni a tutte le scuole veramente iniziatiche di Oriente e di Occidente.

Ci limiteremo a rilevare alcuni esempii di manifesta incomprensio­ne: Evola parla dell’identificazione del «me» con Brahma, mentre si tratta del «Sé» e non del «me», e mentre che, se questa distinzione fon­damentale non viene afferrata sin dall’inizio, nulla di quel che viene in seguito potrebbe essere non più afferrato. Egli crede che il Vedanta con­sideri il mondo come un «nulla», seguendo l’interpretazione erronea de­gli Occidentali, che si pensano tradurre in questo modo la teoria della «illusione», mentre che questa significa solamente «realtà minore», vale a dire realtà relativa e partecipata, in opposizione alla realtà che non ap­partiene che al Principio supremo. Egli rende «stato sottile» con «corpi sottili», mentre che abbiamo fatto osservare che in nessuna maniera po­trebbe trattarsi di «corpi», contrariamente alle concezioni fantasiose degli occultisti e dei teosofisti, e che d’altronde, nell’assieme della manife­stazione formale o individuale, lo «stato sottile» s’oppone precisamente allo «stato corporeo». Egli confonde anche «salvezza» e «liberazione», quantunque noi abbiamo spiegato che queste sono due cose essenzial­mente differenti e che non si riferiscono affatto al medesimo stato dell’essere (pp. 187 e 218 della nostra opera); e, cosa che è anche meglio, egli scrive che, per il Vedanta «alla fine dì un certo periodo, tutti gli esseri, bon gré mal gré, saranno liberati», mentre noi abbiamo citato (p. 191) questo testo che dice il contrario in un modo sufficientemente esplicito: «Alla dissoluzione (pralaya) dei mondi manifestati, l’essere è immerso nel seno del Supremo Brahma; ma, anche allora, può essere unito a Brahma nel medesimo modo solamente che nel sonno profondo (vale a dire senza la realizzazione piena ed effettiva della Identità Supre­ma)». Ed, a scanso di equivoci, aggiungemmo una spiegazione sopra la comparazione qui fatta col sonno profondo, e che indica che in simile caso vi è ritorno ad un altro ciclo di manifestazione, di dove risulta che lo stato dell’essere di cui si tratta non è affatto la «liberazione». Decisa­mente, bisogna dire che Evola, malgrado la sua intenzione di parlare del nostro libro, non lo ha letto che molto distrattamente!

Per parlare francamente, diremo che quello che sopratutto manca ad Evola, è una coscienza netta della distinzione tra il punto di vista ini­ziatico ed il punto di vista profano; s’egli avesse questa coscienza, non li mescolerebbe costantemente come fa, e nessuna filosofia avrebbe in­fluenza sopra di lui. Ben sappiamo che potrà rispondere, come l’ha già fatto capire, che egli non prende il linguaggio filosofico che come un semplice mezzo di espressione; probabilmente è anche con tutta since­rità persuaso che così è, ma ciononostante, per conto nostro, non ci cre­diamo per niente. Del resto, il solo fatto di scegliere, fra tutti i possibili modi di espressione, quello che è meno appropriato, il più inadeguato, il meno capace di rendere le cose di cui si tratta, perché queste cose appar­tengono a tutt’altro ordine di quello pel quale esso è specialmente fatto, questo solo fatto, diciamo, prova una mancanza di discernimento delle più deplorabili.

Il più straordinario, è che Evola afferma che il nostro li­bro sul Vedanta «non è che una esposizione filosofica», ed aggiunge che «spera che noi ne siamo coscienti» (ci chiediamo che cosa possa importargliene); tutto al contrario, noi lo neghiamo formalmente, perché nulla potrebbe essere più opposto alle nostre intenzioni, che dopo tutto dobbiam bene conoscere meglio degli altri, che il parlare «filosoficamente» delle cose che non hanno alcun rapporto con la filosofia; e ripe­teremo una volta di più, in questa occasione, che ogni espressione, ver­bale od altra, non ha per noi che un valore esclusivamente simbolico. Noi intendiamo sempre metterci sul terreno puramente metafisico ed iniziatico, e nulla potrà farcene uscire, neppure le critiche formulate so­pra un altro terreno, e che, per ciò stesso, battono necessariamente in falso; Evola non si dubita che le questioni non si pongono affatto nel medesimo modo per lui e per noi, e che certe difficoltà «filosofiche» che egli solleva non hanno metafisicamente alcun senso, perché i termi­ni stessi in cui vengono espresse non corrispondono più a nulla quando si vuole farne la trasposizione in un ordine superiore.

Non aggiungeremo che un’ultima osservazione: non spetta ad Evo­la il dire che «noi avremmo fatto meglio a riflettere un poco di più» a certe cose, perché egli non ha, come noi, lavorato e riflettuto sopra que­ste questioni durante più di quindici anni prima di decidersi a pubblicare il suo primo libro. Egli è molto giovane, e questo è senza dubbio quel che lo scusa; ha ancora molte cose da imparare, ma ha il tempo dinanzi a sé e potrà forse apprenderle … a condizione, tuttavia, che cambi un pochino d’attitudine e che non si immagini di sapere di già ogni cosa!

Nota redazionale

(1) Da quest’osservazione  si comprende che Guénon fu iniziato dai propri maestri induisti alle dottrine metafisiche, in particolare a quelle vedantine, in un periodo intercorrente più o meno tra il 1905-06 (se non prima) ed il 1920-21. In sostanza il percorso di Guénon alla conoscenza superiore iniziò quando egli aveva non più di 19-20 anni: dal che si deduce come fosse corretto definirlo già Maestro ai tempi del “botta e risposta” con Evola, e come fosse sostanzialmente corretto che quest’ultimo fosse rimproverato per il suo “ardire”, privo di solide fondamenta derivate da una trasmissione regolare da maestro ad allievo, e frutto di una mera, per quanto encomiabile, formazione da autodidatta, che inevitabilmente esponeva Evola, soprattutto nei primi anni, ad errori ed interpretazioni fallaci o comunque non sempre rigorosamente corrette in termini Tradizionali.



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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