Il superuomo primitivo e “l’esperienza estatica”

Ancora un articolo di Julius Evola sulle popolazioni cd. “primitive”, la loro struttura psichica, le loro caratteristiche. Nello specifico, il barone si sofferma sul tema dello sciamanesimo, partendo dalla entusiastica recensione dell’opera enciclopedica di Mircea Eliade “Lo sciamanesimo e le tecniche arcaiche dell’estasi“. Evola osserva come tale fenomeno, che costituisce una tecnica di connessione con l’invisibile che si manifesta in forme estatiche – ma, nella sua forma ordinaria, senza invasamenti – abbia in realtà carattere universale, e costituisca un’espressione residuale delle potenzialità dell’uomo ancestrale, non ancora decaduto e privato delle sue facoltà spirituali superiori. La tecnica sciamanica sopravvive ancora nell’epoca moderna – in forme talora attenuate e finanche di natura meramente psichica – quale prerogativa di pochi, qualificati individui, presso popoli che, come già spiegato negli articoli precedenti, non sarebbero antenati sopravvissuti dell’umanità odierna, ma, al contrario, ceppi costituenti forme residuali di antichissime civiltà perdute.

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di Julius Evola

Tratto dal “Roma”, 10 febbraio 1952

Dal termine sciamano quei lettori, a cui esso è noto, sono generalmente portati a pensare al tipo di stregone più o meno invasato dagli spiriti, che è caratteristico fra le popolazioni primitive dell’Asia Centrale e della Siberia e che ha per controparte ogni specie di pratiche strane e superstiziose e di riti frenetici. Le cose non stanno precisamente così. È uscito di recente, per le edizioni Payot, un’opera fondamentale di Mircea Eliade, professore alla Sorbona, la quale studia attentamente, col corredo di una ricchissima, seria documentazione, tutto ciò che ha riferimento allo sciamanismo (Le Chamanisme et les techniques archaiques de l’extase, Paris, 1951). Dopo la lettura di un tale libro il tipo dello sciamano ci appare sotto una luce nuova e suggestiva.

Sciamano dell’etnia siberiana dei Buriati, con gli strumenti rituali della maschera e del tamburo (fotografia del 1904)

Anzitutto noi ci troviamo di fronte ad un fenomeno di carattere pressochè universale. Una volta che il fenomeno sciamanico lo si individui nella sua essenza, nei suoi tratti tipici, non lo vediamo più limitato alle popolazioni primitive siberiane: lo ritroviamo un po’ dappertutto – nell’America del Sud e del Nord, nell’Asia meridionale, in Australia e via dicendo. E poiché l’ipotesi della trasmissione, cioè l’idea che queste corrispondenze sian dovute al diffondersi di una stessa tradizione da un focolare originario in tutti quei popoli, è da scartarsi, bisogna pensare che ci troviamo dinanzi a qualcosa di arcaico e di primordiale, esprimente delle possibilità fondamentali presenti nell’uomo non-civilizzato (o, per dir meglio: nell’uomo non avente ciò che i moderni han convenuto di chiamare civilizzazione), di qualunque terra e di qualunque razza egli sia: Pellerossa, Esquimese, Manciù, Samoieide, Mauro e così via.

Vi è di più, l’Eliade mostra che lo sciamanismo lo si ritrova come una componente anche fra le tradizioni non più di selvaggi, ma di culture già sviluppate, quali quelle indù, o nordiche, o dello stesso antico Mediterraneo. Qui, naturalmente, lo sciamanismo non figura allo stato nativo: qui esso risulta inquadrato o integrato o interpretato in un dato sistema religioso, ma non fino al punto che un occhio esperto non ne riconosca i tratti tipici, insieme ad alcune concezioni generali circa la struttura dell’universo e il sovrasensibile che ne sono la premessa e che hanno parimenti carattere costante.

Pertanto, che cosa caratterizza lo sciamano? Per il nostro autore, sarebbe l’esperienza estatica, intesa così che essa non si esaurisca in un semplice rapimento o stato d’animo, ma che permetta comunicazioni efficaci fra Cielo e Terra, comunicazioni le quali, secondo una credenza ricorrente, all’alba dei tempi sarebbero state assai più facili e generali e successivamente sarebbero divenute la prerogativa di alcuni esseri speciali, che a tanto sono eletti da forze sovrasensibili o dagli antenati primordiali, ovvero vi son spinti da una vocazione o qualificazione indicata da segni precisi. Tali sono appunto gli sciamani. Una «morte e resurrezione» realizza lo stato sciamano.

Sulla base delle documentazioni raccolte, l’Eliade mostra che lo sciamano non può considerarsi né come un malato né come un invasato. Egli appare sempre come un uomo di statura spirituale non ordinaria, gli invasamenti appartenendo – come le tecniche più selvagge, frenetiche e simili, per ottenere il fenomeno estatico, la riapertura dei contatti con l’aldilà – a forme degenerescenti di sciamanismo. Ma nella normalità, lo sciamano rimane attivo nell’estasi, quella mobilità che gli renderebbe possibile vivere ad un tempo nel visibile e nell’invisibile, egli la usa per fini concreti, per guarigioni magiche, per forme particolari di conoscenza, per difesa della collettività da pericoli e forze avverse, per esorcismo (nel qual caso, lo sciamano, invece di essere un ossesso, appare come un guaritore di ossessi), per accompagnare o guidare i morti nell’oltretomba, e via dicendo.

E come nei riti dello sciamanismo ricorre un simbolismo sostanzialmente uniforme, così carattere ugualmente costante hanno certi poteri tipici attribuiti allo sciamano. Uno di essi è il «dominio del fuoco»: sia come capacità di produrre in sé per via non naturale un calore tale da sfidare lo stesso freddo artico, sia come potere di passare fra il fuoco o su pietre roventi senza esser leso. Questo potere è stato spesso effettivamente constatato da esploratori o osservatori e, nello sciamano, ha uno sfondo simbolico. Il fuoco – secondo la idea primitiva – è la forza che, consumandolo, fa passare ciò che è materiale in una forma invisibile. Ora lo sciamano, in quanto è capace di spostarsi dal visibile nell’invisibile, è il signore di tale forza, cosa che egli dimostra anche esteriormente dominando lo stesso fuoco materiale.

Molti problemi interessanti si affacciano leggendo il libro dell’Eliade, ove una materia complessa e quanto mai varia si ordina, sotto una mano maestra, in strutture chiare e in una sua logica. Il principale di tali problemi è questo: come è possibile che la via del sovrasensibile, che per ipotesi si lega alle più alte possibilità dell’uomo, la si ritrovi, come sciamanismo, netta, precisa e in forma costante proprio nei popoli che, secondo le vedute oggi predominanti, corrisponderebbero agli stadi più bassi e quasi animaleschi dell’umanità? Vogliamo forse seguire gli «spiriti critici», che da un fatto del genere sono indotti a considerare come sopravvivenze superstiziose tutto quanto non è materiale o razionalistico? Se no, forse vi sarebbe da pensare che ciò che nelle popolazioni accennate sembra tale, non sia originario e davvero arcaico, e vedervi piuttosto disperse sopravvivenze e vestigia di cicli ancor più remoti, e di un retaggio effettivamente spirituale dei primordi, di cui forse solo induttivamente, per una integrazione partente da quel che è rimasto, si può avere una approssimata idea.

L’immagine in evidenza è tratta liberamente e senza modifiche da pixabay.com (free simplified pixabay license; author: blueberrykings111)



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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