La religione della scienza

Prendendo spunto dalla prima pubblicazione letteraria del biologo Giuseppe Sermonti, fratello del “leone” Rutilio (entrambi scomparsi di recente), vale a dire Crepuscolo dello scientismo (1971), Evola affrontò, in quest’articolo uscito sul Roma, la questione della dittatura della scienza profana, la religione tutta laica e meccanicistica dello scientismo, che nei decenni a venire avrebbe condotto a tanti, nefasti esiti, all’epoca non ancora del tutto immaginabili. Giuseppe Sermonti avrebbe scritto molte altre opere negli anni a venire, critiche nei confronti della “scienza senz’anima” (per citare un suo volume del 2008) e dell’evoluzionismo, che Evola avrebbe sicuramente apprezzato, ma che purtroppo non avrebbe potuto materialmente leggere e recensire.

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di Julius Evola

Tratto dal “Roma”, 11 ottobre 1971

Lo “scientismo” è una specie di religione della scienza, della scienza moderna, la quale si suppone sia in grado di fornire un’autentica conoscenza della realtà e di risolvere anche, con le sue applicazioni tecniche, ogni problema umano e di condurre verso un radioso avvenire. Questa infatuazione fece la prima apparizione al principio del secolo, trovando perfino una espressione coreografica nel balletto “Excelsior” in cui si esaltavano le conquiste della scienza del tempo e si inneggiava alla vittoria della Ragione e della Scienza, strumenti del Progresso, sull’”oscurantismo”, vittoria che avrebbe avviato anche verso la fraternità universale.

Malgrado tutto ciò che è avvenuto nel frattempo e malgrado il sorgere di una critica immanente alla scienza, un simile atteggiamento persiste tuttora, in certi ambienti. Sebbene Ugo Spirito (già gentiliano e oggi comunista) come filosofo sia una nullità, pure egli ci offre un esempio caratteristico del perdurante scientismo. Secondo lo Spirito, la scienza prende il posto della metafisica e della filosofia, e siccome nei riguardi delle verità della scienza vi è un consenso universale, di là da ogni frontiera, così nella scienza si potrebbe ravvisare anche la base per l’unità dei popoli. È deplorevole che col titolo “Tramonto o eclissi dei valori tradizionali ?” l’editore Rusconi abbia fatto uscire un libro in cui si dà la parola appunto allo Spirito, anche si vi si aggiunge una discussione critica di Augusto Del Noce. Il Del Noce in fondo si mette sullo stesso piano intellettuale dello Spirito e sembra saper poco circa i veri valori tradizionali. Secondo noi, in casi simili non si dovrebbe per nulla discutere, si dovrebbe opporre seccamente ciò che i francesi chiamano “une fin de non recevoir”: respingere e basta.

Presso lo stesso editore Rusconi è tuttavia uscito più recentemente anche un libro di Giuseppe Sermonti intitolato “Crepuscolo dello scientismo”. Forse il titolo non è del tutto adeguato, perché si tratta piuttosto di una “critica” dello scientismo; di un “crepuscolo” di esso, come si è accennato, oggi non essendo purtroppo il caso di parlare (va rilevato, fra l’altro, il valore dato al mito della scienza dal marxismo, dal comunismo e dalle ideologie “progressiste” in genere). Le critiche del Sermonti sono valide e pertinenti, sebbene non sempre originali, e si portano anche su dominî specializzati. Il libro merita di essere letto perché liquida molte fisime dello scientismo, che possono far presa sugli sprovveduti.

Due aspetti vanno considerati nella presa di posizione critica di fronte alla scienza moderna. Il primo riguarda il valore di conoscenza della scienza, il secondo riguarda le sue applicazioni.

Circa il primo aspetto, già da tempo è stato relativizzato il valore della scienza, per opera non di estranei ma di epistemologi, di un Poincaré, di un Boutroux e di un Le Roy al principio del secolo, poi da un Braunschwicg, da un Meyerson e da molti altri. Il Sermonti ha ripreso i loro argomenti, mettendo in chiaro due punti. La scienza moderna (specie come scienza della natura) si è costruita e si è sviluppata in base ad una scelta limitatrice (per non dire mutilatrice) operata nella realtà; nella realtà essa considera unicamente quel che è misurabile e traducibile in formule matematiche. Il resto – tutto ciò che ha un carattere qualitativo, irripetibile e legato a significati – essa lo considera inesistente, irrilevante, “soggettivo”, disturbatore. Il risultato è la creazione di qualcosa di astratto e perfino di inumano, a cui non può attribuirsi il valore di una conoscenza in un senso proprio, concreto e vivo: tanto che la scienza ultima, completamente algebrizzata, è divenuta incomprensibile fuor da una ristretta cerchia di specialisti.

Pertanto, tutto il sapere “scientifico” è staccato dall’esperienza umana, non è per nulla un’integrazione di essa. Il significato ultimo di ciò che io vedo, di ogni processo e fenomeno – luce, sole, fuoco, mari, cielo, piante che fioriscono, esseri che nascono e che muoiono – non ne è reso affatto più trasparente. Anzi, al contrario: perché a carico del sapere scientifico si deve mettere non soltanto questa dislocazione del pensiero in una sfera astratta, ma altresì la “desacralizzazione” in genere del mondo, l’oscuramento di quel che in esso può avere il carattere di un simbolo, di un significato, di riflesso di un ordine superiore. Chi ha avuto la mente riempita da nozioni scientifiche “positive” già nella scuola, non può non formarsi uno sguardo che vede sotto una forma disanimata e grigia tutto ciò che ci circonda e che quindi agisce in un senso distruttivo.

La realtà è che la scienza moderna, più che mirare alla conoscenza del senso integrale e tradizionale, è informata dall’esigenza pratica, dall’impulso a dominare il mondo e ciò già nei suoi procedimenti. Tutto il sistema della scienza – avemmo già a scrivere – «è una rete che si stringe sempre più intorno ad un quid che resta incomprensibile, al solo fine di poterlo assoggettare a scopi pratici». E lo scientismo trova il suo alibi preferito in tutto ciò che nelle sue applicazioni tecniche la scienza ha reso possibile; di fatto, oggi la scienza non interessa tanto come conoscenza, quanto come uno strumento efficace per aumentare il benessere, la ricchezza e la potenza materiale.

Ora, mettendo da parte alcuni settori, forse quelli della medicina e dell’igiene, qui s’impone però la considerazione delle responsabilità che ha avuto la scienza nella costruzione di una società la quale ha finito con l’avere il volto di una mera società consumistica e tecnologica che suscita ormai crescenti reazioni contestatarie. Nel suo libro il Sermonti considera anche questi aspetti. In fondo, non vi è nulla che non si paghi. Non si tratta degli aspetti più cospicui, e un po’ troppo spesso messi in risalto, delle eventuali catastrofi provocate da un uso non pacifico dell’energia termo-nucleare e delle molteplici contaminazioni che subisce la natura nell’aria, nelle acque e nel suolo. Sono anche da tener presenti processi interni, nel quadro di contributi dati dalla scienza e dalla tecnologia a sviluppi dell’economia i quali hanno preso la mano all’uomo. Alludiamo alla situazione nella quale non si creano tanto dei prodotti per i bisogni naturali dell’uomo, quanto si tende a suscitare e ad alimentare desideri nelle masse dato il moltiplicarsi dei prodotti sul mercato. Da ciò deriva un crescente condizionamento dell’uomo moderno (messo ben in risalto anche dal Marcuse), condizionamento, peraltro, che dalla maggioranza dei nostri contemporanei viene spensieratamente accettato, perché per essa rinunciare a date comodità e facilità è un prezzo troppo alto per assicurarsi un maggior grado di autonomia.

Giuseppe Sermonti (1925-2018)

Quando il Sermonti rileva che di fronte a sviluppi del genere non si deve pensare quasi ad un fato tecnologico ma occorre richiamare l’uomo alle sue responsabilità, egli ha perfettamente ragione. E, secondo noi, egli non ha meno ragione nell’indicare in un nuovo gusto per la sobrietà e la semplicità il miglior mezzo per tornare ad un modo di vivere normale. Purtroppo dato il clima predominante, non si possono non riconoscere i lati utopistici di questa ragionevole soluzione. Anche di recente in Italia non abbiamo forse udito uomini politici ripetere sempre di nuovo che l’unico modo per superare la crisi economica è l’incremento della produzione (in base ad un incremento degli investimenti)? Ebbene, l’accresciuta produzione esige non la riduzione ma l’aumento dei bisogni, confermando il circolo chiuso dianzi accennato. Più valida sarebbe l’immagine di Werner Sombart, il quale ha paragonato la produzione e l’economia moderna esasperata dalla tecnologia come un “gigante scatenato” che bisognerebbe frenare, ad ogni costo, in nome di valori umani superiori.

Tornando al Sermonti ci sembra che le sue acute critiche alla scienza moderna e allo scientismo manchino però di una controparte positiva giustificatoria, che sarebbe l’indicazione di un diverso tipo di conoscenza (come ha fatto la scuola tradizionalista, ad esempio un Guénon, un Schuon, un Burckhardt). In secondo luogo, bisogna fare delle riserve quando il Sermonti accusa di un «despotismo totalitario esercitato sulla natura e sulla terra» e auspica che si «conceda un occhio di riguardo per esse», per non diventare «a lungo andare, loro ospiti poco graditi». Certo, un atteggiamento contemplativo contemperatore di contro alla brutale presa tecnica e sfruttatrice della natura corrisponde ad una esigenza giusta. Tuttavia bisognerebbe tenersi nel giusto mezzo, evitando di finire in un naturalismo idilliaco alla Thoreau, se non pure alla Rousseau.



Julius Evola

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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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