Gli ariya seggono ancora al Picco dell’Avvoltoio

Dopo il contributo di Jean Varenne sul carattere “aristocratico” del buddhismo nella chiave di lettura di Julius Evola, proponiamo oggi, sempre in via introduttiva rispetto ad un filone sull’Oriente cui ci stiamo lentamente approssimando, un altro celebre testo del barone, vale a dire l’ultimo paragrafo de “La dottrina del risveglio”, molto suggestivamente intitolato “Gli ariya seggono ancora al Picco dell’Avvoltoio(*). In esso Evola non solo riassume finalità e prospettive dell’opera, ma fornisce anche un quadro ampio e significativo della situazione del mondo contemporaneo, soffermandosi, tra l’altro, sulla differenza tra azione in senso tradizionale ed attivismo in senso deteriore (tema su cui varie volte ci siamo soffermati), e sulle possibili prospettive di reazione alla dimensione samsārica di questa nostra (sotto)civiltà. Tenendo a mente che “la situazione ormai è tale che pensare alla possibilità di una reazione efficace e ricostruttiva generale è frivolo“, ma essendo consapevoli che “quel che in grande, ossia in ordine all’indirizzo generale e irreversibile del mondo moderno deve apparire utopistico può, tuttavia, sempre proporsi a singoli individui ancora in piedi che intendano difendersi“.

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di Julius Evola

tratto da “La Dottrina del Risveglio” (paragrafo 12 della II parte) 

Come dicemmo al principio, il presente libro si è essenzialmente proposto di indicare gli orizzonti e le vie proprie ad una realizzazione spirituale basata sul principio ascetico del «distacco». A tal fine abbiamo scelto il buddhismo delle origini perché esso ci si presenta come la tradizione che più di ogni altra ha elaborato un sistema completo chiaro e coerente di pratiche corrispondenti. Prima di tutto, il presente saggio fa dunque da controparte ad altre nostre opere con le quali abbiamo fatto conoscere dottrine che per il raggiungimento della stessa mèta – la decondizionalizzazione dell’essere umano, il risveglio illuminante, l’apertura iniziatica della coscienza – hanno indicato vie differenti.

La Bhavacakra, la ruota dell’esistenza o del divenire, in cui si manifesta il samsara (free image from wikimedia commons, under  GNU Free Documentation License, Version 1.2, author Mistvan, taken with no changes)

Così non abbiamo inteso propriamente fare una apologia del buddhismo. Il nostro intento, tuttavia, ci ha portati necessariamente a mettere in evidenza dimensioni in profondità di questa tradizione che sono state obliterate e che potranno perfino sembrare inusitate dato che ciò che si pensa correntemente del buddhismo. Né si tratta soltanto degli occidentali. Se un personaggio rappresentativo quale capo del governo indù, come il pandit Nehru, ebbe a dichiarare che al mondo si presenta questa alternativa: il buddhismo oppure la bomba H, con ciò egli ha dato un esempio caratteristico del piano in cui nella sua stessa patria originaria il buddhismo può essere fatto finire – il piano di un pacifismo fiacco e umanitario – e ci ha dato l’esempio, anche, di una tipica trascuranza di ben diverse, possibili valenze di esso (1).

Per questo forse qui potrà trovar posto qualche breve considerazione additiva su ciò che i valori da noi chiamati «ascetici» possono significare anche fuor dal campo specifico da noi trattato, e in relazione alla stessa civiltà attuale. Naturalmente, questa civiltà sta nella più decisa antitesi rispetto alla trascendenza ascetica. In essa le stesse forme dell’ascetismo a carattere religioso non rappresentano ormai che dei residui. I grandi Ordini contemplativi cattolici stanno estinguendosi o fossilizzandosi, come logica conseguenza dell’indirizzo moralistico-borghese, socializzante, assistenziale e perfino politicante e settario presentato dall’attuale cattolicesimo.

A parte il problema religioso che, come si è visto, non ha una diretta relazione con l’alta ascesi, si tratta dell’orientamento fondamentale dello spirito moderno. Se si dovesse caratterizzare la civiltà moderna – quella che non pochi continuano a considerare come la civiltà per eccellenza – si potrebbe dire che essa non solamente è una civiltà affatto samsārica ma che, fra tutte, è la civiltà che del samsāra ha fatto un vero culto, esaltandolo e gettando discredito e disprezzo su ogni diverso punto di vista. Così una realtà sovratemporale e trascendente in senso positivo oggi non si sa più che sia e che possa essere, né desta interesse. È un oggetto di semplice «storia delle religioni». Lo storicismo, l’irrazionalismo, le varietà della religione della vita, l’evoluzionismo, il materialismo storico-dialettico sono le autentiche espressioni dello spirito dell’epoca e la controparte culturale dell’«attivismo» occidentale, della vita immediata dei tempi ultimi la quale, chiusa nella cerchia di realizzazioni affatto temporali e contingenti, è portata da un movimento senza limiti e senza senso, da forze oscure e collettive che si sottraggono ad ogni vero controllo, presso ad una demonìa della tecnica, della meccanizzazione, della produzione. Se questa civiltà sta mietendo più vittime di quante nessun idolo barbaro mai ne richiese, d’altra parte è tale che in essa perfino l’eroismo, il sacrificio e la lotta presentano quasi senza eccezione un carattere privo di luce, «elementare», soltanto terrestre: appunto per l’inesistenza di ogni punto di riferimento trascendente.

L’avvento di una simile civiltà era stato prognosticato da vari insegnamenti tradizionali. Fra tutti, è ormai ben noto, ad esempio, quello riferentesi al cosiddetto kali-yuga, all’età oscura, equivalente all’età del ferro esiodea e all’età del lupo e dell’ascia della mitologia nordica. Né allo stesso buddhismo sono state estranee previsioni analoghe dei tempi a venire (2). La situazione ormai è tale che pensare alla possibilità di una reazione efficace e ricostruttiva generale è frivolo: fra l’altro, ciò significherebbe ignorare la concatenazione delle cause che attraverso i tempi hanno portato fino ad essa (3). Comunque simili problemi cadono fuor dal quadro delle presenti considerazioni. In fatto di civiltà generale si può unicamente dire che solo il destarsi di forze dell’ «essere», di forze di centralità e di stabilità di contro a quelle del mondo del divenire, dell’immanenza e dell’immedesimazione samsārica potrebbe ristabilire un equilibrio e prevenire una catastrofe. Ma come si possa venire a tanto, oggi non è possibile vederlo.

Quel che in grande, ossia in ordine all’indirizzo generale e irreversibile del mondo moderno deve apparire utopistico può, tuttavia, sempre proporsi a singoli individui ancora in piedi che intendano difendersi. E qui cade a proposito il riferimento ai valori da noi chiamati «ascetici».

Due possibilità vanno considerate, a tale riguardo. La prima è la più vicina allo spirito originario della tradizione studiata nel presente libro. È facile riconoscere il valore che molti dei comportamenti e delle discipline esposti nelle precedenti pagine, se adeguatamente adattati (separando dunque tutti gli elementi specializzati, locali e esotici) possono offrire pel còmpito essenziale che oggi si pone all’uomo differenziato: «far sì che ciò su cui non si può nulla, nulla possa su di noi». Da chi lo può e lo vuole, questa linea può esser sviluppata fino ad un distacco completo, non soltanto interiore, dall’ambiente.

La seconda possibilità riguarda chi voglia tener fermo senza ritirarsi. E qui il problema è di suscitare in se stessi una dimensione ulteriore, appunto la dimensione della trascendenza, per prendervi salda residenza e ordinare partendo da essa la propria condotta, perfino in un mondo come l’attuale e nel campo non della contemplazione ma dell’azione.

Senza ripetere quanto abbiamo detto in varie occasioni, rileveremo che mentre nel mondo moderno occidentale l’ «azione» è la parola d’ordine, tale mondo, in realtà, dell’azione sembra conoscere soltanto forme assai degradate e «passive». Come azione vera può infatti concepirsi solamente quella di chi non è preso da essa, l’azione che procede da un principio che, per essere distaccato e, in sé, «immobile», è veramente signore del movimento. L’elemento impassibile, estra-samsārico, l’elemento «essere», è la condizione. Quando manca, l’azione è «passiva», non è vera azione. È profondamente vero il carattere «femminile» attribuito da un insegnamento indù alla semplice attività, al puro movimento (élan vital compreso, aggiungeremmo), mentre la virilità viene riferita al principio immutabile dell’ «essere». E anche in Occidente, ad esempio, lo stesso concetto aristotelico del «motore immobile» potrebbe suggerire significati analoghi, se portato fuor dal piano puramente metafisico, mentre ciò che disse un Plotino riguardo a quel divenire che è «solamente la fuga degli esseri che sono e non sono» può valerci come la migliore caratterizzazione del «dinamismo» occidentale e, ormai, generale, planetario.

Ebbene, quando il principio che dunque è richiesto, non solo pel puro distacco ma anche per ogni azione in senso superiore, non sia presente grazie ad una dignità naturale, solamente una «ascesi» può destarlo e farlo prevalere. Così il valore generale di essa appare confermato sia nei riguardi di una civiltà che per ideale non abbia l’agitazione ma la vera azione (riferendosi all’Occidente, si può sottolineare che, per una rettificazione, non si tratterebbe affatto di passare a valori diversi da quelli dell’azione, ad esempio a quelli «contemplativi» nel senso religioso, in fondo assai estranei alla vera natura dell’uomo europeo, ma proprio di far prevalere le forme superiori dell’azione e della «via dell’azione»), sia – ed è propriamente ciò che qui interessa – nei casi accennati di individui che vogliano restare attivi in un mondo come l’attuale e che perfino intendano tentare l’avventura di «cavalcare la tigre» (4).

Abbiamo già accennato che l’antico buddhismo considerò date discipline secondo gli aspetti pei quali esse valgono solo «per la vita». In genere, ciò che è trascendenza agisce in modo diverso a seconda del circuito in cui viene inserita. Ad esempio, non esiste forse testo occidentale a larga diffusione in cui all’eroismo e all’azione guerriera siano state date una giustificazione e una valenza così precise come la Bhavagad-gītā, appunto grazie ad un riferimento alla trascendenza (5). Seppure con le limitazioni riferentisi al carattere della religione dominante, il Medioevo occidentale conobbe Ordini ascetico-guerrieri. Un esempio in particolare avente stretta attinenza con la materia del presente libro è il Giappone. Proprio lo Zen, forma esoterica della dottrina buddhista, lo si è potuto chiamare, in diverse sue applicazioni, la «religione dei samurai», ossia della nobiltà guerriera nipponica (6); specie dopo la guerra russo-giapponese esso fu considerato come la dottrina più adatta per servire da controparte spirituale e ascetica pel risorgere di tale nazione. Secondo l’etica tradizionale giapponese, se un uomo è un vero uomo e non un animale egli non può essere che «samurai»: coraggioso, dritto, pieno di fede, virile, di una composta dignità, pronto anche ad ogni sacrificio attivo.

Senonché i precetti di virilismo, di lealtà, di coraggio, di controllo della mente, degli istinti e dell’azione, di disprezzo per una vita molle e pel vano lusso, propri al bushido, all’etica della nobiltà guerriera samurai, hanno trovato nell’accennata dottrina, ultima promanazione della dottrina del risveglio e delle sue discipline, la loro conferma e una speciale integrazione (7). Non è privo d’interesse rilevare (sempre in relazione alle possibili valenze di una data «ascesi») che proprio in questo quadro ha potuto definirsi una forma tutta particolare, incondizionata e lucida di eroismo: non l’eroismo «tragico», l’eroismo dell’esaltato o dello scatenato, ma quello di chi può offrire la propria vita in modo libero da sentimenti, con esatta visione del fine, con indifferenza per la propria persona perché egli non è vita e non è persona, perché il centro vero di sé si è spostato su di un piano più profondo. Una non diversa formazione interiore è da supporsi pel fenomeno dei kamikaze, dei piloti volatisi liberamente alla morte in voli senza ritorno nella seconda guerra mondiale (8).

Ma oltre questi casi-limite devesi considerare tutta la parte che in Giappone dottrine del genere, tradottesi in una visione del mondo, hanno avuto nel formare e nel dare una dimensione in profondità ad un insieme di attività e di atteggiamenti nella stessa vita pratica quotidiana, fin nelle arti e nell’artigianato, nel tiro dell’arco e nella lotta, in una serie di ritualizzazioni liberatrici (9).

Questi cenni non saranno dunque fuori luogo per indicare uno dei significati non peregrini che una «ascesi» può avere «per la vita», oltre che per «di là dalla vita»; come pure, per restituire al buddhismo certe sue valenze che, come si è indicato, esulano dalla concezione che di esso hanno perfino persone colte e buddhisti praticanti di oggi.

Quanto all’uso trascendente di una ascesi del tipo qui considerato, nel corso della nostra esposizione l’essenziale è stato già indicato. La via ad essa propria non è essenzialmente diversa, come fine, da quella iniziatica, corrisponde ad una vera volontà dell’incondizionato, si sviluppa di là da teismo e da ateismo, è opposta ad ogni panteismo, si propone a nature libere e virili. La dottrina originaria degli ariya non fa concessioni alle debolezze umane. È importante anche il suo sfondo fondamentale di visione del mondo: anche fuor dalle prospettive assolutamente di vetta, essa è opposta ad ogni fisima evoluzionistica e storicistica. Non esiste un «senso» del divenire. Il divenire, il samsāra, è una condizione di esistenza, senza principio né fine (il limite essendo solo quello della durata della manifestazione cosmica in genere). È un «girare». Non si raggiunge, seguendo la corrente, la «fine del mondo». La direzione lungo la quale possono determinarsi il risveglio e la grande liberazione è verticale, non ha a che fare col corso della storia. Di nuovo, vi è un parallelo preciso, da noi già ricordato, nell’antico Occidente precristiano: il samsāra corrisponde all’ellenico «ciclo della generazione» o della «necessità». L’iniziato si scioglie da esso, lo trascende.

Sulle tentazioni che praticamente presenta questa via di realizzazione, in quanto a seguire il modello del Buddha storico, essa non chiede aiuti esteriori, rifiuta appoggi, si basa essenzialmente sull’azione del singolo in cui si sia destata la corrispondente vocazione e che comprenda le varie pratiche, si è già detto. Si sa che oggi in certe conventicole spiritualiste l’ideale americano del self-made man, dell’uomo che viene dal nulla e si fabbrica da sé, è stato esteso al campo iniziatico, dando luogo a divagazioni circa una presunta iniziazione «moderna» e veramente occidentale. Il nuovo e il moderno non trovano posto nel campo di cui qui si tratta. Tuttavia non si può trascurare il fatto che la situazione del mondo attuale è tale che l’uomo si trova effettivamente solo, che i collegamenti che in altre epoche e in altre aree potevano far da base al suo sforzo o dirigerlo adeguatamente sono venuti o stanno venendo sempre più meno. Così non si tratta solamente di tentazioni e il problema può esser posto anche fuor dalle accennate divagazioni. Chi, in una tale situazione, confida nel proprio destino, può riconoscere il valore attuale che, anche appunto per forza maggiore, ha la via ariya del risveglio come spirito e orientamento, nella sua autonomia. Almeno una parte di essa può essere percorsa individualmente, bruciando ogni vincolo. Di passata, rileveremo che potrebbe avere un certo valore sintomatico l’attrazione, sia pure confusa, che lo Zen sembra aver esercitato su alcuni elementi anarchici esistenzialisti e «bruciati» dell’ultima generazione, come alternativa al crollo in un mondo dove «Dio è morto» e «il deserto cresce» (Nietzsche).

Nei riguardi specifici dello Zen vi è però da indicare un equivoco, quando nell’accennata attrazione hanno una parte certe prospettive circa improvvise e apparentemente gratuite rotture di livello liberatrici, assai allettanti per chi sia insofferente per discipline serrate come quelle che, come si è visto, formarono la salda base della via originaria del risveglio. A tale riguardo un esponente moderno giapponese proprio di quella scuola, D. T. Suzuki, ha però opportunamente usato l’immagine di una sveglia la cui suoneria ad un dato momento, nel giusto momento, scatta, ma solo perché in precedenza essa era stata caricata.

Comunque, anche con queste riserve, il significato precipuo, per nulla scaduto, della via degli ariya in alcune parti essenziali, a prescindere dalle mète trascendenti, non può non restare confermato per lo stesso uomo di oggi che lotta contro il mondo assurdo che lo circonda e che sente una superiore libertà quasi come una condizione di vita. Se il presente libro, fra l’altro, contribuisse in parte a suscitare in qualcuno questo senso, ardiremmo ripetere, anche a tale riguardo, la formula katam karanīyam – «è stato fatto quel che doveva esser fatto».

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(*) L’intitolazione che Evola diede al paragrafo conclusivo de “La Dottrina del Risveglio”, Gli ariya seggono ancora al Picco dell’Avvoltoio, fa riferimento al Gṛdhrakūṭaparvata, letteralmente “Picco dell’Avvoltoio”, una delle cinque alture che circondano la città indiana di Rājagṛha (Rajgir), presente in molteplici sūtra buddhisti come luogo elettivo delle assemblee dei monaci buddhisti. Si tratta, secondo la tradizione, del luogo in cui  il Buddha Śākyamuni espose alcuni degli insegnamenti più importanti riportati nei sūtra (N.d.R.).

Note dell’autore

(1) A parte ciò che diremo più oltre sul buddhismo in Giappone, e oltre a ricordare il fatto che il fondatore di uno dei più grandi imperi in India fu un buddhista, Ashoka, si può accennare, fra l’altro, che a partire dal II secolo a.C. i buddhisti appoggiarono con entusiasmo i re nelle guerre da essi intraprese, ne accompagnarono gli eserciti e giunsero fino a dichiarare priva d’importanza la strage dei nemici perché, questi essendo estranei alla sacra dottrina degli ariya, erano da considerarsi come poco più che degli animali.

2) Cfr.su ciò J. Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Edizioni Mediterranee, Roma, appendice.

(3) Rivolta contro il mondo moderno, cit., Parte Seconda, passim.

(4) Cavalcare la Tigre è il titolo di un nostro libro del 1961, nel quale abbiamo indicato gli atteggiamenti che convengono, in una epoca di dissoluzione come l’attuale, ad un tipo umano differenziato. La formula «cavalcare la tigre» si riferisce al modo di affrontare forze e processi altrimenti distruttivi senza essere stati travolti, traendone anzi profitto. Il «tipo differenziato» è definito appunto dalla presenza in lui dell’altra dimensione, di quella che, essenzialmente, le discipline di distacco hanno in vista.

(5) Cfr. Rivolta contro il mondo moderno, cit., Parte Prima, cap. 18.

(6) Cfr. Kaiten Nukariya, The Religion of the Samurai, Londra 1913, pp. XXII, 50.

(7) Kaiten Nukariya, op. cit., pp. 36-50.

(8) Per non far cadere l’accento solamente sull’Oriente, si può ricordare il sacrifico analogo, inquadrato in un rito preciso, della devotio romana, che rese famosa la casa dei Deci e che all’antica romanità vale sempre come esempio: qui il condottiero si votava coscientemente alla morte per scatenare forze dell’aldilà che travolgessero il nemico.

(9) Cfr. K. Von Dürckheim, Japan und die Kultur der Stille, München-Planegg, 1950; E. Herrigel, Zen nell’arte del tirar d’arco, Bocca, Torino, 1955.

L’immagine in evidenza è tratta liberamente da pixexid.com, author Ralph.



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