Il gusto della volgarità (I parte)

Con questo scritto risalente alla fine degli anni Sessanta Evola analizzava le caratteristiche di una tendenza nascente, quella del gusto per la volgarità, per il brutto, per l’inferiore, per il decadente, per il deforme, che cominciava a manifestarsi in vari ambiti. Oggi possono far sorridere certi riferimenti al vestire con i jeans (moda che, in particolare laddove seguita dalle donne, sconcertava in modo incredibile il barone) o ai “cantanti urlatori”. Ma era comprensibile: Evola proveniva da una delle ultime generazioni nate e cresciute in un clima di relativa “normalità”, in cui ancora il culto del bello, il rispetto, l’educazione, l’ordine, l’eleganza, lo stile, l’ambire ad innalzarsi e non ad autoumiliarsi erano dei riferimenti, sia pure sempre più sbiaditi o stereotipati col passare del tempo. All’epoca si trattava, in alcuni casi, di prime forme di decadenza ancora quasi “innocenti”, rispetto allo spettacolo allucinante cui siamo ormai sottoposti quotidianamente, e che Evola stava cominciando ad inquadrare: dalla volgarità nel parlare a quella nel vestire, dal degrado nel canto come nelle arti, fino alla sfera sessuale (di cui Evola farà cenno nella seconda parte). Un compiacimento morboso nel perdersi, nel distruggersi, nell’abbassarsi di livello. Nello sprofondare nel pantano della materia deforme, fino alla dissoluzione.

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di Julius Evola

tratto da “L’Arco e la clava

prima parte

L’incidenza dei processi regressivi da noi in precedenti pagine già ripetutamente puntualizzati sul dominio generale del costume e dei gusti ha uno dei segni indicativi più tipici nel gusto per la volgarità col suo sottofondo più o meno subconscio costituito da un piacere per la degradazione, per l’autocontaminazione. Ad esso apparentate sono le varie forme di una tendenza alla deformazione e di un gusto pel brutto e pel basso. Qualche considerazione in proposito non sarà priva di interesse.

Occorre appena accennare che la tendenza in parola è senz’altro manifesta in letteratura in alcune forme di un nuovo realismo, per la scelta dei soggetti propri a tale indirizzo la quale si porta non già – come la designazione farebbe pensare – sulla «realtà» globalmente assunta – sociale o individuale che sia – bensì sugli aspetti più volgari, meschini, sporchi o squallidi di essa. In ciò si mette un vero e proprio «impegno», tanto che il termine «letteratura impegnata» spesso è usato per autori di questo indirizzo nel quale simili scelte si uniscono a precisi intenti di agitazione politico-sociale. Ma qui importa soprattutto il fatto che, in genere, gli esponenti di tale tendenza non provengono dal mondo su cui essi portano morbosamente o tendenziosamente la loro attenzione. Essi fanno parte, invece, della borghesia, perfino dell’alta borghesia a pretese intellettuali, per cui è evidente il piacere dell’andare verso il basso e il soggiacere alla suggestione malsana di quel che è inferiore.

La stessa caratteristica viene in risalto in un campo assai più vasto, in forme varie, ad esempio nel parlare volgare. Tale modo di parlare ormai è divenuto cosi corrente che, a parte i romanzi e i racconti, perfino la radio e la televisione non se ne fanno più scrupolo in varie occasioni. Per un simile fenomeno vale la stessa osservazione fatta or ora. Dato che un tale gergo non è quello della propria classe, del proprio ambiente sociale di estrazione, dato che sono giovani, ragazze e ormai anche anziani delle classi medie, della buona borghesia e perfino di certa aristocrazia a credere di dar prova di spregiudicatezza, di libertà e di «modernità» nell’usare ostentatamente tale gergo, il senso dei fenomeno è semplicemente il piacere di degradarsi, di abbassarsi e di sporcarsi. A chi qui volesse parlare di anticonvenzionalismo, devesi rispondere che tutto quel che è convenzione presenta aspetti diversi; convenuto o meno, certe usanze sono – erano – intrinseche in una data classe, ne sono – ne erano – lo «stile» e il contrassegno. Aver il gusto di infrangerle significa semplicemente tendere a rompere ogni limite e ogni demarcazione, aprendosi verso il basso. Fino a ieri, la tendenza era l’opposta: molti individui maschili e feminili delle classi inferiori cercavano, più o meno artificiosamente e goffamente, d’imitare le maniere, il parlare, il comportamento delle classi superiori. Oggi si fa il contrario e si crede di essere spregiudicati mentre si è soltanto volgari e imbecilli.

Il “gusto pel brutto, pel volgare e per lo sciatto nel vestirsi e nell’acconciarsi (…). Epica fra tutte, e ancora non del tutto tramontata, è stata la moda dei blue jeans per le ragazze e persino per le signore”: Evola non avrebbe potuto immaginare che…

In corrispondenza, viene da accennare ad un fenomeno similare, a quello del gusto pel brutto, pel volgare e per lo sciatto nel vestirsi e nell’acconciarsi, divenuto parimenti di moda in certi ambienti: maglioni da operaio o da ciclisti, casacche e calzoni da contadini, camicie messe fuori e annodate, e cosi via, con la controparte di capelli lunghi e in disordine, di modi e di atteggiamenti scomposti e sguaiati circa i quali i film americani pensano d’istruire adeguatamente questa cafonesca gioventù al whisky e al «doppio gin». Epica fra tutte, e ancora non del tutto tramontata, è stata la moda dei blue jeans per le ragazze e persino per le signore: I blue jeans, che sono semplicemente i calzoni da fatica. La supinità e la tolleranza del sesso maschile ha, a tale riguardo, dello stupefacente. Queste ragazze si sarebbero dovute mettere in campi di concentramento e di lavoro; questi, e non appartamenti lussuosi ed anche esistenzialisti, sarebbero stati i luoghi appropriati per loro e per una «funzionalità» del loro accorciamento, e avrebbero potuto perfino portare ad una loro salutare rieducazione.

In un campo diverso, un’altra manifestazione del gusto pel volgare è la voga delle cantanti e dei cantanti «urlatori», purtroppo vastamente diffusi proprio in Italia. La direzione è la stessa. Si scende con piacere al livello della strada, del vicolo, del mercato rionale: il primitivismo della voce sguaiata, nel migliore dei casi l’istintività quasi animale nel campo dell’espressione e dell’emozione. L’estasi in cui già da tempo il canto rauco e sgraziato del negro quasi compiacentesi della propria abiezione ha mandato uomini e donne della razza bianca rientra nella stessa linea. Nel periodo in cui scriviamo, un caso particolare e stato quello del complesso che si è dato il nome di Beatles e che ha destato deliranti entusiasmi nella gioventù. A parte le acconciature, del genere anzidetto, la stessa designazione è quanto mai indicativa: questi urlatori si sono definiti gli «scarafaggi» (beatles) ossia sono andati a scegliere come insegna urto degli insetti più ripugnanti, nel che si ha un nuovo esempio precipuo appunto del piacere per l’abiezione (1). D’altronde, come controparte si può accennare al fatto che un appartenente dell’aristocrazia romana il quale aveva messo su un locale notturno (naturalmente oggi si deve dire night club) avrebbe voluto dargli il nome di «La Cloaca» se la polizia non vi si fosse opposta. ‘altronde, tornando ai Beatles, essi non sono stati forse insigniti dell’ordine cavalleresco dell’Impero Britannico dalla regina Elisabetta d’Inghilterra? Sono segni dei tempi. Il pantano raggiunge le stesse regge, anche se queste ormai non sono più che vuole, sbiadite sopravvivenze.

Veri e propri fenomeni di isteria collettiva hanno accompagnato il successo musicale dei Beatles: la punta di un iceberg, rappresentato dalla graduale diffusione di forme degenerate di psichismo di massa nell’epoca moderna e contemporanea

Come dicevamo, se di questi e di altri fenomeni il fondo è un piacere pel proprio abbassamento, tale piacere risulta essere dello stesso genere di quello, che nel campo sessuologico caratterizza il masochismo e l’autosadismo. In termini di «psicologia del profondo» si tratta di una tendenza distruttiva che si rivolge contro sé stessi. Cosi é da pensarsi alla parte che in tali fenomeni ha anche un inconscio, ma non per questo meno attivo, «complesso di colpa». Forse questo è il loro lato più interessante e, a suo modo, positivo. È come se si avesse avvertito quel venir meno a sé stessi, quella rinuncia ad ogni superiore senso della vita, che caratterizzano l’epoca attuale e come se, per la corrispondente, oscura sensazione di una colpa o di un tradimento, si trovasse piacere appunto nel degradarsi, nell`autoledersi, nel contaminarsi.

Vi sono pero dei casi in cui l’impulso distruttivo si volge non verso l’interno, ossia verso sé stessi, ma verso l’esterno, ovvero in cui le due direzioni s’incontrano e si mescolano (2). A tale riguardo potrebbe entrare in quistione un altro gruppo di fenomeni tipici moderni i quali partendo dalla vita più banale vanno via via fino al piano della cultura. In effetti, la tendenza sadista in senso generico si manifesta anche in un aspetto di quell’arte e di quella letteratura che si compiacciono a mettere in evidenza tipi e situazioni relativi ad una umanità spezzata, disfatta o corrotta. Il noto pretesto è, qui, che «anche ciò è vita», oppure che si vorrebbe mettere in luce tutto ciò al solo fine di suscitare una reazione. In realtà qui agisce piuttosto ciò che i Tedeschi chiamano la Schadenfreude, ossia un piacere maligno, quindi una varietà di sadismo, di compiacimento sadistico. Si gioisce nel vedere non l’uomo eretto ma l’uomo cedente, fallito o degenerato: il limite inferiore, non quello superiore, della condizione umana (in parte, si potrebbe riandare anche, più in generale, a quanto diremo circa il «riso degli dèi»). Una volta soprattutto scrittori e artisti ebrei (e russi) erano attivi su questa linea; ora la cosa e divenuta generale.

Anche fuor dalla letteratura si possono raccogliere fenomeni analoghi, con un analogo sottofondo: per esempio, nella musica e nelle arti figurative. Nemmeno qui mancano pretesti degli esegeti e dei critici: ci si viene a parlare di una «rivolta esistenziale» come senso di tali manifestazioni e in certi casi si aggiunge il motivo politico-sociale degli intellettuali «impegnati» di sinistra. L’Adorno (3) in una nota opera di filosofia della musica moderna ha voluto interpretare proprio in tali termini la musica atonale: l’irrompenza dei suoni che spezza le norme dell’armonia tradizionale e che si ribella al canone dell’«accordo perfetto» sarebbe la controparte della rivolta esistenziale contro le false idealità e le convenzioni della società borghese e capitalista. Riconosciamo tuttavia che in questo caso non si deve procedere in modo troppo semplicistico; per la valutazione, occorre tener presente la varietà dei possibili orientamenti. Oltre a quanto abbiamo detto nel libro Cavalcare la tigre sulla musica modernissima, riprenderemo in un altro capitolo il problema.

La follia del surrealismo (“il gioco lugubre” di Salvator Dalì, 1929)

Non vi è dubbio, tuttavia, che molti sono i casi nei quali le «valenze» che abbiamo cercato di scoprire nel fenomeno sono inesistenti e che in buona misura è giusto, piuttosto, quel che in un libro uscito fra le due guerre e intitolato La rivolta contro il bello ha scritto un americano, John Hemming Fry, a proposito del fondo sadista e distruttivo che traspare e circola in altri settori dell’arte contemporanea; egli si è riferito alle deformazioni, distorsioni e primitivizzazioni che hanno una parte rilevante in una vasta categoria di opere dell’arte figurativa ultima, in pittura e in scultura: le affinità elettive con l’arte dei selvaggi e dei negri essendo, in certi casi, un ulteriore indice assai eloquente (4).

Naturalmente, come punto di riferimento positivo non prenderemo il bello accademico, vuoto e convenzionale. Bisogna invece riportarsi all’opposizione fra la forma e l’informe, all’idea che ogni processo veramente creativo consiste nel dominio della forma sull’informe, in termini greci nel passaggio dal caos al cosmos. In un senso superiore, riconosciuto non solo dai classici ma anche dallo stesso Nietzsche, il «bello» corrisponde appunto alla forma compiuta e dominatrice, allo «stile», alla legge esprimente la sovranità di una idea e di una volontà. Da tale punto di vista l’avvento dell’informe, del caotico, del «brutto» attesta un processo distruttivo: non una potenza ma una impotenza. Ha un carattere regressivo. Psicologicamente, il sottofondo è sempre lo stesso: una tendenza sadista, un piacere per la contaminazione nell’artista non meno che in chi apprezza e gusta (se si tratta di un gusto sincero, non di uno stupido conformismo alla rovescia, come nella gran parte dei casi) simile arte. Non per nulla in tutte le raffigurazioni fiabesche o superstiziose dei démoni un elemento predominante è la deformazione grottesca della figura umana: come nelle opere di certi artisti moderni che vanno per la maggiore.

Tratti tipici di autosadismo le presentano, poi, certe danze ultimissime nelle quali non si tratta più di semplici «sincopati» e di ritmi elementari intensi (fin qui si potrebbe perfino riconoscere qualcosa di positivo – anche su ciò abbiamo dello altrove) (5) ma che hanno addirittura un andamento grottescamente epilettico e scimmiesco, quasi in un piacere di degradare al massimo con contorcimenti parossistici, salti e convulsioni marionettistiche tutto ciò che di nobile può avere la figura umana. E se si vuol scendere fino a tale piano, una controparte la si può indicare nell’autentico sadismo proprio ai cosidetti «arrangiamenti» praticati dalla quasi totalità delle orchestre di grido, specializzate in dilacerazioni, manomissioni, deformazioni, scomposizioni e anarchie «solistiche» condotte fino all’irriconoscibilità, dell’uno o l’altro motivo dello stesso jazz o della musica leggera di ieri ancora accettabile.

segue nella seconda parte

Note

(1) si tratta, com’è noto, non dello stesso termine ma di una assonanza, pronunciandosi allo stesso modo beetle (scarafaggio, scarabeo) e beatles (che si fa derivare da beat, ritmo, e dai suoi composti beatnik e beat generation) (N.d.C.)

(2) In questa categoria potrebbero includersi varie «mode» in voga fra i giovani degli Anni Novanta, come lo stendersi sui binari dei treni, sulle righe di mezzeria di una strada, andare in auto contromano, lanciarsi verso un muro con la moto, sporgersi dai finestrini dei treni, ecc. (N.d.C.) –  Si tratta di comportamenti peraltro ancora tutt’altro che tramontati ed anzi, ulteriormente incrementati con nuove varianti, “suggerite” dalle moderne tecnologie: si pensi ai selfie fatti in equilibrio precario su impalcature o ponti (N.d.R.)

(3) Cfr. Theodore W. Adorno, Filosofia della musica moderna, Einaudi, Torino, 1959 (N.d.C.).

(4) Nel caso di opere negre e primitive autentiche originali devesi notare che non si tratta di uno stile artistico: le deformazioni e le distorsioni fanno parte, il più spesso, di un’«arte magica» avente per base non l’imaginazione soggettiva ma la percezione reale di certe oscure potenze elementari.

(5) Cavalcare la tigre, § 23 (N.d.C.)



Julius Evola

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