Il problema spirituale della famiglia

Evola torna sul tema della famiglia sulle colonne del “Corriere Padano”, nel novembre 1936. L’occasione era costituita dal commento ad un articolo dell’avvocato e giornalista napoletano Arturo Assante, che fu anche spia dell’OVRA sotto il nome di “Argus”. Scampato nel secondo dopoguerra all’epurazione, diventando anche direttore di importanti estate giornalistiche, durante il fascismo Assante fu attivo scrittore su diverse testate, tra cui  Gerarchia – Rassegna Mensile della Rivoluzione Fascista, per il quale scrisse anche vari articoli sul tema della famiglia, tra cui quello cui si riferisce Evola, pubblicato nel numero della rivista dell’ottobre 1936, intitolato Il salario familiare: dalla cellula «famiglia» all’organismo «Stato».

Con l’occasione Evola ha modo anche di citare anche un importante libro sul tema uscito in quel periodo, a firma di Giuseppe Attilio Fanelli, squadrista della prima ora, espulso dal partito fascista nel 1923 e successivamente giornalista d’assalto d’estrazione monarchica ed antigentiliana, fondatore di giornali anticonformisti come “Il Veltro”, “L’Italia Nuova”, “Il Secolo Fascista”, “Il Nuovo Occidente”.

Sul tema della famiglia nella prospettiva di una rinascita tradizionale, Evola esprime con chiarezza la propria impostazione: ottime le intuizioni sia di Assante che di Fanelli, nel segno di un recupero della famiglia quale fondamentale termine mediano di raccordo tra individuo e Stato, in un’ottica tanto organica e corporativa, quanto eroica e sacrale, in grado di rivivificare la migliore tradizione delle gentes della Roma prisca. Tuttavia, osserva Evola, imporre forzatamente un’impostazione di questo tipo attraverso strumenti giuridico-amministrativi equivale al tentativo di imporre in forma totalitaria l’assetto organico ad una comunità: se non si creano dalla base le condizioni perché questi assetti si ripropongano spontaneamente, attraverso l’operare di forze realmente spirituali, affinchè poi siano ripresi, incanalati, protetti e fatti sviluppare, ogni tentativo rischia di rivelarsi un mero fallimento. “L’attacco collettivistico alla famiglia si è verificato dopo la disgregazione individualistica di essa, scriveva con la consueta lucidità Evola: nel tentativo di opporsi a tale disgregazione, si è cercato negli anni Trenta di “imporre” una riunificazione, in forme ora statolatriche, ora collettivistiche. Esauritasi tale tentativo di opporsi alla deriva disgregatrice, è ripresa la spinta centrifuga più violentemente che mai, sotto l’operare sempre più esasperato di forze distruttrici e sovversive, in grado di imporre una società di meri individui, di monadi sperdute, di “singoli, devastati dalla cultura laica e razionalistica moderna e da essa portati a non considerare come principio che il bene materiale individuale, l’arrivismo, la ricerca del piacere”, come già negli anni Trenta poteva scrivere profeticamente Evola.

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di Julius Evola

Tratto da “Il Corriere Padano”, XIV, 6 novembre 1936

Nel fascicolo di ottobre di Gerarchia Arturo Assante svolge alcune considerazioni sulla famiglia quale cellula dell’organismo «Stato», che meritano di esser segnalate e commentate. La tesi fondamentale sostenuta dall’Assante è la seguente: esistono due concezioni fondamentali che, nella loro opposizione sembrano costituire un dilemma insormontabile. Secondo la prima, l’elemento primo della società è il singolo individuo «ed esiste un naturale, incoercibile dissidio sempre immanente fra il singolo e lo Stato, un freno alla propria attività, una pressione derivante da un potere preponderante». La seconda concezione «nega invece in maniera semplicistica il dissidio e l’antagonismo fra individuo e lo Stato, sostenendo che ogni singolo si annulla, distrugge e risolve nell’organizzazione statale o dell’eticità dello Stato, la quale rappresenterebbe l’unica realtà».

Kalenberger Bauernfamilie (“famiglia contadina del Kalenberg”, Adolf Wissel, 1939)

Le correnti politiche moderne sembrano esser prese a questa antitesi limitatrice e oscillano fra l’uno o l’altro errore: non riuscendo spesso a opporre alla deviazione individualista e liberalista che un mortificante livellamento statolatrico e totalitario. Un termine medio sintetico invece esiste, e solo riferendosi ad esso si può venire ad una visione sana e normale: la famiglia. Concepire il singolo non in sé, atomisticamente, ma in funzione del nucleo e del ceppo cui appartiene naturalmente, cioè della famiglia, integrare e potenziare il significato etico di quest’ultima e riconoscer quindi in essa la vera cellula dell’organismo politico  nazionale, questo è il presupposto per la costruzione di uno Stato saldamente articolato, superante l’una e l’altra delle concezioni dominanti sopra accennare. L’Assante ha preso lo spunto per tali considerazioni dalle recenti norme in fatto di diritto familiare fascista, le quali sembrano procedere da una persuasione del genere.

Il valore teorico e tradizionale di questo punto di vista è, per noi, fuori di discussione. Il problema è di vedere fino a che punto sia possibile pensare coerentemente fino in fondo tali idee e fino a che punto si sia costretti ad arrestarsi a mezza strada dalle condizioni della società e della civiltà d’oggi.

Va rilevato che la riforma e il nuovo significato politico della famiglia han già costituito l’oggetto di un libro recente di G.A. Fanelli, intitolantesi Preliminari per un un codice domestico (Bibl. del «Secolo Fascista»). La tesi qui viene svolta coraggiosamente in tutte le sue principali conseguenze e in pari tempo il Fanelli cerca ogni via per far valere una ripresa quasi integrale dell’antica famiglia e dell’antica gens romana non come una utopia o una nostalgia, bensì come qualcosa di suscettibile di armonizzarsi con la realtà dello Stato fascista. Il Fanelli tocca un punto delicato, ma fondamentale, quando rileva che «l’onnipotenza, cui è pervenuto negli Stati ammodernati dalle ultime rivoluzioni nazionali, il gruppo storico della nazione, costituisce, per certo, una minaccia di indebolimento del gruppo domestico». Considerazione, questa, che potrebbe esser facilmente estesa: è un fatto che nel mondo contemporaneo in genere il centro tende sempre di più a spostarsi dalla vita privata alla vita pubblica, politica o almeno consociata. Il bolscevismo tende con ogni mezzo ad accelerare questo processo fino ad una specie di riduzione all’assurdo. Ma esso è parimenti in atto in America, in Germania: si tende a sottrarre il più presto possibile il singolo all’unità familiare, facendogli apparire come sempre più importante e ricca la vita che egli vive in organizzazioni collettive di vario genere, ma sempre di natura super e extrafamiliare, se non pure direttamente statale.

È innegabile che con questo si proceda verso forme di standardizzazione e di costruzione qualitativa, contro cui reazioni, come quelle del Fanelli e di vari cattolici di destra, hanno pienamente diritto. Ma non bisogna nemmeno dimenticare questo: che l’attacco collettivistico alla famiglia si è verificato dopo la disgregazione individualistica di essa. Le nuove forme di centralizzazione cercano di riprendere e di organizzare, nell’uno o nell’altro modo, dei singoli, per la gran parte dei quali né famiglia, né tradizione, né sangue, né classe esistevano più, se non come parole, sopravvivenze e convenzioni; dei singoli, devastati dalla cultura laica e razionalistica moderna e da essa portati a non considerare come principio che il bene materiale individuale, l’arrivismo, la ricerca del piacere.

È possibile ricondurre di nuovo i singoli a forme organiche e viventi di unità senza dover ricorrere a principii generali di unificazione, educazione e disciplina totalitaria, collettivistica o nazionale? Questo è il problema, che sia il Fanelli che l’Assante dovrebbero considerare nel suo aspetto più interno, psicologico e spirituale, giacché con provvedimenti istituzionali, paragrafi, sanzioni e incitamenti esterni mai e poi mai si riuscirà a metter su una realtà vivente.

Il Fanelli allinea tutti i presupposti per l’articolazione gerarchico-qualitativa dello Stato in funzione della famiglia: ritorno alla patria potestas; assoluta coesione economica e morale della famiglia; superamento del suo aspetto materialistico e convenzionale; affermazione di un suo concreto significato politico; primato dell’educazione familiare, intesa a formare il carattere e a destare un preciso sentimento di onore; economia familiare corporativa con un asse domestico inalienabile; responsabilità diretta del padre di fronte allo Stato per tutti i membri della famiglia, dei quali sarà il capo; organizzazione progressiva dei varii gruppi familiari di uno stesso sangue in unità più vaste, che il Fanelli chiama «fuochi» e che sarebbero più o meno le antiche gentes: unità giuridiche e politiche, le quali articolerebbero e decentralizzerebbero lo Stato, pur essendo ricomprese da un’ultima unità dal supremo potere direttivo, che il Fanelli identifica al Partito in senso fascista ma che in fondo corrisponde al Senato della romanità prisca.

Altorilievo raffigurante una scena di confarreatio, tipica forma di rito nuziale romano “cum manu” (dal sarcofago nel Museo di Capodimonte)

Schema coerente e completo. Ma appunto perché schema, fatalmente pregiudicato. Tutto ciò – infatti – o è una realtà che si ha dinanzi, scaturita organicamente dalle forze spirituali più profonde di una tradizione, ovvero è nulla: «costruire» questa realtà, è un assurdo. Il Fanelli scrive: «La famiglia, come associazione naturale, è una deformazione materialistica e utilitaria di una realtà superrazionale, della quale si scambiano le cause con gli effetti» – e altresì «La famiglia è un fatto eroico e sacrale». Proprio qui sta il punto decisivo. Tutto l’antico ordinamento organico-gerarchico e lo stesso diritto familiare romano procedeva da premesse essenzialmente spirituali: premesse presenti solo là dove il pater familias appariva anche come il sacerdote e il duce dei suoi; quando il culto degli avi e degli eroi dava ad ogni lesione della sua autorità assoluta il carattere, anzitutto, di un sacrilegio; quando le corporazioni e le gentes, prima di esser unità di interessi e di produzione, erano unità determinate da un comune modo di essere da un comune, differenziato senso di onore; quando la fides, concepita come un legame immateriale e quasi trascendente di fedeltà, si rendeva capace di collegare le varie unità parziali ad unità più alte, fino a quella universale dell’Impero, senza per nulla alterarne la vita propria.

Staccare istituzioni, schemi giuridici, strutture politiche da questa realtà vivente e presumere di poter fissare, al di fuori di essa, un loro significato e una loro qualunque possibilità di esistenza, è un grave errore, un equivoco razionalistico. Ma riconoscere ciò, significa riconoscere anche che chi oggi vuole combattere per un ordine veramente normale, staccato da ogni moderna e contingente creatura di necessità, non deve illudersi circa la vera via che, se è ancora possibile, si deve seguire. Forze e sensibilità interiori quasi spente vanno ridestate, un uomo nuovo deve essere chiamato a vita, con ogni mezzo si deve impedire alle varietà di una cultura profana, laica, razionalistica e antiaristocratica di condurre a termine un lavoro di distruzione iniziatosi, invero, da secoli. Ciò è un difficile compito, un compito che va assai di là dalla portata di ogni azione politica e sociale diretta, ma i cui frutti saranno anche d’altrettanto più fecondi e preziosi. Anche nei riguardi del problema della famiglia, della sua dignificazione, del superamento, mediante essa, sia di individualismo che di collettivismo in uno Stato veramente articolato e «romano», questa e la condizione, a che il tutto non si riduca ad una sterile utopia o a forme vuote di sostanza.



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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