Il mito Marcuse

Andiamo a concludere lo speciale dedicato da RigenerAzione Evola all’analisi critica del Sessantotto, con due articoli di Evola usciti su “Il Borghese” nel giugno e nel luglio 1968, in cui il barone liquidava senza troppi fronzoli due dei falsi miti delle pseudo-contestazioni di quegli anni, e cioè Herbert Marcuse e il Maoismo: due delle famose “tre M” (Marx, Mao, Marcuse).

Con riferimento al guru Marcuse, Evola analizza dapprima la pars destruens della sua “dottrina”, ravvisando elementi positivi nella denuncia delle forme di livellamento, asservimento e condizionamento oppressivo proprie delle società industrializzate e delle “civiltà dei consumi”. Quando poi, però, si passa alla pars construens, emerge il totale vuoto, l’assoluta assenza di qualsiasi elemento valido, spiritualmente centrato, per la ricostruzione. Esattamente come accadde con la tabula rasa imposta dalla cosiddetta rivoluzione culturale maoista, come si vedrà. La concezione di base dell’uomo che aveva Marcuse, d’altronde, era quella freudiana: una concezione che Evola giudica a ragione “aberrante”, in cui l’uomo, totalmente privato di qualsivoglia dimensione spirituale superiore, è presentato come un ammasso di carne e di istinti, di corpo e di libido, totalmente dominato dal tragico, annichilente gioco satanico tra Eros e Thanatos. Partendo da un presupposto di tal genere, ogni prospettiva di opposizione al sistema non avrebbe potuto che comportare, per l’uomo, il precipitare in un abisso di decadenza ancora più spettrale del precedente. Realtà che, di fatto, stiamo comunque vivendo, in larga parte, attualmente.

Il “bilancio finale del mito”, tracciato da Evola, è pertanto senza appello: “una rivolta legittima ma senza una controparte positiva e senza speranze. Pertanto l’anarchia è l’unico sbocco logico”. 

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di Julius Evola

Tratto da “Il Borghese”, XIX, n. 26, 27 giugno 1968

Il caso di Marcuse è interessante come esempio del modo in cui ai nostri tempi si forma un mito. Anche in Italia si è fatto un gran parlare di Marcuse: ciò è quasi di rigore, per essere à la page, in certi ambienti “intellettuali” in margine alla cafè society, mentre altrove il mito comincia già a declinare. Così in Germania dopo che Marcuse era stato inserito, senza però che lui lo avesse voluto, nella formula delle tre M (Marx, Mao, Marcuse) del “movimento studentesco”, sembra che sia stato fischiato.

La forza del mito Marcuse sta nell’aver cristallizzato un confuso impulso di rivolta che, privo di principi, ha creduto di trovare in lui il suo filosofo, senza curarsi di veder chiaro, di separare il positivo dal negativo come uno studio serio. In realtà, Marcuse può aver dato un contributo valido alla critica della civiltà moderna, presentandosi però, a tale riguardo, solo come l’epigono di un gruppo di pensatori che già da tempo l’avevano iniziata senza però che Marcuse offra qualcosa di consistente come controparte, tanto da poter servire la bandiera. Si sa che Marcuse ha dipinto un crudo quadro della “società industriale più avanzata” tecnologica e della “civiltà dei consumi” denunciandone le forme di livellamento, di asservimento e condizionamento oppressivo, un sistema di dominio che per essere anodino, per non ricorrere al terrore e all’imposizione diretta, per realizzarsi invece nel segno del benessere, del massimo soddisfacimento dei bisogni e di un’apparente democratica libertà, non ha un carattere meno “totalitario” e distruttivo di quello proprio ai sistemi comunisti. Il risultato è un “uomo a una dimensione” (1) – meglio sarebbe dire: a due dimensioni, perché quella che gli manca è proprio la terza dimensione, la dimensione della profondità.

Il Marcuse porta la sua analisi anche su domini particolari e mostra, per esempio, che il “funzionalismo” oggi ha investito lo stesso campo del pensiero speculativo e scientifico, togliendo al sapere ogni carattere metafisico, inserendo tutto in una “razionalità” strumentalistica, elastica e onnicomprensiva, tanto da venir a capo anche di ogni forza centrifuga e anticonformista. Con tutto ciò Marcuse non ha detto nulla di veramente nuovo. Gli antecedenti di una tale critica si trovano già in un De Tocqueville, in un J. S. Mill, in un A. Siegfried, nello stesso Nietzsche. L’idea della convergenza distruttiva del sistema comunista e di quello democratico americano noi stessi l’avevamo indicata nella conclusione del libro Rivolta contro il mondo moderno uscito nel 1934 in Italia, nel 1935 in Germania. Si era anche parlato di due forme, omologabili, di “totalitarismo” livellatore, l’una “verticale” definita da una pressione diretta esercitata da un potere visibile, l’altra “orizzontale”, dovuta al conformismo sociale.

Si può dire che Nietzsche aveva previsto fin dal principio del secolo lo sviluppo accusato dal Marcuse, nelle brevi, incisive frasi dedicate all’ “uomo ultimo”: “prossimo è il tempo del più spregevole degli uomini, che non sa più disprezzare se stesso”, “l’ultimo uomo dalla razza pullulante e tenace”. “Noi abbiamo inventato la felicità, dicono, ammiccando, gli ultimi uomini”, essi hanno abbandonato “la ragione dove la vita è dura”. Ma che diverso sfondo sta dietro a queste formulazioni di un vero ribelle aristocratico dall’alta statura! Il contributo specifico di Marcuse si riduce all’esame accurato delle forme specifiche per via delle quali la civiltà tecnologica del benessere ha comportato un allevamento sistematico di questa razza dell’ “uomo ultimo”. Inoltre è positiva, nelle sue argomentazioni (sebbene, per ovvie ragioni, non sempre ben evidenziata) la demitizzazione della ideologia marxista: la civiltà tecnologica elimina la protesta proletaria marxista; elevando sempre più il livello materiale della vita della classe operaia, appagandone sempre più i bisogni e il desiderio di un benessere borghese essa la inghiotte e l’incorporea del “sistema”, ne distrugge il mordente e il potenziale rivoluzionario.

Herbert Marcuse (1898-1979)

Tutto ciò sembra portare in una via senza uscita. Da un lato Marcuse parla di un mondo che tende a divenire quello di un’amministrazione totale che assorbe gli stessi amministratori, che dunque si autonomizza (già W. Sombart aveva parlato del “gigante scatenato” riferendosi agli sviluppi involontari dell’altro capitalismo). Dall’altro lato, egli dice che non è più il caso di parlare di “alienazione” perché abbiamo un tipo umano che si è adeguato esistenzialmente alla sua situazione facendo coincidere ciò che è diventato con ciò che vuol essere, per cui manca ogni punto di riferimento per avvertire una “alienazione”. La libertà in un senso non mutilato, diversa da quella ancora ammessa nel “sistema”, sarebbe da pagare con un prezzo assolutamente esorbitante e assurdo. Nessuno pensa a rinunciare ai vantaggi della civiltà del benessere e dei consumi per una idea astratta della libertà. Così si dovrebbe paradossalmente forzare l’uomo ad essere “libero”. Allora, in quale sostanza umana si può contare e quali sono le idee che si possono invocare per la “contestazione globale”per il “Grande Rifiuto”? Qui nel Marcuse tutto diviene inconsistente.

Egli non vorrebbe attaccare la tecnica ma auspica un uso diverso di essa; ad esempio, per andar incontro a popoli e strati sociali diseredati e in miseria. Egli non si accorge che ciò, in fondo, date le promesse, sarebbe far loro un pessimo servizio; si eliminerebbe lo loro “protesta”, assorbendoli nel “sistema”. In effetti, si vede che il “Terzo Mondo” nel liberarsi e nel “progredire”altro non fa che prendere per modello e per ideale il tipo della società industriale progredita avviandosi così verso la stessa trappola. Da qui, anche, l’illusione dei maoisti: ci si ferma alla fase “eroica” di una rivoluzione che vuol fare tabula rasa, come se tale fase potesse venire eternizzata e come se si potesse infondere nelle masse il disprezzo costante per il “putrido benessere delle civiltà imperialiste”, qualora esso fosse realizzabile (d’altronde la Cina non è soltanto quella delle Guardie Rosse scalmanate nemiche delle sovrastrutture partitiche, ma anche quella che sta industrializzandosi fino a possedere la bomba atomica, tutte cose che Marcuse fa rientrare in una “civiltà repressiva”). In Russia si è visto come quella fase “eroica” a poco a poco abbia dato luogo ad una tecnocrazia nella quale, di nuovo, è la prospettiva del “benessere” alla borghese a venire utilizzata come stimolo.

Come effettivi per la rivoluzione, avendo escluso il marxismo proletario, il marxismo concreto convergendo oggi come finalità più o meno nel “sistema” nei paesi dove si e già affermato, resta dunque ben poco. Marcuse sa solo riferirsi agli strati dei diseredati esistenti anche nel mondo opulento, e al sottosuolo, all’underground, di elementi o gruppi anarcoidi e individualisti, di intellettuali e simili, che fattualmente possono poco o nulla contro l’organizzazione difensiva compatta del “sistema”: la quale ha anche i mezzi per stroncare ogni sporadico eventuale terrorismo. Ha certamente ragione Marcuse quando dice che bisognerebbe “ridefinire” e ridimensionare i bisogni” escludendo quelli parassitari che propiziano il crescente volontario asservimento dell’uomo, e, che si dovrebbe arginare la superproduzione. Ma per opera di chi e in nome di che cosa?

Sigmund Freud (1856-1939): nonostante alcune critiche a taluni aspetti del sistema freudiano e ai cd. neo-freudiani, Evola osserva come “l’unico uomo” concepito da Marcuse “è quello di Freud, un uomo determinato costituzionalmente dal principio del piacere (Eros, libido) e da quello della distruttività (Thanatos)”. Una concezione “aberrante”.

Arrestare il “Gigante scatenato”, contenere il “sistema”, sarebbe possibile soltanto partendo da un potere superiore, da un potere politico sovraordinato, cosa il cui solo pensiero farebbe inorridire Marcuse, nemico giurato di ogni forma di autoritarismo. Il Marcuse tiene a far sapere che per lui “la liberazione dalla società opulenta non è un ritorno ad una salubre, vigorosa povertà, alla pulizia morale e alla semplicità”. Ciò che invece propone è assai simile ad una inconsistente fantasticheria (col complesso ossessivo della “pacificazione” ad ogni costo), perché egli di valori superiori quali punto di riferimento motivazionali non ne riconosce nessuno. Per convincersene, basta leggere un suo libro meno noto, Eros e civiltà (2). Da esso risulta inequivocabilmente che l’unico uomo da lui concepito è quello di Freud, un uomo determinato costituzionalmente dal “principio del piacere” (Eros, libido) e da quello della distruttività (Thanatos); che ogni etica che non sia quella del soddisfacimento di tali impulsi avrebbe un carattere “repressivo”, deriverebbe dall’interiorizzazione, nel cosidetto “Super-io” (il tiranno interiore), delle inibizioni esterne e di quelle legate a complessi ancestrali. Marcuse traccia tutta una sociologia che deduce appunto dall’uomo freudiano ogni struttura politico-sociale, in termini che talvolta sono veramente farneticanti.

In nome di che cosa si chiederebbe dunque il “”Grande Rifiuto”, dato che ogni principio eroico e ascetico viene stigmatizzato e colpito con aberranti interpretazioni freudiane? L’ideale della “personalità” per Marcuse, che si oppone ai psicanalisti “revisionisti” (Jung, Fromm, Adler, ecc.), non è forse quello di “un individuo infranto che ha interiorizzato e utilizzato con successo la repressione e l’aggressione” (sic)? Un esempio per tutti. L’Hendrich aveva parlato di un’armata che continua a combattere “senza pensare a vittorie o a un futuro piacevole, per un’unica ragione, perché il compito del soldato è combattere e questa è l’unica motivazione che abbia un significato … è un’altra prova della volontà umana. Ebbene, per Marcuse si tratterebbe invece del colmo dell’alienazione, della “perdita completa di ogni libertà istintuale e intellettuale”, “la repressione divenuta non la seconda ma la prima natura dell’uomo”: in una parola, una “aberrazione”. Ogni commento è superfluo.

Libertà e felicità per Marcuse fanno tutt’uno freudianamente, con la soddisfazione delle richieste della propria immutabile natura istituzionale, l’elemento “libido” stando naturalmente in primo piano. Tutto ciò che il Marcuse sa prospettare è uno sviluppo della tecnica che dia all’uomo una quantità crescente di tempo libero, non soggetto al “principio della prestazione”; allora egli potrà portare i propri istinti non a quei soddisfacimenti diretti che sarebbero catastrofici per ogni società ordinata ma a soddisfacimenti vicarianti o trasposti, in termini di giuoco, di immaginazione, di un ordinamento “orfico” (panteistico-naturalistico con sfumature rousseauiane) o “narcisistiche” (estetizzanti – questa è la terminologia usata). Sono più o meno gli stessi campi marginali che Freud aveva indicato, nei termini di una sublimazione o compensazione, e in fondo di una evasione, nel caso dell’individuo.

Marcuse non tiene conto del fatto che la società tecnologica pensa già ad organizzare sistematicamente queste occupazioni del “tempo libero”, offrendo all’uomo le forme standardizzate e stupide che si legano allo sport, alla televisione, al cinema, alla cultura da rotocalchi e da Reader’s Digest e simili. Trarre da tutto questo una bandiera valida per il “Grande Rifiuto” è naturalmente ridicolo. Ciò da cui dipende tutto il resto è la concezione dell’uomo. Quella freudiana, seguita dal Marcuse, è aberrante.

Così se si fa il bilancio del mito, il risultato è più o meno questo: una rivolta legittima ma senza una controparte positiva e senza speranze. Pertanto l’anarchia è l’unico sbocco logico. Forse per questo Marcuse ha fatto con l’essere fischiato a Berlino, certamente dai radicalisti della protesta. Scaduta la “protesta” di tipo marxista e operaio resta la rivoluzione del nulla. È significativo che nei moti rivoluzionari e contestatari che si sono avuti in Francia nel maggio del 1968 presso alle bandiere rosse comuniste siano apparse le bandiere nere degli anarchici, come è significativo che in siffatte manifestazioni, ma non solamente in Francia, si siano verificate forme di puro scatenamento selvaggio e distruttivo. Inutile, pertanto, farsi illusioni ottimistiche anche nei riguardi della così spessa feticizzata “gioventù”, studentesca o no, se la situazione di base non cambia. Ogni rivolta senza quei principi superiori che lo stesso Nietzsche aveva a suo modo evocato nella parte valida del suo pensiero, a tacere dei contributi dati dagli esponenti di una rivoluzione di Destra, porta fatalmente all’emergenza di forze di un ordine ancor più basso di quelle della sovversione comunista, anche se questa cerca di strumentalizzarle. Con l’affermazione eventuale di queste forze, tutto il ciclo di una civiltà condannata si chiuderebbe, se non sorge un potere superiore e se non si riafferma l’imagine di un superiore tipo umano.

Note

(1) Si veda la celebre opera di Marcuse, pubblicata inizialmente negli Stati Uniti nel 1964 (“The one-dimensional man“), quindi tradotta nel 1967 in Germania (“Der eindimensionale Mensch“) ed in Italia, da Einaudi (“L’uomo a una dimensione – l’ideologia della società industriale avanzata”) (N.d.R.).

(2) Si tratta della traduzione, sempre da parte di Einaudi (1967), dell’opera “Eros and civilisation. A philosophical inquiry into Freud” pubblicata negli Stati Uniti nel 1955, e poi tradotta in Germania in due versioni (“Eros und Kultur. Ein philosophischer Beitrag zu Sigmund Freud” nel 1957, e “Triebstruktur und Gesellschaft. Ein philosophischer Beitrag zu Sigmund Freud” – vale a dire, quest’ultima: “Struttura degli istinti e società: un contributo filosofico a Sigmund Freud” –  nel 1965) (N.d.R.).



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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