La via della realizzazione di sé secondo i misteri di Mithra (seconda parte)

Seconda parte del saggio sui Misteri di Mithra che Julius Evola, non ancora trentenne, pubblicò sulla rivista di studi e ricerche spirituali “Ultra” nel giugno 1926. Lo stile di scrittura evoliano è ancora quello tipicamente giovanile, diretto, a tratti frenetico, coinvolgente. In questa seconda parte, dove si affronta tra l’altro il simbolismo dell’uccisione del toro, la cd. tauroctonia, nell’ambito dell’iniziazione mithraica, emergono chiaramente, oltre, come abbiamo già osservato commentando la prima parte, all’influsso degli studi ermetico-alchemici di quegli anni (che avrebbero condotto Evola, nel 1931, alla pubblicazione in prima edizione de “La tradizione ermetica”), anche i riflessi delle tesi dell’Individuo Assoluto evoliano, nel contesto della sua versione dell’idealismo, cd. reale, realistico o magico, in netta antitesi con quella della scuola italiana di Croce e Gentile.

Ricordiamo che, proprio tra la seconda metà del 1925 e la prima metà del 1926, il giovane Julius Evola aveva lanciato un guanto di sfida a René Guénon, all’epoca trentanovenne. Dapprima, nel settembre del 1925, nella terza parte di un saggio presentato sempre sulla rivista “Ultra”, intitolato “Il problema di Oriente ed Occidente e la teoria della conoscenza secondo i Tantra”, Evola, commentando l’opera guènoniana “Orient et Occident”, uscita l’anno prima, aveva lanciato per la prima volta l’attacco contro il metafisico di Blois, accusandolo di “razionalismo”; accusa reiterata pochi mesi dopo, nel numero del novembre-dicembre 1925 del quindicinale “L’idealismo realistico”, commentando stavolta “L’homme et son devenir selon le Vedanta“ del metafisico di Blois, uscito proprio nel 1925. Questo attacco a Guénon, come osservò Evola stesso ne “Il Cammino del Cinabro”, era dovuto alle “diverse equazioni personali” dei due, all'”orientamento essenzialmente intellettuale” di Guénon (che, ricordò Evola, era stato ribattezzato “il Cartesio dell’esoterismo” da Antoine Faivre), nonché dal sussistere in Evola di “prolungamenti del precedente orientamento idealistico-nietzschiano in connubio col tantrismo“.

Come spiegato in modo approfondito nella prima puntata di uno speciale sui rapporti tra Evola e Guénon, da noi pubblicato nel 2018 ed a cui rinviamo, il giovane Evola di quegli anni guardava con sospetto la metafisica intesa come “conoscenza e contemplazione”, quel’ “intellettualismo metafisico”, come lo chiamava, da lui giudicato “impersonale ed immobile”, passivo, in cui “l’individuo vi è come una ombra illusoria e contradittoria, che scompare nel tutto”. Evola opponeva alla oggettività della “metafisica della conoscenza”, come illustrata da Guénon, una presunta metafisica, quasi “dinamica”, del potenziamento, dell’individuazione e della dominazione, in cui l’Io si riafferma come Ente di Potenza, propria ad esempio al Tantrismo, o a correnti magiche e alchemiche del Buddhismo Mahâyâna o del Taoismo, perlomeno per come Evola riteneva di interpretarle. Un tentativo che, osservammo, sembrava finalizzato a riaffermare l’Io in una chiave metafisica, non accettando la prospettiva sovraordinata in cui, metafisicamente parlando, l’individualità, come siamo abituati a concepirla, è riassorbita nell’Unità. Probabilmente, questa “metafisica del divenire”, della Potenza, era una forma di immanentismo, cui inevitabilmente Evola era ancora legato, quale propaggine dell’idealismo da cui proveniva, seppure con tutti i correttivi propri al suo idealismo magico o reale.

Erano gli anni della speculazione evoliana intorno alla Potenza come via attiva di superamento della crisi dell’individuo nell’età della dissoluzione, mutuata dalla dottrina del Tantra, ed alla conseguente teorizzazione dell’idealismo magico e dell’individuo assoluto; ricordiamo che Evola elaborò da giovanissimo la Teoria e fenomenologia dell’individuo assoluto, scritto fra il 1917 ed il 1924. Per l’editore Bocca, la “Teoria” uscì proprio 1927 (poi aggiornata e sintetizzata nel dopoguerra), la “Fenomenologia” a seguire nel 1930 (rimasta invece intatta nei decenni a venire), anticipati da un agile ed efficace sunto nei “Saggi sull’Idealismo magico” (1925) e ne “L’individuo e il divenire del mondo” (1926), la raccolta di due conferenze in materia tenute da Evola nel 1925 per la Lega Teosofica Indipendente (rimandiamo, per alcuni chiarimenti al riguardo, al redazionale di approfondimento “l’idealismo magico e l’individuo assoluto di Evola”).  In questo contesto “scoppia” la polemica con Guénon, e viene alla luce questo saggio sul Mithraismo uscì nel giugno del 1926. Alla luce di quanto accennato, risulta così facilmente spiegabile l’affermazione di Evola nella prima parte di questa seconda puntata, in cui, ad “un gruppo di scuole che più che esoteriche potremmo chiamare mistiche, le quali tendono essenzialmente a risolvere l’individuale in un non-individuale“, viene contrapposta una “tradizione magica” in cui, “sia pure in un significato che non ha nulla a che fare con quello proprio all’ambito fisico e personale“,  si tiene fermo “il punto dell’individuo, di una centralità affermativa sussistente di là da ogni dissoluzione“, nel contesto di un mondo dello spirito concepito come “insieme di potenze allo stato libero, nude, voraginose, potenze beate e terribili ad un tempo, riprese in un gioco di tensioni (…)  Ognuna di tali entità in tanto è, in tanto mantiene la propria individualità, in quanto sa resistere alle altre, che tenderebbero ad attrarla ed organizzarla sotto si sé. Mondo allo stato libero, mondo non retto da alcun piano provvidenziale“. A questa premessa, in cui Evola contrapponeva, nel senso sopra esposto, questa irriducibilità dell’individualità alla dissoluzione della stessa nel non-individuale, la Redazione della rivista “Ultra”, nella nota “a”, rinviava ad alcune pagine successive nel numero in cui era uscito il saggio evoliano per delle osservazioni di senso contrario. Il resto dell’approfondimento del barone ruota intorno all’esposizione dei termini di questa realizzazione “individuale” nell’ambito dei misteri di Mithra, e pertanto risulteranno più chiare alcune sue affermazioni; anche i riferimenti al cavalcare simbolicamente il Toro, che, simboleggiando la potenza selvaggia ed indomita della vita, deve essere soggiogato e vinto da Mithra, sembra preconizzare quel “Cavalcare la Tigre” che, mutatis mutandis, ripropose a distanza di decenni un tema portante, una linea rimasta più sotterranea nell’elaborazione evoliana, rivista e corretta, ma mai del tutto abbandonata, come abbiamo avuto modo di osservare in passato.

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di Julius Evola

tratto da “Ultra”, XX, 3, giugno 1926

Segue dalla prima parte

Qui il carattere specifico delle iniziazioni magiche risulta in modo particolarmente distinto. Effettivamente vi è tutto un gruppo di scuole che più che esoteriche potremmo chiamare mistiche, le quali tendono essenzialmente a risolvere l’individuale in un non-individuale, (a) sia esso una indifferenziata infinità – quale il nirguna-brahman vedântino – sia esso un ordine o armonia trascendente. Disciogliere il centro dell’Io in questo non-individuale «come un grano di sale in un oceano di acqua», è la mira di tali tendenze, per le quali dunque qualsiasi concetto di affermazione, di lotta e subordinazione nel campo spirituale non ha alcun senso. Invece la tradizione magica in quanto tiene fermo – sia pure in un significato che non ha nulla a che fare con quello proprio all’ambito fisico e personale – il punto dell’individuo, di una centralità affermativa sussistente di là da ogni «dissoluzione», concepisce il mondo dello spirito in modo affatto diverso. Un tale mondo le si rivela null’affatto come il regno dell’ordine idilliaco e dell’indifferenziata universalità, sibbene come un insieme di potenze allo stato libero, nude, voraginose, potenze beate e terribili ad un tempo, riprese in un gioco di tensioni, rispetto a cui tutto ciò che gli uomini conoscono come lotta non è che un pallido e cadaverico riflesso. Ognuna di tali entità in tanto è, in tanto mantiene la propria individualità, in quanto sa resistere alle altre, che tenderebbero ad attrarla ed organizzarla sotto si sé. Mondo allo stato libero, mondo non retto da alcun piano provvidenziale, da alcuna legge di ordine data a priori che le varie forze andrebbero semplicemente ad eseguire, chè invece ciò che sta prima sono questi poteri, ed ogni legge ed ogni ordine nulla più che un prodotto di organizzazione, nulla più che il segno di un potere più vasto che è riuscito a travolgere, riprendere ed unificare altri sotto di sé, riducendo così l’originario caos delle forze molteplici e lottanti.

Diciamo pertanto che la lotta qui ha tutt’un altro carattere che quella propria al campo materiale: violenza distruttiva, odio, volontà nel senso, dirò così, muscolare del termine, non vi hanno alcun luogo. È invece come un mettersi faccia a faccia di «presenze», un incontrarsi di gradi di essere, di «quanta» di intensità. Nessuna potenza vuole, in senso stretto, travolgere e dominare le altre, ma ciò procede in via naturale, in virtù del più alto grado di essere che gli è proprio, il quale è vortice voraginoso in cui irresistibilmente sono attratte, riprese e subordinate le potenze minori che con essa si mettano in rapporto. Vincere, cioè mantenere la propria autonomia, qui vuol dire resistere. Ciò che investe un ente e non riesce a travolgerlo, da esso è fatalmente travolto e ripreso nella sua legge. Non vi è divario in questo mondo materiato di tensione: non subordinare è essere subordinato.

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Si comprende allora il detto, che è legge dei cosidetti «maestri» non rivelarsi agli uomini; si comprende ciò che nel lato esteriore di sacerdoti dei misteri, di «Re dei Boschi», la cui dignità non era confermata che dal trionfare su chiunque li sfidasse alla lotta o cercasse di sorprenderli, ha dato al Frazer la materia per la sua opera principale; si comprende ancora la strana affermazione, che il discepolo che riesce «uccide» il maestro, e, infine, il concetto orientale che gli «dei» sono i nemici dello yogin. Nella via «lunare» o isiaca è questione di rendersi strumenti obbedienti delle superiori entità, nella via magica, «solare» ammonica è invece quistione di mantenere il proprio essere di fronte ad esse, ma ciò non è possibile che a patto di vincerle, di strappare loro il quantum di fato che esse reggono, per assumerne su sé, come su di una più vasta consistenza, il peso e la responsabilità.

Ecco dunque che si schiudono le porte e tutt’intorno lampeggia il regno di «coloro che sono», delle potenze terribili che fissano il nuovo venuto, quasi pesi immani in imminenza di precipitazione. Di là da tutto, il Sole, l’Eone fiammeggiante: è un attimo estremo, che crea intorno a sé il silenzio, il deserto, il terrore delle grandi catastrofi e dei grandi sacrilegi. Mithra resiste, fissa il gran dio, non più prega – comanda, ed ecco che l’altro cede, ecco che si chiede a lui investitura e patto di amicizia.

In questo apice si chiude la prima grande fase dell’iniziazione: un essere si è creato più forte della natura, più forte degli déi, un essere che sta di là dallo stato di nascita e morte.

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Si è già detto che quanto precede corrisponde ad una serie di realizzazioni avvenienti fuori dal corpo e o direttamente, ovvero per induzione nell’iniziando di particolari stati di coscienza da parte di persona che abbia potere a ciò (lo jerofante dei misteri), stati che gli pongono come un problema e una prova che egli deve risolvere con un determinato atto dell’essere spirituale. Ora nei misteri mithraici si ha una realizzazione ulteriore, il cui correlato è il mito dell’«uccisione del toro».

Il compito è il seguente: riaffermare l’apice solare e regale, realizzato in sede extracorporea, sul corpo stesso, sull’oscura «pietra» lasciata giù in tutta questa fase. È con la potenza selvaggia ed indomita della vita, simboleggiata dal «toro», che ora Mithra deve mettersi in contatto a fine di soggiogarla. Si entra in un ordine di pratiche che investono il corpo stesso, che tendono a trasformare essenzialmente il rapporto con cui la radice profonda di questo sta, in via normale, all’Io. Qui non è il luogo di parlare dei metodi usati a questo scopo, metodi che vanno dall’assunzione esclusiva del fuoco di concentrazione mentale al congruo sfruttamento di traumi psichici, quali quelli propri, p. es., alla sofferenza e all’eccitazione sessuale. Le scuole indiane si incentrano particolarmente su pratiche appoggiate al respiro, e poiché il rituale pubblicato dal Dieterich ce le mostra altresì in atto nella teurgia mithraica, su di esse daremo un cenno, pur avvertendo che si tratta di pratiche che riescono o affatto infruttuose, o estremamente pericolose per chi non si sia già fatto sufficiente alla serie di esperienze sopra descritta.

Mithra guata il «toro». Ecco che di colpo gli balza addosso e lo inforca, tenendosi fermo alle corna. Il quadrupede, preso il galoppo, ha un bel trasportare il suo cavaliere in una corsa furibonda: questi non lascia la presa e «si lascia trasportare» sospeso alle corna dell’animale che, ben presto spossato, deve lasciarsi prendere proprio nell’«antro» che aveva lasciato. Il Dio lo tiene «fermo» e, in nome del Sole, lo finisce con un colpo di pugnale.

Abbiamo già detto che il toro rappresenta la forza elementare della vita: esso si identifica al «Drago Verde» alchemico, alla kundalini tantrica, al «Dragone» taoistico. In rapporto alle pratiche respiratorie, è il prâna, cioè il respiro assunto nel suo lato «sottile» e «luminoso» che sta al soffio materiale come anima a corpo. Questa vita per sua natura è sfuggente, incoercibile: è l’inquieto «mercurio», il «volatile», l’«uccello» (l’«uccello hamsah» dei testi indiani, ove ham e sah sono appunto i «suoni» di inspiro ed espiro) che l’iniziato deve «cavalcare» e «fissare». Un cenno di pratica è il seguente: assumere a fondo la funzione del respiro, perdervisi tutto secondo un perdersi che ad un tempo sia un volerla assolutamente. Poi, con intrepidezza, lasciarsi andare, sprofondarsi. Il «Dragone» spicca il volo.

Il respiro secondo le scienze iniziatiche ha quattro aspetti: uno materiale (sthûla) connesso allo stato di veglia e alle facoltà cerebro-psicologiche; uno sottile luminoso (sûkshma) connesso allo stato di sogno e al sistema nervoso, uno causante igneo (kârana) connesso allo stato di sonno profondo e al sistema sanguigno, ed infine un ultimo, dai testi indiani detto turiya (il quarto) connesso ad uno stato speciale manifestantesi in forma di stato catalettico o di morte apparente, al sistema osseo e alla funzione di generazione.

Particolare del bassorilievo raffigurante Mithra nell’atto dell’uccisione del Toro (tauroctonia) (Museo del Louvre) (free image from wikimedia.commons, under GNU Free Documentation License, author Jean-Pol GRANDMONT, with no changes)

Mithra che, afferrato il «toro», si «lascia trasportare» nella corsa senza lasciare la presa, è simbolico dell’Io che nello sprofondare attraversa questi stadi superando i «punti neutri» che li separano, a partire dal primo dei quali l’uomo volgare perde invece coscienza (nell’addormentarsi). Il toro si arrende quando vi è tanta intrepidezza e sottile forza di sussistere, da spingere lo sprofondamento sino al quarto stadio (5): là la radice della vita animale è afferrata, fermata, il «mercurio» fissato, congelato – ed avviene l’uccisione del «toro»: per un ultimo gesto essa è tratta via da ogni appoggio, sospesa, spezzata, arsa.

Ma ecco che in questo punto supremo si opera una trasformazione miracolosa. Dal profondo erompe fulmineamente una vita fiammeggiante, divina, vorticosa. Essa irrompe per tutto il corpo lampeggiando e tutto lo trasfigura, tutto lo ricrea ab imo in un ente di pura attività, in una gloria, in uno splendore immortale. È il «radiante», l’«augoeides», l’«Hvarenô», il «vaira», il «Do-rje», nomi diversi di diverse tradizioni d’Oriente e d’Occidente per una unica cosa: questa natura fatta di diamante e di folgore irresistibile, risoluzione immortale della privazione mortale.

Non sgorga dunque sangue dalla ferita del toro, ma grano, «pane di vita» in fons perennis che il deserto d’intorno popola del miracolo di tutta una nuova «vegetazione». Tuttavia resta ancora un ostacolo: delle frotte di animali immondi si lanciano sul toro morente a berne il sangue e morderne i genitali, così che la fonte di vita ne sia avvelenata. È l’ultimo episodio, il cui significato è il seguente: la forza prodigiosa, sovrumana, la kundalinî svegliata al punto dell’uccisione dell’animale, si è detto che immediatamente inonda tutti i principi e le funzioni che reggono l’essere corporeo. Ora quando il processo non sia stato condotto così che tutti questi elementi risultino già purificati, organizzati e dominati in unità, avviene che essi si scatenano ed assorbono e trasformano in loro favore quella superiore potenza che doveva invece trasformali in funzioni di un corpo spirituale. Ne segue cioè una terribile ricaduta, uno sprigionarsi, una tempesta indomabile di forze della vita animale ed emotiva straordinariamente esaltate. Tale l’«oscurarsi del cielo» e la «procella» e il «diluvio» che, in testi alchemici e taoistici, è detto poter seguire il bere quel «latte di Vergine» cheè il «sangue del Dragone»; tale, altresì, nel mito mithraico, l’accorsa degli animale immondi sul cadavere del toro.

Esperienza che difficilmente saprebbe venir eliminata del tutto, in ciò si ha l’ultima prova. Ma ecco che, di là da essa, il cielo di nuovo si riapre, il miracolo continua. Gli ultimi oscuri ostacoli sono travolti nella marea di luce e di suono che ascende vorticosa, accendendo ciò che dorme oscurato, sepolto, contratto sotto specie di organi corporei, in gesti, in folgorazioni di potenza, in illuminazioni cosmiche: è l’ascesa dell’uomo-dio nelle sfere celesti, nella gerarchia dei «sette pianeti» per cui tutta l’esteriorità delle cose di natura impallidisce, si estenua, si fa interiormente luminosa, arde infine. Tutto si anima, tutto si desta e «rinasce da dentro» tutto si fa simbolo, significato, luce, spirito in un corpo immenso, esterno, vertiginoso, in una pienezza che si dà a sé medesima e trabocca in esultanza.

Di là dalla settima sfera, l’eccesso: ciò «in cui non vi è più né un qui, ne un non-qui, che è calma ed illuminazione e solitudine come in un oceano infinito». È il grado di «Padre» di là da quello dell’«Aquila», il vertice, il substrato del mondo voraginoso, scatenato, fiammeggiante delle potenze.

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Tale la via, tale la possibilità dell’uomo secondo la Sapienza mithriaca, secondo quella sapienza che contro il cristianesimo si disputò il retaggio dell’Occidente romano.

Respinta e travolta nel piano più esteriore, l’efficienza della sapienza dei misteri si conservò in una occulta tradizione e in sottile, invisibile influenza operò sulle grandi correnti storiche d’Occidente. Ed oggi, di nuovo, di là dal mondo che la scienza ha liberato e la filosofia interiorato, riaffiora; riaffiora in conati ancora confusi, in esseri spezzati sotto una verità che, troppo forte per loro, altri sapranno assumere ed affermare; affiora in un Nietzsche, in un Weininger, in un Braun, affiora al limite dell’ultimo idealismo, affiora in noi – nella nostra volontà d’infinito, nel nostro solo valore: una vita solare e regale, una vita di luce, di libertà, di potenza.

Note

(a) N.d.D. – Su questa affermazione facciamo le nostre riserve. Vedi più innanzi a p. 32 e 34 (si tratta della nota della redazione della rivista “Ultra”, cui facevamo riferimento nella premessa; il rinvio è ad alcune considerazioni esposte nella seconda parte dell’articolo “La voce del silenzio – gli ultimi stadi dello sviluppo mistico” dell’orientalista olandese Bernard Jasink, autore, tra l’altro, de “La mistica del Buddismo” per i Fratelli Bocca nel 1925. E’ significativo ricordare che Julius Evola ringraziò espressamente proprio il dott. Jasink per l’aiuto fornitogli nella stesura de “La Dottrina del risveglio”, come possiamo leggere nell’appendice originaria “Fonti”, vergata dallo stesso Evola, in calce all’opera: “Sia poi espresso il nostro personale ringraziamento all’amico dottor Bernard Jasink per l’aiuto cortesemente datoci” –  n.d.r.).

(5) La «caverna» in cui il «toro» si rifugia alla fine della sua corsa, corrisponde all’alchemico «antro del mercurio» e consiste in un centro sottile del corpo posto in corrispondenza al plesso basale, chiamato dagli Orientali mûlȃdhȃra e da essi connesso appunto al «tattva» della «terra».

Nell’immagine in evidenza, Mitra petrogenito, che nasce dalla roccia (petra genetrix), marmo conservato al Museo delle Terme di Diocleziano, proveniente dall’area del Mitreo sotto Santo Stefano Rotondo a Roma (free image from wikimedia commons, public domain, author Marie-Lan Nguyen ).



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