Julius Evola: una consegna per il fuoco del Logos

Dopo la pausa estiva, siamo lieti di riprendere la programmazione di RigenerAzione Evola con un articolo risalente al 1984 del compianto Gaetano Alì, tra i fondatori, negli anni Settanta, del Centro Studi “Heliodromos” e della omonima rivista, su cui questo scritto fu pubblicato con la firma di Bruno Del Re, uno degli pseudonimi principali, assieme a Paolo Zagali, utilizzati da Gaetano Alì in omaggio al principio dell’impersonalità attiva nell’azione tradizionale.

Dopo le esperienze giovanili nel M.S.I., nel cd. Gruppo dei Dioscuri e, soprattutto, nel Centro Studi Ordine Nuovo di Pino Rauti, Gaetano Alì, che ebbe modo di conoscere personalmente Julius Evola, mise al servizio delle generazioni più giovani la profonda conoscenza della dottrina tradizionale e, soprattutto, l’esperienza ed il proprio esempio di vita, forgiati sui principi della Tradizione. Divenuto professore di pedagogia presso l’Università di Catania, fondò a metà degli anni Settanta la comunità di Heliodromos, per la quale sarebbe stato instancabile promotore di infinite iniziative militanti e formative fino alla scomparsa terrena, nel 2012.

Heliodromos ha rappresentato storicamente, e rappresenta ancora oggi, uno dei primi tentativi di creare e far crescere delle comunità militanti, delle “unità operative” in grado di esercitare un’azione formatrice sui propri membri, rendendoli uomini e donne capaci di conservare, vivificare e tramandare concretamente i principi della Tradizione non solo con le opere (convegni, conferenze, pubblicazioni, ecc.), ma anche e soprattutto con i comportamenti, con l’esempio quotidiano. La creazione di un Fronte della Tradizione, di un microcosmo operoso costituito da una rete di comunità militanti di questo tipo, organicamente strutturate, vere e proprie piccole enclaves dello spirito, era l’obiettivo fondamentale dell’azione di Gaetano Alì e di Heliodromos. Un progetto che ha dato e continua a dare, con moltiplicarsi di realtà militanti in collaborazione continua tra loro, molti frutti.

Una raccolta fondamentale degli articoli di Gaetano Alì pubblicati sulla rivista “Heliodromos” dal 1979 al 2010 è contenuta nel volume “Indirizzi per l’Azione Tradizionale”, presentato nella prima edizione nel 2013 e successivamente ripubblicato in una versione ampliata e riveduta nel 2017 per la rinata “Cinabro Edizioni”.

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di Gaetano Alì

tratto da “Heliodromos”, n. 21 (Aprile – Maggio – Giugno 1984)

Proviamo, per un istante, ad immaginare quale sarebbe potuta essere la nostra dimensione culturale, politica, esistenziale, l’insieme della nostra vita, senza gli orizzonti vasti ed affascinanti che ci ha indicato Julius Evola. Ci ritroveremmo precipitati d colpo in un mondo angusto e grigio, popolato da meschinerie e viltà, soggiogati, per le lusinghe ideologiche e razionalistiche, da esseri egoisti e ignoranti.

Evola, e solo uno kshatriya come lui poteva farlo, da solo, ha saputo infrangere le strette barriere della ignoranza borghese in un’italietta ricorrentemente provinciale, per mostrare a sé e a tante generazioni di giovani le fonti perenni della Conoscenza. Se questo fosse stato l’unico suo merito, sarebbe in sé un validissimo motivo per manifestargli oggi, ricordandolo dopo dieci anni dalla sua morte terrena, i sentimenti di gratitudine di quanti si sentono rappresentati da questa rivista. Ma sappiamo bene che la gratitudine, pur essendo uno dei pochi sentimenti riconosciuti nelle relazioni umane della società tradizionale, sarebbe la più lontana e la meno accetta fra i riconoscimenti che potessero essere nelle attese dell’Uomo. Se a volte egli espresse il suo rammarico, perchè nessuno dei tanti che gli testimoniavano l’entusiastico apprezzamento per la sua opera, fosse in grado di estendere le vedute e il metodo tradizionali in domini specifici del vivere e del sapere, non lo fece certo per esigenze personali, ma perchè riconobbe che la formazione di un Fronte della Tradizione implica la necessità di dare risposte concrete e «nostre» alle ansie e ai tanti problemi che pulsano nel paese reale. Per cui, già in una intervista del 1964, dichiarava: «Ho dovuto riconoscere che con la mia lunga attività non sono riuscito a creare, in Italia, una vera corrente della cultura, nel senso più completo: voglio dire, non giovani che siano attirati momentaneamente dalle idee fatte conoscere da me e da altri scrittori d’orientamento tradizionale, ma anche veri studiosi che tali idee svolgano sistematicamente ed applicano in opere elaborate, in studi monografici, in una attività nota di docenti e scrittori».

Che l’accademismo, con le sue liturgie e la sua boria, non abbia messo mani nei problemi della cultura tradizionale, ci sembra, dopotutto, un segno evidente della vitalità e dell’insofferenza alla sistematicità che ancora conservano le idee fatte conoscere da Evola. La banalità di un metodo descrittivo (quello accademico) indifferente ai riscontri reali e funzionali con l’essenzialità del ricercatore, avrebbe avuto certamente l’efficacia di mummificare quelle conoscenze alle quali Evola ha dedicato la sua esistenza terrena.

Ma in effetti, fuori dall’asfittico accademismo, le condizioni perchè si delineasse un gruppo umano con decisi orientamenti tradizionali, preparato e agguerrito, non sono mancate, sia con quei giovani che si raccolsero intorno a Evola negli anni ’50, sia con la seconda «leva» generazionale del periodo 60/70.

Purtroppo la gran parte dei giovani degli anni ’50, oggi quasi sessantenni, che sembravano i più promettenti per possibilità intellettuali e culturali, non hanno tardato, con il passare degli anni, a ridimensionare le loro posizioni di punta, per retrocedere in posizioni cattoliche, e talvolta, non si sa con quanta buona fede, hanno inteso il loro cedimento come una condizione più avanzata, non mancando per ciò di polemizzare con quanti, compreso lo stesso Evola, si tenevano fermi sulle posizioni originarie del tradizionalismo integrale; altri, fattisi trascinare dai problemi del quotidiano, pur avendo «certe qualità di scrittori, si sono più o meno commercializzati», come ebbe a dire lo stesso Evola.

Della generazione che scoprì Evola intorno agli anni che precedettero e seguirono il «68», il bilancio definitivo pensiamo che sia prematuro farlo, non potendosi ancora escludere la possibilità di ripresa e riequilibri di tanti «sbandamenti».

È certo però che questa generazione, per le sue intemperanze, per la mancanza di coraggio e decisione in chi quelle intemperanze avrebbe potuto disciplinare, e anche per l’irresponsabilità di chi quelle intemperanze favorì, è innegabile, in ogni caso, che si fece sfuggire la buona occasione di darsi uno strumento serio per una battaglia articolata ma coordinata. Motivo per cui restano pienamente valide le osservazioni che alcuni anni prima, nella medesima intervista della quale abbiamo già parlato, espresse Evola: «Vi è da constatare da un lato uno spinto individualismo, dall’altra un fenomeno di sbandamento. Piccoli gruppi si formano, spesso dopo un breve periodo scompaiono, si segmentano, si scindono, gelosi ognuno della propria piccola cerchia d’influenza, invece di sentire l’esigenza di una unità delle forze e degli sforzi e di una rigorosa disciplina».

Tutto sommato ogni analisi, ogni bilancio, ci riporta al piano dei massimi problemi: alla capacità umana di fare della propria vita una milizia, sapendo resistere nelle posizioni avanzate assunte anche quando la vita, gli anni e gli eventi favoriscono il ripiegamento su posizioni meno esposte.

Evola, è già stato detto con pertinenza da altri, non accetta cedimenti; la strada indicata, e da lui percorsa con indomito coraggio fino in fondo, non è di tutti, percorrerla implica responsabilità e verifica di sé, imboccarla con leggerezza può lasciare sordi rancori per un progetto esistenziale incompiuto, che segna per tutta la vita. Perchè non saranno certo le giustificazioni razionali, che potremmo darci, a rendere poi una eventuale regressione meno amara, giacchè per quella via di regressione spirituale in realtà si tratta. «il buon combattente – egli ci dice – fa quello che deve essere fatto e non si lascia turbare da nessuno scetticismo». E in questa tenacia guerriera, al di là dei suoi scritti, che pure hanno un valore inestimabile, noi lo sentiamo come un vero Maestro, che con l’esempio valorizzante della sua indiscussa coerenza ci sorregge nella nostra modesta militanza di ogni giorno.

Se una nota dominante, che accompagna tutta la vita, le opere, le attività di Evola, ci è permesso evidenziare, come una verità assoluta e urgente, questo è certamente il suo continuo, severo richiamo a tenere salde in noi le posizioni assunte, a non retrocedere, a non giocarci con le contingenze della vita il nostro più alto significato di uomini. Queste, certamente, sono le consegne più impegnative lasciateci da Julius Evola, affinchè non si spenga mai il fuoco del Logos.



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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