La via della realizzazione di sé secondo i misteri di Mithra (prima parte)

Come accennato parlando dell’approfondimento a firma di Claudio Lanzi sui significati ed i simbolismi tradizionali del Presepe cattolico,  il  riferimento ivi contenuto a Mithra petrogenito ci consente di dedicare uno spazio al Mithraismo, forma spirituale misterico-iniziatica di origine orientale che, com’è noto, ebbe ampia diffusione all’interno dell’Impero Romano a partire dal I° secolo d.C. e che si contese con il Cristianesimo il ruolo di culto principale nella tarda romanità (IV-V° secolo). Pubblichiamo al riguardo, in due puntate, un famoso saggio che un giovane Julius Evola, non ancora trentenne, pubblicò sulla rivista di studi e ricerche spirituali “Ultra” nel giugno 1926. Lo stile di scrittura evoliano è ancora quello tipicamente giovanile, entuasiastico, diretto, a tratti ridondante, sicuramente coinvolgente. Nella sua analisi non mancano riferimenti testuali al sia pur criticato Cristianesimo (soprattutto in quel periodo), ed è evidente l’influsso degli studi ermetico-alchemici di quegli anni, che avrebbero condotto Evola, qualche anno dopo (1931), alla pubblicazione in prima edizione del famoso quanto apprezzato saggio “La tradizione ermetica”.

***

di Julius Evola

tratto da “Ultra”, XX, 3, giugno 1926

Prima parte

Esiste un livello da cui risulta per evidenza immediata che i miti misteriosofici sono, essenzialmente, trascrizioni allusive di una serie di stati di coscienza lungo la via della autorealizzazione. Le varie gesta e le varie vicende degli eroi mitici non sono finzioni poetiche, ma delle realtà – sono atti ben determinati dell’essere interiore che lampeggiano uniformemente in chiunque volga verso la direzione dell’iniziazione, verso la direzione, cioè, di un compimento di là dallo stato umano di esistenza. Non si tratta affatto di idee allegorizzate, ma di esperienze: l’interpretazione allegorico-filosofica dei miti è soltanto essa allegoria, e non meno esteriore di quella naturalistica e antroposofica. Ciò comporta che in tanto si può giungere a cogliere qualcosa di essenziale in tali materie, in quanto di coteste esperienze si sappia già qualcosa per conto proprio. Altrimenti la porta resta inesorabilmente chiusa. Ciò valga anche per quel po’ che ora vogliamo dire intorno al senso interno del mito di Mithra (1).

I misteri mithraici ci portano in seno alla grande tradizione magica occidentale – ad un mondo che è tutto di affermazione, tutto di luce e di grandezza, di una spiritualità che è regalità e di una regalità che è spiritualità; ad un mondo in cui tutto ciò che è fuga dal reale, ascesi, mortificazione in umiltà e devozione, pallida rinuncia e astrazione contemplativa, non trova più alcun posto. È la via dell’azione, della potenza solare, della spirituale dominazione, opposta sia all’atono sognante universalismo orientale che al sentimentalismo e al moralismo cristiano.

Soltanto ad un «uomo» – è detto – è dato procedere su una tale via: dalla «forza taurina» ogni «donna» non saprebbe che esser arsa e spezzata – lo splendore dell’«Hvarenō», dell’aureola radiante e gloriosa mithraica, non fiorisce che da una tensione spaventevole, non corona che l’«aquila» – l’«animale» che ha saputo «fissare» il Sole.

Simbolo di colui che volge lungo una tale via, Mithra dal mito viene concepito come l’originaria luce celeste che si manifesta come un «Dio nascente dalla pietra» (theòs ek pètras, to petrogenòs Mithra). È sulla riva di un fiume che egli si svincola dall’oscuro minerale, vibrando in alto una lama e una face che già lo avevano assistito nel grembo materno. Nascita miracolosa, avvertita soltanto da «pastori» nascosti sull’alto dei «monti».

Noi qui abbiamo un sistema di simboli concernenti ciò che si può chiamare la fase di iniziazione in senso stretto. Quella «luce» celeste che era vita degli uomini e che gli uomini non hanno compresa (Ev. Giov. I, 4-5), si riaccende in colui che, strappandosi dal «Dio della Terra», resistendo all’impeto delle «acque», ha la sua prima nascita in spirito. Una attività torbida, sconvolta, voraginosa, un andare cieco, una brama radicale che spinge sempre più in là in destino di rinascite sempre diverse nella lor identica inconsistenza e caducità, una vita che ha fuori di sé il proprio principio e tratta da questo e da quello va in eterna vicenda di sete e di disgusto – tale è il principio che regge la vita degli umani, tale è la materia da cui essi traggono l’effimero loro essere, le loro luci, le loro certezze.

A questa vitalità selvaggia e sconvolta, generatrice e divoratrice delle sue forze in radicale contingenza, nota in Oriente come taňha (buddhismo), samsâra (upanishad), mâyâ-çakti (tantra), in Occidente come Jaldabaot, principio «lunare» o «serpentino», Venere terrestre, Anima e Luce astrale, corrisponde il simbolo delle «acque» sul lembo delle quali nasce Mithra. Un iniziato è uno che, «salvato dalle acque» (cfr. la connessione di questo simbolo alla leggenda di Mosè), «cammina sulle acque» (donde il senso esoterico del noto «prodigio» cristico) – un Io cioè che ha saputo assumere la totalità della vita di brama e di deficienza che urge in lui per potergli resistere, per potergli dire NO, infrangerne la legge ed organizzarsi di là da essa – là dove per gli esseri del mondo sublunare (espressione, anche questa, simbolica – v. d. degli esseri che stanno sotto il principio umido, che ne sono dominati) non vi saprebbe essere che morte, annichilimento, riassorbimento.

Mitreo presso il sito archeologico di Ostia Antica

Dunque: è come un lasciare una sponda – su di essa si svolge la vita degli uomini con tutte le sue miserie e le sue grandezze – affrontare la corrente che sempre più si fa travolgente sino al limite del filone centrale (fase di preparazione, lasciata, in massima, alla sola iniziativa dell’iniziando), passare questo limite e volger quindi verso l’altra sponda. Su di questa avviene la nascita di un nuovo essere – dell’essere spirituale, di Mithra, il Fanciullo divino.

La «pietra», che gli è da matrice, è un simbolo per il corpo. Il corpo è il substrato della brama cosmica, è ciò che soggiace al principio umido; e alle «acque» soggiace dunque anche l’insieme di quegli stati e di quelle facoltà degli uomini – siano pur esse chiamate «spirituali» o meno – che in un substrato corporeo hanno la loro condizione o l’imprescindibile lor correlato. Iniziarsi, è svincolarsi dalla «pietra», è realizzare uno stato di coscienza non più condizionato dalla connessione al veicolo corporeo. Le varie vicende a cui ora, seguendo il mito, alluderemo, sono del pari esperienze extracorporee, realizzate in uno stato speciale provocato da pratiche, su cui qui non è il caso di fermarsi.

Pertanto all’espressione «Theòs ek pètras» nella tradizione magica si connette un secondo significato. Nel precipitarsi di ciò che è «luce celeste» nella prigione della tenebrosa «terra» non si ha soltanto un processo degradativo, negativo: un tale precipitarsi è anche un individuarsi, un attuarsi. L’organizzazione corporea è segno di un certo nucleo di potenza qualificata, e l’iniziazione magica non consiste nel disciogliere un tale nucleo nell’indistinta fluttuazione della vita universale, sibbene nel potenziarlo, nell’integrarlo, nel portarlo non indietro, ma innanzi. Per essa lo spirito non è un «altro», ma qualcosa di immanente, qualcosa che va tratto dal fondo della stessa concreta realtà umana (la «pietra») che non per grazia ma per natura è divina. Donde l’espressione di «pietra generatrice» (correlativa alla «materia della Grande Opera») e l’attributo di «petrogenòs» (nato da pietra) dato all’Uomo-dio. Mithra non scende dal Cielo, si trae invece dalla Terra.

Quanto alla «nudità» del fanciullo divino, essa è un simbolo complementare a quello del «salvarsi dalle acque» e dal «trarsi fuor dalla pietra» e, connesso agli altri dei «gittar via le vesti» e del «lavarsi», è ricorrentissimo nell’esoterica di ogni luogo e di ogni tempo. L’esser «nudo» equivale all’esser puro, e puro qui significa esser da sé, sussistere in una sufficienza distaccata da tutto.

Con particolare riferimento alla volontà, la volontà impura è la volontà pre-occupata, è quella che non si determina che in funzione di questo e di quello – oggetto, scopo, ragione o passione che sia, in genere: di un «perchè» – in quanto non è capace di andare innanzi da sé, di volersi in e per sè stessa, in pura iniziativa. Questa seconda pura forma – sarebbe il nishakâma-karma opposta dagli Insiani al sakâma-karma o azione voluta per i suoi frutti – in Occidente è compresa sotto il simbolo della «Vergine»; della Vergine che tiene sotto il suo piede il «Serpente» e la «Luna» (due simboli per le «acque») e che per «immacolata concezione» dà alla luce il fanciullo divino (2). Da una tale purificata volontà, da una tale volontà svincolata, fatta soltanto in atto epperò vergine, chiusa ad ogni altro, scaturisce infatti l’autozoon, quella vita che, essendo da sé stessa, sussiste di là dalla contingenza della natura mortale. Il rituale mithraico parla appunto di un «sussistere della potenza dell’anima in pura purità» – che crea un nuovo nucleo di la dalle «acque», che accresce in un nuovo ente il mondo di là dall’umano, di là da spazio e tempo.

Tale miracolosa nascita è avvertita soltanto da «pastori» nascosti – abbiamo detto – sulla «montagna», simbolo alludente a quelle superiori entità spirituali che invisibilmente comandano e dirigono le grandi correnti delle «acque», cioè le forze storiche e sociali, le tradizioni, le credenze, l’insieme psichico collettivo da cui – a mò di gregge – sono dominati gli esseri passivi del mondo sublunare. Anche la «Montagna» è simbolica, simbolica di un particolare stato di coscienza meta-fisica che echeggia nei vari «Sermoni della Montagna».

Ma affinché il nuovo essere possa pervenire a virilità, deve procedere in nuove prove, prove aspre in cui vi può essere vittoria così come vi può essere catastrofe. Superiore al mondo delle nature inferiori, Mithra deve conquistare la sua superiorità anche sul mondo delle nature spirituali che lo stato extracorporeo gli dischiude.

Di là dalle «acque» – continua il mito – un «vento» furioso investe e flagella la sua nudità, mentre sente sorgergli d’intorno la «presenza» di potenze terribili. Ma egli volge dritto verso un «albero», ne spicca e mangia i frutti mentre delle foglie si fa un «vestimento»; ed allora si erge in piedi, pronto a misurarsi con i signori di quel mondo meraviglioso in cui è penetrato.

Noi abbiamo dunque una serie di particolari atti di coscienza attratti, per così dire, dalla «nudità», dall’elemento di volontà allo stato libero realizzato. Il «vento» allude ad una esperienza tanto caratteristica, quanto difficile a comunicarsi. Se ne può dare una suggestione al modo seguente. Quando si dice: «Io amo, io odio, ecc.», ci si presume una proprietà affatto fantastica.

Mithra tauroctono (museo archeologico di Venezia) (free image from wikimedia commons, under the  Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International license, with no changes; author: Hispalois

I sentimenti, nella loro essenza, sono qualcosa di universale, di cosmico, che si attua nei vari esseri allo stesso modo che il fuoco quando i determinismi della combustione siano presenti. Non si dovrebbe dire: «Io amo» sibbene: «L’amore ama in me» e la volgare personalità effettivamente non è nulla più che un risultato dell’intreccio dinamico di tali forze non-individuali, e priva, come risultato, di un vero essere a sé, in alcun modo può attribuirsele.

Quando sotto l’ignis essentiae – che è il fuoco dell’iniziazione come anche la vampa della morte (3) – questo composto si dissolve (è la fase che gli alchimisti chiamano putrefazione, calcinazione, mortificazione, ecc., fase che appunto discioglie dalla «pietra»), e pur sussiste qualcosa, una identità di coscienza (il «grano d’Oro incorruttibile», lo chiamano gli alchimisti), ad un tale elemento dette potenze di sentimento si liberano dal loro mondo fenomenico, particolare e psicologico secondo cui gli uomini le sperimentano, e si rivelano nella loro vera natura di forze cosmiche. Ma di contro ad esse ora ci si trova così impotenti, quanto lo è un essere fisico di contro agli elementi scatenati dalla natura – oceano, folgore, cataclisma. Nella sua nudità l’iniziato è percosso da queste forze in esasperate risuonanze che ne riprendono e trasportano sino al più profondo l’essere interiore – e non può far nulla, deve restar fermo, senza un movimento, senza una reazione, chè da essa egli sarebbe subito travolto. Ciò per il «vento», vento nel cui grembo, secondo l’ermetica Tabula smaragdina, è portato il «Telesma», il principio destinato a raccogliere in sé le potenze di tutte le cose, inferiori e superiori. Questa prova – è ciò che alcune scuole esoteriche cristiane nascondono sotto il simbolo della «flagellazione» – costituisce a Mithra una durezza, una forza di infrangibilità senza la quale la nuova esperienza che lo attende gli riuscirebbe fatale.

Questa prova chiede nulla meno che un capovolgimento nell’affermativo di ciò che è il mito biblico del peccato originale. L’Io osa far violenza all’«albero della vita», spogliarlo, cibarsi dei suoi frutti. Egli è abbastanza forte per strappare all’universale un quantum di potenza cosmica e di dominarla sotto il punto che ha saputo resistere all’«acqua» e al «vento». È il senso come di un atto assoluto, di un lanciarsi di là da sé che crea un vuoto in cui immediatamente si precipita una potenza che avvolge, di una veste di fiamma, la nudità capace di un simile ardire. Ciò in varie tradizioni, è chiamato la «proiezione del Fuoco», atto eminentemente positivo che attrae un negativo, una «discesa femminile» (4) o «sulfurea» («thèion» in greco vuol dire tanto solfo che divino) che si fa la «veste di potere» del nucleo; il quale in ciò acquista un organo di manifestazione e di protezione che è così necessario per sussistere nel sovrasensibile, quanto il veicolo fisico per la vita sensibile.

Pertanto il potere che si precipita ha bisogno di un centro, e chi non sa offrirglielo avendolo evocato, ne è travolto. La «caduta» si riferisce precisamente a questo punto. È il venir meno all’atto onde si è «fatta violenza al Regno dei Cieli» e al «Fato», onde ci si è appropriati della Vita, è l’essere presi da un terrore, da cui immediatamente si è travolti e spezzati (5). Tale la catastrofe, la possibilità negativa. Ma altri sono invece sufficienti al proprio atto. Essi infrangono la maledizione, assumono su sé il potere, lo mantengono, lo dominano. Lungi dal «cadere», essi allora «rinascono in potenza», nella «forza forte delle forze», nell’«incorruttibile Destra». Mithra è fra essi: non solo non soggiace alla legge, ma dal suo atto trae la forza di volgersi contro colui che l’impone, per a lui imporre la propria.

Segue nella seconda parte

***

Note dell’autore e nota redazionale

(1) La materia del mito di Mithra l’abbiamo rigorosamente rilevata da F. CUMOT: Les mystères de Mithra, e Textes et Monuments figurés relatifs aux mysteres de Mithra, 2 voll. – in connessione al rituale mithraico pubblicato in tedesco da A. DIEWERICH (Eine Mithrasliturgie; Leipzig, 1903) e in inglese da G. R. S. MEAD (A mithriac Ritual; London a. Benares, 1907).

(2) Da notare che anche Julius Evola cade, qui, come anche avvenne anche in Maschera e volto dello spiritualismo moderno, nell’errore di ritenere che il dogma mariano dell’Immacolata Concezione si riferisca al concepimento verginale di Gesù. In realtà, questo dogma (proclamato da papa Pio IX l’8 dicembre 1854), secondo la teologia cristiana, si riferisce al concepimento di Maria stessa quale creatura sine macula, sine labe originali concepta, vale a dire preservata dal marchio del peccato originale – che da Adamo ed Eva, a cascata, si è impresso su tutte le generazioni  della storia umana – in quanto creatura prescelta da Dio proprio per dare alla luce il Salvatore e Redentore dell’umanità, Gesù Cristo (N.d.R.).

(3) L’iniziazione, si può dire, non consiste in altro che in una assunzione attiva di quel processo che negli esseri comuni produce la morte: è la potenza di determinare la morte, passarle attraverso, riaffermarsi di là da essa. In APULEIO (Met., II, 21) si trova appunto detto che l’«iniziazione viene celebrata a guisa di una morte volontaria».

(4) Qui va fatto presente che nelle tradizioni iniziatiche la potenza in senso stretto (çakti) è intesa come una passività strumentale, quindi come un negativo e un femminile rispetto a cui il positivo e il maschile è il motore immobile, colui che comanda senza muoversi, per atto di immateriale iniziativa, di pura determinazione spirituale.

Nell’immagine in evidenza, Mitra e il toro: affresco dal Mitreo di Marino (III secolo) raffigurante la tauroctonia.



A proposito di...


'La via della realizzazione di sé secondo i misteri di Mithra (prima parte)' has no comments

Vuoi essere il primo a commentare questo articolo?

Vuoi condividere i tuoi pensieri?

Il tuo indirizzo email non verrà divulgato.

"In una civiltà tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla. Fuor da tale conoscenza, non può esservi che l’errore" (R. Guénon)

Tutto quanto pubblicato in questo sito può essere liberamente replicato e divulgato, purché non a scopi commerciali, e purché sia sempre citata la fonte - RigenerAzione Evola