Quinto articolo tratto dal n. 72 del “Diorama Letterario” diretto da Marco Tarchi, pubblicato nel giugno del 1984 e dedicato ad Evola nel primo decennale della sua scomparsa terrena, intitolato “Evola e il pensiero debole”, che proponiamo suddiviso in due parti. L’articolo era a firma di Roberto Melchionda (1927-2020), bresciano, storico giornalista e saggista della Destra italiana, e grande studioso di Julius Evola. Nel 1943, a soli sedici anni, Melchionda si arruolò nella Repubblica Sociale Italiana, prima nei Bersaglieri, poi nella Guardia Nazionale Repubblicana, infine nelle Brigate nere mobili alpine. Dopo la guerra, nel marzo 1947, ventenne, diede vita alla Federazione provinciale di Brescia del neonato M.S.I.. Nel 1949, su iniziativa di Enzo Erra, con Giano Accame, Piero Buscaroli, Fabio De Felice, Fausto Gianfranceschi, Francesco Petronio, Cesare Pozzo, Pino Rauti, Primo Siena e Piero Vassallo diede vita alla famosa “corrente giovanile” dei “figli del sole” in seno al M.S.I.: un’élite di giovani e giovanissimi (alcuni di loro minorenni) nati nell’Italia di Mussolini, che rivelarono solide basi culturali, una straordinaria maturità di pensiero ed una visione spiritualistica e metapolitica, ispirata principalmente al pensiero di Julius Evola, che risultò ben presto soffocata dalle limitanti logiche partitiche: la rottura con il M.S.I., già iniziata durante il congresso di Viareggio del 1954, si completò al congresso di Milano del 1956, dopo il quale i «figli del sole» abbandonarono la politica attiva e ripiegarono nello studio e nell’attività giornalistica. Segno della rottura con la politica del partito fu l’esperienza della rivista Tabula Rasa, fondata nel 1956 da Melchionda con Giano Accame, Cesare Pozzo, Mario Pucci e Carlo Costamagna, in polemica frontale con la dirigenza missina.

Roberto Melchionda
Coinvolto anch’egli nel famoso processo ai F.A.R., Melchionda, fu assolto per non aver commesso il fatto con lo stesso Evola il 21 novembre 1951. Dopo il processo si stabilì prima in Svizzera poi a Milano e fino al 1957 collaborò a numerosi giornali di destra: Asso di bastoni, Il Nazionale, Vespri d’Italia, Avanguardia Nazionale, La Notte, Il popolo italiano, Cronaca italiana, Lotta politica. Nel 1958, su invito proprio di Julius Evola, iniziò a collaborare con la seconda serie di Ordine Nuovo, il periodico del Centro Studi Ordine Nuovo di Pino Rauti e Clemente Graziani appena uscito dal MSI. Nel 1960 partecipò alla costruzione e all’attività dei Centri per l’ordine civile, articolati in sezioni provinciali, ideati da Gianni Baget Bozzo in protesta alle apertura a sinistra della Democrazia Cristiana; esperienza ben presto fallita per via del ritiro dell’appoggio da parte della Chiesa. Nel 1966 fondò con Barna Occhini e Sigfrido Bartolini il quindicinale fiorentino Totalità, attivo per soli due anni (e rifondato nel 2012 dalla figlia di Sigfrido, Simonetta, come testata on line). Dal 1989 collaborò al Secolo d’Italia con articoli di politica culturale, soprattutto sotto la direzione di Giano Accame fino al 1991.
Come detto, Melchionda è stato uno dei più importanti studiosi di Julius Evola, e sul barone ha scritto saggi, articoli, prefazioni o postfazioni a ristampe di opere evoliane. Ricordiamo il suo volume Il volto di Dioniso. Filosofia ed arte in Julius Evola, Basaia editore, Roma 1984, e La folgore di Apollo. Scritti sull’opera di Julius Evola, del 2015, antologia di scritti a cura di Rodolfo Gordini, con premessa di Marcello Veneziani, Edizioni Cantagalli, Siena. Nel 2009 le Edizioni di Ar pubblicarono Scritti per vocazione, una raccolta di suoi testi curati da Franco Freda.
L’articolo che Melchionda scrisse per lo speciale Evola del “Diorama Letterario” ricalcava in qualche modo i contenuti “filosofici” de “Il volto di Dioniso”. Un saggio apparentemente ostico, ma in realtà particolarmente interessante, attuale ed istruttivo, nell’originale confronto tra l’Individuo Assoluto evoliano e l’Altro Relativo ed Oggettivo (in senso deteriore) cui conduce, in chiave puramente negativa e distruttiva rispetto alle strutture ontologiche assolute, il cd. Pensiero Debole post-nichilista occidentale, elaborato dai filosofi italiani Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti, considerati fra i massimi esponenti del postmodernismo europeo. Con il Pensiero Debole, che si innesta di fatto nel più ampio bacino concettuale del Relativismo, l’uomo e l’essere non vengono più considerati come “strutture forti, metafisicamente fondate“; “dopo l’annuncio nietzscheano della morte di Dio, le categorie forti della metafisica sono state smantellate, così come dopo Heidegger l’essere si è indebolito: all’essere come eternità, stabilità, forza si sostituisce l’essere come evento, divenire” (…). “Il nichilismo a cui tale pensiero approda è un nichilismo che cerca di prendere atto della mancanza di fondamento e di vivere adeguatamente e fino in fondo la dissoluzione dell’essere e la condizione scissa, plurale e instabile dell’esistere umano. Il nuovo ‘sacro’ è rappresentato dalla inviolabilità del ‘secondo me/noi’. E questo produce soltanto la frammentazione dell’io e il dubbio come unico valore immobilizzante, incapace di costruire una società unita e stabile“. Con queste parole molto efficaci del dott. Daniele Onori (*) possiamo riassumere in forma necessariamente sintetica l’essenza ultima di questa costruzione filosofica, che si basa peraltro su un’interpretazione del tutto partigiana dello Übermensch e del nichilismo di Nietzsche, e dell’esistenzialismo di Heidegger (di cui lo stesso Evola fornì, notoriamente, un giudizio del tutto negativo).
Il confronto proposto da Melchionda apre la via ad innumerevoli letture ed interpretazioni dei fenomeni contemporanei di totale annullamento ed autodistruzione dell’essere umano, di mutazione antropologica verso il basso (quale sviluppo finale degli effetti distorsivi di centramento dell’essere umano nell’inconscio e nel subconscio causati, ad esempio, dalla psicanalisi freudiana), di rovesciamento, degenerazione e sovversione di ogni principio superiore, di relativizzazione sistematica che tutto ammette e tutto esalta, purché si tratti, come osserva Melchionda, di “valori esclusi e alternativi e subalterni, le categorie che non sono entrate stabilmente nel linguaggio e nella storia, figure del limbo da portare in vita“, nella prospettiva di distruggere le cd. “categorie signorili“, quelle riconducibili al terribile “signore della metafisica“, cioè al Pensiero Forte ed alle sue varie declinazioni.

Gianni Vattimo (free image from wikimedia commons, under under the Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic license, author Ministerio de Cultura de la Nación Argentina, taken with no changes, originally posted to Flickr.com).
Una codificazione del post-nichilismo contemporaneo ben poco analizzata, quella del Pensiero Debole, che sembra costituire in effetti la copertura filosofica della dissoluzione occidentale, dove si assiste agli esiti tragici del disfacimento dell’Essere e ciò che è Assoluto, fuori dal tempo e dalla contingenza; i passaggi di tale progressiva caduta vengono configurati dal Pensiero Debole attraverso “prese d’atto «distorcenti», decostruenti, dissolventi“, sul modello della Verwindung heideggeriana, come osserva ancora Melchionda. “Fine, declino, distorcimento, sfondamento, depotenziamento: il pensiero debole è ricolmo di concetti negativi (ed anche piuttosto aggressivi), il che può essere segno di prudenza critica, di preoccupazione antidogmatica ma anche di voler dire, nella prospettiva evoliana, che non gli è concessa l’affermazione di alcunché al di là di ciò che nega“. E ancora, il Pensiero Debole “si pone contro il bisogno di verità e di certezza quale è stato pensato da noi in filosofia, bisogno forte di certezze forti, rigorose, assolute. Non tanto si adatta, quanto vuole certezze poco imperative, provvisorie, sempre più mobili e sempre meno cogenti“.
L’analisi di Melchionda merita di essere letta e riletta con attenzione, passaggio per passaggio, perché le chiavi interpretative e le connessioni con i tempi odierni sono notevoli. La chiusa di questa prima parte, contenuta nella nota 6 dell’autore, è davvero incisiva, nella sua profetica attualità: l’elaborazione, la codificazione di una concezione debole, per ossimoro vero paradigma forte in seno al relativismo, dopo aver prodotto i suoi danni, nel congedarsi inevitabilmente, per sua stessa natura, da sé medesima e dalla storia, trascinerà con sé tutte le strutture che avrà contribuito a rovesciare, ad alterare, a sovvertire e, soprattutto, lascerà sul campo un essere umano antropologicamente modificato: “La concezione debole, fin tanto tiene illuminato sullo sfondo lo scenario metafisico, fin tanto ritaglia la propria immagine sulla tela del pensiero forte conserva i caratteri della filosofia (non scivola, cioè, in scientismo o in senso comune o in prassi). È la forza, sia pure assunta sotto spettro negativo, che fa di questa concezione una filosofia, malgrado l’ambigua categoria della debolezza. Ma è chiaro che è pensiero che lavora per congedarsi nel tempo della filosofia, e il congedo non potrà essere propriamente filosofico ossia dato con i crismi della filosofia (assolutezza, categoricità). Dovrà prendere la forma di una perdita di interesse e di attenzione, di un’amnesia progressiva, di una graduale mutazione antropologica“.
***
di Roberto Melchionda
Tratto da “Diorama Letterario”, n. 72, giugno 1984
Prima parte
1.
La «via dell’Altro» è un momento inscindibile dalla «via dell’Io», le filosofie dell’Altro sono parte integrante della teoria dell’Individuo assoluto [1]. Senza la possibilità di scegliere l’Altro, non sarebbe possibile optare per l’Io come, in assenza di Io, niente Altro. Senza questa reciprocità cadrebbe l’idea di libertà incondizionata e reale su cui si regge la filosofia di Evola. È la pretesa di ogni filosofia esporre sé stessa confutando, superando, respingendo ma sempre in qualche modo spiegando il pensiero di diverso orientamento.
In Evola, filosofia della libertà e della contingenza, di una contingenza che investe la sfera trascendentale, l’ambizione di spiegare il pensiero diverso prende un senso particolare [2]. La «via dell’Altro» è l’espressione di una possibilità trascendentale specularmente contraria alla via orientata verso l’Individuo assoluto. Ma l’Individuo assoluto è Io e Altro insieme. Soltanto all’interno del sistema della contingenza, sostiene Evola, le filosofie dell’Altro trovano quella giustificazione di sé che inutilmente rincorrono a casa propria e incontrano quel valore cui si ispirano e affidano ma non conoscono. Nelle filosofie dell’Altro il valore si manifesta nella libera opzione del soggetto contro sé medesimo, opzione che chiama «negativa» oppure «oggettiva» perché la negazione del soggetto è immediatamente affermazione dell’oggetto, dell’Altro. Tertium non datur. Al di là del soggetto – del soggetto inteso nel modo radicalissimo di Evola – non c’è che Altro, un oscuro inintellegibile cui l’optante deve concedersi facendo buon viso a cattivo gioco, se possibile: per lo più, inventando maschere di compromesso, di false conciliazioni, di mutuo darsi e rimettersi.
L’opzione trascendentale per l’oggetto – libera quanto quella per il soggetto – dà vita, secondo Evola, ad una relazione fatta di desiderio e di bisogno, passiva, necessitata, un perenne uscire, sede dell’alienazione e delle sue coperture dogmatiche e «rettoriche». Filosofando negli anni venti, Evola prestò attenzione particolare all’hegelismo avendo sott’occhio l’estremizzazione gentiliana e in esso vide l’ultimo tentativo della ragione filosofica di autogiustificarsi che inevitabilmente sbocca in uno storicismo convertibile in assoluto naturalismo e fenomenismo. «Il senso dell’idealistico: ‘L’io pone il non io’ è, in realtà: ‘La natura pone se stessa’ o, più semplicemente: ‘Un mondo è (ist da)’». Il soggetto «non domina le cose ma vi si perde e si discoglie in un ebbra coalescenza che lo riabbassa a principio demonico». Alla «follia incoercibile dei fenomeni» corrisponde un «assoluto, stupefatto fenomenismo»[3]. Il divenire sfugge a chi avrebbe dovuto esserne il protagonista, sfugge anche alla presa della ragione filosofica che ora precipita in definitiva crisi, preludio del nichilismo.
2.
Il pensiero che ora ci viene proposto con il nome di «debole» [4] appartiene senza dubbio alla grande famiglia delle filosofie storicistiche. Con in più alcuni tratti che forse ci permettono di penetrare meglio nel significato dell’opzione oggettiva e comunque di saggiare la sua capacità interpretativa. C’è il medesimo imbarazzo che riscontriamo in tutte le filosofie del divenire (a rigore, secondo il contingentismo evoliano, non c’è discorso filosofico che non abbia a che far con quel divenire che è il è il cattivo contingente) e che consiste nell’essere costretti ad assolutizzare e categorizzare quanto per sua intima natura vi si oppone. Ma qui, nel pensiero debole, con una coscienza nuova dell’inevitabile aporia, con una «presa d’atto» che equivale ad un alzata di spalle, con una disinvoltura retorica che ha una sua necessità, con dei paradossi e perfino delle contraddizioni che lasciano intravedere una più profonda coerenza. Il dipendere dall’Altro non è più camuffato sotto idee di libertà e moralità ma quasi esplicitamente dichiarato. Il dipendere è ammesso come una fatalità, un destino (Geschick) da cui è impensabile liberarsi e da cui, ad ogni modo, non si vorrebbe liberarsi. Al mondo delle apparenze cui non fa riscontro nessun mondo più reale, al mondo della vita destinato senza senso alla morte, si cerca di guardare con animo «amichevole» e fiducioso, senza le tensioni metafisiche e esistenziali del passato, con animo disincantato a tal punto da non sentire quasi più in che cosa possa essere consistito l’incanto, già lontano, con reazioni di ridotta (o diversa) intensità, come anestetizzare, svagate, una specie di spensierato stoicismo postmoderno. Potremmo dire che qui si tenta di esorcizzare la «follia incoercibile dei fenomeni» anzitutto in via pratica, considerate le difficoltà della via teorica, linguaggio e logica, dove continua a spadroneggiare il signore della metafisica, del pensiero forte e violento, contro il quale bisogna muovere guerra – fa intendere il pensiero debole – con appropriate strategie. In quel signore noi riconosciamo sotto le spessissime incrostazioni razionalistiche e naturalistiche una presenza decaduta dell’Io. Il vero avversario del pensiero debole è l’opzione trascendentale per la soggettività.
Il pensiero debole ha fatto un passo avanti rispetto, per esempio, al problematicismo di Ugo Spirito, al quale è apparentabile in linea di forma. Non maschera più troppo la propria scelta di fondo, riconosce in certa misura la scelta contraria. Ammette i propri limiti ma afferma che sono i limiti di tutti, e con ciò riesce in certo modo a sottrarsi alle critiche degli altri e lui a galleggiare sulla crisi.
3.
Il pensiero debole tiene alla sua dignità di pensiero filosofico. Dal pensiero scientistico, al quale saremmo tentati di avvicinarlo per certe sue propensioni, prende chiaramente le distanze, «giacché non è pensiero il misurare della scienza e l’organizzare della tecnica» (p.24). La «via di stampo empiristico» (p. 13) che propone vuol essere «pensare autentico», avente alle spalle la grande tradizione metafisica dell’Occidente. Tuttavia respinge quanto in essa c’è di peculiare. Si pone contro il bisogno di verità e di certezza quale è stato pensato da noi in filosofia, bisogno forte di certezze forti, rigorose, assolute. Non tanto si adatta, quanto vuole certezze poco imperative, provvisorie, sempre più mobili e sempre meno cogenti. È vero che intende rispettare le regole del buon ragionare filosofico ma lo fa trattandole da vecchi arnesi di cui per il momento non può fare a meno, pronto a buttarle non appena intraveda il modo di sostituirle. Anzi il proposito, questo netto e forte, è di depotenziarle desensibilizzarle, svuotarle di senso e di potere normativo per condurle poco alla volta al cimitero dei valori umani sotterrati nella notte dei tempi.

“Il Superuomo” di Arturo Martini (1913)
Il pensiero debole è per una ragione non arbitraria, certamente, e ancora necessitante e quindi capace di fare valere i suoi diritti, ma senza pretese assolute e sovrane, così dichiara, senza ambizioni unificanti, totalizzanti, gerarchizzanti, escludenti, così afferma, tutte ambizioni proprie del pensiero forte. Questa ragione, cogente per quel tanto che serve, tollerante con tutti i pensieri deboli, dà però battaglia, come si vedrà subito, al pensiero forte. Respinge ogni idea di fondamento che non sia quella, «non-pura», «ermeneutica» che di volta in volta essa si trova a dover assumere in forza delle circostanze storiche, e in definitiva ambisce più che a verità vere e proprie, incontrovertibili, «luminose», a verità sotto luce ridotta, dette a mezza voce, crepuscolari nel contenuto come nella forma.
L’annuncio della morte di Dio e la deduzione, tratta da Nietzsche stesso, che anche l’uomo, quell’uomo che aveva a che fare con l’antica evidenza, viene meno (scissione e annichilimento che Vattimo e altri prendono, con discutibile estensione, per la morte del soggetto tout court per cui l’Übermensch non sarebbe un più-che-soggetto ma una terza cosa), non spingono il pensiero debole agli interrogativi radicali e abissali del nichilismo, che sono invece, secondo Evola, ineludibili per chi, filosofando, voglia scoprire il (nuovo) soggetto e andare oltre il discorso della filosofia, forte o debole che sia. Debole e dunque prudente, questo pensiero si tiene lontano sia dall’imbarazzante nulla del nichilismo forte, che dalle verità non più credibili delle vecchie e nuove metafisiche: tra queste ultime mette anche l’hegelo-marxismo, lo strutturalismo, il post-strutturalismo, il pensiero negativo, Heidegger stesso se accolto senza cautele e, insomma, dobbiamo ritenere, ogni posizione che anche negando e problematicizzando affermi qualcosa con pretese di fondamento. Ma è più che evidente che con il «pensiero della differenza» e con il pensiero dialettico di impianto materialistico conserva un rapporto privilegiato (a p.20 Vattimo ne dà la ragione).
Il pensiero debole si propone di portare a fondo la tendenza antidogmatica della filosofia e in più di gettare uno sguardo al di là della crisi. Vattimo rileva con insistenza la constatazione, pure essa di origine nietzschiana – e da Evola valorizzata al massimo entro il suo «sistema» – del rapporto che corre tra filosofia e volontà di dominio o potenza: una notazione non soltanto di ordine psicologico, come fino a pochi anni fa molti giudicavano, e che nell’inventore dell’Übermensch non si colora affatto di tinte negative. Il Wille zur Macht, semplicemente, è, e Nietzsche sta dalla sua parte contro le menzogne della ragione morale. Il pensiero debole invece rivolta subito il nesso filosofia-dominio in un negativo morale, in un non-dover-essere. Il pensiero debole si pone in uno contro il pensiero dogmativo e contro la volontà di potenza che lo struttura in categorie linguistiche. La crisi nichilistica, da cui è afflitta la filosofia occidentale, è da attribuire in ultima istanza alla presenza devastante delle «categorie signorili». Benchè debole questo pensiero è capace di «un progetto che può giustificare un impegno» (p. 27), un progetto di attacco, una rivolta linguistica, ontologica.

Martin Heidegger (1889-1976)
Non si tratta più di fondare alcunché (una nuova totalità, una nuova soggettività, una nuova differenza) ma di sfondare le categorie sussistenti «dei dominatori». Lo strumento sfondante è la categoria della Verwindung presa da Heidegger, ovvero un modo di procedere non per «superamenti» che sviluppino, inverino e conservino bensì per prese d’atto «distorcenti», decostruenti, dissolventi. Siccome non ci sono fatti ma solo interpretazioni (la nuova ermeneutica è già essa idealismo distorto), è qui ammessa, nel rispetto delle procedure, la massima libertà interpretativa. Tutte le violenze ermeneutiche che la decadenza filologica, storiografica, scientifica consente, sono bene accettate, anzi richieste, pur che servano allo scopo di epurare dalle categorie signorili le tracce della signorilità. I poteri sovrumani che Nietzsche aveva riservato all’Übermensch sono ora adottati dall’uomo del pensiero debole [5].
Questa attività sfondante e distorcente di accompagna ad un sentimento che Vattimo con involontaria ironia chiama «pietas»: ossia pietà per ciò che poteva essere e non è stato ma che forse sarà per nostra iniziativa. Nel tentativo di condurre a morte le categorie signorili, la pietà è ciò che porta a considerare con amorevole attenzione ciò che signorile non è, i valori esclusi e alternativi e subalterni, le categorie che non sono entrate stabilmente nel linguaggio e nella storia, figure del limbo da portare in vita. «… è la pietà per queste rovine l’unico vero movente della rivoluzione, più che ogni altro progetto…» (p. 27). La pietas è la componente più propositiva della Verwindung, con la quale il pensiero debole si propone di «preparare un’umanità ultrametafisica» (p. 28) nel tempo in cui (è una suggestione di Sartre) il senso dell’essere sarà divenuto «patrimonio» comune a «tutti» gli «uomini concreti» (e non più privilegiato possesso di pochi) e dunque si sarà finalmente «dissolto» (p. 20-1). L’indebolimento progressivo dell’essere (nozione forte) è anche la sua socializzazione e fenomenizzazione. Alla fine del «processo», se non si interpreta male, la fine dell’essere sarà la fine della Storia di marxiana memoria.
Fine, declino, distorcimento, sfondamento, depotenziamento: il pensiero debole è ricolmo di concetti negativi (ed anche piuttosto aggressivi), il che può essere segno di prudenza critica, di preoccupazione antidogmatica ma anche di voler dire, nella prospettiva evoliana, che non gli è concessa l’affermazione di alcunché al di là di ciò che nega. Negando l’Io, non rimane che il non-io, per il quale sarà problematico trovare un nome filosofico, sia pure debole.
4.
«Non ci sono condizioni trascendentali di possibilità dell’esperienza, che sia possibile raggiungere mediante una qualche riduzione o epochè (**) che sospenda la nostra adesione a orizzonti storico-culturali, linguistici, categoriali» (p. 13). «L’apriori che rende possibile la nostra esperienza del mondo è Ge-schick, destino-invio…» (p.19).
«… non disponiamo di un accesso precategoriale o transcategoriale all’essere, che smentisca ed esautori le categorie oggettivanti della metafisica…» (p. 22). «Il trascendentale, quello che rende possibile ogni esperienza del mondo, è la caducità: l’essere non è ma ac-cade…» (p. 23).
La teoria dell’individuo assoluto presuppone al contrario uno sfondamento del muro trascendentale, e mica solo pensato e ragionato in una specie di critica della fenomenologia possibile del trascendentale. Di tale presupposto Evola non parlò mai come di una sua personale esperienza privilegiata, sebbene tutta la sua opera la lasci chiarissimamente trasparire. Il vecchio dadaista e nichilista non pensò mai di chiedere la fiducia sulla parola. In filosofia teorizzò, con le categorie proprie di questa, l’«immanente trascendente», che chiamò Io (più tardi anche Sè), tutt’uno con l’atto della libertà o potenza: ma la verità di tale asserzione lasciò del tutto alla verifica empiricissima del lettore. Il soggetto metafisico, dichiarato morto dal pensiero debole, non ha nulla a che fare con il soggetto evoliano. La razionalizzazione dell’«immanente trascendente» nasce da una critica puntigliosa delle categorie del soggetto e della libertà quali furono concepite nel corso della filosofia fino all’idealismo, critica che può essere estesa, ci sembra, al pensiero debole e al suo soggetto rivoluzionario, fenomenistico, vivente in simbiosi con l’essere declinante. È critica che consiste nel condurre la filosofia al suo punto zero (e solo da lì, per chi ci sta, oltre il muro trascendentale).
Il pensiero debole si fa forte della paralisi affermativa dei pensieri che ha di fronte, di filosofie come discorsi. Ma il pensiero di Evola non afferma nulla che sia soltanto discorso e filosofica chiacchiera: però sa negare e scendere fino all’aut-aut decisivo; e qui è forte e nichilistico (conformemente al «nichilismo attivo» di Nietzsche, che è l’opposto della debolezza). Il buon senso e il senso comune, cui il pensiero debole si richiama nel delineare il suo risvolto affermativo (p. 26), è sempre cattivo consigliere in filosofia. Certo, non è obbligatorio far filosofia: Evola, con il suo contingentismo, è il primo a concederlo. Dalla filosofia si può uscire verso tante direzioni e in tanti modi. Il modo di Evola presume di essere legittimamente filosofico. Agli occhi di un pensiero negativo forte l’idea della debolezza appare debole anche sotto il profilo formale, poco filosofica[6].
segue nella seconda parte
Note dell’autore
[1]Le due principali opere di filosofia di Evola sono: Teoria dell’Individuo assoluto e Fenomenologia dell’Individuo assoluto che uscirono in prima edizione rispettivamente nel 1927 e nel 1930.
[2]Senso più marcato nella seconda edizione di Teoria.
[3]J. Evola, Saggi sull’idealismo magico, 1925, p.148 sgg.
[4]AA.VV., Il pensiero debole, a cura di Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti, Feltrinelli 1983 (Le pagine richiamate sono indicate nel testo dell’articolo)
[5]Gianni Vattimo, Al di là del soggetto, Feltrinelli 1982, pp. 27 sgg.
[6]La concezione debole, fin tanto tiene illuminato sullo sfondo lo scenario metafisico, fin tanto ritaglia la propria immagine sulla tela del pensiero forte conserva i caratteri della filosofia (non scivola, cioè, in scientismo o in senso comune o in prassi). È la forza, sia pure assunta sotto spettro negativo, che fa di questa concezione una filosofia, malgrado l’ambigua categoria della debolezza. Ma è chiaro che è pensiero che lavora per congedarsi nel tempo della filosofia, e il congedo non potrà essere propriamente filosofico ossia dato con i crismi della filosofia (assolutezza, categoricità). Dovrà prendere la forma di una perdita di interesse e di attenzione, di un’amnesia progressiva, di una graduale mutazione antropologica.
Note redazionali:
(*) https://www.centrostudilivatino.it/il-congedo-di-gianni-vattimo-e-del-pensiero-debole;
(**) in gergo filosofico, sospensione o astensione del giudizio, della valutazione (dalla traslitterazione del greco antico “ἐποχή” ossia “sospensione”).


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