La tragedia della “Guardia di Ferro” Romena: Codreanu (I parte)

In prossimità dell’anniversario della vile uccisione del Capitano Corneliu Codreanu e di altri tredici legionari romeni, proponiamo ai lettori uno storico articolo di Evola apparso sulle colonne de “La Vita Italiana” nel dicembre 1938, pochi giorni dopo la tragedia. In questa prima parte, Evola, partendo dall’incontro avuto con il Capitano a Bucarest nel marzo di quell’anno, ripercorre le prime tappe dell’esperienza legionaria, lasciando ampio spazio a citazioni dello stesso Codreanu, ora dirette a smascherare i nemici della Romania e dell’Europa, ora a disegnare i tratti della rivoluzione dell’Uomo Nuovo e delle sue armi eminentemente spirituali.

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Nell’immagine in evidenza, Corneliu Codreanu insieme ai legionari Ilie Garneata, Radu Mironovici, Ion Moţa e Tudose Popescu.

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di Julius Evola

Tratto da “La Vita Italiana“, XXVI, 309, dicembre 1938

Bucarest, marzo 1938

L’automobile ci conduce fuor dai sobborghi della città, per una lunga, squallida strada provinciale, sotto un cielo grigio e piovoso. Essa svolta d’un tratto a sinistra, s’inoltra in un viottolo di campagna, si arresta dinanzi ad una nitida palazzina – la «Casa Verde», il centro della «Guardia di Ferro». «L’abbiamo costruita con le nostre stesse mani» – ci dice il capo che ci accompagna, non senza un certo orgoglio. Entriamo, attraversiamo la sala di una specie di corpo di guardia, raggiungiamo il primo piano. Un gruppo di legionari ci fa largo, e verso di noi viene un giovane alto, slanciato, con una espressione poco comune di nobiltà, di franchezza e di energia impressa nel volto: occhi grigio-azzurri, fronte aperta, autentico tipo romano-ariano: e, mescolati ai tratti virili, qualcosa di contemplativo, di mistico nell’espressione. Questi è Cornelio Codreanu, il capo e fondatore della «Guardia di Ferro» romena, colui che viene qualificato «assassino», «assoldato da Hitler», «cospiratore anarchico», dalla stampa mondiale venduta, perché egli fin dal 1919 ha gettato il guanto di sfida contro Israele e contro le forze più o meno in combutta con esso in atto nella vita nazionale romena.

Fra i molti capi di movimenti nazionali che abbiamo incontrato nei nostri viaggi in Europa, pochi, per non dir nessuno, ci hanno fatta un’impressione così favorevole, come Codreanu. Con pochi abbiamo potuto parlare con un’aderenza così perfetta di idee come con lui, in pochi abbiamo riscontrato la capacità di elevarsi così decisamente dal piano delle contingenze e di riportare a presupposti di natura autenticamente spirituale una volontà di rinnovamento politico-nazionale. E Codreanu stesso non ha nascosto la sua soddisfazione di incontrare qualcuno, con cui potesse dir finalmente qualcosa di più che non la formula stereotipa «nazionalismo costruttivo», formula, alla quale sfugge l’essenza interna del movimento legionario romeno.

Si era, allora, al tempo della caduta del gabinetto Goga, dell’intervento diretto del Re, della promulgazione della nuova costituzione, del plebiscito. Eravamo al corrente di tutti i retroscena di siffatti rivolgimenti. E Codreanu, con una lucida sintesi, completò la nostra visione in proposito. Egli era pieno di fede nell’avvenire, anzi nella prossima vittoria del suo movimento. Se questo non aveva reagito e manifestato alcuna opposizione, ciò procedeva da precise ragioni tattiche: «Se ci fossero state delle elezioni regolari, come Goga aveva pensato, ci saremmo imposti con una maggioranza schiacciante» – ci disse testualmente Codreanu. «Ma messi di fronte all’alternativa di dir sì o no ad un fatto compiuto, quale la costituzione, opera ispirata dal Sovrano, abbiamo conquistata la prima linea di trincee, poi la seconda, poi la terza, e l’avversario, chiusosi in un ridotto, nella sicurezza che questo gli offre, tira su di noi, non sapendo che noi altro non vorremmo, che venirgli in aiuto contro il suo vero nemico». E ricordiamo ancora quest’altra frase di Codreanu, in relazione ad una nostra domanda circa il suo atteggiamento di fronte al Re. «Ma noi tutti siamo monarchici; solo non possiamo rinunciare alla nostra missione e venire a compromessi con un mondo sorpassato e corrotto».

E quando con la sua stessa automobile volle riaccompagnaci fino al nostro albergo, non badando al lato sensazionale della cosa e, noi, ancor meno all’avvertimento, fattoci alla nostra Legazione, che chi vedeva Codreanu veniva espulso dal Regno entro le ventiquattro ore, congedandosi e sapendo che noi continuavamo per Berlino e per Roma, ci disse: «A tutti coloro che combattono per la nostra stessa causa, rechi il mio saluto e dica, che il legionarismo romeno è e sarà incondizionatamente al loro fianco nella lotta antiebraica, antidemocratica, antibolscevica».

Nella Collezione Europa Giovane (Casa Editrice Nazionale, Roma-Torino, 1938) è recentissimamente uscita la traduzione italiana, che già ci era stata annunciata a Bucarest del volume del Codreanu che ha per titolo appunto: La Guardia di Ferro. Si tratta della prima parte di un’opera, che è simultaneamente l’autobiografia del Codreanu e la storia della sua lotta e del suo movimento, naturalmente intrecciata con l’esposizione della sua dottrina e del suo programma nazionalistico. Si può mettere in confronto questo libro con la prima parte del Mein Kampf di Adolf Hitler, senza tema che in un tale confronto esso ne resti diminuito. Infatti è la forza stessa, anzi la tragedia stessa, delle cose, a far sì che la narrazione del Codreanu si presenti con una particolare potenza suggestiva, e noi crediamo che ogni fascista debba prender conoscenza, attraverso di essa, delle tragiche e vicende di una lotta, che in suolo romeno ha ripetuto quella stessa delle nostre rivoluzioni antidemocratiche e antiebraiche. Ed è ora che, circa quest’ordine di cose, si conosca la verità, nascosta o deformata da una stampa tendenziosa: né può farsi una esatta idea dei possibili sviluppi futuri della Romania, chi trascuri il fattore in essa rappresentato dal movimento legionario, oggi represso ma non certamente estinto.

Per la sua stessa natura, il libro di Codreanu non si lascia riassumere. Qui potremo solo indicare qualche punto generale e dottrinale, atto a caratterizzare la natura del movimento di Codreanu. Il quale già nel 1919 e nel 1920, essendo poco più che ventenne, prima con la parola, con l’azione squadrista si lanciò contro il pericolo comunista, in nome della nazione romena, battendosi contro gli operai in rivolta, strappando le bandiere rosse che essi avevano issato sulle loro officine e sostituendole con bandiere nazionali. Discepolo di A.C. Cuza, decano dell’idea nazionale romena e antesignano della lotta antisemita, Codreanu già in quel periodo aveva saputo riconoscere che cosa avrebbe significato veramente la vittoria del comunismo: non una Romania guidata da un regime proletario romeno, bensì al suo asservimento, a partire dal secondo giorno, da parte «della più sporca tirannide, la tirannide talmudica, israelitica». Ma Israele non perdona a chi sappia togliergli la maschera. E Codreanu già in quel periodo divenne la bestia nera della stampa da Israele finanziata, l’oggetto di una campagna feroce di diffamazione e di odio, rivolta non solo contro di lui ma, allora, contro la fede nazionale di un popolo intero.

Codreanu scrive di quel periodo: «In un anno ho imparato tanto antisemitismo, quanto mi può bastare per tre vite di un uomo. Perché non puoi colpire le sacre convinzioni di un popolo, ciò che il suo cuore ama e rispetta, senza ferire nel profondo e senza che la ferita fatta non goccioli di sangue. Sono diciassette anni da allora, e la ferita sanguina sempre». Allora Codreanu si batteva contro coloro che inneggiavano all’Internazionale rossa e i suoi seguaci frantumavano le topografie dei fogli ebraici nei quali si insultava il Re, l’Esercito, la Chiesa. Ma più tardi esattamente in nome del Re, dell’Esercito, dell’ordine, una stampa romena, maestra in fatto di trasformismo, doveva continuare la stessa campagna contro Codreanu, gettando a piene mani odio e disprezzo sul suo movimento …

Il capitano Codreanu con la moglie Elena Ilinoiu (1925)

Codreanu scrive: «Non potrei definire come sono entrato in lotta. Forse come un uomo che, camminando per la strada con le preoccupazioni, i bisogni e i pensieri suoi propri, sorpreso dal fuoco che divora una casa, getta la giacca e balza al soccorso di quelli che sono preda alle fiamme. Io col buon senso di un giovane ventenne, ho capito solo questo di tutto quel che vedevo: che perdiamo la Patria, che non avremo più la Patria: che, col concorso incosciente degli infelici lavoratori romeni immiseriti e sfruttati, ci travolgerà dominatrice e sterminatrice l’orda ebraica. Ho cominciato per impulso del cuore, per quell’istinto di difesa che ha anche l’ultimo dei vermi, non per istinto di conservazione personale, ma di difesa della stirpe della quale facevo parte. Per questo ho sempre avuta la sensazione che alle nostre spalle stia la stirpe intera, coi vivi, col suo corteo di morti per la Patria, con tutto il suo avvenire, che la stirpe lotta e parla per mezzo nostro, che la folla nemica, per quanto grande, di fronte a quest’entità storica, non è che un pugno di briciole umane che disperderemo e vinceremo … l’individuo nel quadro e al servigio della sua stirpe. La stirpe nel quadro e al servigio di Dio e delle leggi della Divinità: chi comprenderà queste cose, vincerà anche se sarà solo. Chi non comprenderà, cadrà vinto».

Questa era la professione di fede del Codreanu nel 1922, alla fine degli studi universitari. Come presidente dell’Associazione nazionalista degli studenti di legge, egli individuava simultaneamente i capisaldi della campagna antisemita nei seguenti termini: «a) identificazione dello spirito e della mentalità giudica, infiltratisi insensibilmente nel modo di sentire e di pensare di una parte considerevole dei romeni; b) la nostra disintossicazione, l’eliminazione del giudaismo introdotto nel nostro pensiero per mezzo dei libri scolastici, attraverso i professori, il teatro, il cinematografo; c) la comprensione e lo smascheramento dei piani israelitici, mascherati sotto tante forme. Poiché abbiamo partiti politici diretti da romeni, attraverso i quali parla il giudaismo romeni; giornali romeni, scritti da romeni, per mezzo dei quali parla l’ebreo coi suoi interessi; conferenzieri romeni, pensanti, scriventi e parlanti ebraico in lingua romena». Parallelamente a ciò, il problema pratico politico, nazionale, sociale: problema di vasti territori romeni letteralmente colonizzati da popolazioni esclusivamente ebraiche; problema del controllo ebraico dei centri vitali delle maggiori città; problema dell’allarmante percentuale ebraica nelle scuole, percentuale spesso di decisa maggioranza, equivalente alla preparazione di una corrispondente egemonia ed invasione nel campo professionale della nuova generazione. E, infine, azione spicciola di smascheramento: come già nel periodo comunista Codreanu rivelava che i dirigenti del presunto movimento proletario romeno erano esclusivamente degli ebrei, così più tardi, come deputato in Parlamento, egli non esitò a documentare come la maggioranza degli uomini allora in carica di governo ricevessero «danaro in prestito» dalle banche ebraiche.

All’avvento di Mussolini, Codreanu riconobbe in lui «un portatore di luce, che c’infonderà speranza: sarà per noi la prova, che l’idra può esser vinta. Una prova delle nostre possibilità di vittoria». Ed egli aggiunge: «Ma Mussolini non è antisemita. Invano vi rallegrate, mormorava la stampa ebraica alle nostre orecchie. Ed io dico: Non si tratta del perché ci rallegriamo noi: si tratta del perché v’inquietate voi della sua vittoria, se non è antisemita, della ragione degli attacchi mondiali della stampa ebraica contro di lui». Codreanu vedeva giustamente che il giudanesimo è riuscito a dominare il mondo con la massoneria e la Russia col comunismo: «Mussolini, ha distrutto comunismo e massoneria – dice Codreanu – ha implicitamente dichiarato battaglia anche all’ebraismo». E il nuovo rivolgimento antisemita del fascismo ha dato pienamente ragione a Codreanu.

Per finire di lumeggiare l’attitudine antisemita del Codreanu, vale riportare il seguente passo del suo libro, che dimostra una particolare esattezza  di visione: «Chi s’immagina che gli ebrei siano dei poveri disgraziati, venuti qui per caso, portati dai vento, condotti dalla sorte, ecc., s’inganna. Tutti gli ebrei che esistono sulla faccia della terra formano una grande collettività, legata dal sangue e dalla religione talmudica. Essi sono inquadrati in un vero e proprio Stato severissimo, avente leggi, piani e capi che formulano questi piani e li conducono ad effetto. Alla base di tutto sta il Cahal. Cosicché noi non ci troviamo di fronte ad ebrei isolati, ma di fronte ad una forza costituita, la comunità israelitica. In ogni nostra città o paese, dove si riunisce un dato numero di ebrei, si forma immediatamente il Cahal, ossia la comunità israelitica. Questo Cahal ha propri capi, giustizia separata, ecc.. E in questo piccolo Cahal, di città o di paese, si stabiliscono tutti i piani: come cattivarsi gli uomini politici locali, le autorità; come introdursi nei diversi circoli ove sarebbe utile entrare, per esempio, fra i magistrati, gli ufficiali, gli alti funzionari; quali piani debbono adoperarsi per togliere un certo ramo di commercio dalle mani di un romeno; come potrebbesi eliminare un onesto rappresentante di una autorità opposta agli interessi giudaici; quali piani applicare quando, oppressa, la popolazione si ribella e scoppia in movimenti antisemiti».

Oltre a ciò, piani generali di lunga portata: «1) Cercheranno di rompere i legami del Cielo con la terra, adoperando la diffusione, in larga scala, delle teorie ateiste e materialiste, riducendo il popolo romeno, o magari soltanto i suoi capi, un popolo separato da Dio e dai suoi morti: uccidendolo, non con la spada, ma recidendo le radici della sua vita spirituale; 2) Spezzeranno, poi, i legami della stirpe col suolo, sorgente materiale della sua ricchezza, attaccando il nazionalismo ed ogni idea di patria e di terra; 3) Perché questo riesca, cercheranno di impadronirsi della stampa; 4) Adopereranno ogni pretesto perché nel popolo romeno vi siano discordie, malintesi, contese, e, se possibile, lo divideranno anche in più partiti antagonistici; 5) Cercheranno di accaparrarsi sempre più i mezzi di esistenza dei romeni; 6) Li spingeranno sistematicamente sulla via della dissolutezza, annientando la famiglia e la forza morale e non trascureranno l’avvelenamento e lo stordimento per mezzo di bevande e di altri veleni. E invero chiunque vorrà uccidere o conquistare una stirpe, potrà farlo adottando questo sistema». Con ogni mezzo, dall’immediato dopoguerra fino ad ieri, il movimento di Codreanu ha cercato di combattere in ogni settore quest’offensiva ebraica condotta in Romania sulla base dei due milioni e mezzo di israeliti che vi sono presenti e delle forze ad Israele affiliate o da esso finanziate.

La piaga dei politicanti e la necessità di creare un «uomo nuovo» sono altri punti centrali del pensiero di Codreanu. «La specie uomo che vive oggi nella politica romena – scriveva Codreanu – l’ho già incontrato nella storia: sotto il suo dominio sono morte le nazioni e si sono distrutti gli Stati». Per lui, il più gran pericolo nazionale sta nell’aver deformato e sfigurato il puro tipo della razza dacio-romana e di averlo sostituito col «politicante», con questo «aborto morale che non ha più nulla della nobiltà della nostra razza, che ci disonora e ci uccide». Finché esisterà il politicante, le forze oscure antinazionali troveranno sempre degli strumenti adatti, potranno sempre creare degli intrighi, da far servire al loro giuoco. Se la Costituzione romena del 1938 ha posto fine al sistema dei partiti, già da anni Codreanu aveva preso, nel riguardo, una attitudine così radicale, da fargli dire: «quel giovane che passerà per la porta di un partito politico sarà un traditore della sua generazione e della stirpe».

Non si tratta di partiti o di formule nuove, bensì si tratta di un uomo nuovo. Da questa veduta è sorto il legionarismo di Codreanu, che vuol dire, anzitutto, una scuola di vita, la fucina per un tipo nuovo, nel quale si trovino «sviluppate, fino al massimo, tutte le possibilità di grandezza umana che sono state seminate da Dio nel sangue della nostra stirpe». «Legione dell’Arcangelo Michele» si chiamò la prima fondazione legionaria, e già nella scelta di questa designazione è visibile il lato mistico, religioso e ascetico di un tale nazionalismo. La creazione di questo tipo nuovo, secondo Codreanu, è l’essenziale: il resto è l’accessorio, il consequenziale, per un processo naturale e fatale, da un tale uomo rinnovato sarà risolto il problema ebraico, sarà trovata una nuova forma politica, sarà destato quel magnetismo, che è capace di trasportar le folle, di propiziare la vittoria e di condurre la stirpe sulla via della gloria.

Ion Moţa, caduto nella Guerra di Spagna il 13 gennaio 1937

Questo è un aspetto speciale e caratteristico del movimento legionario romeno: che esso nella sua stessa articolazione secondo i cosiddetti «nidi», aveva come massima preoccupazione il creare una nuova forma comune di vita, intonata a rigidi criteri etici e religiosi. Così, potrà stupire il fatto, che Codreanu avesse imposta la disciplina del digiuno per due giorni della settimana a tutti gli aderenti del suo movimento, e potrà anche interessare conoscere questi suoi pensieri sulla forza della preghiera, pensieri, che sembrerebbero essere formulati ti più da un religioso, che da un capo politico: «La preghiera è un elemento decisivo della vittoria. Le guerre le vincono coloro che hanno saputo attrarre dall’etere, dai cieli, le forze misteriose del mondo invisibile e assicurarsene il concorso. Queste forze misteriose sono le anime dei morti, le anime di nostri antenati che furono, anche loro, un tempo, legati alle nostre zolle, ai nostri soldati, che morirono per la difesa di questa terra e che sono anche oggi legati ad essa dal ricordo della loro vita e da noi, figli, nipoti e pronipoti loro. Ma, più sù dell’anima dei morti, sta Dio.

Una volta attirate queste forze, esse pesano sulla bilancia, difendono, ci danno coraggio, volontà, tutti gli elementi necessari alla vittoria e ci fanno vincere. Introducono il panico e lo spavento fra i nemici, ne paralizzano l’attività. In ultima analisi, le vittorie non dipendono solo dalla preparazione materiale, dalle forze materiali dei belligeranti, ma dalla loro facoltà di assicurarsi il concorso delle forze spirituali. La giustizia e la moralità delle azioni e l’appello fervido, insistente ad esse nella forma di rito e di preghiera collettiva, attirano tali forze». Ed ecco un altro passo caratteristico del Codreanu: «Se la mistica cristiana col suo fine, l’estasi, è il contatto dell’uomo con Dio per mezzo di un salto dalla natura umana alla natura divina, la mistica nazionale non è altro che il contatto dell’uomo o delle folle con l’anima della loro stirpe per mezzo di un salto che queste fanno nel mondo degli interessi personali e materiali al mondo esterno della stirpe. Non con la mente, perché questo qualunque può farlo, ma vivendo con l’anima loro». Altro aspetto tipico del legionarismo delle «Guardie di Ferro» è una specie di impegno ascetico dei loro capi: essi debbono astenersi dal frequentare balli, cinematografi o teatri, debbono evitare ogni esibizione di ricchezza o anche di semplice agiatezza. Un corpo speciale d’assalto, di diecimila uomini, che si chiamava con i nomi di Moza e Marin, i due capi delle «Guardie di Ferro» cadute in Spagna, aveva, per i suoi membri, quasi come certi antichi ordini cavallereschi, la clausola del celibato, finché essi avrebbero fatto parte di tale corpo: poiché nessuna cura mondana o familiare doveva diminuire la loro capacità di votarsi ad ogni momento alla morte.

Segue nella seconda parte



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"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

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