I Kamikaze

Sabato 19 maggio prossimo, presso i locali della Comunità Militante Raido di Roma, si terrà la presentazione del libro di Daniele Dell’Orco Non chiamateli kamikaze – dai Cavalieri del Vento Divino ai tagliagole dell’Isis (edizioni Giubilei Regnani), incentrato su un’attenta analisi dell’etica dei kamikaze giapponesi durante la seconda guerra mondiale, riflesso dell’ancestrale eco della dottrina dei samurai come codificata nel Bushido, per respingere come volgare contraffazione lo spietato terrorismo pianificato a tavolino dei tagliagole dell’Isis, ennesima creazione da laboratorio dei terribili ingegneri internazionali della falsificazione e dell’inganno di massa.

Per l’occasione, riproponiamo un articolo di Evola uscito sul “Roma” nel dicembre 1957, in cui il barone recensiva il libro “Alerte, kamikaze!”, traduzione in francese dall’opera originale di due ufficiali giapponesi facenti parte di quei corpi speciali, in cui accanto a resoconti militari trovavano spazio importanti note sullo spirito e l’etica dei kamikaze, su cui lo stesso Evola si sofferma.

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di Julius Evola

tratto dal “Roma”, 11 dicembre 1957

Molti lettori sapranno già chi sono stati i Kamikaze. Tale nome fu dato a quegli aviatori giapponesi che nell’ultima guerra con un cario di esplosivi si gettavano insieme all’apparecchio sulle navi nemiche per farle saltare in aria. Molto si è parlato di questi «volontari della morte», ora con ammirazione, ora con orrore. Ma non sempre è stato colto il senso completo di questa iniziativa, invero senza precedenti nella storia: perché questo è il primo caso di una tattica sistematicamente studiata e organizzata implicante la morte certa dei combattenti, applicata non in casi sporadici, presso a forme di esaltazione eroica individuale, ma per un lungo periodo e con un corpo speciale adeguatamente addestrato.

Sui Kamikaze è uscito in traduzione francese un libro di due ufficiali giapponesi già addetti a quel corpo (R. Inoguchi e T. Nakajima, Alerte, Kamikaze!, Paris, ed. France-Empire). È un libro redatto in uno scarno stile militare nel suo riferire essenzialmente sulla organizzazione e sulle varie operazioni. Ciò malgrado vi traspare anche abbastanza di ciò che caratterizzato lo spirito e il tipo del Kamikaze. Il corpo Kamikaze fu creato dal vice-ammiraglio Onishi quando di fronte alla schiacciante superiorità dei mezzi dell’avversario, sembrò non esservi altra speranza nella vittoria fuor che in un miracolo realizzabile solo per vie eccezionali. Kamikaze vuol dire «Vento» o «Tempesta degli déi». Con ciò si riferì ad un episodio della precedente storia del Giappone. Nel 1281, in una situazione parimenti disperata, un uragano, che si pensò fosse stato scatenato dal déi, salvò il Giappone affondando il pochi minuti una potentissima flotta nemica. Così i Kamikaze concepirono sé stessi quasi come incarnazione della stessa forza divina che allora aveva salvato la nazione. All’atto della costituzione del corpo, queste furono le parole pronunciate dall’ammiraglio Onishi: «Mi rivolgo a voi in nome dei cento milioni di Giapponesi per chiedere il vostro sacrificio, invocando la vittoria. Voi siete già degli dèi e gli déi dimenticano ogni desiderio umano, Se dovesse restarvene ancora uno, che sia quello di sapere che il vostro sacrificio non è stato inutile». Tali parole trovano un suolo già preparato nello stato d’animo di esasperazione nato in masse di combattenti che, pur constatando l’impossibilità di tener testa al nemico coi suoi stessi mezzi, non volevano assolutamente piegarsi all’avverso destino. Così la determinazione di riuscire ad ogni costo, testimoniata dapprima in esempi isolati, col precipitare degli eventi con la creazione di quel corpo speciale finì «con gonfiarsi come un torrente distruttore». Si calcola che dal 24 ottobre 1944, data della creazione del corpo Kamikaze, al 15 agosto 1945, giorno della capitolazione del Giappone, 2530 piloti si siano lanciati negli attacchi suicidi contro le portaerei, le corazzate e i trasporti americani.

Nel punto in cui, malgrado tutto, il Giappone posò le armi, l’ammiraglio Onishi si uccise, raggiungendo i suoi uomini della morte. Poco prima scrisse questa breve lirica trasfigurata: «Dopo la tempesta la luna è apparsa – radiosa».

Ciò porta a considerare l’aspetto interiore, etico e spirituale, dello spirito Kamikaze. Per un lato l’appello di Onishi aveva trovato una sovrabbondanza di volontari. Il libro suaccennato riferisce che coloro che venivano scelti consideravano ciò come un alto onore per il quale ringraziavano, che talvolta di giunse a protestare e ad accusare di favoritismo e di «corruzione» quando questo privilegio non veniva concesso. Poi va sottolineato come non si trattasse del gesto dettato da un momento di esaltazione o di ebbrezza eroica. Poteva accadere che i Kamikaze dovessero attendere mesi e mesi prima di essere impiegati; e in questo periodo passavano il tempo accudendo alle occupazioni normali, partecipando perfino a svaghi e giuochi, quasi che non avessero avanti a loro la prospettiva di partire per una morte certa e quasi che quelle non fossero le ultime giornate della loro vita. Il loro misticismo guerriero si univa ad una fredda e lucida determinazione perché, come si è accennato, essi dovevano addestrarsi a fondo nelle tecniche precise dell’attacco a percussione che per la sua efficacia richiedeva fino all’ultimo un assoluto dominio di sé.

Per comprendere tutto ciò bisognava appunto rifarsi a fattori etico-spirituali e ad una visione generale della vita assai diversa  quella dell’Occidente moderno. Anzitutto vi era l’idea, che «divenendo soldati si era già data la vita per l’Imperatore» e che «se i nostri in seguito dovessero pensare di non aver fatto di tutto per vincere, si ucciderebbero egualmente, senza per questo ritenersi lavati dalla loro colpa». Vi era poi l’etica più generale derivata dalla saggezza confuciana, la quale, al pari di quella stoica, esorta a vivere così come se ognuno dei propri giorni fosse l’ultimo. E a quest’etica che, se vivente, non può non propiziare un naturale, calmo, distacco, si univa ciò che veniva da una concezione tradizionale che non vede nella nascita il principio dell’esistenza umana e nella morte la fine ineluttabile dell’essere. Da qui la caratteristica di un eroismo che non è cupo, tragico, disperato, ma rettificato dalla certezza di una più alta vita. Per questo i Kamikaze venivano considerati come «dèi viventi». Per questo pei loro apparecchi non furono prescelti – come probabilmente si sarebbe fatto in altri popoli – simboli di morte, teschi, color nero o altro, ma simboli d’immortalità. «Ooka» fu chiamato il piccolo tipo di aereo a un sol posto escogitato per ultimo che, carico di due tonnellate di esplosivo, veniva sganciato da un bombardiere e che per mezzo di acceleratori a getto si precipitava con una velocità spaventosa sull’obiettivo, con una autonomia di 20 Km. Ma «Ooka» vuol dire «fior di ciliegio», fiore che in Estremo oriente vale anche come un luminoso simbolo di immortalità.

Ma questa immortalità, secondo la concezione giapponese, non è di carattere puramente trascendente; è quella di forze che ancor nell’aldilà possono sostenere e alimentare la grandezza e la potenza dell’Impero. Per questo, l’ammiraglio Onishi poté anche dire: «La nascita dello spirito Kamikaze ci assicura la perennità del Giappone anche se non v’e più che una probabilità infima di vincere».

E, in fondo, questa appare l’estrema giustificazione del sacrificio di coloro che avevano pensato di «sollevare con la purezza della loro gioventù il Vento degli dèi». L’apparire dei Kamikaze terrorizzò, è vero, le forze americane; ci sono rimaste descrizioni del parossismo panico di fuoco che sulle navi americane prendeva tutti a quell’apparire: artiglierie, mitragliatrici pesanti e leggere, perfino fucili – una pioggia pazza di acciaio contro l’aereo che spesso, benché colpito, trascinandosi dietro una grande scia di fiamme e di fumo, per lo slancio già dato continuava a correre con velocità spaventosa dritto contro l’obiettivo. Ma i risultati tattici e strategici sperati non furono conseguiti. Si era ormai ad un punto tale che mancavano gli apparecchi, che non era nemmeno possibile fornire la scorta necessaria per impedire che i Kamikaze venissero abbattuti assai prima di potersi avvicinare alle «task-forces» americane e agli altri bersagli. Tutte le distruzioni operate, benché notevoli, non poterono impedire la disfatta. E questa è una deprimente esperienza – deprimente, perché potrebbe non valere per quel solo caso: di come i tempi siano tali, che anche l’estrema tensione eroica di spiriti che già in anticipo hanno rescisso il vincolo umano può essere vana di fronte ad una schiacciante potenza organizzata della materia.



Julius Evola

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