Convegno “Evola-Guénon: incontro o scontro?” – Intervista a Enrico Galoppini

Sabato 12 Maggio si svolgerà, a Brescia, il convegno dal titolo “Julius Evola, René Guénon. Incontro o scontro?”, organizzato dal Centro Studi Internazionale Dimore della Sapienza. L’evento, oltre a vedere la partecipazione di relatori di prim’ordine fra cui Claudio Mutti (Eurasia), Enzo Iurato (Heliodromos), Paolo Rada (rappresentante del Centro Studi “Dimore della Sapienza”), ed Enrico Galoppini (scrittore), si caratterizzerà per la partecipazione ufficiale di Rigenerazione Evola che ha dato la propria adesione e sarà presente all’evento. Inoltre, da qui al 12 maggio pubblicheremo una serie di interviste ai relatori, nonché, dopo la conferenza bresciana, i loro interventi, foto e recensioni.

A seguito della bella esperienza del convegno dedicato ad Evola nel 2016, infatti, Rigenerazione Evola ha convintamente raccolto questa opportunità, ritrovandosi ancora una volta, spalla a spalla, con amici e camerati coi quali – al di là di specifiche differenze di indirizzo – condivide una analoga visione del mondo. E’ questo lo spirito che ci caratterizza ed è con l’impersonalità che anima il nostro Progetto che sosteniamo iniziative come queste. In marcia per il Fronte della Tradizione, sempre.

Rimanete dunque connessi con noi e, contestualmente, invitiamo caldamente tutti gli amici e camerati che ne avranno la possibilità ad aderire all’evento bresciano, che ci vede fra i promotori.

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Enrico Galoppini, saggista e traduttore dall’arabo, diplomato in lingua araba a Tunisi e ad Amman, ha lavorato nell’ambito di progetti internazionali (ad es. in Yemen) ed ha insegnato per alcuni anni Storia dei Paesi islamici presso le Università di Torino e di Enna. È nel comitato di redazione della rivista di Studi geopolitici “Eurasia”.

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A differenza degli altri relatori del Convegno, alla conoscenza di Guénon ed Evola lei è arrivato in età più adulta, grazie al suo percorso di studi. Eppure, a differenza dell’errore in cui molti altri sono occorsi, non è rimasto imbrigliato in una lettura “culturale” o, peggio, “filosofica” di questi autori, riuscendo ad andare in profondità rispetto al loro messaggio. Il rischio c’è e come si può evitare?

In verità sono arrivato alla lettura degli scritti di questi due autori nel periodo dei miei studi universitari. Non so se ciò sia da considerare come particolarmente “tardi”, fatto sta che ho fatto in tempo, anche grazie a queste letture, a non farmi fagocitare da una visione del mondo improntata al “materialismo storico” e allo “scetticismo” che imperversava nella mia facoltà.

Ad Evola e Guénon, se non ricordo male, sono arrivato attraverso alcuni testi, di taglio giornalistico, che trattavano della cosiddetta “strategia della tensione”. Vi si parlava del “terrorismo nero”, i cui esponenti di punta sarebbero stati influenzati (se non addirittura ‘imbeccati’) dal Barone Nero. Questo, secondo autori “di sinistra” pregiudizievolmente ostili a Evola così come a tutta la “cultura di destra”, la quale non avrebbe potuto altro che sfornare bombaroli e stragisti. In questi libri venivano riportate ampie citazioni evoliane, che ebbero su di me – che evidentemente ero in una fase di ‘ricerca’ – l’effetto d’incuriosirmi sul pensiero di quello che veniva tratteggiato coi contorni del classico “cattivo maestro”. Scoprii che nel dipartimento di Scienze Politiche dell’ateneo pisano un professore aveva fatto acquistare praticamente tutti i testi di Evola, per cui mi misi a leggerli avidamente perché, come sapete, Evola delinea un mondo totalmente “altro” rispetto a quello “moderno” nel quale ci troviamo fondamentalmente a disagio. Evola, insomma, era un autore che poteva dare delle risposte (o aiutare a farsi delle domande…). Il passaggio a Guénon è stato consequenziale, in quanto Evola è stato uno, se non il principale, divulgatore in Italia del pensiero del metafisico francese, avendolo per esempio fatto collaborare ad una pagina culturale da lui diretta. Sua fu la traduzione de La crisi del mondo moderno e, se vogliamo essere onesti intellettualmente, possiamo riconoscere che il passaggio alla Tradizione da parte di Julius Evola lo si deve principalmente al suo incontro con l’opera di Guénon.

Ma poiché nessuno è uguale ad un altro, Evola assorbì la lezione guénoniana nella misura in cui la sua sensibilità ed il suo temperamento potevano consentirlo (io credo profondamente al fatto che “ognuno diventa ciò che è”…). Lo stesso dicasi per ciascuno di noi, lettori di Evola e Guénon. Questo per precisare che l’atteggiamento corretto che va mantenuto anche di fronte a giganti del pensiero di questa levatura non dev’essere quello di pedissequi imitatori, alla lettera, dei contenuti dei loro testi; di automi illusi di trasformarsi in tanti piccoli Evola o Guénon per il solo fatto di aver letto e riletto i loro libri ed articoli. Altrimenti si dà vita al noto fenomeno degli “evoliani” e dei “guénoniani” di ferro (una sorta di “marxisti della Tradizione”), peraltro sempre a rischio di conflitti reciproci basati, ufficialmente, sulla corretta lettura, e loro trasposizione nella prassi, dei “sacri testi”. La lezione di questi due autori non può che essere reinterpretata alla luce delle nostre rispettive ed irripetibili “equazioni personali”, per dirla con Evola. D’altronde, anche gli aderenti ad una religione non sono tutti fatti con lo stampino, perché ciascuno si carica del suo credo, dei suoi precetti e della sua morale nella misura in cui può farlo, sebbene qualcuno pensi che i cristiani, i musulmani eccetera siano (o dovrebbero essere) tutti uguali!

Dunque, per chiudere con la prima domanda, direi che il rischio di restare imbrigliati in letture di tipo “culturale” o “filosofiche”, per non dire ‘religiose’, del contenuto dei testi di Evola e Guénon (ma il rischio c’è anche per altri, penso a Schuon o a  Gurdjeff), lo possiamo evitare ricordandoci che ciascuno di noi non è un Evola o un Guénon in miniatura che deve per forza fare della propria esistenza una replica di quella di due personalità cui si può tributare rispetto ed ammirazione ma che non possono assurgere in tutto e per tutto a modelli da imitare alla lettera, pena situazioni di vera e propria dissociazione e/o alienazione che possono condurre persino ad esiti tragici per la propria stabilità psichica.

 

In un suo libro pubblicato nel 2008 ha parlato, giustamente, di “Islamofobia”. Oggi quel libro sembra a tratti profetico, essendosi compiuta quasi del tutto la teorizzazione dello “scontro di civiltà” che è alle base dei progetti mondialisti odierni. Indagare i rapporti Evola-Guénon, anche alla luce dell’adesione di quest’ultimo alla religione islamica, potrebbe essere utile per accedere in questo preciso momento storico ad una più chiara comprensione del vero Islam?

Dieci anni fa, ed anche prima (direi almeno dal 2001), l’obiettivo della creazione del “nemico islamico” era già chiarissimo, sempre che si fosse in possesso di adeguati strumenti analitici non disgiunti dalla diposizione a guardare la situazione senza gli occhiali del condizionamento ideologico pro-occidentale. Il tempo ha dato ragione alla disamina contenuta negli articoli raccolti in quel libro, in particolar modo nel saggio finale che ne costitutiva la sintesi (Islam come “problema” e strategie geopolitiche atlantiche: un rapporto necessario).

Ad una corretta comprensione dell’Islam e ad un onesto inquadramento dei musulmani, in tutte le loro sfaccettature, ha certamente contribuito l’opera di René Guénon, mentre quella di Evola, com’è noto, si è soffermata solo marginalmente sulla religione trasmessa agli uomini dal Profeta Muhammad. Anche altri autori, benché alcuni “guénoniani” storceranno sicuramente il naso, hanno a mio avviso scritto pagine importanti per avvicinare un pubblico euro-occidentale all’Islam: penso ai summenzionati Schuon e Gurdjeff, ma anche a Burckhardt e Lings (questi due sono comunque, dal punto di vista “guénoniano”, del tutto “ortodossi”).

Penso soprattutto – parafrasando il nome del vostro sodalizio umano e culturale – che una “rigenerazione” dal punto di vista spirituale dei popoli occidentali (meglio sarebbe dire “occidentalizzati”, ovvero conquistati alla Modernità) non possa non passare dalla meditazione della domanda essenziale posta da questi pensatori allo scopo di fornire adeguati strumenti per tale rigenerazione: la “crisi del mondo moderno”, la cui constatazione a livello profondo, intimo, non può che suscitare una radicale “rivolta”, che poi è l’incipit del libro forse più famoso di Evola.

Che questa “rivolta contro il mondo moderno” debba condurre per forza di cose all’Islam non lo credo. Credo tuttavia che non vi sia alcuna possibilità di ristabilire una qualsiasi normalità (e la normalità esiste!) fintantoché non si accetterà quel che – meglio se leggendoli e meditandoli – Evola e Guénon scrivevano in pagine che, da un lato, appaiono “profetiche” (penso a quelle de Il regno della quantità e i segni dei tempi), dall’altro, se messe a confronto con i recenti epifenomeni di questa “crisi”, possono sembrare non del tutto esaurienti (intendiamoci, nel dettaglio!) per ciò che concerne la descrizione dello sfacelo contemporaneo.

L’Islam (certamente un Islam alieno dal letteralismo e dal modernismo che caratterizzano il cosiddetto “Islam politico”) è un potente antidoto contro le derive della Modernità. Su un piano collettivo, si pensi al divieto assoluto del prestito ad interesse e della moneta creata dal nulla; su quello individuale, ad una vita che – se si è ben orientati e non lasciati ad un “Islam fai da te” – dev’essere – come asseriva al-Ghazali – un costante sforzo teso alla vigilanza e all’esame di coscienza, nella speranza che le nostre azioni riscuotano la “soddisfazione” divina.

In tutto ciò, qual è il posto della lezione dei pensatori del cosiddetto Tradizionalismo? Ritengo che sia essenziale per comprendere a fondo quale tipo di pericolo comporti per l’integrità dell’essere umano la deviazione – ripeto, rispetto alla normalità – rappresentata dalla Modernità (che potremmo riassumere nella “dimenticanza d’Iddio”, per porre al centro del tutto l’uomo), ma che non sta scritto da nessuna parte che l’unica via per trarsi fuori da questa palude sua per forza di cose l’adesione all’Islam. L’importante è che in un ‘vestito’ ci si senta a proprio agio, e la religione, dato che rappresenta un ‘abito’, sia mentale che pratico, deve donare a chi la ‘indossa’, altrimenti è meglio rivolgersi ad un’altra ‘sartoria’. L’importante – per proseguire nella metafora – è non restare nudi, ma non in un senso moralistico, bensì nel senso di non farsi trovare impreparati quando arriverà la prossima stagione “finale”, che certo non si preannuncia con il cinguettio degli usignoli e i profumi della primavera…

Chiudiamo con una domanda comune a tutti i relatori del convegno. Prima di questa intervista conosceva il progetto RigenerAzione Evola? Cosa pensa di questa iniziativa e, più in generale, del tentativo di restituire Evola alla “militanza” liberandolo dall’asfittica dimensione dell’ “accademia”?

Purtroppo devo ammettere di non aver seguito sin qui, come certamente merita, le attività del Vostro progetto. Non per volontaria negligenza, beninteso, ma perché il tempo, quando si ha famiglia con figli, è quel che è (specialmente nel… “mondo moderno”!).

Evola e Guénon non sono mai stati considerati troppo dal mondo accademico. Forse con “accademia” volevate intendere un approccio troppo “intellettualistico” al loro pensiero?

Bisogna intendersi. Guénon, in particolare, è suscettibile di provocare in chi ne fa propria la lezione (senza dimenticare che alla fine la reinterpreterà alla luce delle proprie disposizioni) un distacco radicale dal “mondo”, soprattutto in termini politici e, dunque, di militanza. Però bisogna anche evitare, a mio avviso, dall’illudersi che sia facile tradurre in termini strettamente “politici” ciò che Guénon ha scritto. Il rischio di prendere delle cantonate è forte, anche se, per ora, il fenomeno più osservato tra i “guénoniani” è stato quello della cosiddetta “apolitia”. Così come, se invece si considera Evola, c’è il rischio, che conoscete meglio di me, della “torre d’avorio” sulla quale va a stabilirsi chi, diventato “evolomane”, si considera ipso facto un “individuo differenziato”. Ecco, a costui andrebbe ricordato che una delle principali squalificazioni dal punto di vista spirituale è la tendenza a vedere negli altri persone da disprezzare o, ragionando all’inverso, a considerarsi, trovandosi una qualche giustificazione, migliori degli altri. Chi ha “capito” qualcosa, oltre a doverlo mettere in pratica, in primis nel quotidiano, è chiamato a mettere a disposizione degli altri ciò che per l’appunto ha “capito”. D’altra parte, non è scritto nel Corano: “E non vi è stato dato in fatto di Scienza se non un poco”?

Se comunque s’intende un’azione politica (o metapolitica?), volta cioè ad incidere direttamente sulla mentalità di un pubblico il più ampio possibile, e che impieghi gli strumenti messi a disposizione dei pensatori tradizionalisti… bene, su questo sono d’accordo, perché per convincersi dell’opportunità dell’iniziativa basta dare uno sguardo al presente panorama politico, che anche quando propone “il nuovo che avanza” pare non solo non aver mai letto una pagina di Evola o Guénon, ma dà tutta l’impressione di una nave senza timoniere o, se preferite la metafora ferroviaria, di un treno lanciato a folle velocità senza il macchinista, in attesa dello schianto finale. Sia nell’uno che nell’altro esempio è evidente che il problema è la mancanza di una guida, che indichi dove andare e come andarci (ed anche con chi!), il che è l’esatto contrario del mondo moderno, dove ciascuno naviga a vista o crede che alla fine, una qualche “mano invisibile”, parodia della Provvidenza, ci metterà comunque una pezza.



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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