Giove, Marte e Quirino per gli antichi Romani

Sabato prossimo 21 aprile, proprio in occasione del Natale di Roma, presso i locali della comunità militante Raido a Roma il professor Renato Del Ponte, già fondatore e direttore della storica rivista di studi tradizionali “Arthos”nel 1972 nonché curatore di varie edizioni e ristampe di opere di Julius Evola, presenterà la nuova edizione del suo storico e prezioso volume “La religione dei Romani”, pubblicato originariamente con l’editore Rusconi nel 1992, e ripubblicato ora per la casa editrice Aryâ di Genova in una versione riveduta, corretta, ampliata ed aggiornata alla luce sia delle sopravvenute ed importanti scoperte archeologiche sul mondo romano delle origini che del lavoro di approfondimento e di ricerca condotto dall’Autore su alcuni importanti aspetti specifici della religiosità romana.

Nell’opera, la spiritualità propria al mondo romano antico viene analizzata non con gli schemi razionali, materialistico-positivistici e filologico-accademici propri all’uomo contemporaneo, ma secondo un punto di vista rigorosamente tradizionale, aiutando il lettore a riscoprire la forma mentis del Romano antico, in connessione continua con la sfera del sacro, nella cui quotidianità ogni azione era ritualizzata e sacralizzata.

Per l’occasione, ripresentiamo un breve articolo in cui Evola commentava l’encomiabile opera di Georges Dumezil nella riscoperta non solo della vera romanità delle origini ma anche della civiltà indoeuropea in genere.

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di Julius Evola

tratto da “La Tradizione di Roma” (Edizioni di Ar)

Il quadro che le persone colte hanno, in genere, della civiltà e della religione romana antica è, più o meno, quello di un complesso isolato. Secondo gli  schemi seguiti dall’insegnamento corrente e, del resto, anche secondo il metodo adottato da più di uno specialista delle cose romane, dopo un cenno fuggevole sulle civiltà italiche preromane e sugli Etruschi, i culti e le istituzioni romane vengono considerate a sé, salvo registrare le influenze greche o orientali che essi successivamente subirono. Così stando le cose, ha fatto molto bene l’editore Einaudi a pubblicare, in una traduzione italiana, l’opera di un noto studioso francese, G. Dumézil: Iupiter, Mars, Quirinus (Torino, 1955), la quale offre l’esempio della applicazione di un diverso metodo – del metodo comparato a base «indoeuropea» – nello studio e nell’interpretazione del mondo romano.

Tale metodo non è certamente nuovo. Risale già alla seconda metà del secolo scorso la scoperta, che civiltà, quelle indù, iranica, greca, romana, celtica, germanica, e varie altre ancora, hanno avuto una radice comune.

La tesi fu anzitutto dimostrata sul piano filologico, cioè per quel due riguarda l’eredità degli elementi di un’unica lingua originaria.  Da tale piano, si passò a quello della razza, cercando di ricostruire le migrazioni preistoriche di gruppi di popoli di eguale ceppo – gli  indoeuropei – che, parlando tale lingua, avrebbero dato alle accennate civiltà l’impronta essenziale. Infine, si affrontò il problema dei culti, delle divinità, delle istituzioni, delle forme giuridiche, per stabilire altri paralleli e confronti.

Come era naturale, l’entusiasmo del primo momento portò a unilateralezze, a errori, a fantasie. Solo di recente il metodo comparato è stato affinato e la tesi indoeuropea è stata formulata in modo scientificamente soddisfacente. Il Dumézil è fra coloro che ne hanno fatto maggiormente uso, e già da molti anni egli è andato ad applicarla allo studio della civiltà romana. Il libro sopra segnalato comprende i saggi principali da lui pubblicati su questa linea dal 1941 al 1948.

Scritto con estrema chiarezza e vivacità malgrado l’apparato erudito, tale libro risulta dunque interessante in prima linea riguardo al metodo. Si aprono orizzonti affatto nuovi quando si considerino le cose romane in funzione di quel più vasto ciclo di civiltà, della eredità indoeuropea che a Roma può, sì, aver ricevuto una formulazione particolare e originale, ma senza perdere mai interamente i suoi tratti. Anzi, è solo in tale quadro che non pochi motivi romani vanno a rivelarci il loro significato più profondo e originario.

In secondo luogo, il libro è interessante perché il Dumézil riprende opportunamente l’idea, già messa in risalto da un Vico e da un De Coulanges, di una unità interna, organica, dei culti, dei corpi sociali, delle vocazioni, delle funzioni e delle istituzioni delle civiltà antiche. A Roma, non meno che in ogni civiltà tradizionale, tutto ciò si organizzò, in origine, intorno ad un unico asse.

Viene poi l’aspetto specifico della ricerca del Dumézil. Egli ritiene che a tutte le civiltà fu propria una ripartizione di «divinità funzionali», avente riscontro in una analoga ripartizione. Si tratterebbe, in primo luogo, di divinità che incarnano l’idea della sovranità nel suo aspetto sia mistico e quasi magico (potere sacro che si afferma direttamente, che vince senza combattere), sia giuridico; poi, di divinità guerriere; infine, di divinità della fecondità, della ricchezza, della produttività. I tre tipi divini hanno la loro  corrispondenza in tre caste o classi funzionali: capi o capi-sacerdoti, guerrieri, borghesia o allevatori proprietari e agricoltori. Con ricerche complesse e tenaci il Dumézil dimostra che una simile struttura tripartita, ben attestata soprattutto in Oriente, non fu straniera nemmeno a Roma, benché qui, in seguito, sul principio dell’articolazione gerarchico-funzionale doveva prevalere quello di una unità sociale piuttosto uniforme basata sull’idea civica. La triade degli dèi a Roma sarebbe stata quella di Giove, Marte e Quirino. Vi corrispondeva la tripartizione del maggiore sacerdozio romano, quello dei Flamini. La controparte sociale, infine, sarebbe stata costituita dalla tre antiche tribù dei Ramnes, dei Luceres e di Titienses. Queste tracce del comune retaggio  sarebbero sussistite a Roma, fino al momento in cui divennero semplici sopravvivenze arcaiche non più trasparenti dell’idea animatrice che ne aveva costituito la base.

In quanto aspetto speciale delle sue ricerche il Dumézil si è però talvolta lasciato prendere la mano dalle sue tesi, nel voler ricondurre troppe cose all’accennato schematismo. Questo non essendo il luogo per entrare in considerazioni critiche, accenneremo a due soli punti. In primo luogo, invece di una tripartizione sociale, sta di fatto che noi spesso incontriamo una quadripartizione: sovranità, forza guerriera, borghesia, lavoratori. E poco vale che il Dumézil rilevi che in Oriente la quarta casta non era composta dagli Indoeuropei, ma dai popoli assoggettati, perché per Roma e per i Nordici egli ammette che alla tripartizione si giunse attraverso l’associarsi di gruppi etnici in origine eterogenei e perfino nemici.

Il secondo punto è questo: la tripartizione, o quadripartizione sociale, è davvero una caratteristica degli Indoeuropei e quasi un loro seguo di riconoscimento, ovvero è uno schema avente un valore intrinseco,una sua necessità interna e perfino una analogia con l’articolazione dell’essere umano? Malgrado ciò che ne pensa il Dumézil, crediamo che la seconda alternativa sia la giusta e che al massimo si può dire essere, gli Indoeuropei, i popoli che più degli altri hanno saputo riconoscere ed applicare l’ideale di una gerarchia sociale organico-funzionale: ideale, che però mantiene un valore oggettivo e normativo e non è da considerarsi come la creazione casuale di un dato gruppo umano.

Al lettore non sfuggirà l’importanza di quest’ultimo punto, nel caso che egli, oltre a tutto ciò che di interessante il libro del Dumézil gli può rivelare circa una romanità studiata secondo una visuale nuova e ampliata, da esso sia portato a presentire il significato non effimero di ciò che, concordemente, manifestarono tutto un gruppo di grandi civiltà intese come vero ordine di funzioni sociali riferendosi ad uno Stato che, come disse Platone, esiste come idea di là dalla storia e prima di ogni sua particolare, più o meno imperfetta realizzazione.



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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