Il buddhismo “aristocratico” di Julius Evola

Proponiamo oggi lo scritto a firma di Jean Varenne (1926-1997), orientalista, storico delle religioni e indologo francese, tra i più importanti studiosi delle religioni dei popoli indoeuropei, che introduceva la quarta edizione del celebre saggio sull’ascesi buddhista di Julius Evola “La dottrina del risveglio”, uscito in prima edizione per Laterza nel 1943, nel pieno del secondo conflitto mondiale. Con questo scritto inauguriamo un filone che vi terrà compagnia per diverso tempo, dedicato periodicamente ad approfondimenti che Evola dedicò alle principali forme spirituali all’Estremo Oriente: il Buddhismo, in particolare nella sua declinazione Zen, ed il Taoismo, con cenni dedicati anche alla Cina, alla via del samurai e quindi al Bushido, e così via. Non mancheranno riferimenti alle applicazioni di queste forme spirituali in dominii specifici, quale ad esempio quello dell’idea di Stato e di Impero, e avremo modo anche di proporvi un altro articolo sempre di Jean Varenne, molto meno noto dell’altro, sulla figura e le opere di Evola, partendo dall’angolo visuale del Tantrismo.

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di Jean Varenne

(introduzione a “La Dottrina del Risveglio”; traduzione di Luciano Arcella)

Era il 1943 quando Evola pubblicava La Dottrina del Risveglio, ossia un momento in cui la storia compiva una tragica svolta, in particolare per l’Italia, dove lo scoppio di una guerra civile delle più crudeli si innestava su un conflitto mondiale che pareva suonare la campana a morto della cultura europea. Intere città, trasformate in roghi, avevano cessato di esistere, e questo non era che il preludio all’imminente apocalisse… In questa atmosfera tragica, in cui si sarebbe atteso da parte degli intellettuali un atteggiamento combattivo, fondato sui valori dell’azione, del coraggio e dell’eroismo, Julius Evola dava da leggere al suo pubblico un libro sul Buddhismo! Tenuto conto dell’immagine che l’Occidente si era fatta delle tradizioni orientali e più in particolarmente dell’insegnamento di Shâkya Muni, si può pensare che tra i numerosi lettori potenziali di un’opera così inattesa in un periodo cruciale della storia d’Italia, ci dovette essere chi vide in questo “saggio sull’ascesi buddhista” una sorte di provocazione! Tanto più che le origini aristocratiche dell’autore non sembravano affatto predisporlo particolarmente ad interessarsi di una religione in cui i monaci, estraniati dal mondo, svolgono il ruolo preponderante.

Si trattava in effetti di un malinteso. Ci si dimenticava ad esempio che il futuro Buddha era anch’egli di discendenza nobile. O più esattamente, era figlio di re e principe ereditario, ed era stato allevato nella prospettiva che un giorno avrebbe ereditato la corona. Gli era stato insegnato il mestiere delle armi e l’arte del governare e, all’età giusta, si era sposato ed aveva avuto un figlio. Tutte cose che, si vede, evocano più la formazione fisica e mentale di un futuro samurai che quella di un seminarista che si prepara a prendere gli Ordini. Un uomo come Julius Evola era dunque particolarmente adatto a dissipare un tale errore.

E lo fa su due fronti: da una parte non cessa di ricordare nel suo libro quelle che furono le origini di Buddha, il principe Siddhârtha, destinato al trono di Kapilavastu; d’altra parte si impegna a mostrare che l’ascesi buddhista non è una rassegnazione pusillanime dinanzi alle disgrazie della vita, ma un combattimento che per essere d’ordine spirituale non è meno eroico di quello di un cavaliere sul campo di battaglia. Come dice lo stesso Buddha (Mahâvagga: 2, 15): “Meglio morire combattendo che vivere da vinto”. Tale risoluzione è in assonanza con l’ideale di Evola, di trionfare sulle resistenze naturali, al fine di pervenire al Risveglio attraverso la meditazione; tuttavia è bene notare che il vocabolario guerriero è contenuto negli scritti più antichi del Buddhismo, ossia quelli che riflettono meglio l’insegnamento vivo del Maestro. Evola si prodiga instancabilmente per cancellare questa immagine fiacca e sbiadita che l’Occidente si è creata di una dottrina che, all’origine, si voleva fosse aristocratica e riservata a dei “campioni”.

Si sa in effetti che dopo Schopenhauer, nella cultura occidentale si è diffusa l’idea che il Buddhismo insegnasse una rinuncia al mondo intesa quale atteggiamento passivo: “lasciamo che le cose vadano come vanno, tanto non ci riguardano”. Visto che in questo mondo inferiore “tutto è male”, il saggio è colui che, come Simeone lo Stilita, si ritira, se non sopra una colonna, per lo meno in un isolato luogo di meditazione. E l’immagine più corrente che ci facciamo dei buddhisti è quella di monaci con vesti arancioni e che mendicano il loro cibo. Essi non fanno altro, così si crede, che recitare testi appresi a memoria, visto che la vera preghiera è proibita, per cui la loro religione appare in realtà come una forma di ateismo.

Evola ha un buon gioco nel mostrare che questa visione è profondamente falsata da una serie di pregiudizi. Passività? Inazione? Tutto al contrario, il Buddha non cessa di esortare i discepoli a “operare per la vittoria”, e lui stesso, alla sera della sua vita, potrà dire con fierezza: katam karanîyam, “quel che dovevo fare l’ho fatto”! Pessimismo? È vero che il Buddha, riprendendo una formula del Brahmanesimo, religione nella quale era stato allevato prima della sua partenza da Kapilavastu, afferma che sulla terra “tutto è sofferenza”. Ma se è così, egli chiarisce, è perché attendiamo che i nostri atti ci portino immediatamente benefici concreti: i combattimenti rischiano la loro vita per brama di saccheggio e per il piacere della gloria. Essi vengono immancabilmente disillusi: il bottino è magro e viene ben presto dissipato; la gloria appassisce rapidamente… Ma se si prende coscienza di questo stato di fatto (ecco un aspetto del Risveglio), il pessimismo si dissipa, in quanto la realtà è quella che è, né buona né malvagia di per sé. Essa si inscrive nel divenire che non può essere interrotto. Bisogna dunque vivere e agire con la consapevolezza che per noi deve contare solo l’istante. Pertanto il dovere (il dhamma) si afferma come l’unico riferimento valido: “fa’ ciò che devi”, ossia: “fa’ sì che il tuo agire sia totalmente disinteressato”.

Si indovina che Evola non compie alcuna fatica a mostrare come questo ideale fosse anche quello dei cavalieri erranti del nostro Medioevo, che mettevano la loro spada al servizio di ogni nobile causa senza attendersi alcun compenso. Essi combattevano perché un giorno erano stati preparati per rendere tale servigio e non per arricchirsi spogliando i loro avversari. Erano dunque pessimisti? Certamente no, se alla conclusione della loro vita potevano dire, così come il Buddha: “Quel che dovevo fare, l’ho fatto!”. Neppure erano ottimisti, visto che il principio “tutto va per il meglio nel migliore dei mondi” non è meno illusorio del suo contrario.

Infine, il termine “ascesi” è anch’esso suscettibile di generare errori in chi osservi il Buddhismo dall’esterno. Evola ricorda a tale proposito che il senso originario di questa parola è “esercizio pratico”, “disciplina”; si potrebbe anche dire “apprendimento”. Non certo, come siamo propensi a credere, una volontà di mortificazione legata all’idea di penitenza, spingentesi, ad esempio, sino all’autoflagellazione, per cui “bisogna soffrire per espiare i propri peccati”, ma una scuola per la volontà, un eroismo puro (ossia disinteressato) che Evola, conoscitore in materia, paragona allo sforzo dell’alpinista. Per il profano la scalata è uno sforzo inutile, per l’arrampicatore è una sfida che egli lancia a se stesso al solo scopo di mettere alla prova il suo coraggio, la sua perseveranza e, eventualmente, il suo eroismo. Si ha in ciò un atteggiamento che il Brahmanesimo conosceva anche sotto certe forme di Yoga, specialmente quelle tantriche. A questo Evola qualche anno prima aveva dedicato il libro L’uomo come potenza (1926).

In ambito spirituale il modo di procedere è lo stesso. Il Buddha, si sa, è stato tentato, ad un certo punto, da una forma di ascetismo simile a quella di un eremita del deserto: digiuni prolungati, pratiche tendenti a “spezzare la resistenza del corpo”, ecc. Ma è diventato veramente se stesso, ha ottenuto il Risveglio, solo quando ha compreso che questa via era senza uscita. Con grande scandalo dei suoi primi discepoli, ha smesso di mortificarsi, mangiando per soddisfare la sua fame e tornando a mescolarsi al mondo degli uomini. Ma da allora incominciò ad agire con distacco: il mondo non aveva più presa su di lui che era divenuto un “eroe”, come avrebbero detto i Greci antichi, ovvero: quasi un dio.

Tale è il significato profondo dell’insegnamento del principe Siddhârtha, divenuto “il Risvegliato” (il Buddha) o “l’asceta uscito dalla dinastia reale Shâkya” (Shâkya Muni). E tutto il valore del libro di Evola sta nel mettere in evidenza questo Buddhismo autentico. Egli lo fa utilizzando massivamente le fonti originali, quelle raccolte nel canone in lingua pâli, la stessa lingua utilizzata da Buddha nella sua predicazione. Ma si tratta sempre di una erudizione tenuta sotto controllo, che non è fine a se stessa, come accade sovente per gli specialisti, ma che svolge il suo ruolo, essenziale ma subalterno, di mezzo, di mezzo dimostrativo. L’opera di Evola, come egli stesso indica nel titolo, è un “saggio”, un compendio, non una summa. Non è una storia del Buddhismo primitivo, ma una riflessione sulla vera natura dell’ascesi buddhista e sulla sua possibile integrazione nel mondo moderno.

Chi può sapere che cosa pensasse Evola quando scriveva questo libro? Da parte mia sono propenso a credere che, presentendo la tragedia imminente, egli desiderasse illustrare la virtù della perseveranza e della fedeltà, anche in un combattere senza via d’uscita. E quando egli riceveva a Vienna nel 1945 la terribile ferita che lo avrebbe immobilizzato per i trent’anni che gli rimanevano da vivere, si può credere che, superando le sue sofferenze e il suo disappunto di non poter più scalare le cime da cui era sempre stato attratto, egli si sia detto che in ogni caso aveva fatto quel che doveva fare, essendo nato in tale giorno ed in tale luogo: testimoniare la verità. E se, per disgrazia, in questa età oscura, in cui l’universo precipita verso la fine (necessaria perché appaia un mondo nuovo, secondo la dottrina ciclica dei tempo), non si è capaci di ricevere una simile testimonianza che cosa importa? Come ha detto lo stesso Buddha: “Colui che si è ridestato è simile al leone che ruggisce verso le quattro direzioni dello spazio”. Chi può sapere dove e come echeggerà questo ruggito? In ogni modo, è il ruggito di un vincitore e ciò è quel che soltanto conta.

 

Nell’immagine in evidenza, la statua colossale del Buddha Śākyamuni situata a Ngong Ping (Hong Kong), sovrastante il monastero Po Ling (o Baolian), sull’isola Lantau (free image from wikimedia commons, under the Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported license, author Mimihitam, with no changes).



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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