Evola e la critica all’Idealismo

A partire da oggi proporremo ai nostri lettori alcuni redazionali con i quali cercheremo di esporre, nel modo più chiaro e più semplice possibile (il che non significa banalizzare, ma non esagerare in fumosi e sterili accademismi) gli aspetti più significativi dell’elaborazione di Julius Evola relativa alla sua fase “filosofica”. Cercheremo pertanto di capire insieme quali fossero i punti fondamentali della critica evoliana all’Idealismo, sia quello classico di matrice tedesca che, in particolare, la sua deriva rappresentata dall’attualismo di Giovanni Gentile, e quale fosse invece il contenuto essenziale della variante evoliana del cosiddetto “Idealismo magico”. Vedremo poi come quest’ultimo, tramite la teorizzazione dell’Individuo Assoluto, rappresentasse una sorta di ponte verso il superamento della mera speculazione filosofica, per approdare ai lidi meta-filosofici della Tradizione.

Con riferimento specifico a Giovanni Gentile, poi, a fronte delle serrate critiche di Evola, dedicheremo uno spazio alle più significative tra le recenti rivalutazioni d’area del pensiero del filosofo di Castelvetrano.

 A chiusura di questi redazionali, proporremo infine un’interessante intervista su queste tematiche con Luca Leonello Rimbotti, fine, acuto e preparato scrittore già ospitato con piacere su RigenerAzione Evola.

Nell’immagine in evidenza: Kant, Fichte, Schelling ed Hegel.

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Evola e la critica all’Idealismo

Dopo la primissima fase artistica giovanile, che lo aveva visto avvicinarsi al dadaismo in chiave di rottura con il mondo contemporaneo, Evola aveva indirizzato la propria ricerca nel campo filosofico-speculativo, portando il suo interesse sull’idealismo trascendentale post-kantiano, di cui aveva cercato di superare alcuni punti critici – che a suo giudizio si erano ulteriormente estremizzati nell’attualismo gentiliano – elaborando una sua costruzione rettificatrice, nota come idealismo magico.

Per Evola l’idealismo trascendentale post-kantiano, come da lui stesso specificato nella fondamentale opera di auto-esplicazione del proprio percorso intellettuale, Il cammino del cinabro, poteva rappresentare la “forma liminale a cui era giunta la riflessione critica applicatasi al problema della certezza e da quello della conoscenza (al problema gnoseologico)”. Questa forma liminale avrebbe dovuto generare una vera e propria rottura, una crisi esistenziale, connessa ai limiti gnoseologici evidenziati dal kantismo, e avrebbe dovuto pertanto costituire il punto di partenza per un vero e proprio “salto di livello” in grado di portare ad un’espressione compiuta della reale Potenza e Volontà dell’Io, in modo da renderlo “concretamente” Assoluto.

Osservava Evola: L’idealismo, com’è noto, consiste nell’affermazione che un mondo esterno, esistente in sé stesso indipendente dal conoscere e perciò dall’Io, non è in alcun modo coerentemente affermabile: che quindi l’intero universo non è che un sistema del nostro conoscere, v. d. non è che in virtù dell’Io e per l’Io” (1).

Il punto nodale della critica evoliana all’impalcatura gnoseologica dell’idealismo verteva essenzialmente sulla natura dall’Io:  Evola colse l’inconciliabilità radicale fra l’Io reale-empirico e quello assoluto-infinito concepito dall’idealismo. Inconciliabilità che dipendeva in particolare da due elementi critici: a) l’identificazione tra oggetto conosciuto ed oggetto esistente; b) la pretesa di un’unicità dell’Io, cui Evola opponeva un’inevitabile molteplicità di Io da mettere in correlazione tra loro (2).

Nell’idealismo, ma in particolare nella sua estremizzazione attuata con l’attualismo elaborato da Giovanni Gentile, osservava Evola, l’Io si trova a metà strada fra l’Io reale, cioè l’individuo, ed il Dio della fede. Già il fatto stesso che l’essenza ultima realtà dipenda dal sistema conoscitivo del singolo soggetto, non farebbe che avallare una conoscenza e quindi una rappresentazione del mondo “dolorosa”, in quanto l’uomo non farebbe che soffrire la sua situazione contingente, la sua impotenza ed insufficienza di fronte al mondo stesso, dato che il suo rapporto con le cose esterne non ha certamente quel carattere dominante che in qualche modo teorizza l’idealismo.

D’altronde un “puro conoscere”, osservava Evola, è un’astrazione mai esistita. Ma ancor di più tale situazione si sarebbe accentuata nell’attualismo, poiché se nessun uomo può riconoscersi in un Io in grado di dominare la realtà con la propria conoscenza, tanto meno potrà farlo indossando i panni di una sorta di “Io creatore di sé e del mondo”, come vorrebbe il sistema elaborato da Gentile (se d’altronde, osservava Evola, l’Io equivalesse al Dio creatore, cadrebbe ovviamente l’intera struttura filosofica che si fonda sulla necessità di offrire un sistema di certezze conoscitive all’uomo in quanto soggetto pensante). Ma del rapporto di Evola con l’attualismo, in particolare, si parlerà più nel dettaglio nel prossimo articolo.

A questo punto la deduzione che Evola trasse fu che la validità dell’idealismo non andava cercata nella sfera logico-teoretica, dove esso non può giudicarsi né vero né falso, ma nella sfera della prassi: per Evola l’analisi gnoseologica doveva avere quindi come fine l’Io reale, l’uomo nella sua centralità di fronte a sé stesso e al mondo (non-io): il sistema evoliano aborriva quindi astrazioni e speculazioni fini a sé stesse, derive incontrollate verso non meglio definiti concetti quali “l’infinito” o “l’assoluto” in senso astratto, che si risolvevano in ultima analisi in una fuga verso l’irrealtà ed i bassifondi dell’irrazionale.

Il superamento dei limiti dell’idealismo poteva avvenire dunque soltanto attraverso l’esperienza pratica, il contatto reale dell’Io con il non-io; non con teorie o concetti astratti ma con un’azione, in grado però di trasfigurare l’uomo, di condurlo verso una liberazione anagogica, rivolta verso l’alto, “… con un movimento assolutamente concreto; in cui cioè l’esistenza concreta venga realmente trasfigurata e risolta nella divinità” (3).

Ed eccoci quindi alla svolta “magica” dell’idealismo: “magica” per le caratterizzazioni spirituali di cui si fa portatrice; ma, prima ancora, “pratica”, in quanto l’analisi andava incentrata completamente sulla prassi concreta, sull’azione empirica, sull’individuo reale. Non a caso il sistema evoliano assunse anche il nome di Idealismo realeo concreto”.

Notava Evola: “Ciò che distingue l’idealismo magico è il suo carattere essenzialmente pratico: la sua esigenza fondamentale non è quella di sostituire una intellettuale concezione del mondo ad un’altra, bensì di creare nell’individuo una nuova dimensione e una nuova profondità di vita”(4).

Ma come attuare questa trasmutazione, come superare le soglie estreme cui la filosofia propriamente intesa era giunta con la speculazione idealistica?

A tal fine, per Evola era necessario “contaminare” le ultime propaggini conoscitive della speculazione filosofica con elementi tratti dalle dottrine tradizionali “meta-filosofiche”, sintetiche, non analogiche: tramite questo “ponte”, si sarebbe potuto attuare il “salto di livello” per concretizzare il superamento della normale condizione umana e l’ascesa verso uno stato superiore, appartenente alla sfera metafisica.

Vedremo nel prossimo articolo come si concretizzò tale opera di “contaminazione” e di sintesi nell’elaborazione evoliana.

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Note

(1) J. Evola, Saggi sull’idealismo magico, Edizioni Mediterranee, 2006, pag. 30.

(2) Occorre notare che qui siamo ancora nelle lande della speculazione filosofica, per cui la distinzione che l’Evola di questa fase fa tra l’oggetto conosciuto e quello esistente attiene al mero rapporto tra uomo (conoscente) e realtà circostante (conosciuto), in un contesto di prassi ed esperienza tangibile nel mondo manifestato, e non ha pertanto nulla a che vedere con il concetto metafisico di identificazione tra soggetto e oggetto (e quindi tra conoscente e conosciuto, in senso appunto meta-razionale), che, nell’ottica della perdita della dimensione individuale, caratterizza le forme di conoscenza superiore, la vera “gnosi”. Nello stesso senso va letto il riferimento alla “molteplicità di Io da mettere in relazione tra loro”: non c’è esaltazione della frammentazione relativistica, ma l’oggettiva constatazione che, in un’ottica conoscitiva meramente umana, la molteplicità è caratteristica ineludibile della manifestazione. Per questo essa andrà trascesa, per questo dall’idealismo solipsistico si arriverà all’idealismo magico, ponte verso la metafisica della conoscenza superiore (N.d.R.).

(3) “Saggi sull’idealismo magico”, op. cit., p. 36.

(4) Op. cit., p. 83.



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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