Il mistero Gurdjieff

Ci occupiamo oggi, partendo da un estratto tratto da “Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo” di Julius Evola, e da un successivo articolo più tardo, pubblicato sul “Roma” il 16 aprile 1972, di Georges Ivanovič Gurdjieff, il misterioso “maestro” di origine greco-armena vissuto tra la fine del diciannovesimo secolo (data di nascita incerta, tra il 1866 e il 1877; la città natale dovrebbe essere Alexandropol, l’attuale città armena di Gyumri) e la prima metà del ventesimo secolo (morì a Neuilly-sur-Seine nell’ottobre 1949), noto per le sue dottrine magico-esoteriche che avrebbero avuto quale finalità ultima quella di risvegliare l’essenza più profonda dei suoi discepoli, consentendo loro di superare quello stato di veglia apparente prossimo al sogno, quello stato ipnotico in cui ogni individuo si troverebbe, per giungere al Ricordo di Sé, all’acquisizione reale e completa di un‘anima, intesa come un livello di coscienza superiore che  consentirebbe al “risvegliato” di vivere oltre la morte fisica; pena, altrimenti, il completo, inevitabile dissolvimento.

Il filosofo Pëtr Dem’janovič Uspenskij (trascritto anche come Uspensky e Ouspensky) (1878-1947), che contribuì in modo determinante alla diffusione delle dottrine di Gurdjeff

Celebri sono le parole con cui Gurdijeff – a mezzo del filosofo russo Pëtr Dem’janovič Uspenskij (più noto come Ouspensky), che di fatto raccolse e “codificò” la sua dottrina – descrive la vita ordinaria dell’uomo, che è sistematicamente assorbito da altro, da elementi esterni o interni a sé che lo distolgono dalla vera vita, dall’essenza vera di sé, illudendosi di agire, mentre è sempre “agito” da qualcosa: “Io sono aspirato dai miei pensieri, dai miei ricordi, dai miei desideri, dai miei umori. Dalla bistecca che mangio, dalla sigaretta che fumo, dall’amore che faccio, dal bel tempo, dalla pioggia, da quest’albero, da questa vettura che passa, da questo libro“. Parole riprese dallo stesso Evola in entrambe le pubblicazioni sopra citate, nonché in un passo di “Cavalcare la tigre” (“Invulnerabilità. Apollo e Dioniso“, nel capitolo II “Nel mondo dove Dio è morto“), per descrivere lo stato sonnambolico, automatico, incosciente, tipico dell’uomo contemporaneo.

Questo descrivere la vita ordinaria come equivalente ad uno stato di veglia incosciente, ad uno stato ipnotico (il “velo di Maya”) da cui è necessario risvegliarsi per tempo in questa vita, per non subire il risveglio traumatico e tragico direttamente con la dipartita fisica, si ritrova di fatto in tutte le vie religiose regolari. Gurdjeff elaborò in effetti un “sistema”, combinando diverse tradizioni (sufismo, ebraismo, cristianesimo, buddhismo, induismo), finalizzato come si diceva al “risveglio” dei propri discepoli, improntato a mezzi variegati (dalle danze sacre dei dervisci alle cd. Quattro Vie, tra cui è particolarmente nota la Quarta Via) e talvolta particolarmente duri ed estremi, in grado anche di condurre a conseguenze letali. Un “sistema” (già il fatto stesso di connotarlo così, in termini di elaborazione individuale, soggettiva, come tipico dei sistemi filosofici, è un elemento che lascia inevitabilmente perplessi) di difficile decifrazione, sia per il pericolo sincretistico (che per i suoi seguaci non ci sussisterebbe) che per gli esiti potenzialmente orientabili in diverse direzioni, molte delle quali tutt’altro che limpide.

Va comunque notato che l’insegnamento di Gurdjeff ed il suo “metodo” hanno influenzato diversi ambienti e personalità, e ancora oggi sono divulgate. All’epoca, dopo aver attratto a sé un consistente numero di allievi e discepoli anche nell’ambiente filosofico e artistico russo, Gurdjeff fondò una scuola per lo sviluppo spirituale, l’Istituto per lo Sviluppo Armonico dell’Uomo (che, dopo il trasferimento a Parigi, prese il nome di Institut Gurdjieff, nome che tuttora mantiene rappresentando il nucleo centrale della Fondazione Gurdjieff), in cui trovava spazio anche l’insegnamento di musica e danze sacre (i cd. “Movimenti”).

Le sue tecniche pratiche, pur non trasmesse di fatto nei libri (Gurdjeff scrisse poco; la sua dottrina, come detto, è stata di fatto trasmessa soprattutto dal filosofo Ouspensky, in particolare con la celebre opera Frammenti di un insegnamento sconosciuto), ancora oggi sono impartite da discepoli qualificati della sua Scuola. La “dottrina” di Gurdjieff ha influenzato diversi personaggi della cultura occidentale del XX secolo: fra questi, il celebre architetto Frank Lloyd Wright, che sposò in seconde nozze Olgivanna Hinzenberg, già allieva di Gurdjieff, e René Daumal, scrittore francese che scoprì il pensiero di Gurdjeff negli ultimi anni della propria esistenza, tramite Alexandre Gustav Salzmann, e che ricordiamo per il celebre romanzo incompiuto Le Mont Analogue, il Monte Analogo, in cui si rifletterebbe l’influenza del “maestro” armeno. Che sembrerebbe ritrovarsi anche nella pedagogia (il “Modello educativo Etievan”), e nella musica: dalle tesi di Gurdjieff avrebbero tratto spunti, tra i tanti, musicisti contemporanei quali Franco Battiato, Giuni Russo e Keith Jarrett.

Franco Battiato fu particolarmente influenzato dal “sistema di Gurdjeff”, come lui stesso lo definì

A proposito di Franco Battiato, ricordiamo che lui stesso, dopo aver confessato di aver iniziato intorno al 1970, da autodidatta, ad occuparsi di esoterismo, in un periodo di solitudine e di disperazione, confermò di aver scoperto nel 1975 il “sistema di Gurdjeff“, proprio a seguito della lettura di Frammenti di un insegnamento sconosciuto di Ouspensky. “Mi infiammò, perché anni e anni di sacrifici personali si erano schiariti di fronte a una lettura di un libro apparentemente un po’ bizzarro. Gurdjeff ha inventato un sistema enorme per l’uomo occidentale, per l’uomo che vive in una società come la nostra, del consumo. Ha messo insieme diverse conoscenze di diversi popoli e le ha portate in Occidente“, disse Battiato. Riferimenti alle tematiche di Gurdjeff si troverebbero in buona parte della sua produzione musicale, fra cui brani come Shock in my Town, Centro di gravità permanente, Chanson Égocentrique, Voglio vederti danzare.

Come si sono espressi i maestri della Tradizione nei confronti di Gurdjeff? René Guénon, di cui ben conosciamo lo spirito caustico e spigoloso quando si trattava di criticare, sembra si espresse in modo molto negativo sul “maestro” armeno, anche se non è lecito sapere quanto ne conoscesse effettivamente le tesi e le metodologie. In uno stralcio di una non meglio precisata lettera del 18 ottobre 1936, il metafisico di Blois avrebbe infatti scritto: «…ho conosciuto delle persone che erano in rapporto con questo Gurdjieff, del quale non si è mai potuto sapere esattamente se era russo o bulgaro; in ogni caso, pare proprio che fosse non soltanto un ciarlatano, ma anche un personaggio alquanto sinistro” (“ …j’ai connu des gens qui étaient en relations avec ce Gourdjieff, dont on n’a jamais pu savoir au juste s’il était Russe ou Bulgare, en tout cas, il semble bien que c’était, non seulement un charlatan, mais un assez sinistre personnage”)». E ancora: «il faut le fuir comme la peste», cioè: “Bisogna fuggirlo come la peste“. Un giudizio senza appello.

La valutazione di Julius Evola su Gurdjeff appare invece più sfumata. Come leggerete nei due passi che vi proponiamo, il barone analizza molto asetticamente il sistema di Gurdjeff; sicuramente mostra di apprezzarne la pars destruens, la parte relativa alla descrizione della condizione sonnambolica, anestetizzata dell’uomo contemporaneo, che in effetti appare particolarmente centrata. Non si sbilancia sul resto, di cui fornisce un’ampia panoramica; d’altronde, Evola non ebbe un giudizio tranchant, com’è noto, neppure su un personaggio potenzialmente più equivoco come Aleister Crowley. Il dibattito rimane aperto. Buona lettura.

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di Julius Evola

Tratto da “Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo” (cap. X, “correnti iniziatiche e alta magia”)

Procedendo per gradi, parleremo anzitutto del Gurdjeff. Egli fa parte della galleria dei personaggi piuttosto enigmatici apparsi negli ultimi tempi. Originario delle province russe del Caucaso, il Gurdjeff fece la sua prima apparizione a Pietroburgo, nel 1913, in precedenza essendo stato in relazione, a quanto pare, con maestri orientali depositari di un’antica sapienza iniziatica. Più tardi egli svolse la sua attività in paesi occidentali trasmettendo a discepoli i suoi insegnamenti, creando nel castello della Prieuré vicino a Parigi un suo centro, istituendo dei «gruppi di lavoro» trapiantatisi anche in altre nazioni. Mori nel 1949.

Georges Ivanovič Gurdjieff

Degli insegnamenti del Gurdjeff non si sa che per via indiretta, e quasi esclusivamente da due libri di P. D. Ouspensky che già era stato suo discepolo (1). L’unico suo grosso volume, pubblicato in inglese nel 1950, All and Everything, non è che un insieme di divagazioni, talvolta perfino fiabesche, un confuso agglomerato da cui è assai difficile estrarre qualche elemento valido (ciò non impedì ad un Americano di pagare una grossa somma per poter avere in visione una parte del corrispondente ms.). Come nel caso di altre personalità, cadrebbe male chi per giudicare si riferisse a quel che esse hanno scritto; è ciò che hanno comunicato direttamente e l’influenza da esse esercitata a costituire l’essenziale.

L’insegnamento del Gurdjeff non riguarda tanto dei contatti col sovrasensibile quanto un possibile sviluppo interiore dell’essere umano. Vi è una reminiscenza, qui, della teoria buddhista dell’anâtmâ, ossia della negazione di un Io vero, sostanziale, nell’uomo comune. Il Gurdjeff insegnava appunto che l’uomo non è che una «macchina», un insieme di automatismi, e che il primo passo è rendersi conto di ciò. Tutto quel che l’uomo fa, i suoi pensieri, i suoi sentimenti, le sue abitudini, sono l’effetto di influssi e di impressioni esterne. L’intera esistenza trascorre in una specie di «sonno da sveglio». La passività è la nota costante, malgrado ogni apparenza. Non si è presenti a sé stessi, ci si identifica con le esperienze che si hanno, ci si perde in esse. Cosi si è «vampirizzati» di continuo, dice il Gurdjeff: dal paesaggio che guardo, dal sigaro che fumo, dal piacere che prendo da una donna e dalla stessa sofferenza, dagli atteggiamenti di cui mi compiaccio, e cosi via. Non vi è nessun vero «essere» dietro a tutto ciò. Cosi che « io non esisto », nel senso più ampio, è quel che il discepolo del Gurdjeff doveva cominciare a riconoscere, non teoricamente ma in una esperienza diretta personale. Di là da ciò, la via indicata era quella del « liberarsi dalle identificazioni » e del «ricordo» — del ricordo di sé, come nuova dimensione da inserire nel corso e nelle contingenze di tutta la propria esistenza. Qui vi è, parimenti, una reminiscenza buddhista, in quanto nell’ascesi buddhista il termine sati-patthâna indica appunto la costante presenza attiva e lucida di sé a sé stessi. E se il buddhismo parla del « risveglio », evidentemente questa espressione indica acconciamente la condizione opposta a quella del «sonno da svegli» associato, dal Gurdjeff, alla comune esistenza di coloro che, secondo lui, non sono uomini ma solo abbozzi di uomini («l’uomo vero è l’uomo svegliatosi»).

L’insegnamento del Gurdjeff ci porta un passo oltre quando considera la dualità di «persona» e di «essenza». In ogni individuo la «persona  corrisponde all’essere effimero definitosi in relazione col mondo esterno e con l’ambiente, a ciò che egli ha appreso e si è costruito, a quella che si può dire la sua maschera e che secondo il Gurdjeff è una menzogna. L’«essenza» è invece ciò che gli sarebbe veramente proprio, la dimensione in profondità del suo essere. In genere, vi è discontinuità fra i due principi, al segno che possono esistere uomini la cui «persona» è assai sviluppata e coltivata, mentre l’«essenza» è atrofica, lo sviluppo della «persona» potendo anzi comportare un soffocamento e intristimento dell’«essenza». Il Gurdjeff diceva di sapere di procedimenti di un’arte antica e segreta, di cui l’ipnosi conosciuta in Occidente non rappresenterebbe che un frammento, per produrre sperimentalmente la separazione momentanea della «persona» dall’«essenza» in un dato individuo, tanto da lasciar apparire lo stato dell’una e dell’altra. E affermava che vi sono uomini nei quali l’essenza è morta, che egli scorgeva nelle vie appunto degli esseri che, vivi, nell’essenza erano in tal senso già morti. Si può capire che il Gurdjeff nell’esigere dai suoi discepoli che tutto ciò non venisse semplicemente pensato ma realizzato, abbia potuto provocare anche crisi gravissime, con esiti disastrosi. Ciò, tanto più che le maniere del Gurdjeff e il suo linguaggio spesso erano brutali; non si asteneva dall’insultare e dal pronunciare giudizi distruttivi (l’intento, o la scusa, era di provocare in tal guisa delle reazioni indicative). Egli riconosceva che constatare con terrore questo «non essere» poteva far perdere la ragione, e che per poter affrontare impunemente tale visione bisognava essere già, in un certo modo, nella «Via».

Pertanto il trasferimento del centro del proprio essere dalla «persona» all’«essenza» e lo sviluppo dell’«essenza» appaiono essere la chiave per la realizzazione preconizzata dal Gurdjeff. Per lui, questa era anche la condizione per sopravvivere, per vincere la morte. Ritroviamo cosi la teoria dell’«immortalità condizionata» della quale abbiamo già parlato e che vedremo professata parimenti dagli altri autori di cui fra breve considereremo gli insegnamenti. Egli talvolta parlava di una specie di corpo astrale, non nel senso teosofico, corpo non già esistente, ma da creare con un’opera quasi alchemica di fusione, unificazione e cristallizzazione degli elementi del proprio essere i quali altrimenti nell’esistenza comune si uniscono, si separano, si riassociano in varie combinazioni labili, come particelle staccate chiuse in un recipiente soggetto a continue scosse, senza formare nulla di permanente. Lo sviluppo di quell’ente, verosimilmente come una germinazione sul suolo dell’«essenza», sarebbe la condizione per non morire morendo. Ma, per il Gurdjeff, non bisognerebbe farsi delle illusioni, «pochissimi sono gli Io immortali».

Delle pratiche concrete proposte caso per caso dal Gurdjeff non si sa molto. Come condizione generale egli considerava un desiderio ardente di liberazione, tale da essere pronti a sacrificare tutto, a rischiare tutto. «Un sacrificio è necessario; se nulla viene sacrificato, nulla può essere ottenuto» (in particolare, si tratterebbe di rinunciare alle «identificazioni», principale ostacolo per il «ricordo di sé»). La lotta e il lavoro interiore possono essere «terribilmente duri»; possono intervenire perfino stati in cui si è portati a por fine alla propria esistenza (vi abbiamo accennato poco fa). Viene sottolineato che contano solo gli sforzi di là dal normale, ma si dubita che essi possano avere una continuità senza il controllo da parte di un’altra persona «che non abbia pietà e che possegga un metodo». Verosimilmente ciò rimanda al fine dei cosidetti «gruppi di lavoro» e alla sorveglianza ad opera di chi impartisce l’insegnamento.

È da rilevare che come sembra escluso, nel Gurdjeff, l’interesse per una fenomenologia estranormale, del pari il lavoro ad orientamento visibilmente iniziatico da lui considerato non verteva verso una assoluta e esclusiva trascendenza. Cosi egli ha potuto anche parlare di uno «sviluppo armonioso dell’uomo» e di un lavoro di integrazione personale, nel quale entrerebbe in quistione il coordinamento di tre «centri» fondamentali dell’individuo: il centro intellettuale, il centro emotivo e quello motorio, rimuovendo automatismi stabilitisi nel proprio essere. Per questo fine specifico e non trascendente il Gurdjeff usava anche esercizi rivestenti il carattere di una specie di «pantomima sacra» e aventi un significato nascosto che sfugge al profano (il Gurdjeff affermava trattarsi di tradizioni assai antiche d’Oriente). In esse ogni movimento era rigorosamente definito e doveva essere sviluppato fino al limite delle proprie forze. Quanto alla musica di base, qualcuno ha avuto l’impressione, piuttosto profana, di una sorta di «jazz assai spinto». Comunque un momento fondamentale era l’immobilizzarsi nella posizione in cui ci si trovava, ad uno «stop» pronunciato dal Maestro. Verosimilmente si trattava di cogliere e fissare un certo stato interiore.

Questi cenni sommari sugli insegnamenti del Gurdjeff qui potranno bastare. Come il Crowley, il Gurdjeff ebbe contatti con varie personalità, anche di un certo rango. Malgrado la mancanza di esposizioni dirette sistematiche e precise (come si è detto, si è rimessi quasi esclusivamente a quel che ha riferito l’Ouspensky, le dottrine comprendendo peraltro concezioni cosmologiche e di «scienza naturale segreta» — come la strana teoria dei molteplici «idrogeni», le quali presentano un carattere alquanto divagante), di lui si continua ancora a parlare e, come suole accadere in casi del genere, non è mancata una certa «mitizzazione» di questo personaggio misterioso.

(1) P. D. OUSPENSKY, Fragments d’un enseignement inconnu, 2a ed., Paris, 1961; L’évolution possible de l’homme, Paris. Si può cfr. anche L. PAUWELS, Monsieur Gurdjeff, Documents, témoignages, textes et commentaires sur une societé initiatique contemporaine, Paris, 1934.

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“Il signor Gurdjeff” – Tratto dal “Roma”, 16 aprile 1972

È di rado che nel nostro tempo – e correndo il pericolo di confondersi con dei mistificatori – appaiano personaggi che ci diano la sensazione inquietante di ciò a cui si è ridotta l’esistenza dei più, in una prospettiva metafisica.

Uno di tali personaggi è stato certamente il «misterioso monsieur Gurdjeff», cioè Georgej Ivanovic Gurdjeff. L’eco della sua presenza e dell’influenza da lui esercitata non si è ancora spenta, a diversi anni dalla sua morte. Lo dimostrano scritti vari, e anche romanzi in cui egli figura sotto un altro nome. Louis Pauwell, l’autore del Mattino dei maghi, ha potuto comporre un volume di oltre cinquecento pagine, uscito in due edizioni, raccogliendo una documentazione di articoli, lettere, ricordi e testimonianze di ogni genere che lo riguardano. In effetti, l’influenza del Gurdjeff si estese alle cerchie più varie: il filosofo Ouspenski (che in base alle sue idee scrisse un libro intitolato Frammenti di un insegnamento sconosciuto ed anche L’evoluzione possibile dell’uomo, di cui è anche annunciata una imminente traduzione italiana), i romanzieri A. Huxley e A. Koestler, l’architetto funzionalistico Frank Lloyd Wright, J. B. Bennet, discepolo di Einstein, il dottor Wakey, che è stato uno dei migliori chirurghi di New York, Georgette Leblanc, J. Sharp, fondatore della rivista The New Stateman, ebbero col Gurdjeff contatti che lasciarono tracce.

Il nostro personaggio fece la sua prima apparizione a Pietroburgo poco prima della rivoluzione d’ottobre. Della sua precedente vita poco si sa. Egli si limitava a dire di aver viaggiato in Oriente in cerca degli ambienti che ancora custodivano i resti di un sapere trascendente. Però sembra che egli fosse stato anche il principale agente segreto zarista nel Tibet, da dove poi si era ritirato nel Caucaso. Era stato compagno di scuola di Stalin. In Francia, poscia a Berlino, in Inghilterra e in America si era dato ad organizzare dei gruppi che seguivano i suoi insegnamenti («gruppi di lavoro»). Un editore francese, nel liquidare la sua azienda, nel 1922, gli diede modo di fare del castello di Avon, presso Fontainbleau, la sua centrale, dove in un primo tempo creò una specie di scuola-ritiro. Alcune dicerie riguardano anche il campo politico. Il Gurdjeff avrebbe avuto dei contatti con Karl Haushofer, il noto fondatore della «geopolitica», che fu un personaggio di rilievo nel Terzo Reich, e si vuole che da questa relazione sia perfino derivata la scelta della croce uncinata quale emblema del nazionalsocialismo, rotante non verso destra quale simbolo della sapienza, ma verso sinistra, come simbolo della potenza (in questa seconda forma essa fu assunta in Germania).

Quale messaggio annunciava il Gurdjeff? Un messaggio piuttosto sconcertante. Pochi uomini «esistono». Pochi uomini hanno un’«anima immortale». Un certo numero di persone ne possiede un germe, che può essere sviluppato. In genere, non si ha un «Io» per nascita, bisogna acquistarselo. Quelli che non vi riescono, morendo si dissolvono. «Pochissimi sono giunti ad avere un’anima». L’uomo comune è semplicemente una macchina, addormentato, ipnotizzato. Crede di agire, di pensare: invece egli è «agito». Sono impulsi, riflessi, istinti, influenze varie ad agire in lui. Egli non ha un «essere». Le maniere del Gurdjeff non erano delicate: Vous pas comprendre, vous idiot complèt, vous merdité, diceva spesso nel suo cattivo francese a chi lo avvicinava. Della Mansfield che morì mentre si trovava nel sie eremo di Avon, in cerca della «via», egli disse: «Io non conoscere», intendendo significare che ella era morta essendo un nulla, «non esistendo».

La vita ordinaria non è che un continuo essere aspirati o «succhiati», insegnava il Gurdjeff. Io sono aspirato dai miei pensieri, dai miei ricordi, dai miei desideri, dai miei umori. Dalla bistecca che mangio, dalla sigaretta che fumo, dall’amore che faccio, dal bel tempo, dalla pioggia, da quest’albero, da questa vettura che passa, da questo libro. Si tratta di reagire. Di «svegliarsi». Allora nascerà un Io che prima non esisteva. Allora si imparerà ad «essere», ad essere in tutto ciò che si fa e che si sente invece di rappresentare quasi l’ombra di sé stesso. Il Gurdjeff chiamava «pensiero reale», «sensazione reale», eccetera, ciò che si manifesta in questa assolutamente diversa dimensione esistenziale, dai più nemmeno imaginata. Egli distingueva anche in ognuno l’«essenza» della «persona». L’essenza è il suo fondo reale; la persona è l’individuo sociale costruito ed esteriore. Le due parti non coincidono; può esservi una «persona» assai sviluppata vicino ad una «essenza» nulla o atrofizzata, e viceversa. Nel nostro mondo prevarrebbe il primo caso: uomini e donne con la «persona» sviluppata o supersviluppata, ma con l’«essenza» allo stato infantile o addirittura inesistente.

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Qui non è il caso di accennare ai procedimenti indicati dal Gurdjeff per «svegliarsi», per centrarsi nell’«essenza», per crearsi un «essere». Comunque, il punto di partenza sarebbe riconoscere praticamente, sperimentalmente, la propria «inesistenza», lo stato quasi sonnambolico, l’esser succhiati dalle cose, dai pensieri, dalle emozioni. A ciò serviva anche il «metodo del disordine»: mettere a soqquadro la «macchina» che si è, per rendersi conto del nulla che sta dietro di essa. Non stupisce che lungo questa via fra coloro che hanno seguito il Gurdjeff alcuni siano andati incontro a crisi gravissime che sconvolsero il loro equilibrio mentale, tanto da prendere la fuga e da ricordarsi con terrore di tali esperienze, quasi per aver sentito di vivere la morte. Chi ha resistito alla prova ed ha persistito nel «lavoro» presso il Gurdjeff o seguendo le sue istruzioni, parla di un’incomparabile sicurezza e di un nuovo senso dell’esistenza. Sembra che il Gurdjeff esercitasse su chi lo avvicinava un’influenza quasi automaticamente, senza una sua intenzione, influenza in senso creativo o deleterio a seconda dei casi. Indubbiamente, egli possedeva alcune facoltà supernormali. L’Ouspenski riferisce che usando una scienza appresa in Oriente, della quale in Occidente si conosce «solo una parte insignificante col nome di ipnotismo», egli poteva separare, con certi esperimenti, «essenza» e «persona» in un dato individuo: facendo apparire eventualmente l’idiota e il bambino che si cela dietro una persona evoluta e colta, ovvero una «essenza» ben differenziata malgrado l’inesistenza d’ogni manifestazione appariscente.

Fra le testimonianze raccolte dal Pauwels ve ne è una di carattere piccante circa il potere, peraltro attribuito in Oriente anche ad alcuni yoghi (ne riferisce un serio scrittore, come sir Jhon Woodroffe), di «ricordare la donna alla donna». Chi riferisce l’episodio si trovava a New York in un ristorante in compagnia di una giovane scrittrice assai piena di sé, alla quale indico il «famoso» Gurdjeff seduto ad una tavola vicina. La scrittrice lo squadrò con un’ostentata superiorità, ma un momento dopo impallidì e sembrò sul punto di venir meno. Ciò stupì assai l’accompagnatore, sapendo che la giovane era assai padrona di sé. Infine essa confessò: «è ignobile! Ho guardato quell’uomo, ed egli ha sorpreso il mio sguardo. Allora a sua volta mi ha guardato in modo freddo, e in quel momento mi sono sentita toccare nel centro del mio sesso in modo tale da avere l’orgasmo!».

Al Gurdjeff bastavano poche ore di sonno: lo si chiamava «colui che non dorme». Alternava una condotta quasi spartana di vita con banchetti di un’opulenza russo-orientale antico stile. Nel 1934 ebbe un incidente assai grave di auto: rimase tre giorni in stato di coma, ma subito dopo si riprese e apparì ringiovanito, quasi che lo «choc» fisico invece di ledere il suo organismo lo avesse galvanizzato. E molte altre cose del genere si raccontano sul suo conto; ne abbiamo udito direttamente da persona che gli fu vicina e che nel Messico era a capo di uno dei «gruppi di lavoro» di cui si è detto. Naturalmente, in casi del genere un processo di «mitizzazione» è inevitabile e non è facile separare la realtà dalle fantasie. Di scritto, Gurdjeff non ha lasciato quasi nulla, e quel che ha pubblicato è di una qualità assai scadente; del resto, quasi sempre coloro che sono «qualcuno» non hanno qualità e preparazione da scrittori, essi danno un insegnamento diretto ed esercitano un’influenza. Come s’è detto, a parte la raccolta di testimonianze varie pubblicate dal Pauwel col titolo Monsieur Gurdjeff, è stato l’Ouspenski a scrivere sulle sue dottrine. Il Gurdjeff morì all’età di ottantatrè anni, lucidissimo di mente, dicendo ironicamente ad alcuni dei suoi discepoli che lo assistevano: «Vi lascio in un bel guaio!». Ancora oggi egli non cessa di essere citato e, come si è detto, qua e là in Inghilterra, in Francia e nell’Africa del Sud vi sono ancora resti di gruppi formatisi sotto la sua influenza.



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